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教育

Il romanzo di un maestro

意大利语 BooksWhale 版本 · Edmondo De Amicis

De Amicis racconta scuola, vocazione, difficoltà sociali e idealismo educativo.

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Il romanzo di un maestro

Il romanzo di un maestro segue la vita professionale e morale di un insegnante nell’Italia postunitaria. Questa edizione italiana interessa lettori di narrativa educativa, storia della scuola e classici sociali dell’Ottocento.

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Edmondo De Amicis morì nel 1908, e Il romanzo di un maestro fu pubblicato nel 1890. Queste date sostengono il fondamento di pubblico dominio del testo italiano originale.

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Il romanzo di un maestro

Edmondo De Amicis

Il romanzo d'un maestro

Coraggio!

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Il maestro Emilio Ratti, del quale racconto le vicende, fu spinto alla professione dell’insegnamento elementare da una sventura domestica. Suo padre, proprietario d’una piccola tipografia nella città di ***, sede antica d’una Scuola normale di maestri, era ancora nel pieno vigore della maturità, e cominciava dopo vari anni di dissesto a rifarsi un poco, grazie alle ordinazioni di certi editori di Torino e alla stampa d’un giornale agricolo del circondario, quando morì quasi all’improvviso, lasciando senza sostegno la moglie, il primogenito Emilio, ch’era adolescente, e tre ragazzi, una femmina e due maschi, il maggior dei quali aveva nove anni. Una sera, appena seduto a tavola con la famiglia, lasciò cader di mano la forchetta, tentò di ripigliarla, non potè; disse: — Non mi sento bene; — e furon quelle le sue ultime parole sensate: lo portarono a letto, venne il medico: era finita. La paralisi gli aveva preso tutta la parte destra del corpo, togliendogli la ragione: egli non balbettava più che frasi sconnesse e non riconosceva più i suoi figliuoli. Dopo venti giorni morì. Danari da parte non ne avevano, la tipografia bastò appunto a pagare i vecchi debiti, e alla famiglia non avanzò che a campare per un mese, passato il quale, la vedova, che era sempre stata infermiccia, si mise a letto per non più rialzarsi, e i figliuoli rimasero senza pane. Di parenti stretti non avevano che uno zio violinista, spiantato e scioperato, il quale aveva costretto a scappar di casa la sua figliuola unica, che studiava da maestra a Torino: una lettera affettuosa di lei fu il solo conforto che venne loro da quella parte. I parenti lontani non risposero, gli amici vicini si rimpiattarono. Furono persone estranee, come spesso accade, che salvarono la famiglia, smembrandola. Il vescovo mise uno dei ragazzi in uno istituto di don Bosco, il sindaco ottenne un posto per l’altro negli Artigianelli; e certi coniugi Goli, agiati e senza figli, si presero la bambina, e mantennero l’Emilio per vari mesi, fino a che, rinfrescati i suoi studi dei primi due corsi tecnici, che aveva abbandonati per mettersi col padre nella tipografia, potè presentarsi agli esami d’ammissione alla Scuola normale della città, dove ottenne un posto gratuito. La madre, consunta meno dalla malattia che dallo strazio, prima di veder i suoi figliuoli nella miseria e poi di non vederli più, non restò lungo tempo a carico dei suoi benefattori: morì il medesimo giorno in cui l’Emilio le portò la notizia della sua ammissione alla Scuola. Ancora sbalordito da quel nuovo colpo, il giovane entrò nel convitto della Scuola normale, ch’era in un antico convento, e contava, fra i tre corsi, circa a cinquanta convittori, e una decina d’esterni. Subito lo distrasse un poco dalla tristezza l’aspetto di quella comunità strana, composta di giovani di diciassett’anni e d’uomini di trenta, di chierici e di ex militari, di figliuoli di contadini, d’operai, di bottegai, d’impiegati, diversissimi fra loro di grado di coltura: alcuni dei quali eran stati cacciati in quella camera dall’ambizione di innalzarsi sopra la loro classe sociale, altri dalla ripugnanza per il lavoro meccanico, o dall’esperimento fallito di mestieri diversi, vari da una disgrazia che aveva precipitato la loro famiglia nella povertà, pochi dalla così detta vocazione professionale; e tutti rifatti un po’ ragazzi da quella vita