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Canti di Castelvecchio cover

Italian Edition

Literature

Canti di Castelvecchio

Italian BooksWhale Edition by Giovanni Pascoli

Una raccolta poetica di memoria familiare, natura, lutto, campagna e musica verbale.

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Book introduction

Canti di Castelvecchio

Canti di Castelvecchio raccoglie poesie in cui Pascoli intreccia natura, memoria, lutto domestico e simboli sonori. È una delle raccolte centrali della poesia italiana moderna.

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Giovanni Pascoli morì nel 1912, e Canti di Castelvecchio fu pubblicato nel 1903. Queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione originale italiana.

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Canti di Castelvecchio

LA POESIA

I

I

o sono una lampada ch’arda

soave!

la lampada, forse, che guarda

pendendo alla fumida trave,

la veglia che fila;

e ascolta novelle e ragioni

da bocche

celate nell’ombra, ai cantoni,

là dietro le soffici rócche

che albeggiano in fila:

ragioni, novelle, e saluti

d’amore, all’orecchio, confusi:

gli assidui bisbigli perduti

nel sibilo assiduo dei fusi;

le vecchie parole sentite

da presso con palpiti nuovi,

tra il sordo rimastico mite

dei bovi:

II

la lampada, forse, che a cena

raduna;

che sboccia sul bianco, e serena

su l’ampia tovaglia sta, luna

su prato di neve;

e arride al giocondo convito;

poi cenna,

d’un tratto, ad un piccolo dito,

là, nero tuttor della penna

che corre e che beve:

ma lascia nell’ombra, alla mensa,

la madre, nel tempo ch’esplora

la figlia più grande che pensa

guardando il mio raggio d’aurora:

rapita nell’aurea mia fiamma

non sente lo sguardo tuo vano;

già fugge, è già, povera mamma,

lontano!

III

Se già non la lampada io sia,

che oscilla

davanti una dolce Maria,

vivendo dell’umile stilla

di cento capanne:

raccolgo l’uguale tributo

d’ulivo

da tutta la villa, e il saluto

del colle sassoso e del rivo

sonante di canne:

e incende, il mio raggío, di sera,

tra l’ombra di mesta viola,

nel ciglio che prega e dispera,

la povera lagrima sola;

e muore, nei lucidi albori,

tremando, il mio pallido raggio,

tra cori di vergini e fiori

di maggio:

IV

o quella, velata, che al fianco

t’addita

la donna più bianca del bianco

lenzuolo, che in grembo, assopita,

matura il tuo seme;

o quella che irraggia una cuna

- la barca

che, alzando il fanal di fortuna,

nel mare dell’essere varca,

si dondola, e geme -;

o quella che illumina tacita

tombe profonde - con visi

scarniti di vecchi; tenaci

di vergini bionde sorrisi;

tua madre!... nell’ombra senz’ore,

per te, dal suo triste riposo,

congiunge le mani al suo cuore

già róso! -

V

Io sono la lampada ch’arde

soave!

nell’ore più sole e più tarde,

nell’ombra più mesta, più grave,

più buona, o fratello!

Ch’io penda sul capo a fanciulla

che pensa,

su madre che prega, su culla

che piange, su garrula mensa,

su tacito avello;

lontano risplende l’ardore

mio casto all’errante che trita

notturno, piangendo nel cuore,

la pallida via della vita:

s’arresta; ma vede il mio raggio,

che gli arde nell’anima blando:

riprende l’oscuro viaggio

cantando.

Canti di Castelvecchio - La partenza del boscaiolo

Giovanni Pascoli

Canti di Castelvecchio.djvu

Giovanni Pascoli

-

Canti di Castelvecchio

(1907)

La partenza del boscaiolo

Canti di Castelvecchio - La Poesia

Canti di Castelvecchio - L'uccellino del freddo

LA PARTENZA DEL BOSCAIOLO

I

La scure prendi su, Lombardo,

da Fiumalbo e Frassinoro!

Il vento ha già spiumato il cardo,

fruga la tua barba d’oro.

Lombardo, prendi su la scure,

da Civago e da Cerù:

è tempo di passar l’alture:

tient’a su! tient’a su! tient’a su!

II

Più fondo scavano, le talpe

nelle prata in cui già brina.

È tempo che tu passi l’Alpe,

chè la neve s’avvicina.

Le talpe scavano più fondo.

Vanno più alte le gru.

Fa come queste e va pel mondo:

tient’a su! tient’a su! tient’a su!

