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文学
Corbaccio
意大利语 BooksWhale 版本 · Giovanni Boccaccio
Un sogno visionario trasforma una delusione amorosa in una satira tagliente delle convenzioni e della vanità.
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图书简介
Corbaccio
Nel Corbaccio, il narratore entra in un paesaggio onirico e incontra una guida che lo conduce a una polemica vivace e aspra. L’opera mostra un Boccaccio diverso dal narratore del Decameron: più personale, satirico e intento a mettere in scena il dissidio fra desiderio e disinganno.
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Opera del XIV secolo di Giovanni Boccaccio, morto nel 1375. Il testo originale è di pubblico dominio nei principali mercati considerati; non includere note o commenti moderni protetti.
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Corbaccio
COMINCIA IL LIBRO
CHIAMATO
CORBACCIO
COMPOSTO
PER L’ELOQUENTE
MESSER GIOVANNI
BOCCACCI
DA CERTALDO, POETA
ILLUSTRE.
Q ualunque persona, tacendo, i beneficii ricevuti nasconde, senza aver di ciò cagion convenevole, secondo il mio giudicio, assai manifestamente dimostra sè essere ingrato e mal conoscente di quegli. O cosa iniqua e a Dio dispiacevole e gravissima a’ discreti uomini, il cui malvagio fuoco il fonte secca della pietà! del quale, acciocchè niuno mi possa meritamente riprendere, intendo di dimostrare nell’umile trattato seguente una spezial grazia, non per mio merito, ma per sola benignità di colei, che impetrandola da colui che volle quello ch’ella medesima, nuovamente mi fu conceduta. La qual cosa faccendo, non solamente parte del mio dover pagherò, ma senza niuno dubbio potrò a molti lettori di quella fare utilità. E perciò, acciocchè questo ne segua, divotamente priego colui, dal quale e quello di che io debbo dire, e ogni altro bene procedette e procede, e di tutti, come per effetto si vede, è larghissimo donatore, che alla presente opera della sua luce sì fattamente illumini il mio intelletto, e la mano scrivente regga, che per me quello si scriva che onore e gloria sia del suo santissimo nome, e utilità e consolazione dell’anime di coloro li quali per avventura ciò leggeranno, e altro no.
Non è ancora molto tempo passato, che ritrovandomi solo nella mia camera, la quale è veramente sola testimonia delle mie lagrime, de’ sospiri e de’ rammarichii, siccome assai volte davanti avea fatto, m’avvenne ch’io fortissimamente sopra gli accidenti del carnale amore cominciai a pensare: e molte cose già passate volgendo, e ogni atto e ogni parola pensando meco medesimo, giudicai che senza alcuna mia colpa io fossi fieramente trattato male da colei, la quale io mattamente per mia singulare donna eletta avea, e la quale io assai più che la propria vita amava, e oltre ad ogni altra onorava e reveriva. E in ciò parendomi oltraggio e ingiuria, senza averla meritata, ricevere, da sdegno sospinto, dopo molti sospiri e rammarichii amaramente cominciai, non a lagrimare solamente, ma a piagnere. E in tanto d’afflizione trascorsi, ora della mia bestialità dolendomi, ora della crudeltà trascurata di colei, che uno dolore sopra un altro col pensiero aggiugnendo, estimai che molto meno dovesse essere grave la morte che cotal vita, e quella con sommo desiderio cominciai a chiamare: e dopo molto averla chiamata, conoscendo io che essa, più che altra cosa crudele, più fugge chi più la desidera, meco immaginai di costrignerla a trarmi del mondo. E già del modo avendo diliberato, mi sopravvenne un sudore freddo, e una compassion di me stesso, con una paura mescolata di non passare di malvagia vita a piggiore se io questo facessi, che fu di tanta forza, che quasi del tutto ruppe e spezzò quello proponimento che io davanti reputava fortissimo: perchè ritornatomi alle lagrime e al primiero rammarichio tanto in esse multiplicai, che ’l desiderio della morte, dalla paura di quella cacciato, ritornò un’altra volta: ma tolto via come la prima, e le lagrime ritornate, a me in così fatta battaglia dimorante, credo da celeste lume mandato, sopravvenne un pensiero, il quale così nella afflitta mente meco cominciò assai pietosamente a ragionare. Deh stolto, che è quello a che il poco conoscimento della ragione, anzi più tosto il discacciamento di quella, ti conduce? Or se’ tu sì abbagliato che tu non t’avvegghi che, mentre tu estimi altrui in te crudelmente adoperare, tu solo se’ colui che verso te incrudelisci? Quella donna, che