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Literatur
Canne al vento
BooksWhale-Ausgabe auf Italienisch von Grazia Deledda
Deledda racconta una Sardegna di orgoglio, colpa e destino attraverso una famiglia nobile in rovina.
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Canne al vento
Canne al vento segue le sorelle Pintor, il servo Efix e l'arrivo di Giacinto in una Sardegna arcaica, attraversata da memoria, superstizione, decadenza e desiderio di riscatto. Grazia Deledda dà forma lirica a destino, peccato e compassione.
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Grazia Deledda morì nel 1936 e « Canne al vento » fu pubblicato per la prima volta nel 1913; queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione italiana originale.
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Canne al vento
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CANNE AL VENTO I. Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l’argine primitivo da lui stesso costrutto un po’ per volta a furia d’anni e di fatica, giù in fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall’alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza costa sulla bianca collina dei Colombi . Eccolo tutto ai suoi piedi, silenzioso e qua e là scintillante d’acque nel crepuscolo, il poderetto che Efix considera più suo che delle sue padrone: trent’anni di possesso e di lavoro lo han fatto ben suo, e le due siepi di fichi d’india che lo chiudono dall’alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione in scaglione dalla collina al fiume, gli sembrano i confini del mondo. Il servo non guardava al di là del poderetto anche perchè i terreni da una parte e dall’altra erano un tempo appartenuti alle sue padrone: perchè ricordare il passato? Rimpianto inutile. Meglio pensare all’avvenire e sperare nell’ajuto di Dio. E Dio prometteva una buona annata, o per lo meno faceva ricoprir di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa, fra due file di colline bianche, con lontananze cerule di monti ad occidente e di mare ad oriente, coperta di vegetazione primaverile, d’acque, di macchie, di fiori, dava l’idea di una culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormorio del fiume monotono come quello di un bambino che s’addormenta. Ma le giornate eran già troppo calde ed Efix pensava anche alle pioggie torrenziali che gonfiano il fiume senz’argini e lo fanno balzare come un mostro e distruggere ogni cosa: sperare, sì, ma non fidarsi anche; star vigili come le canne sopra il ciglione che ad ogni soffio di vento si battono l’una contro l’altra le foglie come per avvertirsi del pericolo. Per questo aveva lavorato tutto il giorno e adesso, in attesa della notte, mentre per non perder tempo intesseva una stuoia di giunchi, pregava perchè Dio rendesse valido il suo lavoro. Che cosa è un piccolo argine se Dio non lo rende, col suo volere, formidabile come una montagna? Sette giunchi attraverso un vimine, dunque, e sette preghiere al Signore ed a Nostra Signora del Rimedio, benedetta ella sia, ecco laggiù nell’estremo azzurro del crepuscolo la chiesetta e il recinto di capanne quieto come un villaggio preistorico abbandonato da secoli. A quell’ora, mentre la luna sbocciava come una grande rosa fra i cespugli della collina e le euforbie odoravano lungo il fiume, anche le padrone di Efix pregavano: donna Ester la più vecchia, benedetta ella sia, si ricordava certo di lui peccatore: bastava questo perchè egli si sentisse contento, compensato delle sue fatiche. Un passo in lontananza gli fece sollevar gli occhi. Gli sembrò di riconoscerlo; era un passo rapido e lieve di fanciullo, passo d’angelo che corre ad annunziare le cose liete e le tristi. Sia fatto il volere di Dio: è lui che manda le buone e le cattive notizie; ma il cuore cominciò a tremargli, ed anche le dita nere screpolate tremarono coi giunchi argentei lucenti alla luna come fili d’acqua. Il passo non s’udiva più: Efix tuttavia rimase ancora là, immobile, ad