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Italienisch Ausgabe

Literatur

Giacinta

BooksWhale-Ausgabe auf Italienisch von Luigi Capuana

Un romanzo verista italiano su trauma, desiderio, reputazione sociale e destino femminile.

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Bucheinführung

Giacinta

Giacinta è uno dei romanzi più noti di Luigi Capuana e un testo importante del verismo italiano. Attraverso una vicenda di ferita infantile, amore, matrimonio e giudizio sociale, il romanzo osserva con durezza le pressioni morali e psicologiche imposte a una donna.

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Luigi Capuana morì nel 1915 e Giacinta fu pubblicato per la prima volta nel 1879; queste date sostengono la base di pubblico dominio per questa edizione italiana originale.

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Giacinta

Luigi Capuana

VorschaukapitelA NEERAVorschau

In quanto al romanzo, non avevo ancora un’idea precisa di quello che potevamo tentare, addentellandolo alla forma più sviluppata e quasi compiuta di esso, la francese. Uscivo allora allora dalla farraginosa lettura del Balzac ; e i romanzi di questo, e Madame Bovary e i primi volumi dei Rougon-Macquart letti immediatamente dopo, non erano arrivati a fondersi così bene nella mia mente, da darmi il chiaro concetto della misura con cui si sarebbe potuto ottenere anche in Italia il resultato d’una narrazione originale. Era un esperimento nuovo, o quasi; avevamo dei timidi tentativi soltanto, e più del genere di Ottavio Feuillet che d’altro. Pareva che la nostra vita contemporanea sentisse una gran paura di apparire nell’arte allo stesso schietto modo ch’era apparsa nella novelle del Boccaccio , del Sacchetti e dei loro un po’ meno coraggiosi imitatori.

Il Tommaseo , che di quando in quando scattava con audacie proprio inaspettate in un ingegno come il suo, aveva scritto un breve racconto, pieno di efficacia, di osservazione fina ed arguta, ora troppo ingiustamente dimenticato; ma erasi arrestato a quell’unico saggio, intimidito forse dagli strilli dei soliti critici moralisti, che lo assordarono gridando da tutte le parti allo scandalo. Peccato! Da quel racconto si vede quanta attitudine egli avesse pel romanzo, se mai si fosse deliberato a provarvisi. La seconda parte specialmente ha una straordinaria forza di rappresentazione rapida, semplice,

commovente. E che dialogo!... Ma in quel tempo di romanzi storici trasudanti politica da tutti i pori, i casi d’una povera donna caduta, cui l’amore redimeva, parvero antiartistica e antipatriottica bestemmia; e l’indignazione della stampa fu tale, che il Tommaseo non ebbe animo di ricominciare. Strano ingegno questo Dalmata! Sembrava non sapesse decidersi ad essere o tutt’artista o tutto pedante! Stranissimo pedante innanzi tutto, le cui arditezze di pensiero e di forma nel racconto e nella poesia rimangono, dopo tant’anni, tresche e ammirabili ancora!

Nel ’75, la nuova generazione, venuta su un po’ stordita dagli avvenimenti politici, ignorava quel racconto e non poteva trarne nessun insegnamento. Già ci mancava poco che il Tommaseo non passasse in quel tempo per codino, anzi per clericale, e questo non era per noi una bella raccomandazione. Inoltre, occorreva un fiuto particolare, un’intelligenza fuor del comune per avvedersi che in quel racconto ci era già il primo passo verso un’assimilazione della forma narrativa francese. Vissuto molto in Francia, immune dei pregiudizi de’ suoi contemporanei contro le letterature straniere, il Tommaseo non guardava con occhio di commiserazione i romanzi del Balzac e della Sand , come gli altri nostri letterati facevano. E la vasta e varia cultura, e l’esperienza della vita, e l’indole riflessiva, e la mente penetrante, permettendogli di apprezzare un’arte di cui non avevamo nessun piccolo saggio tra noi, lo mettevano meglio di qualunque altro nel caso di trapiantarne il germe nel nostro suolo e bene acclimarvelo. Ma nessuno si accorse di questo; e i romanzi storico-politici continuarono a essere in onore, quantunque le pallide imitazioni feuillettiane cominciassero a contender loro il terreno. Quando poi le circostanze fecero perdere a quelli il po’ di merito loro, un merito estraneo all’arte, e queste apparvero fiacche e manchevoli; appena le menti libere da ogni impaccio sentirono il fresco profumo d’arte viva che penetrava da ogni lato, sentii anch’io insieme con gli altri la smania di cimentarmi nel libero arringo. La mia evoluzione era quasi compiuta. Provatomi nella novella, niente di più naturale che volessi provarmi nel romanzo. Però

non avevo, ripeto, un’idea precisa di quello che occorresse fare; nè, forse, potevo averla. Una forma d’arte non può venir determinata astrattamente a priori : La riflessione aiuta, in parte a foggiarla, ma la fusione delle qualità individuali con le forme da altri sviluppate avviene inconsapevolmente, nella spontaneità della creazione. La forma, appunto se vuol riuscire creatura vitale, deve farsi via via, seguendo la legge della assimilazione, dell’adattamento, della crescenza e dello sviluppo, al pari d’ogni altra creatura vivente. Però, allora, non sapevo neppur questo; e accingendomi a scrivere un romanzo, seguivo più l’impulso della mia baldanza giovanile che non l’idea di abbandonarmi alla genialità del lavoro, e indi vedere che ne sarebbe risultato.

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— Capitano, — disse Giacinta.

E, presogli il braccio, lo tirava verso la vetrata della terrazza con vivacità fanciullesca.

— È vero che il tenente Brogini ha un’amante vecchia e brutta che talvolta lo picchia?