tu, senza guardar come, incatenata la tua libertà, e nelle sue mani rimessa, t’è, siccome tu di’, di gravi pensieri cagione: tu se’ ingannato; tu, non ella ti se’ della tua noia cagione: mostrami dov’ella venisse ad isforzarti che tu l’amassi: mostrami con quali armi, con quali giurisdizioni, con qual forza ella t’abbia qui a piagnere e a dolerti menato, o ti ci tenga: tu nol mi potrai mostrare, perciocch’egli non è. Vorrai forse dire: ella conoscendo ch’io l’amo, dovrebbe amar me, il che non faccendo, m’è di questa noia cagione, e con questo mi ci mena, e con questo mi ci tiene? Questa non è ragione ch’abbia alcun valore: forse che non le piaci tu: come vuo’ tu che alcuno ami quello che non gli piace? dunque se tu ti se’ messo ad amar persona a cui tu non piaci, non è, se mal te ne viene, colpa della persona amata, anzi è tua, che sapesti male eleggere: dunque se per non essere amato ti duoli, te ne se’ tu stesso cagione. E perchè apponi tu ad alcuno quello che tu medesimo t’hai fatto e ti fai? E certo per lo averti tu stesso offeso meriteresti tu appo giusto giudice ogni grave penitenzia: ma perciocch’ella non è quella che al tuo conforto bisogna, anzi sarebbe uno aggiugnere di pena sopra pena, non è ora da andar cercando questa giustizia: ma veggiamo, se tu in te stesso incrudelisci, quel che tu avrai fatto. Ciò che l’uomo fa, o per piacere a sè stesso, o per piacere ad altrui, o per piacere a sè e ad altrui il fa, o per lo suo contrario. Ma veggiamo se quello a che la tua bestialità ti reca è tuo piacere o dispiacere. Che egli non sia tuo piacere assai manifestamente appare, perciocchè s’e’ ti piacesse tu non te ne rammaricheresti, nè ne piangeresti come tu fai. Resta dunque a vedere se questo tuo dispiacere è piacere o dispiacere d’altrui. Nè d’altrui è ora da cercare, se non di quella donna per cui tu a ciò ti conduci, la quale senza dubbio o ella t’ama, o ella t’ha in odio, o egli non è nè l’uno nè l’altro. Se ella t’ama, senza niuno dubbio la tua afflizione l’è noiosa e dispiacevole: or non sai tu, che per far noia e dispiacere ad altrui non s’acquista nè si mantiene amore, anzi odio e nimistà? Non pare che tu abbi tanto caro l’amore di questa donna quanto tu vuogli mostrare, se tu con tanta animosità fai quello che le dispiace, e disideri di far peggio. Se ella t’ha in odio, se tu non se’ del tutto fuori di te, assai apertamente conoscer dei, niuna cosa poter fare che più le piaccia, che lo impiccarti per la gola il più tosto che tu puoi. E non vedi tu tutto ’l giorno le persone che hanno alcuno in odio, per diradicarlo e levarlo di terra mettere le lor cose e la propria vita in avventura, contra le leggi umane e divine adoperando? e tanto di letizia, e di piacer prendono, quanto di tristizia e di miseria sentono in cui hanno in odio. Tu dunque piangendo, attristandoti rammaricandoti sommo piacere fai a questa tua nimica. E chi sono quelli, se non i bestiali, che a’ loro nimici di piacere si dilettino? Se ella nè t’ama nè t’ha in odio, nè di te poco nè molto cura, a che sono utili queste lagrime, questi sospiri, questi dolori così cocenti? Tanto t’è per lei prendergli, quanto se per una delle tue travi della camera li prendessi. Perchè dunque t’affliggi? perchè la morte desideri? la quale ella medesima tua nimica, secondochè tu estimi, non cercò di darti? E’ non mostra che tu abbi ancora sentito quanto di dolcezza nella vita sia, quando così leggiermente di torti di quella appetisci: nè ben considerato quanto più d’amaritudine sia negli eterni guai, che in quegli del tuo folle amore, li quali tanti e tali ti vengono, quanti e quali tu stesso te li procacci: ed etti possibile, volendo essere uomo, di cacciargli, il che degli eterni non avverrebbe. Leva adunque via, anzi discaccia del tutto questo tuo appetito, nè volere ad un’ora te privare di quello che non acquistasti, ed eterno supplicio guadagnare, e a chi ti vuol male sommamente piacere: siati cara la vita, e quella, quanto puoi il più, t’ingegna di prolungare. Chi sa se tu ancora, vivendo, potrai veder cosa di costei, di cui tu tanto gravato ti tieni, che sommamente ti farà lieto? niuno: ma certissimo può essere a tutti, che ogni speranza di vendetta, od altra letizia di cosa che qua rimanga, fugge nel morire a ciascuno. Vivi adunque; e come costei contro a te, malvagiamente operando, s’ingegna di darti dolente vita a cagione di disiderar la morte, così tu, vivendo, trista la fa’ della tua vita.
