Operette morali cover

italiano Edizione

Filosofia

Operette morali

Edizione BooksWhale in italiano di Giacomo Leopardi

Dialoghi filosofici e fantastici sulla natura, il desiderio, il dolore e l'illusione.

Anteprima
Estratto dal testo preparato
Formati
Lettore online, EPUB, PDF
Accesso
Claim Libreria

Introduzione al libro

Operette morali

Operette morali raccoglie prose e dialoghi in cui Leopardi affronta con ironia e lucidità la condizione umana, la felicità impossibile, la natura e il tempo. Questa edizione italiana offre una lettura chiara dell'opera.

Edizione BooksWhale

Come è stata preparata

Questa edizione si basa su un testo di pubblico dominio ed è stata preparata da BooksWhale per la lettura digitale.

Base di pubblico dominio

Perché può essere condivisa

Giacomo Leopardi died in 1837, and Operette morali was first published in 1827. These dates support the public-domain basis for the Italian source text used in this edition.

Leggi anteprima

Estratto dal testo preparato

Anteprima selezionata dal testo preparato per la lettura.

Capitolo in anteprimaFull textLeggi anteprima

Operette morali

Giacomo Leopardi

Capitolo in anteprimaSTORIA DEL GENERE UMANOAnteprima

Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe, nel modo che i poeti favoleggiarono dell’educazione di Giove. E che la terra fosse molto piú piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel mondo molto minore varietá e magnificenza che oggi non vi si scuopre. Ma nondimeno gli uomini, compiacendosi insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene sopra modo e riputando l’uno e l’altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, cosí di grandezza come di maestá e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione di felicitá. Cosí consumata dolcissimamente la fanciullezza e la prima adolescenza, e venuti in etá piú ferma, incominciarono a provare alcuna mutazione. Perciocchè le speranze, che eglino fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che meritassero poca fede; e contentarsi di quello che presentemente godessero, senza promettersi verun accrescimento di bene, non pareva loro di potere, massimamente che l’aspetto delle cose naturali e ciascuna parte della vita giornaliera, o per l’assuefazione o per essere diminuita nei loro animi quella prima vivacitá, non riusciva loro di gran lunga cosí dilettevole e grata come a principio. Andavano per la terra visitando lontanissime contrade, poiché lo potevano fare agevolmente, per essere i luoghi piani, e non divisi da mari, né impediti da altre difficoltá; e dopo non molti anni, i piú di loro si avvidero che la terra, ancorché grande, aveva termini certi, e non cosí larghi che fossero incomprensibili; e che tutti i luoghi di essa terra e tutti gli uomini, salvo leggerissime differenze, erano conformi gli uni agli altri. Per le quali cose cresceva la loro mala contentezza, di modo che essi non erano ancora usciti della gioventú, che un espresso fastidio dell’esser loro gli aveva universalmente occupati. E di mano in mano nell’etá virile, e maggiormente in sul declinare degli anni, convertita la sazietá in odio, alcuni vennero in sí fatta disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto amore, spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne privarono.

Parve orrendo questo caso agli dèi, che da creature viventi la morte fosse preposta alla vita, e che questa medesima in alcun suo proprio soggetto, senza forza di necessitá e senza altro concorso, fosse istrumento a disfarlo. Né si può facilmente dire quanto si maravigliassero che i loro doni fossero tenuti cosí vili e abbominevoli, che altri dovesse con ogni sua forza spogliarseli e rigettarli; parendo loro aver posta nel mondo tanta bontá e vaghezza, e tali ordini e condizioni che quella stanza avesse ad essere, non che tollerata, ma sommamente amata da qualsivoglia animale, e dagli uomini massimamente, il qual genere avevano formato con singolare studio a maravigliosa eccellenza. Ma nel medesimo tempo, oltre all’essere tocchi da non mediocre pietá di tanta miseria umana quanta manifestavasi dagli effetti, dubitavano eziandio che, rinnovandosi e moltiplicandosi quei tristi esempi, la stirpe umana fra poca etá, contro l’ordine dei fati, venisse a perire, e le cose fossero private di quella perfezione che risultava loro dal nostro genere, ed essi di quegli onori che ricevevano dagli uomini.

