Italienisch Ausgabe
Literatur
Forse che sì forse che no
BooksWhale-Ausgabe auf Italienisch von Gabriele D’Annunzio
Un romanzo di modernità, volo, desiderio, rischio e passione distruttiva.
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Bucheinführung
Forse che sì forse che no
Forse che sì forse che no unisce velocità moderna, aviazione, eros e tensione psicologica. D’Annunzio vi porta il romanzo estetizzante dentro l’immaginario tecnico del Novecento.
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Gabriele D’Annunzio morì nel 1938, e Forse che sì forse che no fu pubblicato nel 1910. Queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione originale italiana.
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Forse che sì forse che no
LIBRO PRIMO.
— Forse — rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro il vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio ora argentino come i salici della pianura fuggente.
— Non forse. Bisogna che sia, bisogna che sia! È orribile quel che fate, Isabella: non ha alcuna scusa, alcuna discolpa. È una crudeltà quasi brutale, un'offesa atroce al corpo e all'anima, un disconoscimento inumano dell'amore e d'ogni bellezza e d'ogni gentilezza dell'amore, Isabella. Che volete voi fare di me? Volete rendermi ancor più disperato e più folle?
— Forse — rispondeva la donna, aguzzando il suo sorriso che il velo pareva confondere e quasi fumeggiare nei mobili riflessi, di sotto alle due ali ferrugigne che le coprivano gli orecchi inserite nel suo cappello a guisa d'elmetto intessuto d'una paglia larga e forte come trùcioli di frassino.
— Ah, se l'amore fosse una creatura viva e avesse gli occhi, potreste voi guardarlo senza vergognarvi?
— Non lo guardo.
— Mi amate?
— Non so.
— Vi prendete gioco di me?
— Tutto è gioco.
Il furore gonfiò il petto dell'uomo chino sul volante della sua rossa macchina precipitosa che correva l'antica strada romana con un rombo guerresco simile al rullo d'un vasto tamburo metallico.
— Siete capace di metter la vita per ultima posta?
— Capace di tutto.
Parve guizzarle tra i denti e il bianco degli occhi l'acutezza del sorriso formidabile come il baleno d'un'arme a doppio taglio. Con la destra il furibondo afferrò la leva, accelerò la corsa come nell'ardore d'una gara mortale, sentì pulsare nel suo proprio cuore la violenza del congegno esatto. Il vento gli mozzava le parole su le labbra arsicce.
— Ora ho la vostra vita nelle mie mani come questo cerchio.
— Sì.
— Posso distruggerla.
— Sì.
— Posso in un attimo scagliarla nella polvere, schiacciarla contro le pietre, fare di voi e di me un solo mucchio sanguinoso.
— Sì.
Protesa ella ripeteva la sillaba sibilante, con un misto d'irrisione e di voluttà selvaggia. E veramente l'uno e l'altro sangue si rinforzavano, balzavano; l'uno contro l'altro parevano ardere ed esplodere come l'essenza accesa dal magnete nel motore celato dal lungo cofano.
— La morte, la morte!
Non sbigottita ma ebra, ella mirava l'imagine di lui nel fanale mediano, ch'era come un teschio orecchiuto, costrutto di tre metalli: mirava nella spera convessa del rame il capo rimpicciolito, ingrossato il basso del corpo, la mano sinistra enorme su la guida dello sterzo. Percotendo il sole nella spera, il foco divorava la faccia; e dell'imagine allora non appariva a lei se non il mostruoso torace decapitato e il pugno gigantesco nel guanto rossastro.
— Mi tenterai e mi deluderai ancóra?
— Forse.
— Vedi quel carro, laggiù?
— Lo vedo.
Le parole erano come faville fulminee che si partissero non dalla bocca senza respiro ma dall'apice del cuore lottante. Il vento le rapiva e le mesceva all'immenso vortice di polvere alzato nella traccia spaventosa. Parevano non avere la figura del suono ma quella dell'ardore, disumanate dalla brevità nella luce, dalla solitudine nello spazio.
— Chiudi gli occhi, dammi le labbra.
— No.
— Mordimi, e chiudi gli occhi.
— No.
— Moriamo.
— Eccomi.