III

Per le faggete e l’abetine,

dalle fratte e dal ruscello,

quel canto suona senza fine,

chiaro come un campanello.

Per l’abetine e le faggete

canta, ogni ora ogni dì più,

la cinciallegra e ti ripete:

tient’a su! tient’a su! tient’a su!

IV

Di bosco è come te, la cincia:

campa su la macchia anch’essa.

Sa che, col verno che comincia,

ti finisce la rimessa.

La cincia è come te, di bosco:

sa che pane non n’hai più.

Va dove n’ha rimesso il Tosco:

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mi venne a trovare ov’io era,

squillando squillando

nell’oscurità.

Il treno s’appressa...Già sento

la querula tromba che geme,

là, se non è l’urlo del vento.

E il treno rintrona rimbomba,

rimbomba rintrona, ed insieme

risuona una querula tromba.

E un’altra, ed un’altra — Non essa

m’annunzia che giunge? — io domando.

— Quest’altra! — Ed il treno s’appressa

tremando tremando

nell’oscurità.

Sei tu che ritorni. Tra poco

ritorni, tu, piccola dama,

sul mostro dagli occhi di fuoco.

Hai freddo? paura? C’è un tetto,

c’è un cuore, c’è il cuore che t’ama

qui! Riameremo. T’aspetto.

Già il treno rallenta, trabalza,

sta... Mia giovinezza, t’attendo!

Già l’ultimo squillo s’inalza

gemendo gemendo

nell’oscurità...

E il Tempo lassù dalla torre

mi grida ch’è giorno. Risento

la tromba e la romba che corre.

Il giorno è coperto di brume.

Quel flebile suono è del vento,

quel labile tuono è del fiume.

È il fiume ed è il vento, so bene,

che vengono vengono, intendo,

così come all’anima viene,

piangendo piangendo,

ciò che se ne va.

Canti di Castelvecchio - Le ciaramelle

Giovanni Pascoli

Canti di Castelvecchio.djvu

Giovanni Pascoli

-

Canti di Castelvecchio

(1907)

Le ciaramelle

Canti di Castelvecchio - Notte d'inverno

Canti di Castelvecchio - Per sempre

LE CIARAMELLE

Udii tra il sonno le ciaramelle,

ho udito un suono di ninne nanne.

Ci sono in cielo tutte le stelle,

ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente;

hanno destata ne’ suoi tuguri

tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;

accende il lume sotto la trave:

sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,

di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno

là nella casa, qua su la siepe:

sembra la terra, prima del giorno,

un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle;

paion restare come in attesa;

ed ecco alzare le ciaramelle

il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,

suono di casa, suono di culla,

suono di mamma, suono del nostro

dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,

d’avanti il giorno, d’avanti il vero,

or che le stelle son là sublimi,

conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,

che non ancora s’accende il fuoco;

prima del grido delle campane

fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,

di tante cose! Ma il cuor lo vuole,

quel pianto grande che poi riposa,

quel gran dolore che poi non duole:

sopra le nuove pene sue vere

vuol quei singulti senza ragione:

sul suo martòro, sul suo piacere,

vuol quelle antiche lagrime buone!

Canti di Castelvecchio - Per sempre

Giovanni Pascoli

Canti di Castelvecchio.djvu

Giovanni Pascoli

-

Canti di Castelvecchio

(1907)

Per sempre

Canti di Castelvecchio - Le ciaramelle

Canti di Castelvecchio - La nonna

PER SEMPRE

Io t’odio?!... Non t’amo più, vedi,

non t’amo... Ricordi quel giorno?

Lontano portavano i piedi

un cuor che pensava al ritorno.

E dunque tornai... tu non c’eri.

Per casa era un’eco dell’ieri,

d’un lungo promettere. E meco

di te portai sola quell’eco:

per sempre!

Non t’odio. Ma l’eco sommessa

di quella infinita promessa

vien meco, e mi batte il cuore

col palpito trito dell’ore;

mi strilla nel cuore col grido

d’implume caduto dal nido:

per sempre!

Non t’amo. Io guardai, col sorriso,

nel fiore del molle tuo letto.

Ha tutti i tuoi occhi, ma il viso...

non tuo. E baciai quel visetto

straniero, senz’urto alle vene.

Le dissi: «E a me, mi vuoi bene?»

«Sì, tanto!» E i tuoi occhi in me fisse.

«Per sempre?» le dissi. Mi disse:

per sempre!

Risposi: «Sei bimba e non sai

Per sempre

che voglia dir mai!»

Rispose: «Non so che vuoi dire?

