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Letteratura
La buona moglie
Edizione BooksWhale in italiano di Carlo Goldoni
Una commedia domestica sull’onore, la pazienza e la ricomposizione di un matrimonio in crisi.
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Introduzione al libro
La buona moglie
Goldoni mette in scena una famiglia attraversata da gelosia, offese e incomprensioni, affidando alla saggezza della moglie il ritorno alla responsabilità.
Edizione BooksWhale
Come è stata preparata
Questa edizione si basa su un testo di pubblico dominio ed è stata preparata da BooksWhale per la lettura digitale.
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Perché può essere condivisa
The original work is a public-domain classic by Carlo Goldoni, who died in 1793.
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La buona moglie
Carlo Goldoni
Capitolo in anteprimaIL SIGNORAnteprima
NICCOLA BEREGAN
PATRIZIO VENETO.
I sia permesso, Eccellentissimo Signore, di presentarmi per chiederci quel favore che benignamente mi fu conceduto dagli altri miei Padroni. Soffrite ch’io dia fregio col vostro nome ad una delle povere mie Commedie. Questa permissione io vi supplico d’accordarmi, ond’io possa significare a voi ed agli altri quell’interno senso d’ossequiosa riconoscenza ch’io vi processo, e che mi ricorda sempre quelle tante gentilezze, che con proprio onore riportai dalla vostra bontà, e per cui questa ancora all’altre vorrete aggiungere graziosamente.
Io protesto di conoscere quanto siate per iscostarvi dal vostro rigoroso genio di pensare, se chiedendovi umilmente di poter farlo, vorrete usar meco la distinzione di compiacermi, ma non temete, Eccellentissimo Signore, ch’io sia per abusarmene e farvi con ciò dispiacere. So quanto ad un certo genere di officiosità, sebben sincere e dovute, si opponga la vostra modestia; so quanto seriamente vi siete spiegato alle occasioni di non voler significazioni espresse di lode, e quanto nell’ordine delle qualità umane amiate più di possederle che di farle apparire. Prometto però, Eccellentissimo Signore, d’obbedirvi, non seguirò il comun uso, non uscirò dal dover mio; se fornito siete di rari talenti, se i vostri studi, se la poesia, la storia, l’erudizione, se i più vasti e più gravi argomenti sopra de’ quali e così facilmente e tanto ordinatamente avete impreso di scrivere, non sono che un vostro sollievo, una disposizione dell’ore d’ozio e di riposo, che vi si permettono dalle pubbliche vostre incombenze, se all’uso della civile prudenza e della privata consuetudine unite felicemente i più veri caratteri del
Cavaliere e del Cittadino: io lascerò tutte queste immagini impresse, come elle sono perfettamente nell’animo di chiunque ha l’onore di conoscervi, e degli amici vostri singolarmente, che ne sono gli ottimi conoscitori, ne mi farò lecito d’appressare la mano a quel velo, con cui così gelosamente volete voi ricoprirle
Io però che mi confesso non abituato così fino e squisito modo di pensare, non senza interno rincrescimento mi adatto a nascondere altrui in questo incontro quanto sia pregevole per le sue tante e così distinte condizioni quell’umanissimo Padrone, che si degna di riguardarmi con benignità e con amore. Accerto l’E. V. che solo in qualche parte mi consola l’ubbidienza che le presto in tal congiuntura. Accordatemi però. Eccellentissimo Signore, il favore che umilmente vi chiedo, e permettetemi ch’io possa, lo dirò semplicemente, porre in fronte ad una delle mie Opere il vostro veneratissimo nome, concedendomi ch’io vi baci devotamente le mani
Di V. E.
Torino, li 8 di Maggio 1751
Umiliss. Devotiss. ed Obbligatiss. Serv
Carlo Goldoni.
Questa data si legge solo nell’ed. Bettinelli, II (1751), dove fu stampata per la prima volta la presente lettera di dedica.