aspettare. La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l’uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d’uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era sopratutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa: sì, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte, su, all’orizzonte a sinistra di Efix, e percorrevano le sponde del fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi: le loro armi scintillavano in mezzo ai bassi ontani della riva, e l’abbaiar fioco dei cani in lontananza indicava il loro passaggio. Efix sentiva il rumore che le panas (donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, battendoli con uno stinco di morto, e credeva di intraveder l’ ammattadore , folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di qua e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio. Era il suo passaggio che destava lo scintillio dei rami e delle pietre sotto la luna: e agli spiriti maligni si univano quelli dei bambini non battezzati, spiriti bianchi che volavano per aria tramutandosi nelle nuvolette argentee dietro la luna: e i nani e le janas , piccole fate che durante la giornata stanno nelle loro case di roccia a tesser stoffe d’oro in telai d’oro, ballavano all’ombra delle grandi macchie di filirèa, mentre i giganti s’affacciavano fra le roccie dei monti battuti dalla luna, tenendo per la briglia gli enormi cavalli verdi che essi soltanto sanno montare, spiando se laggiù fra le distese d’euforbia malefica si nascondeva qualche drago o se il leggendario serpente cananèa , vivente fin dai tempi di Cristo, strisciava sulle sabbie intorno alla palude. Specialmente nelle notti di luna tutto questo popolo misterioso anima le colline e le valli: l’uomo non ha diritto a turbarlo con la sua presenza, come gli spiriti han rispettato lui durante il corso del sole; è dunque tempo di ritirarsi e chiuder gli occhi sotto la protezione degli angeli custodi. Efix si fece il segno della croce e si alzò: ma aspettava ancora che qualcuno arrivasse. Tuttavia spinse l’asse che serviva da porticina e vi appoggiò contro una gran croce di canne che doveva impedire ai folletti e alle Tentazioni di penetrare nella capanna. Il chiarore della luna illuminava attraverso le fessure la stanza stretta e bassa agli angoli, ma abbastanza larga per lui che era piccolo e scarno come un adolescente. Dal tetto a cono, di canne e giunchi, che copriva i muri a secco e aveva un foro nel mezzo per l’uscita del fumo, pendevano grappoli di cipolle e mazzi d’erbe secche, croci di palma e rami d’ulivo benedetto, un cero dipinto, una falce contro i vampiri e un sacchetto di orzo contro le panas : ad ogni soffio tutto tremava e i fili dei ragni lucevano alla luna. Giù per terra la brocca riposava con le sue anse sui fianchi e la pentola capovolta le dormiva accanto. Efix preparò la stuoja, ma non si coricò. Gli sembrava sempre di sentire il rumore dei passi infantili: qualcuno veniva di certo e infatti a un tratto i cani cominciarono ad abbajare nei poderi vicini, e tutto il paesaggio che pochi momenti prima pareva si fosse addormentato fra il mormorio di preghiera delle voci notturne, fu pieno di echi e di fremiti quasi si svegliasse di soprassalto. Efix riaprì. Una figura nera saliva attraverso la china ove già le fave basse ondulavano argentee alla luna, ed egli, a cui durante la notte anche le figure umane parevan misteriose, si fece di nuovo il segno della croce. Ma una voce conosciuta lo chiamò: era la voce fresca ma un po’ ansante di un ragazzo che abitava accanto alla casa delle dame Pintor. — Zio Efisè, zio Efisè! — Che è accaduto, Zuannantò? Stanno bene le mie dame? — Stanno bene, sì, mi pare. Solo mi mandano per dirvi di tornare domani presto in paese, che hanno bisogno di parlarvi. Sarà forse per una lettera gialla che ho visto in mano a donna Noemi. Donna Noemi la leggeva e donna Ruth col fazzoletto bianco in testa come una monaca spazzava il cortile, ma stava ferma appoggiata alla scopa e ascoltava. — Una lettera? Non sai di chi è? — Io no; non so leggere. Ma la mia nonna dice