Per sempre

vuol dire

Morire...

sì: addormentarsi la sera:

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là si leva la terra, e si tramuta

con le pale, o valletti e cestinelle.

La pareggiano, seminano. Nasce

un’erba. Ed ecco poi vanno a pulirla,

levano il loglio, scerbano i vecciuli,

e scentano la sciamina, cattiva,

e la gramigna, che riè cattiva,

e i paternostri, ch’è peggior di tutte.

A suo tempo si sega, lega, ammeta,

scuote, ventola, spula. Eccolo bello

nel bel soppiano dai due godi il grano„

E disse il Bosco, buon pastor di monte,

ch’era ad albergo: egli da Pratuscello

mena il branco alla Pieve, a quei guamacci;

per là dicon guamacci: è il terzo fieno:

“Ho inteso dire ch’hanno le sue bestie:

quali, pecore, e quali, proprio bestie,

ossia da frutto, ovvero anche da groppa.

Ma piccoline e verdi queste, e quelle

con una lana molle come sputo:

pascono in cento un cuccolo di fiore.

E il pastore ha due verghe, esso, non una:

due, con nodetti, come canne; e molge

con esse: le vellica, e danno il latte;

o chiuse dentro, o fuori, per le prata:

come noi, che si molge all’aria aperta,

nella statina, le serate lunghe:

quando su l’Alpe c’è con noi la luna

sola, che passa, e splende sui secchielli,

e il poggio rende un odorin che accora„

E disse il Quarra, un capo, uno che molto

girò, portando santi e re sul capo,

di là dei monti e del sonante mare:

ora s’è fermo, e campa a campanello:

“Lessi in un libro, ch’hanno contadini

come noi; ma non come mezzaiuoli

timidi sol del Santo pescatore,

e che, d’Ottobre, quando uno scasato,

cerca podere, a lui dice il fringuello:

— Ce n’è, ce n’è, ce n’è, Francesco mio!-

Quelli no: sono negri. Alla lor terra

venne un lontano popolo guerriero,

che il largo fiume valicò sul ponte.

Fecero un ponte: l’uno chiappò l’altro

per le gambe, e così tremolò sopra

l’acqua una lunga tavola. Fu presa

la munita città, presi i fanciulli,

ch’or sono schiavi e fanno le faccende;

e il vincitore campa a campanello„

E qui la China, madre d’otto figli

già sbozzolati, accoccò il filo al fuso,

mise il fuso sul legoro, le tiglie

si strusciò dalla bocca arida; e disse:

“Io l’ho vedute, come fanno ai figli

le madri, ossia le balie. Hanno i figlioli

quasi fasciati dentro un bozzolino.

Lo sa la mamma che lì dentro è chiuso

il lor begetto, ch’è cicchin cicchino,

e dorme, e gli fa freddo e gli fa caldo.

Lasciano all’altre le faccende, ed esse

altro non fanno che portare il loro

furigello ora all’ombra ed ora all’aspro,

in collo, come noi; ch’è da vedere

come via via lo tengono pulito,

come lo fanno dolco con lo sputo;

e infine con la bocca aprono il guscio,

come a dire, le fasce; e il figliolino

n’esce, che va da sé, ma gronchio gronchio„

Così parlando, essi bevean l’arzillo

vino, dell’anno. E mille madri in fuga

correan pei muschi della scorza arsita,

coi figli, e c’era d’ogni intorno il fuoco;

e il fuoco le sorbiva con un breve

crepito, nè quel crepito giungeva

al nostro udito, più che l’erme vette

d’Appennino e le aguzze alpi Apuane,

assise in cerchio, con l’aeree grotte

intronate dal cupo urlo del vento,

odano lo strider d’un focherello

ch’arde laggiù laggiù forse un villaggio

con le sue selve; un punto, un punto rosso

or sì or no. Né pur vedea la gente

là, che moriva, i mostri dalla ferrea

voce e le gigantesse filatrici:

i mostri che reggean concavi laghi

di sangue ardente, mentre le compagne

con moto eterno, tra un fischiar di nembi,

mordean le bigie nuvole del cielo.

Ma non vedeva il popolo morente,

gli dei seduti intorno alla sua morte,

fatti di lunga oscurità: vedeva,

forse in cima all’immensa ombra del nulla,

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Part 1
  2. 02Part 2
  3. 03Part 3
  4. 04Part 4
  5. 05Part 5
  6. 06Part 6
  7. 07Part 7
  8. 08Part 8
  9. 09Part 9

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