Il capitano Ranzelli cessò di sorridere e si fece serio serio.

— Perdoni, signorina; ma...

— Al solito, gli scrupoli! — esclamò Giacinta con una piccola mossa di dispetto. — È una scommessa; me lo dica, mi faccia questo piacere. Dopo se vorrà, potrà sgridarmi.

— Io non la sgrido; non ne ho il diritto nè l’autorità — rispose il capitano. — Però ho tanta stima di lei e le voglio...

— Tanto bene! — lo interruppe Giacinta, ridendo.

— Sì, tanto bene, che non posso vederla commettere, senza dispiacere, una leggerezza da nulla.

— Ho fatto male?

— Almeno qui, dinanzi a questa gente che suol dare maligna interpretazione anche alle cose più innocenti.

— Com’è severo! Oh! Oh!

— Non dica così. Spesso spesso le apparenze valgono più della realtà, e il mondo...

— È vero o no che il tenente Brogini...? — ripetè Giacinta spazientita.

— Senta qua.

Il Ranzelli fece girare sulle rotelle la poltrona vicina, prese una seggiola e, appoggiate le mani sulla spalliera, chinandosi un po’ in avanti, soggiunse:

— Segga, dieci minuti.

Vedendola sdraiata lì, con la bruna testa buttata indietro e la faccia rivolta verso di lui, stette a osservarla, in piedi, dondolando la seggiola. Quella personcina minutina, rannicchiata tra la soffice imbottitura della poltrona e così ben modellata dalle pieghe dell’abito, gli richiamava alla mente l’immagine di un gioiello tra la bambagia carnicina e il raso azzurro dell’astuccio; mentre Giacinta, vistagli apparire negli occhi la forte commozione che gli agitava il cuore in quel momento, sorrideva a fior di labbra.

Il capitano sedutosele di fronte, molto accosto, cominciò a parlare sotto voce; e stando ad ascoltarlo attentamente, colle sopracciglia un po’ corrugate, ella intanto girava gli occhi attorno, da un gruppo all’altro del salotto.

Sotto il grande specchio di Murano, dalla cornice di cristallo tutta fiori e foglie scintillanti ai vivi riflessi dei lumi, la bella signora Clerici rideva delle sciocchezze di quell’insulso dell’avvocato Ratti che gesticolava come un burattino.

Più in là, la signora Mazzi, bionda e grassona, movendo lentamente il ventaglio, con gli occhi socchiusi, da quella indolente che era, stava a sentire chi sa quale discussione tra il Gessi e il giovine Porati. Se n’erano appellati a lei, pareva... Oh! Sapevano scegliere quei due!

— Eh?... dico bene? — domandò il capitano.

— Sì, sì.

Giacinta aveva risposto chinando lievemente il capo, senza interrompere la sua rassegna.

Dal sedile a foggia di un’esse posto nel centro del salotto, la signora Rossi, che ragionava col Merli — parlava sempre lui quel buratto! — li spiava di sbieco, con la sua aria maligna di magra stecchita, storcendo più del solito gli occhi sul faccione da mula. Quei due occhi collo strabismo davano a Giacinta il mal di capo ogni volta che le accadeva di fissarli un tantino; e per ciò li aveva subito evitati. Ma s’era incontrata con gli sguardi pettegoli della Gina, la nipote della signora Rossi. Voltavasi anche essa, di tanto in tanto verso di loro, forse per distrarsi dal conversare con quel grullo del conte Grippa di San Celso che, piantato davanti a lei, piegato in arco, colle braccia incrociate sulla schiena, le spalancava in viso la bocca enorme; forse, perchè moriva dalla curiosità di sapere di che discorressero, con tanto interesse, quei due.

Proprio in quel punto Giacinta si era messa a sorridere, soddisfatta, abbassando le palpebre, scotendo lentamente il capo in segno di conferma, intanto che il Ranzelli, eretto sulla vita, impettito, scuro in viso, mordevasi i baffi e si guardava, per darsi un contegno, le mani.

Alzando gli occhi, ella scorse in un angolo sua madre che le gettava, di sfuggita, certe occhiate penetranti come un succhiello.

— La mamma ci osserva — disse al capitano.

— Tanto meglio — rispose questi, guardando

dalla parte dove la signora Marulli, col vestito nero accollato, orlato da un goletto bianchissimo, a cartocci, che dava risalto alla sua bella testa di donna matura, pareva ragionasse fitto fitto colla signora Villa, senza neppure badare ai continui dinieghi di questa.

Inhaltsverzeichnis

In dieser Ausgabe

  1. 01Full text
  2. 02A NEERA
  3. 03I.
  4. 04II.
  5. 05III.
  6. 06IV.
  7. 07V.
  8. 08VI.
  9. 09VII.
  10. 10VIII.
  11. 11IX.
  12. 12X.
  13. 13XI.
  14. 14XII.
  15. 15XIII.
  16. 16XIV.
  17. 17XV.
  18. 18I.
  19. 19II.
  20. 20III.
  21. 21IV.
  22. 22V.
  23. 23VI.
  24. 24VII.
  25. 25VIII.
  26. 26IX.
  27. 27X.
  28. 28XI.
  29. 29XII.
  30. 30XIII.
  31. 31XIV.
  32. 32XV.
  33. 33XVI.
  34. 34XVII.
  35. 35XVIII.
  36. 36XIX.
  37. 37I.
  38. 38II.
  39. 39IV.
  40. 40V.
  41. 41VI.
  42. 42VII.
  43. 43VIII.
  44. 44IX.
  45. 45X.
  46. 46XI.
  47. 47XII.
  48. 48XIII.
  49. 49XIV.
  50. 50XV.
  51. 51FINE.

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