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Letteratura

La locandiera

Edizione BooksWhale in italiano di Carlo Goldoni

Una commedia brillante su seduzione, autonomia, classe e teatro sociale.

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Introduzione al libro

La locandiera

La locandiera mette al centro Mirandolina, figura intelligente e indipendente che governa con abilità desideri, convenienze e rapporti di potere.

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Carlo Goldoni morì nel 1793, e La locandiera fu pubblicato nel 1753; queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione italiana.

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La locandiera

Carlo Goldoni

Capitolo in anteprimaLettera di dedicaAnteprima

ALL’ILLUSTRISSIMO E CLARISSIMO SIGNOR SENATORE GIULIO RUCELLAI PATRIZIO FIORENTINO CAVALIERE DELL'ORDINE DI S. STEFANO, SEGRETARIO DELLA GIURISDIZIONE ecc. QUANDO mi proposi, Illustrissimo Signor Senatore, di consagrare a Voi una delle mie Commedie, a solo fine di decorare le Opere mie con un sì illustre venerato nome, non pensai che ciò fare da me dovevasi, accompagnando la Commedia con una lettera. Ora ch’io prendo la penna in mano per farlo, conosco quanto malagevole cosa sia lo scrivere ad un personaggio, quale Voi siete, riguardevole per tanti titoli e per tante ragioni, unendosi in Voi tre qualità eccellenti, di perfetto Ministro, di saggio Filosofo e di eruditissimo Letterato.

Della prima qualità insigne, che vale a dire dell’onorevole presente carico che sostenete, non è da me il favellarne, eco facendo soltanto alle voci comuni che vi applaudiscono, e a quelle ancor più precisamente, che dalla Cesarea Corte derivano; potendosi dir di Voi, che quelli unicamente amici Vostri non sieno, li quali nemici sono della verità e della ragione. Del modo Vostro savissimo di pensare, della letteratura ed erudizione Vostra, posso con maggior fondamento fra me medesimo ragionare, poichè ammesso avendomi Voi benignamente all’amabile conversazione Vostra, deggio con verità asserire, non essermi da Voi alcuna fiata diviso, senza l'acquisto di qualche fondata massima, di qualche erudizione novella.

Il felicissimo talento Vostro, oltre il dono di una facile e viva penetrazione, ha quello ancora di una perfetta comunicativa, onde chi ha la fortuna di poter conversare con Voi, non si ferma soltanto nell’ammirarvi, ma ne riporta profitto. Voi sapete agli studj più serj unire i più dilettevoli; avete parlato meco della Commedia in una maniera che mi ha sorpreso; ed ho raccolto dai Vostri ragionamenti delle cognizioni, delle massime e delle notizie, che mi hanno arricchito la fantasia, ed illuminato la mente. Con questo picciolissimo cenno di quanto ho potuto scorgere in Voi di luminoso e di grande, ragionevole non sarà poi l’apprensione mia d’inviare a Voi, per iscorta della Commedia che vi presento, quest’umile, riverente mio foglio?

Io non ho il dono che Voi avete di restringere il molto in poco; manca a me quel brio, quella vivacità, quella prontezza di spirito, che brilla nei Vostri ragionamenti, ed egualmente s’ammira ne’ Vostri scritti; onde conoscendo me stesso e l’altissima sproporzione che da Voi mi allontana, arrossisco nel comparirvi dinanzi, rozzo nello stile qual sono, e scarsissimo di concetti. Pure fia necessario che qualche cosa io vi scriva, raccomandando alla protezione Vostra questa Commedia mia, che ha per titolo La Locandiera. Fatto questo, lo che in due sole righe consiste, miglior consiglio reputo per me certamente fermar la penna, anzi che sconciatamente adoprarla.

Volea parlarvi della Commedia medesima che vi presento: ma s’ella ha qualche cosa di buono, lo rileverete Voi assai meglio di quel ch’io vaglia a descriverla; e vanamente studierei di giustificarla nei suoi difetti, poichè questi da Voi saranno con fondamento a mio rossor conosciuti. Spero bene, ciò non ostante, essere da Voi compatito per due ragioni: la prima, perchè un Cavaliere benignissimo ed amoroso Voi siete, il quale quanto più è dotto, sa maggiormente le imperfezioni degli uomini condonare; ed in secondo luogo, perchè niuno meglio di Voi sa conoscere quanto malagevole cosa sia la formazione di una Commedia, e a quante leggi vada ella soggetta, e quanto facilmente nel dipingere la natura si possano prendere degli abbagli. Se dunque non ho coraggio di favellare di me, come arrischiarmi potrei a ragionare qualche poco di Voi?

In una lettera che precede, e dedica, ed offerisce un’Opera, qualunque siasi, pare necessarissimo l’elogio del Mecenate. Io mi confesso volonteroso di farlo, ma incapace di mettere la volontà mia in effetto. Entrar io non posso, senza confondermi, nelle dignità, nelle glorie dell’antichissima Vostra Famiglia, e molto meno delle infinite eroiche virtù che vi adornano ragionare potrei. Appresi sin da principio difficilissimo cotale impegno. Ho empito un foglio non saprei dire io medesimo di quai parole. Inutili forse tutte, fuori di queste ultime, colle quali vi chiedo dell’ardir mio umilmente perdono, raccomando me e la Commedia mia all’altissima protezione Vostra, e con profondissimo ossequio umilmente m’inchino. Di V. S. Illustriss. e Clariss. Umiliss. Devotiss. e Obbligatiss. Serv. Carlo Goldoni.