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Questa misera valle è quella corte che tu chiami d’amore, e quelle bestie che udite hai, e odi mugghiare, sono i miseri de’ quali tu se’ uno, dal fallace amore inretiti; le boci de’ quali, in quanto di così fatto amore favellano, niuno altro suono hanno nell’orecchie de’ discreti e ben disposti uomini, che quello che mostra che venga alle tue; e però dianzi la chiamai laberinto, perchè così in essa gli uomini, come in quello già faceano, senza saper mai riuscire s’avviluppano. Maravigliomi di te che ne domandi, con ciò sia cosa ch’io sappia, che tu non una volta ma molte già dimorato ci sii, quantunque forse non con quella gravezza che ora ci dimori. Io quasi di mia colpa compunto, riconoscendo la verità tocca da lui, quasi in me ritornato, risposi: veramente ci son’io altre volte assai stato, ma con più lieta fortuna, secondo il parere delle corporali menti; e di quinci più per l’altrui grazia, che per lo mio senno, in diversi modi or mi ricordo essere uscito, ma sì m’avea il dolor sostenuto e la paura di me tratto, che così, come mai stato non ci fossi, d’esserci stato mi ricordava: e assai bene ora conosco, senza più aperta dimostrazione, che faccia gli uomini divenir fiere, e che voglia dir la salvatichezza del luogo, e gli atri nomi da te mostratimi della valle, e il non vedere in essa nè via nè sentiero. Omai adunque, disse lo spirito, poichè le tenebre alquanto ti si cominciano a partire dallo intelletto, e già cessa la paura nella quale io ti trovai, infino che il lume apparisca che la via da uscirci ti manifesti, d’alcuna cosa teco mi piace di ragionare: e se la natura del luogo il patisse, io direi in servigio di te, che stanco ti veggio, che noi a seder ci ponessimo, ma perchè qui far non si può ragioniamo in piede. Io so, e se d’altra parte non sapessi sì mel fecero poco avanti chiaro le tue parole, e ancora il luogo nel quale io t’ho trovato mel manifesta, che tu se’ fieramente nelle branche d’amore inviluppato; nè m’è più celato che questo sia che di ciò t’è cagione, e tu il dei nel mio ragionare aver compreso, se di ciò ti ricorda che io dianzi dissi di colei, la qual tu vorresti d’aver veduta essere digiuno. Ma avanti che io più oltre vada ti dico, che io non voglio, che tu da me prenda alcuna vergogna, perch’ella già, più che ’l convenevole, mi fosse cara, ma così sicuramente e con aperto viso di ciò con meco ragiona, come se sempre fossi stato di lei strano: e per merito della compassione la quale io porto a’ tuoi mali, ti priego, che come tu ne’ suoi lacci incappasti mi manifesti. Al quale io, cacciato via ogni rossore, risposi: il priego tuo mi strigne a dirti quello ch’io mai, fuori che a un fidato compagno, non dissi, e a lei sola per alcuna mia lettera fe’ palese: nè di ciò, dove pure la tua libertà non me ne assicurasse, da te mi dovrei più che da un altro vergognare, nè tu turbartene; perciocchè come tu dalla nostra vita ti dipartisti, secondo che l’ecclesiastiche leggi ne mostrano, quella ch’era stata tua donna non fu più tua donna, ma divenne liberamente sua; perchè in niuno atto potresti con ragione dire che io mi fossi ingegnato di dovere alcuna tua cosa occupare. Ma lasciando ora questa disputazione, che luogo non ci ha, stare, e venendo a quello aprirti che tu domandi, dico, che per la mia disavventura, non sono molti mesi passati, avvenne, che io con uno, al quale tu fosti già vicino e parente, di cui esprimere il nome or non bisogna, in ragionare di varie cose entrai; e mentre che noi così ragionando andavamo, accadde, come talvolta avviene che l’uomo d’un ragionamento salta in un altro, che noi il primo lasciato, in sul ragionare delle belle donne venimmo; e prima avendo molte cose dette delle antiche, quale in magnanimità, quale in castità, quale in corporal fortezza lodando, condiscendemmo alle moderne: fra le quali il numero trovandone piccolissimo da commendare, pure esso, che in questa parte il ragionar prese, alcune ne nominò della nostra città, e tra l’altre