che forse è di sennor Giacinto il nipote delle vostre padrone. Sì, Efix lo sentiva; doveva esser così: tuttavia si grattava pensieroso la guancia, a testa china, e sperava e temeva d’ingannarsi. Il ragazzo s’era seduto stanco sulla pietra davanti alla capanna e si slacciava gli scarponi domandando se non c’era nulla da mangiare. — Ho corso come un cerbiatto: avevo paura dei folletti.... Efix sollevò il viso olivastro duro come una maschera di bronzo, e fissò il ragazzo coi piccoli occhi azzurrognoli infossati e circondati di rughe: e quegli occhi vivi lucenti esprimevano un’angoscia infantile. — Ti han detto s’io devo tornare domani o stanotte? — Domani, vi dico! Intanto che voi sarete in paese io starò qui a guardare il podere. Il servo era abituato a obbedire alle sue padrone e non fece altre richieste: tirò una cipolla dal grappolo, un pezzo di pane dalla bisaccia e mentre il ragazzo mangiava ridendo e piangendo per l’odore dell’aspro companatico, ripresero a chiacchierare. I personaggi più importanti del paese attraversavano il loro discorso: primo veniva il Rettore, poi la sorella del Rettore, poi il Milese che aveva sposato una figlia di questa ed era diventato, da venditore ambulante di arance e di anfore, il più ricco mercante del villaggio. Seguiva don Predu, il sindaco, cugino delle padrone di Efix. Anche don Predu era ricco, ma non come il Milese. Poi veniva Kallina l’usuraia, ricca anche lei ma in modo misterioso. — I ladri han tentato di rompere il suo muro. Inutile: è fatato. E lei rideva, stamattina, nel suo cortile, dicendo: anche se entrano trovano solo cenere e chiodi, povera me, povera come Cristo. Ma la mia nonna dice che zia Kallina ha un sacchettino pieno d’oro nascosto dentro il muro. Ma ad Efix in fondo poco importavano queste storie. Coricato sulla stuoia, con una mano sotto l’ascella e l’altra sotto la guancia sentiva il suo cuore palpitare e il fruscio delle canne sopra il ciglione gli sembrava il sospiro d’uno spirito malefico. La lettera gialla! Giallo, brutto colore. Chissà cosa doveva ancora accadere alle sue padrone. Da venti anni a questa parte quando qualche avvenimento rompeva la vita monotona di casa Pintor era invariabilmente una disgrazia. Anche il ragazzo s’era coricato, ma non aveva voglia di dormire. — Zio Efix, anche oggi la mia nonna raccontava che le vostre padrone erano ricche come don Predu. È vero o non è vero? — È vero, — disse il servo sospirando. — Ma non è ora di ricordar queste cose. Dormi. Il ragazzo sbadigliò. — Ma mia nonna racconta che dopo morta donna Maria Cristina, la vostra beata padrona vecchia, passò come la scomunica, in casa vostra. È vero o non è vero? — Dormi, ti dico, non è ora.... — E lasciatemi parlare! E perchè è fuggita donna Lia, la vostra padrona piccola? La mia nonna dice che voi lo sapete: che l’avete aiutata a fuggire, donna Lia: l’avete accompagnata fino al ponte, dove si è nascosta finchè è passato un carro sul quale ella è andata fino al mare. Là si è imbarcata. E don Zame, suo padre, il vostro padrone, la cercava, la cercava, finchè è morto. È morto là, accanto al ponte. Chi l’ha ucciso? Mia nonna dice che voi lo sapete.... — Tua nonna è una strega! Lei e tu, tu e lei lasciate in pace i morti! — gridò Efix; ma la sua voce era roca, e il ragazzo rise con insolenza. — Non arrabbiatevi, che vi fa male, zio Efix! Mia nonna dice che è stato il folletto, a uccidere don Zame. È vero o non è vero? Efix non rispose: chiuse gli occhi, si mise la mano sull’orecchio, ma la voce del ragazzo ronzava nel buio e gli sembrava la voce stessa degli spiriti del passato. Ed ecco a poco a poco tutti vengono attorno, penetrano per le fessure come i raggi della luna: è donna Maria Cristina, bella e calma come una santa, è don Zame, rosso e violento come il diavolo: sono le quattro figlie che nel viso pallido hanno la serenità della madre e in fondo agli occhi la fiamma del padre: sono i servi, le serve, i parenti, gli amici, tutta la gente che invade la casa ricca dei discendenti dei Baroni della contrada. Ma passa il vento della disgrazia e la gente si disperde, come le nuvolette in cielo attorno alla luna quando soffia la tramontana. Donna Cristina è morta; il viso pallido delle figlie perde un poco della sua serenità e la fiamma in fondo agli occhi cresce: cresce a misura che don Zame, dopo la morte della moglie, prende sempre più l’aspetto prepotente dei baroni suoi antenati, e come ques