Capitolo in anteprimaL'autore a chi leggeAnteprima

FRA tutte le Commedie da me sinora composte, starei per dire essere questa la più morale, la più utile, la più istruttiva. Sembrerà ciò essere un paradosso a chi soltanto vorrà fermarsi a considerare il carattere della Locandiera, e dirà anzi non aver io dipinto altrove una donna più lusinghiera, più pericolosa di questa. Ma chi rifletterà al carattere e agli avvenimenti del Cavaliere, troverà un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute. Mirandolina fa altrui vedere come s’innamorano gli uomini. Principia a entrar in grazia del disprezzator delle donne, secondandolo nel modo suo di pensare, lodandolo in quelle cose che lo compiacciono, ed eccitandolo perfino a biasimare le donne istesse.

Superata con ciò l’avversione che aveva il Cavaliere per essa, principia a usargli delle attenzioni, gli fa delle finezze studiate, mostrandosi lontana dal volerlo obbligare alla gratitudine. Lo visita, lo serve in tavola, gli parla con umiltà e con rispetto, e in lui veggendo scemare la ruvidezza, in lei s’aumenta l’ardire. Dice delle tronche parole, avanza degli sguardi, e senza ch’ei se ne avveda, gli dà delle ferite mortali. Il pover’uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire, ma la femmina accorta con due lagrimette l’arresta, e con uno svenimento l’atterra, lo precipita, l’avvilisce.

Pare impossibile, che in poche ore un Uomo possa innamorarsi a tal segno: un uomo, aggiungasi, disprezzator delle donne, che mai ha seco loro trattato; ma appunto per questo più facilmente egli cade, perchè sprezzandole senza conoscerle, e non sapendo quali sieno le arti loro, e dove fondino la speranza de’ loro trionfi, ha creduto che bastar gli dovesse a difendersi la sua avversione, ed ha offerto il petto ignudo ai colpi dell’inimico. Io medesimo diffidava quasi a principio di vederlo innamorato ragionevolmente sul fine della Commedia, e pure, condotto dalla natura, di passo in passo, come nella Commedia si vede, mi è riuscito di darlo vinto al fine dell’Atto secondo.

Io non sapeva quasi cosa mi fare nel terzo, ma venutomi in mente, che sogliono coteste lusinghiere donne, quando vedono ne’ loro lacci gli amanti, aspramente trattarli, ho voluto dar un esempio di questa barbara crudeltà, di questo ingiurioso disprezzo con cui si burlano dei miserabili che hanno vinti, per mettere in orrore la schiavitù che si procurano gli sciagurati, e rendere odioso il carattere delle incantatrici Sirene. La Scena dello stirare, allora quando la Locandiera si burla del Cavaliere che languisce, non muove gli animi a sdegno contro colei, che dopo averlo innamorato l’insulta? Oh bello specchio agli occhi della gioventù! Dio volesse che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara Locandiera. Oh di quante Scene mi hanno provveduto le mie vicende medesime!.... Ma non è il luogo questo nè di vantarmi delle mie follie, nè di pentirmi delle mie debolezze.

Bastami che alcun mi sia grato della lezione che gli offerisco. Le donne che oneste sono, giubileranno anch’esse che si smentiscano codeste simulatrici, che disonorano il loro sesso, ed esse femmine lusinghiere arrossiranno in guardarmi, e non m’importa che mi dicano nell’incontrarmi: che tu sia maladetto!

Indice

In questa edizione

  1. 01Full text
  2. 02Lettera di dedica
  3. 03L'autore a chi legge
  4. 04Personaggi
  5. 05ATTO PRIMO
  6. 06SCENA II
  7. 07SCENA III
  8. 08SCENA I
  9. 09SCENA V
  10. 10SCENA V
  11. 11SCENA V
  12. 12SCENA V
  13. 13SCENA I
  14. 14SCENA X
  15. 15SCENA X
  16. 16SCENA X
  17. 17SCENA X
  18. 18SCENA X
  19. 19SCENA X
  20. 20SCENA X
  21. 21SCENA X
  22. 22SCENA X
  23. 23SCENA X
  24. 24SCENA X
  25. 25SCENA X
  26. 26SCENA X
  27. 27SCENA X
  28. 28ATTO SECONDO
  29. 29SCENA II
  30. 30SCENA III
  31. 31SCENA I
  32. 32SCENA V
  33. 33SCENA V
  34. 34SCENA V
  35. 35SCENA V
  36. 36SCENA I
  37. 37SCENA X
  38. 38SCENA X
  39. 39SCENA X
  40. 40SCENA X
  41. 41SCENA X
  42. 42SCENA X
  43. 43SCENA X
  44. 44SCENA X
  45. 45SCENA X
  46. 46SCENA X
  47. 47ATTO TERZO
  48. 48SCENA II
  49. 49SCENA III
  50. 50SCENA I
  51. 51SCENA V
  52. 52SCENA V
  53. 53SCENA V
  54. 54SCENA V
  55. 55SCENA I
  56. 56SCENA X
  57. 57SCENA X
  58. 58SCENA X
  59. 59SCENA X
  60. 60SCENA X
  61. 61SCENA X
  62. 62SCENA X
  63. 63SCENA X
  64. 64SCENA X
  65. 65SCENA X

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