nominò quella che già fu tua, la quale io nel vero non conosceva: così non l’avessi io mai conosciuta poi: e di lei, non so da che affezione mosso, cominciò a dire mirabili cose; affermando che in magnificenzia mai non era stata alcuna sua pari, e oltre al naturale delle femmine, lei s’ingegnava di mostrare essere uno Alessandro; e alcune delle sue liberalità raccontando, le quali, per non consumare il tempo in novelle, non curo di raccontare. Appresso lei di così e di tanto buon senno naturale disse esser dotata, quanto altra donna per avventura conosciuta giammai; e oltre a ciò, eloquentissima forse non meno che stato fosse qualunque ornato e pratico retorico fu ancora; e oltre a ciò, che sommamente mi piacque, siccome a colui che a quelle parole dava intera fede, la disse esser piacevole e graziosa, e di tutti quelli costumi piena che in gran gentildonna si possano lodare e commendare. Le quali cose narrando questo cotale, confesso che io meco tacitamente dicea: o felice colui, al quale la fortuna è tanto benigna ch’ella d’una così fatta donna gli conceda l’amore! E già quasi meco avendo diliberato di voler tentare se colui potessi essere che degno di quello divenissi, del nome di lei colui domandai e della sua gentilezza, e del luogo dov’ella a casa dimorasse, il quale quello non è dove tu la lasciasti, ed esso ogni cosa pienamente mi fe palese. Perchè poi da lui dipartitomi, del tutto disposi di volerla vedere; e se così perseverasse meco a ciò che io di lei estimava, mettere ogni mia sollecitudine in far ch’ella divenisse mia donna, come io suo servidore diverrei: e sanza dare alla bisogna alcuno indugio, in quella parte prestamente n’andai dove a quell’ora la credetti poter trovare o vedere; e sì mi fu in ciò la fortuna favorevole, la qual mai se non in cosa che dannosa mi dovesse riuscire non mi fu piacevole, che al mio avviso ottimamente rispose l’effetto. E dirotti maravigliosa cosa, che non avendo io alcuno indizio di lei che solamente il color nero del vestimento, guardando tra molte che quivi n’erano in quello medesimo abito che ella, là dove io prima la vidi, come il suo viso corse agli occhi miei, subitamente avvisai lei dovere esser quella che io andava cercando. E perciocch’io portai sempre opinione e porto, che amor discoperto o sia pieno di mille noie, o non possa ad alcuno desiderato effetto pervenire, avendo meco disposto del tutto di non cominciar questo con persona in guisa niuna a comunicare, se con colui non fosse, al quale, poscia ch’io amico divenni ogni mio segreto fu palese, non ardiva a domandar se ciò fosse che mi pareva: ma ancora la fortuna, che in poche cose intorno a questo mio desiderio mi dovea giovare, come nella prima cosa m’era stata favorevole, così mi fu in questa seconda; che di dietro a me sentii alcuna donna che colle sue compagne di lei favellava, dicendo: deh guarda, come alla cotal donna stanno bene le bende bianche e’ panni neri: la quale per avventura alcuna delle compagne che non la conoscea, con tanto piacer di me che alle loro parole teneva gli orecchi, che dir nol potrei, la dimandò: quale è dessa di quelle molte che colà sono? a cui la domandata donna rispose: la terza che siede in su quella panca è colei di cui io vi parlo: dalla qual risposta io compresi ottimamente avere avvisato, e da quella ora avanti l’ho conosciuta. Io non mentirò, come io vidi la sua statura; e poi appresso alquanto al suo andare riguardai, e un poco gli atti esteriori ebbi considerati, io presumetti, ma falsamente, non solamente che colui al quale avea udito di lei parlare dovesse avere detto il vero, ma che troppo più ch’egli detto non avea ne dovesse esser di bene: e così, da falsa opinion vinto, subito mi sentii, come se dall’udite cose e dalla vista di lei si movesse, corrermi al cuore un fuoco, non altrimenti che faccia su per le cose unte la fiamma, e sì fieramente riscaldarmi, che chi allora m’avesse riguardato nel viso, n’avrebbe veduto manifesto segnale: e come che i segni venuti nel viso per lo nuovo fuoco, che come