Combattevano senza toccarsi ma invasi dallo stesso delirio che agita gli amanti acri d'odio carnale sul letto scosso, quando il desiderio e la distruzione, la voluttà e lo strazio sono una sola febbre. Il mondo non fu se non polvere dietro di loro; le forze si alternarono e si confusero. La donna era separata sul suo sedile, né sfiorava pur col gomito il compagno; ma soffriva e gioiva come se i due pugni dominatori non reggessero il cerchio, ben lei tenessero presa per gli òmeri squassandola. E trasposta era in lui l'illusione medesima, ché egli sentiva sotto le sue mani nella potenza dell'impulso grandeggiare il palpito della creatura agognata. Ed entrambi, come nella mischia ignuda, avevano il viso cocente ma nella schiena il brivido gelido.
— Non temi?
— Non temo.
Ella guardava la morte e non credeva alla morte. Vide l'ombra d'un pioppo su la via splendida; distinse sul ciglio erboso il fiore intatto del vento, il labile globo di piuma sul gambo sottile; si contrasse, divenuta un solo istinto vitale dalla nuca al tallone, imitando il guizzo delle rondini vive che sfioravano il cofano pieno di fremito. E non mai aveva conosciuto la sua propria forma come in quel punto, non mai nel suo letto, non mai nel suo bagno, non mai davanti al suo specchio: le lunghe gambe lisce come quelle dei chiari Crocifissi d'argento levigate da mille e mille labbra pie; l'esiguità delle ginocchia agevoli in cui era il segreto del passo ammirabile; le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi; e le braccia non molli ma salde che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una ghirlanda rinnovata a ogni alba; e chiuse nei guanti flosci le magre mani fino alle unghie screziate di bianco, sensibili come il cuore purpureo, ricche di un'arte più misteriosa che i segni scritti nelle palme; e tutto il calore diffuso sotto la pelle come una stagione dorata, e l'inquietudine delle vene, e l'odore profondo.
VorschaukapitelPart 2Vorschau
Allora le ingiurie rauche e i pugni tesi dei cozzoni di cavalli le raddrizzarono in un sussulto energico le reni indolenzite.
— Avanti! Non vi fermate! Avanti!
La mandra scalpitava sprangava s'impennava intorno alla macchina fragorosa: lunghe criniere, lunghe code arrossate dall'intemperie; teste montonine con la favilla bianca dello spavento nell'angolo dell'occhio; poledri villosi come orsatti, su le alte gambe gracili; e l'urto degli zoccoli, e l'onda delle groppe, e l'odor selvaggio nel soffocante nuvolo.
— Muoio di sete — ella disse, quando il tumulto e il clamore furono superati. — Ho sete di quell'acqua verde; ho voglia d'inginocchiarmi sul margine e di tuffare il viso tra due ninfee.
Ella sollevò il velo, mostrò il viso nudo. Egli si volse a guardarla, con qualcosa di cavo nel petto, ch'era come l'impronta di quella nudità sempre nuova. Ella si prendeva le labbra tra i denti alternamente, inumidendole d'una stilla tratta con uno sforzo penoso dal fondo della gola. E i suoi occhi parevano aver perduta la pupilla, erano senza centro, pieni d'un tremolìo chiaro di forze che scaturivano dal buio come il gorgóglio delle dure polle nel letto delle fontane; e il segno nero nell'orlo della pàlpebra inferiore, segnato dall'arte mattutina, persisteva netto rilevando l'inumana chiarità delle iridi, allargando la larga orbita, appassionando la bellezza per la volontà di farsi più acuta.
— Ah, che cielo! Non lo vedete?
Era pallido il cielo, quasi candido, con un'apparenza eguale, eppure per ovunque variato come una mescolanza indefinita di ardori che salissero dalla terra e scendessero dal sommo, come una fluttuazione continua di cose diafane e sensibili che quella faccia riversa ricevesse su i cigli e con un battito di cigli rimandasse fino ai limiti del silenzio.
— Che faremo?
La sua ansia le diceva che il suo destino era sospeso nella luce del più lungo giorno. Ella aveva dinanzi a sé l'imagine della sua felicità riversa come la sua faccia nell'atto di mordere il dolore come un frutto maturo che la bagnasse di succo vermiglio. E non sapeva se volesse continuare senza termine quella corsa o se volesse fare una sosta in una solitudine sconosciuta. Il pensiero involontario incurvava la sua spalla secondo la forma del braccio maschile.