LETTERA DELL'AUTORE
AL BETTINELLI
Scrittagli da Torino l’anno 1751, mandandogli
la presente Commedia
NTORNO alla presente Commedia intitolata la
Bona muggier
, o sia
Buona moglie
, non ho a dirvi forse di più di quello che già vi dicessi intorno alla
Putta onorata
, da cui questa ha un’intera e naturale dipendenza. Nasceranno le difficoltà medesime per li vocaboli Veneziani, e con le stesse poche dichiarazioni potranno in parte essere spianate. Usata una tale diligenza, forse accaderà che leggendola questa sia più gradita dell’altra, perciocchè gli affetti che in essa vengono maneggiati, hanno minor forza quanto al ridicolo; ma quanto alla passione sono più veementi. Il ridicolo, aiutato da gesti, dall’intelligenza del dirlo a tempo, e dalla voce stessa degli Attori, spicca più e prende maggior lume; ma nelle scritture in gran parte si perde; poichè ciascheduno che legge, non può penetrare in quella picciola occasioncella preveduta dall’Autore, o fatta nascere con industria da’ periti Recitanti per commovere il riso. Ciò della gagliarda passione certamente non avviene, poichè quantunque una gran parte nel leggere se ne svanisca, pure tanta ne rimane ancora, che fa impressione nell’animo del leggitore, ed eccita in lui quelle agitazioni, che negl’introdotti Personaggi si leggono. E certamente, che se verun’altra mia rappresentazione ha avuto forza di commovere, è stata la presente Commedia; perchè quasi esempio di cose vere, ha prodotto sull’animo di qualche uditore mirabile effetto. Onde io son certo che nella scrittura non possa totalmente mancare il vigore delle passioni in essa maneggiate. Sembrerà forse ad alcuni che i caratteri sieno un poco troppo gagliardi, e spinti alquanto oltre alla naturalezza; ma tra per l’esser questa una cosa non ancora sentenziata, se si debba o non si debba ingrandirli, e tra gli esemplari di buoni autori, che ci rimangono, e quel ch’è più per
Capitolo in anteprimaSCENA PRIMA.Anteprima
Camera in casa di Bettina.
Bettina
a sedere, che fa le calze e sta cullando un bambino, poi
Momola.
Bettina
(Cullando canta)
Sto putelo no vol dormir. No so cossa mai che el gh’abia. No gh’ho mai un’ora de ben. Uh, quanto che stava megio da maridar! Almanco dormiva i mi soni, laorava co ghe n’aveva vogia, e andava a spasso co voleva. Me recordo che el me lo diseva el sior Pantalon, mio missier. Betina, magnerè el pan pentio. Oh! lo magno, lo magno. No credeva mai che Pasqualin me avesse da far sta cativa vita. Malignaze le cative pratiche! No gh’è caso: sto putelo no vol dormir. Momola.
(chiama)
Adesso, vita mia.
sangue mio, te farò far la pappa, sa, caro. Momola. Momola. Anca sì che sta frasconazza xe sul balcon! Momola.
Momola
. Siora.
(di dentro)
Bettina
. Vien qua; dove diavolo estu ficada?
Momola
. Son qua, siora, cossa vorla?
(esce)
Bettina
. Tuto el zorno su quel malignazo balcon.
Momola
. Son andada a chiamar el scuazer
Bettina
. Sì ben, careta, el scuazer. Sastu cossa che t’ho da dir? Che se ti vol magnar el mio pan, vogio che ti staghi drento dei to balconi.
Momola
. Cara siora parona, che mal fazzio a andar un poco al balcon?
Bettina
. No vogio che ti fazzi comarezzo
co le visine. I fati mii no vogio che nissun li sapia.
Momola
. Mi no parlo co nissun.
Bettina
. Eh via, che lo so che ti xe una petegola. Ti conti tuto.
Momola
. Cossa hogio dito, via, cossa hogio dito?
Bettina
. Ti ghe xe andada a contar alla frutariola, che mio mario m’ha dà una slepa
Momola
. Oh! mi no gh’ho dito gnente. L’ha sentio ela el crior a star al balcon.