prima le parti superficiali andò leccando così poi nelle intrinsiche trapassato più vivo divenne, nè se ne partissono, mai, se non dentro, crescer le sentii. In questa guisa adunque che raccontato ho di lei, che mal per me fu veduta, preso fui, dandomi il suo aspetto pieno di falsità, non senza artificial maestria, speranza di futura mercede. Lo spirito, il quale queste cose, secondo il mio parere, non senza diletto ascoltate avea, già me sentendo tacere, così mi cominciò a parlare: assai bene m’hai dimostrato il come, e la cagione del tuo esserti prima allacciato, e come tu medesimo ti vestisti la catena alla gola che ancor ti strigne. Ma non ti sia grave ancora manifestarmi se mai questo tuo amore le palesasti, e come, che mi parve dianzi udir di sì; e il dirmi appresso se da lei avesti alcuna speranza che più t’accendesse, che il tuo medesimo desiderio primieramente avesse fatto: al quale io risposi: perciocchè io manifestamente conosco se celar tel volessi io nol potrei, sì mi pare che tu il vero senta de’ fatti miei, donde che tu te l’abbi, niuna cosa te ne nasconderò. Egli è il vero, che avendo io data piena fede, come già dissi, alle parole udite di colui che lei tanto valorosa m’avea mostrata, io presi ardir di scriverle, mosso da cotale intenzione. Se costei è da quello che costui mi ragiona, aprendole io onestamente per una lettera il mio amore, l’una delle due cose ragionevolemente mi dee seguire: o ella l’avrà caro per usarlo in quello ch’io possa, e a ciò mi risponderà, o ella l’avrà caro, ma non volendolo usare, discretamente me dalla mia speranza rimoverà. Perchè l’uno de’ due fini aspettando, quantunque l’uno più che l’altro desiderassi, per una mia lettera piena di quelle parole che più onestamente intorno a così fatta materia dir si possono, il mio ardente desiderio le feci sentire. A questa lettera seguitò per risposta una sua piccola letteretta, nella quale, quantunque ella con aperte parole niuna cosa al mio amor rispondesse, pure con parole assai zoticamente composte, e che rimate parevano non erano rimate, siccome quelle che l’un piè avevano lunghissimo e l’altro corto, mostrava di disiderar di sapere chi io fossi. E dirotti più, ch’ella in quella s’ingegnò di mostrare d’avere alcun sentimento d’una opinione filosofica, quantunque falsa sia, cioè che un’anima d’un uomo in un altro trapassi: il che alle prediche, non in libro nè in scuola son certo ch’apprese: e in quella me a uno valente uomo assomigliando, mostrò di volere, lusingando, contentare; affermando appresso sommamente piacerle chi senno e prodezza e cortesia avesse in sè, e con queste antica gentilezza congiunta. Per la quale lettera, anzi per lo stile del dettato della lettera, assai leggiermente compresi, o colui che di lei assai cose dette m’avea esser di gran lunga del natural senno di lei e della ornata eloquenzia ingannato, o averne voluto me ingannare. Ma non potè perciò, non che spegnere, ma pure un poco il concetto fuoco diminuire, e avvisai, che ciò che scritto m’avea, niun’altra cosa volesse dire per ancora, se non darmi ardire a più avanti scrivere, e speranza di più particular risposta che quella, e ammaestramento e regola in quelle cose fare che per quella poteva comprendere che le piacessono. Delle quali, come ch’io fornito non mi sentissi, perciocchè nè senno nè prodezza nè gentilezza c’era, alla cortesia, quantunque il buono animo ci fosse, non ci avea di che farla; nondimeno, secondo la mia possibilità, a dover fare ogni cosa, per la quale io la sua grazia meritassi, mi disposi del tutto; e del piacer preso da me per la lettera ricevuta, per un’altra lettera, com’io seppi il meglio, la feci certa: nè poi sentii nè per sua lettera nè per ambasciata quello che io di ciò che scritto l’avea le paresse. Allora lo spirito disse: se più avanti in questo amore non è stato, che cagione ti induceva il dì trapassato, con tante lagrime con tanto dolore sì ferventemente per questo a disiderar di morire? Al quale io risposi: forse che il