— Aspetteremo Vana e Aldo sotto la porta?
Appariva una esedra rossa su un prato sparso di gelsi ove pascolavano cavalli bai. Dinanzi erano le mura della città fendute di feritoie.
— Paolo, Paolo, — disse ella abbandonandosi perdutamente a quell'ansia ch'ella non dominava più — vi prego, fermiamoci a vedere la Reggia. Bisogna ch'io la veda. È la Reggia d'Isabella. Sarà ancóra aperta a quest'ora? Voglio, voglio entrare a qualunque costo. Vi prego! Bisogna che oggi io la veda. Fatemi questo dono!
Il suo meraviglioso tormento e il suo furore di voluttà e la sua riluttanza e il suo orgoglio e la sua stanchezza e la sua sete ora a un tratto si dissolvevano e si confondevano in una visione allucinante dell'amore su la ruina. Ella guardò l'inchinato sole per fermarlo col suo vóto.
— È la Reggia d'Isabella. Bisogna ch'io la veda.
— Forse è tardi.
— Non è tardi.
— Son passate le sei.
— Il giorno dura fino alle nove, oggi.
— Il custode non ci aprirà.
— Bisogna che apra. Voglio.
— Proviamo.
— Sono certa. Voglio.
La macchina s'arrestò alla porta. I doganieri s'appressarono. Nel rombo assordante, ella chinò verso di loro la sua faccia che ardeva tra le due ali come illuminata dall'ispirazione. Anelava.
— Dov'è la Reggia?
Un di loro attonito indicò la via. Taciturna e quasi deserta era la città distesa nella sua palude e nella sua tristezza. Le memorie la empivano d'un silenzio che le rondini laceravano con le strida e traevano a lembi nei loro piccoli artigli pel cielo argentino.
— E Vana? E Aldo?
— Certo, giunti alla porta, domanderanno se siamo passati.
— Domanderanno? Ecco la piazza!
La piazza era solitaria e lunga, fra palagi e torri e moli sacre, con grandi ombre respiranti in una storia di magnificenza, di gentilezza, di lussuria, di tradimento e di uccisione. Le rondini vi gettavano un clamore quasi deliro. La Reggia era chiusa. E parve alla creatura febrile che chiuso vi fosse il suo più profondo destino. Ella balzò a terra, anelante; e, simile alla figlia scacciata che ritorna in demenza, si pose a battere l'imposta coi due pugni chiusi.
VorschaukapitelPart 3Vorschau
Un lento fiume si partiva da loro, generato da quella congiunzione, da quell'immensità di gioia ch'essi avevano contenuta sino a quel punto inconsapevoli. Inondava la Reggia, passava per le innumerevoli soglie ov'era passata la loro angoscia, traeva seco tutti i resti della bellezza, sboccava nei giardini ch'essi avevano contemplato e in quelli ch'eran rimasti invisibili, traversava la palude, solcava la pianura, si perdeva senza foce nell'estate senza confine. E il gemito sommesso, debole come il fiotto d'un bambino infermo, accompagnava il miracolo; ché, pur mordendo, la donna non cessò da quella implorazione quasi senza suono, onde la voluttà pareva soffusa di dolore e velato di pietà il combattimento.
— Non più!
— Ancóra! Ancóra!
— Non più!
Un gran sobbalzo la distaccò dall'amante. E le sue pàlpebre gravi battevano per respingere la nube addensata, per riacquistare il lume, per distinguere il fantasma dalla presenza certa. Era ancóra l'imagine nello specchio? Era ancóra lo sguardo della follia negli occhi suoi divenuti estranei? Era il pallore stesso della sua perdizione quello? Ah, non credeva di poter essere tanto livida!
Era Vana, Vana nel colore della morte ma respirante, appoggiata contro lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più serrarli. Era la sua piccola sorella.
E la voce di Vana era quella che parlava, se bene irriconoscibile. Con affannosa rapidità Vana, senza potere ancor muoversi, disse:
— Ora viene Aldo.
S'udiva il passo del fratello nella stanza contigua. Lo sforzo della dissimulazione fu concorde. L'adolescente apparve su la soglia, corrucciato.