Deliberato per tanto Giove di migliorare, poiché parea che si richiedesse, lo stato umano, e d’indirizzarlo alla felicitá con maggiori sussidi, intendeva che gli uomini si querelavano principalmente che le cose non fossero immense di grandezza, né infinite di beltá, di perfezione e di varietá, come essi da prima avevano giudicato; anzi essere angustissime, tutte imperfette, e pressoché di una forma; e che dolendosi non solo dell’etá provetta, ma della matura, e della medesima gioventú, e desiderando le dolcezze dei loro primi anni, pregavano ferventemente di essere tornati nella fanciullezza, e in quella perseverare tutta la loro vita. Della qual cosa non potea Giove soddisfarli, essendo contraria alle leggi universali della natura, ed a quegli uffici e quelle utilitá che gli uomini dovevano, secondo l’intenzione e i decreti divini, esercitare e produrre. Né anche poteva comunicare la propria infinitá colle creature mortali, né fare la materia infinita, né infinita la perfezione e la felicitá delle cose e degli uomini. Ben gli parve conveniente di propagare i termini del creato, e di maggiormente adornarlo e distinguerlo; e preso questo consiglio, ringrandí la terra d’ogn’intorno, e v’infuse il mare, acciocché, interponendosi ai luoghi abitati, diversificasse la sembianza delle cose, e impedisse che i confini loro non potessero facilmente essere conosciuti dagli uomini, interrompendo i cammini, ed anche rappresentando agli occhi una viva similitudine dell’immensitá. Nel qual tempo occuparono le nuove acque la terra Atlantide, non solo essa, ma insieme altri innumerabili e distesissimi tratti, benché di quella resti memoria speciale, sopravissuta alla moltitudine dei secoli. Molti luoghi depresse, molti ricolmò suscitando i monti e le colline, cosperse la notte di stelle, rassottigliò e ripurgò la natura dell’aria ed accrebbe il giorno di chiarezza e di luce, rinforzò e contemperò più diversamente che per l’addietro i colori del cielo e delle campagne, confuse le generazioni degli uomini in guisa che la vecchiezza degli uni concorresse in un medesimo tempo coll’altrui giovanezza e puerizia. E risolutosi di moltiplicare le apparenze di quell’infinito che gli uomini sommamente desideravano (dappoi che egli non li poteva compiacere della sostanza), e volendo favorire e pascere le coloro immaginazioni, dalla virtú delle quali principalmente comprendeva essere proceduta quella tanta beatitudine della loro fanciullezza; fra i molti espedienti che pose in opera (siccome fu quella del mare), creato l’eco, lo nascose nelle valli e nelle spelonche, e mise nelle selve uno strepito sordo e profondo, con un vasto ondeggiamento delle loro cime. Creò similmente il popolo de’ sogni, e commise loro che, ingannando sotto piú forme il pensiero degli uomini, figurassero loro quella pienezza di non intelligibile felicitá, che egli non vedeva modo a ridurre in atto, e quelle immagini perplesse e indeterminate, delle quali esso medesimo, se bene avrebbe voluto farlo, e gli uomini lo sospiravano ardentemente, non poteva produrre alcun esempio reale.

Capitolo in anteprimaDIALOGO DI ERCOLE E DI ATLANTEAnteprima

Ercole. Padre Atlante, Giove mi manda, e vuole che io ti saluti da sua parte, e in caso che tu fossi stracco di cotesto peso, che io me lo addossi per qualche ora, come feci non mi ricordo quanti secoli sono, tanto che tu pigli fiato e ti riposi un poco.

Atlante. Ti ringrazio, caro Ercolino, e mi chiamo anche obbligato alla maestá di Giove. Ma il mondo è fatto cosí leggero, che questo mantello che porto per custodirmi dalla neve, mi pesa piú; e se non fosse che la volontá di Giove mi sforza di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me la porrei sotto l’ascella o in tasca, o me l’attaccherei ciondolone a un pelo della barba, e me n’andrei per le mie faccende.

Ercole. Come può stare che sia tanto alleggerita? Mi accorgo bene che ha mutato figura, e che è diventata a uso delle pagnotte, e non è piú tonda, come era al tempo che io studiai la cosmografia per fare quella grandissima navigazione cogli Argonauti: ma con tutto questo non trovo come abbia a pesare meno di prima.

Atlante. Della causa non so. Ma della leggerezza ch’io dico te ne puoi certificare adesso adesso, solo che tu voglia tòrre questa sulla mano per un momento, e provare il peso.

