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Italienisch Ausgabe

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Una nobile follia

BooksWhale-Ausgabe auf Italienisch von Iginio Ugo Tarchetti

Un romanzo della Scapigliatura contro militarismo, conformismo e retorica sociale.

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Una nobile follia

Una nobile follia unisce passione, critica antimilitarista e tensione morale nello stile inquieto della Scapigliatura. Questa edizione italiana è adatta ai lettori di narrativa ottocentesca, dissenso e letteratura civile.

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Iginio Ugo Tarchetti morì nel 1869, e Una nobile follia fu pubblicato nel 1867. Queste date sostengono il fondamento di pubblico dominio del testo italiano originale.

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Una nobile follia

Iginio Ugo Tarchetti

VorschaukapitelUNA NOBILE FOLLIAVorschau

...Tant’è; non potevo prestar fede a me stesso: tornai a rileggere quella lettera: «Ho il cuore teneramente commosso. Da un giovane ufficiale che ti conosce, al quale ho offerto ospitalità nella mia famiglia, ho inteso che tu sei a..., a venti miglia di qui, e sulle mosse per recarti in Francia. Questa notizia mi ha tutto agitato. Sono sette anni che non ti vedo. Potrò ora abbracciarti? Mia moglie, i miei figli ti attendono; non sono più solo: la fortuna ha collocato un abisso tra la mia vita passata e la mia vita attuale; ma per quella misteriosa attrazione che l’uomo ha poi sempre verso il dolore, io desidero di rivivere teco nel passato, fosse un’ora soltanto; tu non negherai questa ineffabile consolazione al tuo amico.» Mi rincantucciai nell’angolo della carrozza per nascondere l’alterazione del mio viso, e mi portai una mano sul cuore, come per contenerne il sussulto: il mio amico, l’amico della mia infanzia, Vincenzo!... Ed era stato detto che un amore sventurato, che un rovescio di fortuna irrimediabile l’avevano tratto ad uccidersi. Io l’avevo pianto morto, io lo avevo quasi dimenticato; non credevo di rinvenirlo più sulla terra. Oh! la terribile sorpresa di rivedere viva una persona che credevamo estinta, la solenne mestizia di un ritrovo dopo sette anni di una vita ignorata e sofferente. E non dovevo rivederlo più solo... una moglie, dei figli... Quale sarà dunque il segreto di questo esistenza misteriosa? Quali le fila di questo destino imperscrutabile? E guardai il cielo, e mi sentivo gli occhi pieni di lagrime, e dissi fervorosamente: — Oh mio Dio, fate che io possa trovare il mio amico felice! Su per la salita del colle, i passeggieri discesero dalla vettura, e discesi io pure con essi. Mi incamminavo avanti a passi accelerati per rimanermene solo: era un bel mattino di maggio, la primavera era nel suo pieno sviluppo; e quelle praterie, e quei colli che le cingevano come un anfiteatro gigantesco, parevano uno di quei quadri mera vigliosi che la natura ha disseminati qua e colà sulla terra, quasi per attestare il vigore della sua potenza creatrice: prati tutti rosati leggermente di margherite, siepi di biancospino fiorite, padiglioni di clematidi e di caprifogli; e lungo i filari dei salici alcune tordelle di montagna che andavano e venivano a piccoli voli da un albero all’altro, e folate di passeri a migliaia. Tornai indietro per quindici anni nella mia vita: la mia imaginazione mi trasportò in quel piccolo paradiso della mia patria, che non avevo più riveduto da lungo tempo, e risentii quella sensibilità vergine e squisita che è propria della prima giovinezza. In quei luoghi avevo spesso folleggiato con Vincenzo... spesso! Noi vi avevamo passato la nostra infanzia. Ve lo rividi fanciullo come in quel tempo, co’ suoi occhi del colore della pervinca, col suo viso sorridente e gentile, coronato di capelli ricciuti e biondissimi: rividi quelle lunghe siepe di rovi dove venivamo a raccogliere assieme i frutti del lampone selvatico, e quella viuzza serpeggiante a precipizio, e quei molinelli di giunco sospesi sopra il ruscello, e quei vecchi pioppi vestiti di licheni secolari, dove le piche dalla coda azzurra collocavano, sfidandoci, i loro nidi. Oh, i primi anni dell’infanzia! Questo affacciarsi alla vita colla baldanza che dà una felicità non contesa; e la cieca imprevidenza, la piena sicurezza dell’avvenire, la felice ignoranza del dolore... chi può rammentare quell’età senza lagrime? Ma gli affetti rimangono allora assopiti, il cuore non si è ancora