scolaresca, con la mensa in comune, le ricreazioni e l’uscita a ore fisse. Ma più che altro gli giovò l’occupazione continua, imposta dalle molte materie d’insegnamento, e dall’obbligo che v’era allora, di fare i sunti delle lezioni; il che lo costringeva a scrivere per varie ore ogni giorno. Lo sgomentò da principio lo studio della pedagogia, che gli parve astruso e arido, e a cui, oltre che la sua intelligenza impreparata a studi astratti, si ribellava la sua memoria. Ma il metodo ottimo del suo professore, che rifuggiva dall’abuso dei precetti dommatici, e s’intratteneva a lungo sulle nozioni elementari, fondando ogni ragionamento sopra osservazioni esatte e sopra fatti comuni, con una grande chiarezza di parola, gli rese presto gradevole anche questa materia. Il professore di pedagogia, infatti, un certo Megári, direttore della Scuola, che insegnava pure diritti e doveri e abitava nel convitto, era di gran lunga il migliore di quei professori. Aveva insegnato latino e greco in un Liceo. Otto anni innanzi gli era morta la moglie nell’incendio d’un teatro, e questa disgrazia gli aveva lasciato una tristezza inconsolabile. Era sui cinquant’anni, piccolo di statura, grigio, sempre chiuso in un soprabito nero e corto, stretto alla vita, e aveva il viso severo e le mosse brusche; per il che dicevano in città e nella scuola che pareva un colonnello dei bersaglieri in aspettativa . Ma non era collerico nè burbero; si faceva rispettare e temere con certa gentilezza austera di modi, e con un laconismo freddo negli elogi e nei rimproveri, che dava a ogni sua parola un grande valore. Aveva, insieme coll’autorevolezza che vien dal carattere e dall’ingegno, quella cura costante e gelosa di tenerla alta, che è propria degli uomini piccoli. Assisteva alle ricreazioni, e invitava qualche sera gli alunni, a gruppi di otto o dieci, a passare un’ora nel suo salotto, in conversazioni letterarie; ma nessuno avanzava con questo d’un passo nella sua familiarità: egli ridestava sempre in tutti ogni giorno quel senso di curiosità e di suggezione che avevan avuto al primo vederlo. Tutti, per altro, sentivan per lui quella simpatia, nata dalla gratitudine, che ispirano gl’insegnanti, i quali rendon piana e piacevole una materia difficile, e lo stimavano perchè era giusto; tanto che non era riuscito mai ad alcuno di scoprirgli un’ombra di predilezione per chi che sia. Negli studi esigeva molto, ma non fuor di ragione, e usava indulgenza con le intelligenze tarde, ma operose. Non si mostrava irritabile che riguardo alla pronunzia, facendo ripetere anche venti volte la stessa parola, fin che la dicessero bene, ed era sopra tutto terribile contro la volgarità del linguaggio e la villania delle maniere, e contro la mancanza di dignità personale, anche nelle più piccole cose, così dentro che fuor della scuola: vibrava allora delle parole che facevano arrossire o impallidire i più arditi. Diceva che per prima cosa voleva che i suoi alunni fossero gentiluomini. E da questo, e da altri segni, lasciava trasparire d’avere un concetto altissimo dell’ufficio del maestro. Oltrechè pareva persuaso della onnipotenza della pedagogia, e come certo che, se gli fosse stato possibile l’educare egli solo, a suo modo, tutta la nuova generazione, avrebbe rifatto la razza umana. Derivava forse questa sua illusione dal non aver fatto mai scuola a ragazzi, i quali egli s’immaginava assai più semplici e cedevoli di quello che sono; ma, comunque fosse, quest’illusione non aveva per effetto di alterar punto il carattere sperimentale della sua scuola, e nasceva da una bella passione per l’insegnamento, ch’egli riusciva a trasfondere in molti dei suoi alunni. Quest’uomo che, essendo triste, rispecchiava il suo stato d’animo, e faceva con un impulso vigoroso correr dritto il suo pensiero sulla via degli studi, senza quasi lasciargli il tempo di rivoltarsi verso il passato doloroso, impresse, si può dire, il proprio stampo nel giovine Ratti. Egli se ne incominciò ad accorgere sul principio del second’anno, quando la pedagogia entrò in un campo più pratico, scendendo dallo studio delle facoltà umane e del concetto generale dell’educazione in quello della scuola e della famiglia. Allora si chiarì e si svolse lentamente in lui una viva passione per la carriera magistrale; passione che gli