Bettina
. Busiara! Se mi no gh’ho gnanca parlao. Co mio mario me dà, no alzo gnanca la ose
Momola
. Mi ghe digo che no gh’ho dito gnente; se la lo vol creder, che la lo creda, se no la lo vol creder, che la lassa star.
Bettina
. Senti sa, frasca, te manderò da to mare.
Momola
. E mi gh’anderò; cossa m’importa a mi?
Bettina
. Tiolè su. Questo xe quel che s’avanza a far del ben a ste sporche. T’ho tiolta in casa, che ti gieri piena de vermenezzo
. No ti gh’avevi camisa al cesto, e adesso che ti xe vestia e desfamada, ti parli cussì ah, frasconazza?
Momola
. Mo se sempre la me cria.
Bettina
. No t’importa andar da to mare, ah? No ti te recordi el ben che t’ho fato? Ti me vol impiantar, n’è vero
?
Momola
. Mi no, siora parona; vogio star con ela, se la me vol.
Bettina
. Via, anemo, va là, va a meter suso la panada per el putelo.
Momola
. Vago, siora.
Bettina
. A quel balcon no vogio che ti ghe vaghi.
Momola
. Siora no, no gh’anderò più.
Bettina
. E sora tuto, se ti vol star con mi, co i omeni no se parla.
Momola
. No, siora?
Bettina
. Siora no, siora, siora no. Mi, co giera puta, no parlava co nissun.
Momola
. Avè pur parlà co sior Pasqualin.
Bettina
. Sì ben, ho parlà con elo, co so stada in stato da maridarme; anca ti, co sarà el tempo, ti farà quel che fa le altre.
Momola
. Ghe vol assae, siora?
Bettina
. Via, che ti spuzzi ancora da late.
Momola
. Da late?
Bettina
. Via, pissota, va a meter su la panada.
Momola
. (No vedo l’ora de vegnir granda. Me lo vol trovar anca mi, varè, un toco d’ometo). (da sè, e parte)
Indice
In questa edizione
- 01Full text
- 02IL SIGNOR
- 03SCENA PRIMA.
- 04SCENA II.
- 05SCENA III.
- 06SCENA IV.
- 07SCENA V.
- 08SCENA VI.
- 09SCENA VII.
- 10SCENA VIII.
- 11SCENA IX.
- 12SCENA X.
- 13SCENA XI.
- 14SCENA XII.
- 15SCENA XIII.
- 16SCENA XIV.
- 17SCENA XV.
- 18SCENA XVI.
- 19SCENA XVII.
- 20SCENA XVIII.
- 21SCENA XIX.
- 22SCENA XX.
- 23SCENA XXI.
- 24SCENA PRIMA.
- 25SCENA II.
- 26SCENA III.
- 27SCENA IV.
- 28SCENA V.
- 29SCENA VI.
- 30SCENA VII.
- 31SCENA VIII.
- 32SCENA IX.
- 33SCENA X.
- 34SCENA XI.
- 35SCENA XII.
- 36SCENA xin.
- 37SCENA XIV.
- 38SCENA XV.
- 39SCENA XVI.
- 40SCENA XVII.
- 41SCENA XVIII.
- 42SCENA XIX.
- 43SCENA XX.
- 44SCENA XXI.
- 45SCENA XXII.
- 46SCENA XXIII.
- 47SCENA XXIV.
- 48SCENA XXV.
- 49SCENA XXVI.
- 50SCENA PRIMA.
- 51SCENA II.
- 52SCENA III.
- 53SCENA IV.
- 54I tre Barcaruoli suddetti.
- 55SCENA V.
- 56SCENA VI.
- 57SCENA VII.
- 58SCENA VIII.
- 59SCENA IX.
- 60SCENA X.
- 61SCENA XI.
- 62SCENA XII.
- 63SCENA XIII.
- 64SCENA XIV.
- 65SCENA XV.
- 66SCENA XVI.
- 67SCENA XVII.
- 68SCENA XVIU.
- 69SCENA XIX.
- 70SCENA XX.
- 71SCENA XXI.
- 72SCENA ULTIMA.
- 73I paroncini,
- 74II cap. XXXII delle
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