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La femmina è animale imperfetto, passionato da mille passioni spiacevoli, e abominevoli pure a ricordarsene non che a ragionarne: il che se gli uomini riguardassono come dovessono, non altrimenti andrebbono a loro, nè con altro diletto o appetito, che all’altre naturali e inevitabili opportune cose vadano; il luogo delle quali, posto già il superfluo peso, come con istudioso passo fuggono, così loro fuggirebbono, quello avendo fatto perchè la deficiente umana prole si ristora, siccome ancora in ciò tutti gli altri animali molto meglio che gli uomini fanno. Niuno altro animale è meno netto di lei: non il porco, qualora è più nel loto, aggiugne alla bruttezza di lei; e se forse alcuno questo negasse, riguardinsi i parti loro, ricerchinsi i luoghi segreti, dove esse, vergognandosene, nascondono gli orribili strumenti li quali a tor via i loro superflui umori adoperano. Ma lasciamo stare quel che a questa parte appartiene, la quale esse ottimamente sappiendo, nel segreto loro hanno per bestia ciascuno uomo che l’ama, che le desidera, o che le segue, e in sì fatta guisa ancor lo sanno nascondere, che da assai stolti, che solamente le crosti di fuori riguardano, non è conosciuta nè creduta: senza che di quelli sono, che bene sappiendolo, ardiscono di dire ch’ella è lor pace, e che questo e quello farebbono e fanno: li quali per certo non sono da essere annoverati tra gli uomini. E vegnamo all’altre loro cose, o ad alcuna di quelle, perciocchè volere dir tutto non ne basterebbe l’anno, il quale è tosto per entrar nuovo. Esse, di malizia abbondanti, la qual mai non supplì, anzi sempre accrebbe difetto, considerata la loro bassa e intima condizione, con quella ogni sollecitudine pongono a farsi maggiori: e primieramente alla libertà degli uomini tendono lacciuoli, sè, oltre a quello che la natura ha loro di bellezza o d’apparenza prestato, con mille unguenti e colori dipignendo, e or con solfo e quando con acque lavorate e spessissimamente co’ raggi del sole i capelli neri dalla cotenna prodotti simiglianti a fila d’oro fanno le più divenire: e quelli ora in treccia di dietro alle reni, ora sparti su per li omeri, ora alla testa ravvolti; secondo che più vaghe parer credono, compongono; e quinci con balli, e talor con canti, non sempre, ma talor mostrandosi, i cattivelli che attorno vanno, avendo nell’esca nascosto l’amo, prendono senza lasciare. E da questo quella e quell’altra, e infinite di costui e di colui e di molti divengono mogli, e di troppa maggior quantità amiche. E parendo loro essere salite un’altro grado, quantunque conoscano sè essere nate a esser serve, incontanente prendono speranza e aguzzano i desiderii alla signoria; e faccendosi umili obbedienti e blande, le corone le cinture i drappi ad oro, i vaii i molti vestimenti e gli altri ornamenti varii, de’ quali tutto dì si veggono splendenti, dai miseri mariti impetrano, il quale non s’accorge tutte quelle essere armi a combattere la sua signoria, e vincerla. Le quali poichè le loro persone e le loro camere, non altramenti che le reine abbiano, veggiono ornate, e i miseri mariti allacciati, subitamente dall’essere serve divenute compagne, con ogni studio la loro signoria s’ingegnano d’occupare; e volendo singulare esperienza prendere se donne sono nelle case, in sul far male arditamente si mettono, argomentando, che se quello è a lei sofferto che non sarebbe sofferto alla serva, chiaramente può conoscere sè donna e signoreggiante. E primieramente alle fogge nuove, alle leggiadrie non usate, anzi lascivie, e alle disdicevoli pompe si danno, e a niuna pare esser bella nè ragguardevole, se non tanto quanto ella ne’ modi nelle smancerie e ne’ portamenti somigliano le piuviche meretrici, le quali tanti nuovi abiti nè disonesti possono nella città arrecare, che loro tolti non sieno da quelle che gli stolti mariti credono esser pudiche: li quali avendo male i loro danari spesi, acciocchè gittati non paiano, queste cose nelle dette maniere lasciano usare, senza guardare in che