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II. All’alba partì, lasciando il ragazzo a guardare il podere. Lo stradone fino al paese era in salita ed egli camminava piano perchè l’anno passato aveva avuto le febbri di malaria e conservava una gran debolezza alle gambe: ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie di fichi d’India; e la capanna lassù nera fra il glauco delle canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido. Ogni volta che se ne allontanava lo guardava così, tenero e melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di sè stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo. Ma sia fatta la volontà di Dio e andiamo avanti. Ecco a un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d’una collina simile a un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del Castello: da una muraglia nera una finestra azzurra vuota come l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore, i monticoli sopra i paesetti e in fondo la nuvola color malva e oro delle montagne Nuoresi. Efix cammina, piccolo e nero fra tanta grandiosità luminosa. Il sole obliquo fa scintillare tutta la pianura; ogni giunco ha un filo d’argento, da ogni cespuglio di euforbia sale un grido d’uccello; ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte solcato da ombre e da striscie di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell’antica città romana. Lunghe muriccie in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendìo selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto dànno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica città e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge timida fra tanta desolazione, e piante di melograni e di carrubi, gruppi di fichi d’India e palmizii dànno una nota di poesia alla tristezza del luogo. Ma a misura che Efix saliva questa tristezza aumentava, e a incoronarla si stendevano sul ciglione, all’ombra del Monte, fra siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e la Basilica pisana in rovina. Le strade erano deserte e le roccie a picco del Monte apparivano adesso come torri di marmo. Efix si fermò davanti a un portone attiguo a quello dell’antico cimitero. Erano quasi eguali, i due portoni, preceduti da tre gradini rotti invasi d’erba; ma mentre il portone dell’antico cimitero era sormontato appena da un’asse corrosa, quello delle tre dame aveva un arco in muratura e sull’architrave si notava l’avanzo di uno stemma: una testa di guerriero con l’elmo e un braccio armato di spada; il motto era: quis resistit hujas? Efix attraversò il vasto cortile quadrato, lastricato al centro, come le strade, da una di specie di solco in macigni per lo scolo delle acque piovane, e si tolse la bisaccia dalle spalle guardando se qualcuna delle sue padrone s’affacciava. La casa, a un sol piano oltre il terreno, sorgeva in fondo al cortile, subito dominata dal Monte che pareva incomberle sopra come un enorme cappuccio bianco e verde. Tre porticine s’aprivano sotto un balcone di legno a veranda che fasciava tutto il piano superiore della casa, al quale si saliva per una scala esterna in cattivo stato. Una corda nerastra, annodata e fermata a dei piuoli piantati agli angoli degli scalini, sostituiva la ringhiera scomparsa. Le porte, i sostegni e la balaustrata del balcone erano in legno finemente scolpito: tutto però cadeva, e il legno corroso diventato nero, pareva al minimo urto sciogliersi in polvere come sgretolato da un invisibile trivello. Qua e là però, nella balaustrata del balcone, oltre le colonnine svelte ancora intatte, si osservavano avanzi di cornice su cui correva una decorazione di