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I Sepolcri
意大利语 BooksWhale 版本 · Ugo Foscolo
Un carme civile su memoria, tombe, poesia, patria e continuità storica.
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I Sepolcri
I Sepolcri riflette sul valore dei sepolcri, della memoria e della poesia nella costruzione dell’identità morale e civile. Foscolo unisce passione, storia e meditazione.
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Ugo Foscolo morì nel 1827, e I Sepolcri fu pubblicato nel 1807; queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione italiana.
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I sepolcri
Ippolito Pindemonte
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Io avea concepito un Poema in quattro canti e in ottava rima sopra i Cimiteri, soggetto che mi parea nuovo, dir non potendosi che trattato l’abbia chi lo riguardò sotto un solo e particolare aspetto, o chi sotto il titolo di sepolture non fece che infilzare considerazioni morali e religiose su la fine dell’uomo. L’idea di tal Poema fu in me destata dal Camposanto, ch’io vedea, non senza un certo sdegno, in Verona. Non ch’io disapprovi i Campisanti generalmente: ma quello increscevami della mia Patria, perchè distinzione alcuna non v’era tra fossa, e fossa, perchè una lapide non v’appariva, e perchè non concedevasi ad uomo vivo l’entrare in esso. Compiuto quasi io avea il primo Canto, quando seppi che uno scrittore d’ingegno non ordinario, Ugo Foscolo, stava per pubblicare alcuni suoi versi a me indirizzati sopra i Sepolcri. L’argomento mio, che nuovo più non pareami, cominciò allora a spiacermi; ed io abbandonai il mio lavoro.
Ma leggendo la poesia a me indirizzata, sentii ridestarsi in me l’antico affetto per quell’argomento; e sembrandomi che spigolare si potesse ancora in tal campo, vi rientrai, e stesi alcuni versi in forma di risposta all’autor de’ Sepolcri, benchè pochissimo abbia io potuto giovarmi di quanto avea prima concepito e messo in carta su i Cimiteri. Questi versi io t’offerisco, Lettor cortese, facendoli precedere dal componimento cui son di risposta, e che tu potresti non aver letto. Appartengono ad esso alcune parole in carattere diverso, che trovansi nel componimento mio; il che io noto per questo, che al mio potria taluno andar tosto con gli occhi. Quante spezie non v’ha, come d’autori, così ancor di lettori? Crederei qui di far torto a tutti, se annotazioni aggiungessi. Chi non ha, per cagion d’esempio, una qualche cognizione di que' giardini tanto celebri dell’Inghilterra?
Forse men note sono, benchè a noi più vicine, le sale sepolcrali della Sicilia; ma il passo mi pare abbastanza chiaro per quelli ancora che udito non ne avessero parlar mai. Dirò, per ultimo, che quel Camposanto di Verona riman chiuso da poco in qua anche ai morti. Forse i lamenti di molti vivi ne furon cagione. Ora si seppellisce invece ne’ chiostri d’un monastero; ed è lecito l’avere una sepoltura particolare, il mettere un’iscrizione, e l’andare a piangere i nostri cari su la sepolcrale lor pietra.
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Q ual voce è questa, che dal biondo Mela Muove canora, e ch’io nell’alma sento?
È questa, Ugo, la tua, che a te mi chiama Fra tombe, avelli, arche, sepolcri, e gli estri Melanconici e cari in me raccende.
Del Meonio cantor su le immortali Carte io vegghiava;
e dalla lor favella Traeva io nella nostra i lunghi affanni Di quell’illustre pellegrin, che tanto Pugnò pria co’ Troiani, e poi col mare.
Ma tu, d’ Omero più possente ancora, Tu mi stacchi da Omero.
Ecco già ride La terra e il cielo, e non è piaggia, dove Non invermigli April vergini rose.
E tu vuoi ch’io mi cinga il crine incolto Di cipresso feral:
di quel cipresso, Che or di verde sì mesto invan si tinge, Poscia che da’ sepolcri è anch’esso in bando.
Perchè i rami cortesi incurvi, e piagni, O della gente, che sotterra dorme, Salice amico?
Nè garzon sepolto, Che nel giorno primier della sua fama La man sentì dell’importuna Parca, Nè del tuo duolo onorerai fanciulla
Cui preparava d’Imenéo la veste L’inorgoglita madre;
e il dì, che ornarle Dovea le membra d’Imenéo la veste, Bruno la circondò drappo funébre.
Della fanciulla e del garzon sul capo Cresce il cardo, e l’ortica;
e il mattutino Vento, che fischia tra l’ortica, e il cardo, O l’interrotto gemito lugúbre, Cui dall’erma sua casa innalza il Gufo Lungo-ululante della Luna al raggio, La sola è
che risuoni in quel deserto, Voce del Mondo.
Ahi sciagurata etade, Che il viver rendi ed il morir più amaro!
Ma delle piante all’ombra, e dentro l’urne Confortate di pianto è forse il sonno Della morte men duro?
Un mucchio d’ossa Sente l’onor degli accerchianti marmi, O de’ custodi delle sue catene Cale a un libero spirto?
Ah non è solo Per gli estinti la tomba!
Innamorata Donna, che a brun vestita il volto inchina Sovra la pietra che il suo sposo serra, Vedelo ancora, gli favella, l’ode, Trova ciò
ch’è il maggior ne’ più crudeli Mali ristoro:
un lagrimar dirotto.
Soverchio alla mia Patria un tal conforto Sembrò novellamente:
immota, e sorda Del Cimitero suo la porta è ai vivi.
Pure qual pro, se all’amoroso piede Si schiudesse arrendevole?
Indistinte Son le fosse tra loro, e un’erba muta Tutto ricuopre:
di cadere incerto Sovra un diletto corpo, o un corpo ignoto, Nel core il pianto stagneria respinto.
Quell’urna d’oro, che il tuo cener chiude, Chiuderà il mio, Pátroclo amato:
in vita Non fummo due, due non saremo in morte.
Così Achille ingannava il suo cordoglio, Ed utile a lui vivo era quell’urna.
Il divin figlio, se talor col falso, Che Grecia immaginò, dir lice il vero, Il divin figlio di Giapéto volle L’uman seme formar d’inganni dolci, D’illusíoni amabili
di sogni Dorati amico, e di dorate larve.
Questa, io sento gridar, fu la sua colpa;
Ciò punisce l’augel, che il cor gli rode Su la rupe Caucásea, e non le tolte Dalla lampa del ciel sacre faville.
Quindi l’uomo a rifar Prométei nuovi Si volgono, e dell’uom, non che il pensiero, L’interno senso ad emendar si danno.
Perdono appena da costoro impetra Quel popol rozzo, che le sue capanne Niega d’abbandonar, perchè de’ padri Levarsi, e andar con lui non ponno l’ossa.
Perdono appena la selvaggia donna, Che del bambin, cui dalle poppe Morte Le distaccò, va sulla tomba, e spreme, Come di sé nutrirlo ancor potesse, Latte dal seno
e lagrime dagli occhi:
O il picciolo ferétro all’arbor noto Sospende, e il vede, mentre spira il vento, Ondeggiar mollemente, e agli occhi illusi, Più che di bara, offrir di culla aspetto.
Ma questi grati ed innocenti errori Non furo ancor ne’ popoli più dotti?
Ma non amò senza rossor le tombe Roma, Grecia ed Egitto?
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- 03I sepolcri