aperto: le sensazioni dell’infanzia sono vaghe, indefinibili, incomprese; sono un fremito di tutte le potenze intellettuali che si sviluppano e tentano di soverchiarsi nella lotta; sono le note di una musica divina, ma echeggianti tutte ad un tempo, senza legge di accordo e senza misura; e quando l’anima si apre agli affetti, quando incomincia la conoscenza dell’esistere, e le note di questa musica armonizzano coi numeri e colla poesia dell’universo, il labbro che si accosta al calice del piacere vi sugge i primi sconforti e le prime amarezze della vita. Il dolore è una scienza che non ha d’uopo di lunghi ammaestramenti per essere appresa. Il primo affetto nasce sempre col primo dolore, quando pure il dolore non preesisteva all’affetto. — Vincenzo ed io fummo separati a dodici anni; io non rammenterò qui lo strazio di quella separazione: ciascuno di noi fu chiuso fra le pareti di un collegio, e quando ci rivedemmo ne contavamo venti caduno. Uno spazio di tempo assai lungo ci aveva dunque divisi; non erano più due amici che si rivedevano, ma due sconosciuti avvinti da un solo e fragile legame, quello di una rimembranza. Infatti io non lo avrei potuto riconoscere: — indarno avrei tentato di ravvisare in quel giovane maschio ed elegante quel piccolo Vincenzo dai capelli d’oro e dagli occhi del color della pervinca: indarno egli avrebbe voluto riconoscere in me quel fanciullo debole, timido e pensieroso di un tempo. Ma quanto le nostre anime avevano altresì deviato l’una dall’altra nel loro sviluppo! quanta differenza nella nostra indole e nei nostri costumi! Nè io credo che se quell’incontro fosse stato il primo della nostra vita, le nostre anime avrebbero simpatizzato l’una per l’altra. Esiste generalmente tra gli uomini una specie di repulsione naturale e istantanea che, una volta superata, lascia poi scorgere le qualità intime del nostro carattere, e dà luogo all’amore, o almeno alla tolleranza; giacchè il fondo del cuore umano è sempre uguale, sempre le medesime virtù, sempre gli stessi vizi; nè i misantropi sono per altro misantropi, che per la loro ripugnanza a superare questa prima ripulsione. Vincenzo ed io eravamo cresciuti insieme, e quantunque ci rivedessimo mutati di sembianze e di cuore, vi erano ancora le memorie di un passato comune che ci univano. Lo riabbracciai come un fratello, e provai una specie di orgoglio tacito e delicato, e un intenerimento di cuore ineffabile nel rivederlo così giovane, così avvenente, e presumibilmente felice. Felice? Egli certamente lo era; era ciò che si dice un giovane di mondo; i suoi modi parevano acquistati al contatto della più eletta società, il critico più severo in fatto di moda non avrebbe segnalata una menda nel suo abito o nella spartitura della sua zazzera: un pittore lo avrebbe tolto a modello per le sue forme: un romanziere ne avrebbe tratto lo schizzo fisiologico del libertino; tutto accennava in lui a quella baldanza giovanile e a quella petulanza innocente che nasce dalla prosperità e dalla fortuna. — Tu mi sembri malato, egli mi aveva detto osservando il profilo melanconico del mio viso; per il cielo! si direbbe che tu soffri. Hai tu penuria di donne o di danaro? E mi aveva offerta la sua borsa, e mi aveva indicato un ciondolo del suo orologio che era, diceva egli, la sua impresa; e consisteva in un grosso cuore di corallo sanguigno, con una piastrella d’argento orlata d’oro su cui era scritto da una parte — à louer — e dall’altra disponible . Egli era lo spirito più bizzarro del mondo. Io mi sentiva tratto ad amarlo, quantunque nessuno de’ suoi sentimenti potesse trovare un’eco nella mia anima; egli mi amava perchè trovava in me una diversione alle sue idee, e talora un consigliere affettuoso e cordiale. Ma ciò non ha che fare col mio racconto. Passerò di volo su questi due anni, chè tanti ne vivemmo uniti, e non aggiungerò altro, se non che all’epoca della nostra separazione egli era divenuto tacito e pensieroso: un amore profondo e verace agitava per la prima volta il suo cuore; il dileguarsi improvviso della sua fortuna lo aveva richiamato alla vita domestica e solitaria: io assistevo in lui a quella reazione che suol succedere in tutte le anime rette, condotte sulla via del libertinaggio non da malvagità di natura, ma da istinto d’imitazione e da difetto della scienza sperimentale della vita. Ci lasciammo con molte lagrime: quell’abbandono ci rivelava tutta la forza della nostra amicizia. Un anno dopo, trovandomi in un gabinetto