— Ah, siete qui? Vi troviamo finalmente! Avreste ben potuto aspettarci, o almeno degnarvi di lasciar detto qualcosa per noi alla Porta Pusterla.
— Credevamo che tu fossi lì lì per raggiungerci — rispose Isabella, domato il turbamento. — C'era parso di udire la tua cornetta, Aldo. E abbiamo pur lasciato il custode giù.
— Sorte, che Vana è indovina! Per tutta la strada non abbiamo fatto che mangiar polvere.
— Al momento di partire, non t'ho io proposto d'andare avanti? — disse Paolo Tarsis.
— Ma tu hai una torpedine da corsa e io ho una testuggine di palude.
— Ottima per questo paese, dunque.
Paolo desiderò di scomparire, di ritrovarsi in qualsiasi parte ma lontano. In quella falsa gaiezza si risolveva la sua gioia di porpora!
— Piccolo, via, non mi tener broncio. Sei sempre scontento — disse Isabella, morbida, lisciando con l'anulare i fini sopraccigli del fratello velati come di cipria.
— Isa, promettimi che vieni con me pel resto della strada e mandi Morìccica con Paolo.
— Sì, se vuoi.
— Voglio, voglio.
— Ah, come ti vizio!
— Che hai nei denti?
— Che ho?
Ella serrò la bocca e di sotto fece scorrere su i denti rapida la lingua.
— Anche nel labbro.
— Che ho?
— Un po' di sangue.
— Sangue?
Ella cercava il fazzoletto; e si traeva indietro con moti quasi coperti, chinando sotto le ali ferrugigne il viso ch'ella credeva di fiamma. Con una tenerezza accigliata ch'era una crudeltà inconsapevole, il fratello insisteva da presso; stendeva la mano verso di lei; le prendeva tra il pollice e l'indice il labbro inferiore; diceva:
— Hai un piccolo taglio.
Involontariamente Paolo si volse dall'altra parte, con l'atto di guardare sul camino di marmo rosso lo specchio barocco in una ghirlanda di Amorini alati, stretto dall'ansia, temendo che su lui apparisse la medesima traccia. Scorse il capo di Vana alzato verso il labirinto del soffitto e percosso da un fascio di luce sinistra. Con un colpo sordo nel cuore, udì l'accento della voce ammirabile nella menzogna. Conobbe la nuova qualità di quella voce, che diceva:
— Ah sì, forse, quando son caduta, dianzi laggiù, mettendo il piede in una buca dell'ammattonato....
Ed ella cercava il fazzoletto per coprirsi la bocca come se le fosse tutta una ferita cocente.
— Tieni — disse Vana porgendole il suo.
Era rimasta col capo levato verso il soffitto, come assorta, come attenta a udire il custode narrarle l'avventura di Vincenzo Gonzaga, che illustrava l'emblema parlante; ma non aveva mai distolto dalla sorella lo sguardo obliquo, quell'iride chiara sì duramente torta nell'angolo delle pàlpebre. E Paolo vide nel fascio di luce il risalto del bianco, intenso come smalto, su la stretta faccia olivastra; vide quella mano tesa. E nella faccia e nella mano era tanta forza d'espressione e d'illuminazione ch'elle parevano sorpassare la realtà e intagliarsi nel cielo stesso del fato, come quando il crinale delle Dolomiti solo arde nei crepuscoli inciso contro tutta l'ombra, e ciascuno dei suoi rilievi s'addentra nell'anima di chi mira, e vi s'eterna.
Inhaltsverzeichnis
In dieser Ausgabe
- 01Part 1
- 02Part 2
- 03Part 3
- 04Part 4
- 05Part 5
- 06Part 6
- 07Part 7
- 08Part 8
- 09Part 9
- 10Part 10
- 11Part 11
- 12Part 12
- 13Part 13
- 14Part 14
- 15Part 15
- 16Part 16
- 17Part 17
- 18Part 18
- 19Part 19
- 20Part 20
- 21Part 21
- 22Part 22
- 23Part 23
- 24Part 24
- 25Part 25
- 26Part 26
- 27Part 27
- 28Part 28
- 29Part 29
- 30Part 30
- 31Part 31
- 32Part 32
- 33Part 33
- 34Part 34
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