parve, allora soltanto, d’aver sempre avuta, inconscientemente. E questo era vero. Una gentilezza d’animo ereditata dalla madre, che apparteneva a una famiglia signorile, con la quale, per cagione del suo matrimonio, s’era rotta, e aveva vissuto sempre, con suo grande dolore, in discordia; la lettura, benchè superficiale, di molti libri scolastici o educativi che gli venivan tra mano nella tipografia del padre; quella specie di benignità paterna che fiorisce nel cuore d’ogni primogenito per i fratelli molto minori di lui, quando la famiglia è nelle strettezze; ed anche l’udir parlare sovente di quella Scuola normale ch’era nella sua città, e che allettava la sua curiosità fin dall’infanzia con le figure nuove e singolari, che vi comparivano ogni anno, avevano predisposto l’animo suo, senza ch’egli se ne avvedesse, alla deliberazione, ch’ei credette di prendere quasi a caso, di fare il maestro. Quando poi la sventura lo aveva colpito, s’era anche aggiunto, a spingerlo per quella via, quel desiderio stanco di vita quieta e solitaria che ogni grande dolore fa nascere: tale parendogli allora che dovesse essere la vita d’un maestro in un villaggio, tutta scuola e casa, senza altro legame col mondo che quello dei suoi ragazzi. Ma un’altra cagione più forte aveva operato in lui. In tutto il tempo trascorso dal giorno ch’era caduto nella miseria a quando n’era uscito per carità altrui, durante quella lunga successione di corse e di visite inutili ch’egli aveva fatto a tanta gente, conducendo sempre per mano i suoi bimbi vestiti di nero, ansiosi come lui mentre salivan le scale, tremanti nel cospetto delle persone a cui chiedevan soccorso, e desolati delle ripulse, in quelle trenta eterne giornate piene di speranze e di delusioni, chiuse tutte da serate tristissime, ch’egli passava in uno stanzino oscuro, accanto alla camera della madre malata, accarezzando e stringendosi al petto quei tre piccoli infelici, e supplicandoli che non piangessero forte, gli era cresciuta per essi nell’anima una pietà immensa e un amore che lo divorava. E in questo aveva molto potuto una cagione che, a primo giudizio, parrebbe che dovesse contar poco in tanta sventura: ed era che i suoi tre poveri ragazzi, non solo mancavano affatto della avvenenza o grazia infantile che giova tanto a ispirar la pietà in casi simili; ma avevano tutti e tre quella specie di bruttezza vistosa, che, senz’esser deforme, rasenta quasi il ridicolo; e quest’effetto era cresciuto dalla grande somiglianza che avevan tra loro. Sul viso di parecchie delle persone a cui li presentava, egli coglieva a volo un movimento di stupore, un sorriso leggerissimo, in alcuni l’espressione d’una pietà piuttosto mossa dal loro aspetto che dal loro stato; la quale gli dava una profonda puntura al cuore, e lo faceva poi prorompere con essi, quand’eran soli, in dimostrazioni di tenerezza ardente, soffocate dal pianto. Questo sentimento gli era rimasto vivissimo anche dopo la sua entrata nella Scuola, e siccome l’affetto per l’infanzia, forse perchè nasce da una sorgente più ricca e più pura, è quello che più tende ad espandersi di là dalle persone che ne son l’oggetto immediato, così in lui s’era diffuso a poco a poco in una simpatia affettuosa e triste per tutti i fanciulli, per tutta l’infanzia trascurata, abbandonata, povera, oppressa, alla quale lo riconduceva di continuo la sua immaginazione, mossa dai ricordi recenti. A questa disposizione d’animo aggiungendosi l’influsso della letteratura pedagogica tutta ispirata all’amore e al culto della fanciullezza, e al sentimento dell’importanza e della nobiltà del ministero educativo, egli si sentì spinto da tante forze a quella professione, che gli parve d’esser stato designato ad essa dalla natura, e che, se anche la sua famiglia si fosse trovata in istato florido, egli avrebbe finito con fare il maestro. E come a moltissimi accade in quei primi ardori per gli studi e per la professione prescelta, che ci si fissa nella mente una sentenza, la quale esprime le aspirazioni della nostra giovinezza, e diventa quasi il centro luminoso di tutti i nostri pensieri, così a lui si stampò nel cervello, ed ebbe vera e durevole efficacia nella sua vita, una frase intesa dal suo professore di pedagogia verso la metà del secondo corso: — non v’è stato di coscienza più al