segno debba ferir quello strale. Come esse da questo fiere nelle case divengano, i miseri il sanno che ’l pruovano: esse, siccome rapide e fameliche lupe, venute ad occupare i patrimonii i beni e le ricchezze de’ mariti, or qua or là discorrendo, in continui romori co’ servi, colle fanti, co’ fattori, co’ fratelli e figliuoli de’ mariti medesimi stanno, mostrando sè tenere riguardatrici di quelli, dove esse dissipatrici desiderano d’essere: senza che, acciocchè tenere paiano di coloro di cui esse hanno poca cura, mai ne’ lor letti non si dorme, tutta la notte in letigi trapassa e in quistioni, dicendo ciascuna al suo: ben veggio come tu m’ami: ben sarei cieca se io non m’accorgessi che altri t’è all’animo più che io. Credi tu ch’i’ sia abbagliata e ch’io non sappia a cui tu vai dietro, a cui tu vuogli bene, e a cui tu tutto ’l dì favelli? Ben so bene: io ho migliori spie che tu non credi. Misera me, che è cotanto tempo ch’io ci venni, eppure una volta ancora non mi dicesti, quando a letto mi vengo: Amor mio, ben sia venuta. Ma alla croce di Dio, io farò di quelle a te che tu fai a me. Or sono io così sparuta? non sono io così bella come la cotale? Ma sai che ti dico? chi due bocche bacia, l’una convien che gli puta. Fatti in costà: se Dio m’aiuti, tu non mi toccherai: va’ dietro a quelle di che tu se’ degno, che certo tu non eri degno d’aver me; e fai ben ritratto di quel che tu se’. Ma a fare a far sia. Pensa che tu non mi ricogliesti del fango; e Dio il sa, chenti e quali erano quelli che se l’avrebbon tenuto in grazia d’avermi presa senza dote, e sarei stata donna e madonna d’ogni lor cosa: e a te diedi cotante centinaia di fiorini d’oro, nè mai pur d’un bicchier d’acqua non ci pote’ esser donna, senza mille rimbrotti de’ frateti e de’ fanti tuoi. Basterebbe se io fossi la fante loro. E fu bene la mia disavventura ch’io mai ti vidi: che fiaccar possa la coscia chi prima ne fece parola. E con queste, e con molte simili e più altre assai più cocenti, senza niuna ligittima o giusta cagione avere, tutta la notte tormentano i cattivelli: de’ quali infiniti sono che cacciano chi ’l padre, chi il figliuolo, chi da’ fratelli si divide, e quali nè la madre nè ’l padre a casa si voglion vedere, e lascia il campo solo alla vincitrice donna. Le quali poichè espedita la possessione veggono, tutta la sollecitudine alle ruffiane e agli amanti si volge. E sieti manifesto, che colei che in questa moltitudine più casta e più onesta ti pare, vorrebbe avanti solo un occhio avere, che esser contenta solo d’un uomo; e se forse due o tre ne bastassero, saria qualche cosa, e forse saria tollerabile, se questi due o tre avanzassero i mariti, o fossero almen loro pari. La loro lussuria è focosa e insaziabile, e per questo non patisce nè numero nè elezione: il fante, il lavoratore, il mugnaio, e ancora il nero etiopo, ciascuno è buono sol che possa. E son certo, che sarebbono di quelle che ardirebbero a negare questo, se l’uomo non sapesse già molte, non essendo i mariti presenti, o quelli lasciati nel letto dormendo, esserne ne’ lupanari pubblici andate con vestimenti mutati, e di quelli ultimamente essersi partite stanche, ma non sazie. E che cosa è egli ch’elle non ardiscano per potere a questo bestiale loro appetito soddisfare? Esse si mostrano timide e paurose, e comandandolo il marito, quantunque la cagion fosse onesta, non sarebbono in niuno luogo alto, chè dicono che vien meno loro il cerebro; non entrerebbono in mare, chè dicono che lo stomaco nol patisce; non andrebbono di notte, che dicono che temono gli spiriti l’anime e le fantasime. Se sentono un topo andar per la casa, e che ’l vento muova una finestra, o che una piccola pietra caggia tutte si riscuotono, e fugge loro il sangue e la forza, come se a un mortal pericolo soprastessono; ma esse prestano fortissimi animi a quelle cose le quale esse vogliono disonestamente adoperare. Quante già su per le sommità delle case de’ palagi e delle torri andate sono e vanno, da’ loro amanti chiamate o aspettate? quante già