foglie, di fiori e di frutta in rilievo, ed Efix ricordava che fin da bambino quel balcone gli aveva destato un rispetto religioso, come il pulpito e la balaustrata che circondava l’altare della Basilica. Una donna bassa e grossa, vestita di nero e con un fazzoletto bianco intorno al viso duro nerastro, apparve sul balcone; si curvò, vide il servo, e i suoi occhi scuri a mandorla scintillarono di gioia. — Donna Ruth, buon giorno, padrona mia! Donna Ruth scese svelta, lasciando vedere le grosse gambe coperte di calze turchine: gli sorrideva, mostrando i denti intatti sotto il labbro scuro di peluria. — E donna Ester? E donna Noemi? — Ester è andata a messa, Noemi s’alza adesso. Bel tempo, Efix! Come va laggiù? — Bene, bene, grazie a Dio, tutto bene. Anche la cucina era medioevale: vasta, bassa, col soffitto a travi incrociate nere di fuliggine; un sedile di legno lavorato poggiava lungo la parete al di qua e al di là del grande camino; attraverso l’inferriata della finestra verdeggiava lo sfondo della montagna. Sulle pareti nude rossiccie si notavano ancora i segni delle casseruole di rame scomparse; e i piuoli levigati e lucidi ai quali un tempo venivano appese le selle, le bisaccie, le armi, parevano messi lì per ricordo. — Ebbene, donna Ruth?... — interrogò Efix, mentre la donna metteva una piccola caffettiera di rame sul fuoco. Ma ella volse il gran viso nero incorniciato di bianco e ammiccò accennandogli di pazientare. — Vammi a prendere un po’ d’acqua, intanto che scende Noemi.... Efix prese il secchio di sotto al sedile; s’avviò, ma sulla porta si volse timido, guardando il secchio che dondolava. — La lettera è di don Giacintino? — Lettera? È un telegramma.... — Gesù grande! Non gli è accaduto nulla di male? — Nulla, nulla! Va.... Era inutile insistere, prima che scendesse donna Noemi; donna Ruth, sebbene fosse la più vecchia delle tre sorelle e tenesse le chiavi di casa (del resto non c’era più nulla da custodire) non prendeva mai nessuna iniziativa e nessuna responsabilità. Egli andò al pozzo che pareva un nuraghe scavato in un angolo del cortile e protetto da un recinto di macigni sui quali, entro vecchie brocche rotte, fiorivano piante di violacciocche e cespugli di gelsomini: uno di questi si arrampicava sul muro e vi si affacciava come per guardare cosa c’era di là, nel mondo. Quanti ricordi destava nel cuore del servo quest’angolo di cortile, triste di musco, allegro dell’oro brunito delle violacciocche e del tenero verde dei gelsomini! Gli sembrava di veder ancora donna Lia, pallida e sottile come un giunco, affacciata al balcone, con gli occhi fissi in lontananza a spiare anch’essa cosa c’era di là, nel mondo. Così egli l’aveva veduta il giorno della fuga, immobile lassù, simile al pilota che esplora con lo sguardo il mistero del mare.... Come pesano questi ricordi! pesano come il secchio pieno d’acqua che tira giù, giù nel pozzo. Ma sollevando gli occhi Efix vide che non era Lia la donna alta che si affacciava agile al balcone agganciandosi i polsi della giacca nera a falde. — Donna Noemi, buon giorno, padrona mia! Non scende? Ella si chinò alquanto, coi folti capelli neri dorati splendenti intorno al viso pallido come due bande di raso; rispose al saluto con gli occhi anch’essi neri dorati sotto le lunghe ciglia, ma non parlò e non scese. Spalancò porte e finestre, — tanto non c’era pericolo che la corrente sbattesse e rompesse i vetri (mancavano da tanti anni!) e portò fuori stendendola bene al sole una coperta gialla. — Non scende, donna Noemi? — ripetè Efix a testa in su sotto il balcone. — Adesso, adesso. Ma ella stendeva bene la coperta e pareva s’indugiasse a contemplare il panorama a destra, il panorama a sinistra, tutti e due d’una bellezza melanconica, con la pianura sabbiosa solcata dal fiume, da file di pioppi, di ontani bassi, da distese di giunchi e d’euforbie, con la basilica nerastra circondata di rovi, l’antico cimitero coperto d’erba in mezzo al cui verde biancheggiavano come margherite le ossa dei morti; e in fondo la collina con