di lettura a Strasburgo, avevo letto in un giornale italiano queste parole: «Un giovane di distinta condizione, Vincenzo D..., si uccise la scorsa notte nella sua camera, esplodendosi ad un tempo due pistole nel viso. Dicesi che un grave dissestamento de’ suoi interessi lo abbia tratto a questa triste risoluzione.» Ed ora? Io stavo per rivederlo, io stavo per riabbracciarlo... E non più solo.. una moglie, dei figli... E potevo io ingannarmi? Osservai ancora la sua lettera; erano ben quelli i suoi caratteri; non v’era luogo a dubitarne... Vincenzo viveva. ⁂ Picchiai leggermente alla porta — il cuore mi batteva per l’impazienza e per una certa sensazione sconosciuta che non sapevo definire a me stesso. Udii il fruscio d’un abito femminile, e le grida echeggianti di bambini nel corridoio, e un istante dopo, una donna giovane e bellissima venne ad aprire. — Vincenzo..., mormorai io trattenendomi sulla soglia dell’uscio tra l’incertezza e la confusione. — Ugo..., diss’ella, non m’inganno, io vi riconosco bene dal ritratto che me ne fece mio marito. E mi porse la mano come se ci fossimo conosciuti da lungo tempo. Teresa era una di quelle creature privilegiate che sembrano collocate dal cielo quaggiù per attestare in faccia alla società, spesso corruttrice e corrotta, la santa e nobile missione della donna. Io non avevo veduto mai un sorriso più dolce, un viso più aperto, due occhi più ingenui e verecondi. — Vedete, mi diss’ella con orgoglio santissimo di madre, ecco i miei figli; e mi spinse tra le ginocchia il maggiore che poteva contare sei anni mentre fece cenno a un biondino, che si stava rincantucciato in un angolo, guardandomi tutto timoroso di traverso, perchè mi si accostasse. E stringendo la mia mano prima di abbandonarla, aggiunse: trattenetevi un istante con essi, volo a chiamare mio marito. Chi non ha avuto un amico, chi non ha provato tutta la forza di questo sentimento assai più nobile dell’amore, assai più forte dell’affetto domestico; chi non ha ricevuto dalla natura quella delicata sensibilità che ci lega al passato e ne rinverdisce e ne concretizza quasi le memorie, non può imaginare quelle sensazioni indefinibili che il mio amico ed io provammo nel rivederci. Si direbbe che l’amicizia riassuma in sè sola tutto il vigore e tutte le proprietà che l’amore mostra di possedere nei vari aspetti sotto cui si presenta nei cuori umani: a quindici anni si amano gli uomini, a venti le donne, a trenta la famiglia, e più oltre sè stessi; ma in tutte le fasi di questi affetti, e nell’egoismo abituale che li domina, rimane pur sempre un lato del cuore incontaminato, una parte incorrotta che l’amico serba all’amico, un altare dove la fiamma divina dell’amicizia arde inestinguibile per rammentare agli uomini la loro missione di carità e di amore. Vincenzo aveva certo subito delle dure prove nel mondo; qualche grande amarezza, di quelle che non si dimenticano più nella vita, doveva averlo travagliato nei primi anni della nostra separazione. Io lessi sul suo viso una storia che mi struggevo di ascoltare dal suo labbro: — non era più quel viso ardito e gioviale, quelle guancie non solcate dal pensiero, quell’occhio vivace e inquieto; ma nella sua stessa serenità vi era qualche cosa di pensieroso e di malinconico, la sua espressione tradiva un segreto mal celato, accusava in lui quello strazio lento, continuo, irrimediabile, che cagiona qualche terribile rimembranza... La sera era limpida e profumata: ci sedemmo sotto un pergolato nel piccolo cortile. — Tu vuoi che io ti narri la mia storia, mi diceva il mio amico, e forse l’aver tu ascoltato la notizia della mia morte ti fa supporre degli strani avvenimenti nella mia vita. Ma io non ne fui che l’oggetto: non è la mia storia quella che mi accingo a raccontarti, ma quella di un uomo generoso, di cui nessuno ha conosciuto la virtù, di cui nessuno ha apprezzato la nobiltà dell’animo e la dolce mitezza del cuore. Quell’uomo fu creduto pazzo, visse e morì da pazzo; così avrebbero giudi

VorschaukapitelQUI SI SCOMPONGONO GLI ATOMIVorschau

QUI SI SCOMPONGONO GLI ATOMI

Inhaltsverzeichnis

In dieser Ausgabe

  1. 01Full text
  2. 02UNA NOBILE FOLLIA
  3. 03QUI SI SCOMPONGONO GLI ATOMI
  4. 04CHE RIUNITI
  5. 05FORMARONO PER XXVII ANNI
  6. 06UN CORPO DELLA RAZZA UMANA
  7. 07CHIAMATO VINCENZO D***
  8. 08NON ARRESTATEVI AD INVOCARMI PACE O MORTALI
  9. 09LA QUIETE DEL MIO SEPOLCRO È INALTERABILE.

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