presumettero, e presumono tutto ’l giorno, o davanti agli occhi de’ mariti sotto le ceste o nelle arche gli amanti nascondere? quante nel letto medesimo co’ mariti farli tacitamente intrare? quante sole, e di notte e per mezzo gli armati, e ancora per mare, e per li cimiteri delle chiese se ne trovano continuo dietro andare a chi me’ lavora? e, che maggior vituperio è, veggenti i mariti, ne sono assai, che presumono fare i lor piaceri? O quanti parti in quelle che più temono, o che più delli loro falli arrossano, innanzi al tempo periscono! Per questo la misera savina, più che gli altri alberi, si truova sempre pelata, quantunque esse a ciò abbiano argomenti infiniti. Quanti parti per questo, mal lor grado venuti a bene, nelle braccia della fortuna si gittano! Riguardinsi gli spedali. Quanti ancora, prima che essi il maternale latte abbiano preso, se n’uccidono! Quanti a’ boschi, quanti alle fiere se ne concedono, e agli uccelli! Tanti, e in sì fatte maniere ne periscono, che bene ogni cosa considerata, il minor peccato in loro è l’avere l’appetito della lussuria seguito. Ed è questo esecrabile sesso femmineo oltre ad ogni altra comparazione sospettoso e iracondo. Niuna cosa si potrà con vicino con parente o con amico trattare, che, se ad esse non è palese, che esse subitamente non suspichino contro a loro adoperarsi, e in loro detrimento trattarsi: benchè di ciò gli uomini non si debbono molto maravigliare, perciocchè natural cosa è di quelle cose che altri sempre opera in altrui, di quelle da altrui sempre temere; e per questo sogliono i ladroni saper ben riporre le cose loro. Tutti i pensieri delle femmine, tutto lo studio, tutte l’opere a niuna altra cosa tirano, se non a rubare a signoreggiare e ad ingannare gli uomini: perchè leggiermente credono, sopra loro d’ogni cosa che non sanno simili trattati tenersi. Da questo gli astrolagi, li negromanti, le femmine maliose, le indovine sono da loro usitate, chiamate avute care, e in tutte le loro opportunità (di niente servendo se non di favole) di quello de’ mariti cattivelli sono abbondevolmente sovvenute e sustentate, anzi arricchite: e se da queste pienamente saper non possono la loro intezione, ferocissime e con parole altiere e velenose s’ingegnano di certificarsi da’ loro mariti, a’ quali, quantunque il ver dicano, radissime volte credono, ma siccome animale a ciò inchinevole subitamente in sì fervente ira discorrono, che le tigre i leoni i serpenti hanno più d’umanità adirati che non hanno le femmine: le quali, chente che la cagione si sia per la quale accese in ira si sono, subitamente a’ veleni al fuoco e al ferro corrono. Quivi non amico, non parente, non fratello, non padre, non marito, non alcuno de’ suoi amanti è risparmiato; e più sarebbe allora caro a ciascuna tutto il mondo, il cielo, Iddio, e ciò ch’è di sopra e di sotto universalmente in un’ora poter confondere guastare e tornare in nulla, che ad animo riposato potere cento bagascioni al suo piacere adoperare. Se ’l tempo mel concedesse l’andar narrando quanti mali e come scellerati le loro ire abbiano già fatti, non dubito che tu non dicessi, essere il maggior miracolo che mai veduto o udito fosse che esse sieno sostenute da Dio. E oltre a ciò, è questa empia generazione avarissima: e acciocchè noi lasciamo stare l’imbolare continuo che a’ mariti fanno, e le ruberie a’ lor pupilli figliuoli, e le storsioni a quelli amanti che troppo non piacciono, che sono evidentissime e consuete cose, riguardisi a quanta viltà si sottomettono per ampliare un poco le dote loro. Niuno vecchio bavoso, a cui colino gli occhi, e triemino le mani e ’l capo, sarà, cui elle rifiutino per marito, solamente che ricco il sentano, certissime infra poco tempo di rimaner vedove, e che costui nel nido non dee loro soddisfare: nè si vergognano le membra i capelli e ’l viso con cotanto studio fatti belli, le corone le ghirlande leggiadre, i velluti i drappi ad oro, e tanti ornamenti tanti vezzi tante ciance tanta
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