le rovine del Castello. Nuvole d’oro incoronavano la collina e i ruderi, e la dolcezza e il silenzio del mattino davano a tutto il paesaggio una serenità di cimitero. Il passato regnava ancora sul luogo; le ossa stesse dei morti sembravano i suoi fiori, le nuvole il suo diadema. Noemi non s’impressionava per questo; fin da bambina era abituata a veder le ossa che in inverno pareva si scaldassero al sole e in primavera scintillavano di rugiada. Nessuno pensava a toglierle di lì: perchè avrebbe dovuto pensarci lei? Donna Ester, invece, mentre risale a passo lento e calmo la strada su dalla chiesa nuova del villaggio (quando è in casa ha sempre fretta, ma fuori fa le cose con calma perchè una donna nobile dev’essere ferma e tranquilla) giunta davanti all’antico cimitero si fa il segno della croce e prega per le anime dei morti.... Donna Ester non dimentica mai nulla e non trascura di osservar nulla: così, appena nel cortile, s’accorge che qualcuno ha attinto acqua al pozzo e rimette a posto la secchia; toglie una pietruzza da un vaso di violacciocche, ed entrata in cucina saluta Efix domandandogli se gli han già dato il caffè. — Dato, dato, donna Ester, padrona mia! Intanto donna Noemi era scesa col telegramma in mano, ma non si decideva a leggerlo, quasi prendesse gusto ad esasperare l’ansia curiosa del servo. — Ester, — disse, sedendosi sulla panca accanto al camino, — perchè non ti levi lo scialle? — C’è messa nella basilica, stamattina; esco ancora. Leggi. Sedette anche lei sulla panca e donna Ruth la imitò; così sedute le tre sorelle si rassomigliavano in modo straordinario; solo che rappresentavano tre età differenti: donna Noemi ancora giovane, donna Ester anziana e donna Ruth già vecchia, ma d'una vecchiaia forte, nobile, serena. Gli occhi di donna Ester, un po’ più chiari di quelli delle sorelle, d’un color nocciola dorato, scintillavano però, infantili e maliziosi. Il servo s’era messo davanti a loro, aspettando; ma donna Noemi dopo aver spiegato il foglio giallo lo guardava fisso quasi non riuscisse a decifrarne le parole, e infine lo scosse indispettita. — Ebbene, dice che fra pochi giorni arriverà. È questo! Sollevò gli occhi e arrossì guardando severa il viso di Efix: anche le altre due lo guardavano. — Capisci? Così, senz’altro, quasi venga a casa sua! — Che ne dici? — domandò donna Ester, mettendo un dito fuor dell’incrociatura dello scialle. Efix aveva un viso beato: le fitte rughe intorno ai suoi occhi vivaci sembravano raggi, ed egli non cercava di nascondere la sua gioia. — Sono un povero servo, ma dico che la provvidenza sa quello che fa! — Signore, vi ringrazio! C’è almeno qualcuno che capisce la ragione, — disse donna Ester. Ma Noemi era ridiventata pallida: parole di protesta le salivano alle labbra, e sebbene come sempre riuscisse a dominarsi davanti al servo al quale pareva non desse molta importanza, non potè fare a meno di ribattere: — Qui non c’entra la provvidenza, e non si tratta di questo. Si tratta.... — aggiunse dopo un momento di esitazione, — si tratta di rispondergli netto e chiaro che in casa nostra non c’è posto per lui! Allora Efix aprì le mani e reclinò un poco la testa come per dire: e allora perchè mi consultate? — ma donna Ester si mise a ridere e s’alzò sbattendo con impazienza le due ali nere del suo scialle. — E dove vuoi che vada, allora? In casa del Rettore come i forestieri che non trovano alloggio? — Io piuttosto non gli risponderei niente, — propose donna Ruth, togliendo di mano a Noemi il telegramma che quella piegava e ripiegava nervosamente. — Se arriva, ben arrivato. Lo si potrebbe accogliere appunto come un forestiere. Ben venuto l’ospite! — aggiunse, come salutan
Inhaltsverzeichnis
In dieser Ausgabe
- 01Full text
- 02I
- 03II
- 04II.
- 05III
- 06III.
- 07IV
- 08IV.
- 09V
- 10VI
- 11VI.
- 12VII
- 13VII.
- 14VIII
- 15VIII.
- 16IX
- 17IX.
- 18X
- 19XI
- 20XI.
- 21XII
- 22XII.
- 23XIII
- 24XIII.
- 25XIV
- 26XIV.
- 27XV
- 28XV.
- 29XVI
- 30XVI.
- 31XVII
- 32XVII.
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