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GARASCO.

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本版本内容

  1. 01Full text
  2. 02CORAGGIO!
  3. 03GARASCO.
  4. 04LE PRIME CONOSCENZE.
  5. 05LE PRIME LEZIONI.
  6. 06UNA RETE.
  7. 07L’EDUCAZIONE DEL CUORE.
  8. 08I PARENTI DEGLI ALUNNI.
  9. 09SOLITUDINE.
  10. 10LA PRIMA BURRASCA.
  11. 11UN NUOVO NEMICO.
  12. 12LA VISITA DELL’ISPETTORE.
  13. 13DOPO LA VISITA.
  14. 14NUOVI COLLEGHI.
  15. 15IL FURORE DEI PREMI.
  16. 16QUESTIONE SOCIALE.
  17. 17LA FESTA SOLENNE.
  18. 18AVVENTURE DI TERRA E DI MARE.
  19. 19PIAZZENA.
  20. 20VISI NUOVI.
  21. 21SINDACO E PARROCO.
  22. 22IL MISTERO DELLA MAESTRA FANARI.
  23. 23TRA LA SCUOLA E LA CANONICA.
  24. 24i
  25. 25DON BIRACCHIO.
  26. 26RIAPPARIZIONE D’UN AMICO.
  27. 27LA VITA DEL VILLAGGIO.
  28. 28LA BATTAGLIA CAMPALE.
  29. 29L’ISPETTORE CRITICATUTTO.
  30. 30UN TRISTO GIORNO.
  31. 31DISINGANNO.
  32. 32LE ULTIME VISITE.
  33. 33L’EX GRANATIERE.
  34. 34di
  35. 35ALTARANA.
  36. 36IL PROGRAMMA DEL SINDACO.
  37. 37L’ISTRUZIONE OBBLIGATORIA.
  38. 38PARROCO E SEGRETARIO.
  39. 39IL MAESTRO CALVI.
  40. 40C
  41. 41LA MAESTRA FALBRIZIO.
  42. 42LE CONCORRENTI.
  43. 43UN ISPETTORE AMENO.
  44. 44UN NUOVO PERSONAGGIO.
  45. 45GLI “UMILIATI„ DEL VILLAGGIO.
  46. 46LA NUOVA MAESTRA.
  47. 47PRIME SCINTILLE.
  48. 48GELOSIE.
  49. 49LA PRIMA BOMBA.
  50. 50LICENZIATA.
  51. 51DI PEGGIO IN PEGGIO.
  52. 52LE ULTIME PROVE.
  53. 53MISERIE.
  54. 54MISERIA.
  55. 55LA FINE.
  56. 56UNA DELUSIONE.
  57. 57ALTRE DELUSIONI.
  58. 58IL BICCHIERE.
  59. 59UNO SCONTRO.
  60. 60DAL PROVVEDITORE.
  61. 61IN UN’ISOLA.
  62. 62STRASCICHI DELLA GUERRA.
  63. 63IN CASA SAMIS.
  64. 64UNA SORPRESA.
  65. 65v
  66. 66vv
  67. 67v
  68. 68vv
  69. 69v
  70. 70IL COLLEGA LABACCIO.
  71. 71UNO SCOLARO STRAORDINARIO.
  72. 72PARTENZA DECISA.
  73. 73L’ISPETTORE IGIENISTA.
  74. 74NUOVE VICENDE DELL’EX GRANATIERE.
  75. 75UNO SCANDALO.
  76. 76IN MONASTERO.
  77. 77CAMINA.
  78. 78IL PRIMO INCONTRO.
  79. 79L’ARIA DEL VILLAGGIO.
  80. 80LA MAESTRA ASPETTATA.
  81. 81IL PARROCO CONCILIATIVO.
  82. 82LA MAESTRA PEDANI.
  83. 83IL SINDACO LORSA.
  84. 84LA SCOLARESCA CAMINESE.
  85. 85LA “LETTERATA.„
  86. 86IL MAESTRO SBORNIONE.
  87. 87il
  88. 88IN CASA DI DON BRUNA.
  89. 89IL SINDACO IN SCENA.
  90. 90LA VIA CRUCIS DELLA MAESTRINA.
  91. 91ENTUSIASMI.
  92. 92ALTRI PARIA.
  93. 93L’ISPETTORE SCIENZIATO.
  94. 94I MARTIRI DELLA GINNASTICA.
  95. 95GIORNATE GRIGIE.
  96. 96LA METAMORFOSI DELLA “LETTERATA„.
  97. 97LA SCUOLA NEL TEATRO.
  98. 98LA MOGLIE DEL DELEGATO.
  99. 99LAVORI D’APPROCCIO.
  100. 100UCCELLI DI PASSAGGIO.
  101. 101L’ASSALTO.
  102. 102NUOVI ENTUSIASMI.
  103. 103BRUTTI SEGNI.
  104. 104PRIMAVERA.
  105. 105LAMPI.
  106. 106TEMPESTA.
  107. 107POST HOC.
  108. 108BOSSOLANO.
  109. 109NELLA FARMACIA.
  110. 110IL MAESTRO IDEALE.
  111. 111LA MAESTRA MARTICANI.
  112. 112IL GRANDE “CRAC.„
  113. 113BIZZARRIE.
  114. 114IN CASA DEL SINDACO.
  115. 115IL MAESTRO DELLI.
  116. 116PICCOLI PERSONAGGI.
  117. 117UNA VISITA POLIZIESCA.
  118. 118L’ORGANISTA E LA MAESTRINA.
  119. 119UN’APPARIZIONE.
  120. 120IL MARITO MISTERIOSO.
  121. 121UN GRANDE DOLORE.
  122. 122CONSEGUENZE.
  123. 123ULTIMI GIORNI.
  124. 124A TORINO.
  125. 125VISI NUOVI E AMICI VECCHI.

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