Ercole. In fé d’Ercole, se io non avessi provato, io non poteva mai credere. Ma che è quest’altra novitá che vi scuopro? L’altra volta che io la portai, mi batteva forte sul dosso, come fa il cuore degli animali; e metteva un certo rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma ora quanto al battere, si rassomiglia a un oriuolo che abbia rotta la molla; e quanto al ronzare, io non vi odo un zitto.

Atlante. Anche di questo non ti so dire altro, se non ch’egli è giá gran tempo, che il mondo finí di fare ogni moto e ogni romore sensibile: e io per me stetti con grandissimo sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno in giorno che m’infettasse col puzzo; e pensava come e in che luogo lo potessi seppellire, e l’epitaffio che gli dovessi porre. Ma poi veduto che non marciva, mi risolsi che di animale che prima era, si fosse convertito in pianta, come Dafne e tanti altri; e che da questo nascesse che non si moveva e non fiatava: e ancora dubito che fra poco non mi gitti le radici per le spalle, e non vi si abbarbichi.

Ercole. Io piuttosto credo che dorma, e che questo sonno sia della qualitá di quello di Epimenide , che durò un mezzo secolo e piú; o come si dice di Ermotimo , che l’anima gli usciva del corpo ogni volta che egli voleva, e stava fuori molti anni, andando a diporto per diversi paesi, e poi tornava, finché gli amici per finire questa canzona, abbruciarono il corpo; e cosí lo spirito ritornato per entrare, trovò che la casa gli era disfatta, e che se voleva alloggiare al coperto, gliene conveniva pigliare un’altra a pigione, o andare all’osteria. Ma per fare che il mondo non dorma in eterno, e che qualche amico o benefattore, pensando che egli sia morto, non gli dia fuoco, io voglio che noi proviamo qualche modo di risvegliarlo.

Atlante. Bene, ma che modo?

Ercole. Io gli farei toccare una buona picchiata di questa clava: ma dubito che lo finirei di schiacciare, e che io non ne facessi una cialda; o che la crosta, atteso che riesce cosí leggero, non gli sia tanto assottigliata, che egli mi scricchioli sotto il colpo come un uovo. E anche non mi assicuro che gli uomini, che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un tratto. Il meglio sará ch’io posi la clava e tu il pastrano, e facciamo insieme alla palla con questa sferuzza. Mi dispiace ch’io non ho recato i bracciali o le racchette che adoperiamo Mercurio ed io per giocare in casa di Giove o nell’orto: ma le pugna basteranno.

Indice

In questa edizione

  1. 01Full text
  2. 02STORIA DEL GENERE UMANO
  3. 03DIALOGO DI ERCOLE E DI ATLANTE
  4. 04DIALOGO DELLA MODA E DELLA MORTE
  5. 05PROPOSTA DI PREMI FATTA DALL’ACCADEMIA DEI SILLOGRAFI
  6. 06DIALOGO DI UN FOLLETTO E DI UNO GNOMO
  7. 07DIALOGO DI MALAMBRUNO E DI FARFARELLO
  8. 08DIALOGO DELLA NATURA E DI UN’ANIMA
  9. 09DIALOGO DELLA TERRA E DELLA LUNA
  10. 10LA SCOMMESSA DI PROMETEO
  11. 11DIALOGO DI UN FISICO E DI UN METAFISICO
  12. 12DIALOGO DI TORQUATO TASSO E DEL SUO GENIO FAMILIARE
  13. 13DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE
  14. 14IL PARINI OVVERO DELLA GLORIA
  15. 15DIALOGO DI FEDERICO RUYSCH E DELLE SUE MUMMIE
  16. 16DETTI MEMORABILI DI FILIPPO OTTONIERI
  17. 17DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ
  18. 18ELOGIO DEGLI UCCELLI
  19. 19CANTICO DEL GALLO SILVESTRE
  20. 20FRAMMENTO APOCRIFO DI STRATONE DA LAMPSACO
  21. 21DIALOGO DI TIMANDRO E DI ELEANDRO
  22. 22IL COPERNICO DIALOGO
  23. 23SCENA PRIMA
  24. 24SCENA SECONDA
  25. 25SCENA TERZA
  26. 26SCENA QUARTA
  27. 27DIALOGO DI PLOTINO E DI PORFIRIO
  28. 28DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI
  29. 29E DI UN PASSEGGERE
  30. 30DIALOGO

Disponibilità lingue

Altre lingue

Altre edizioni linguistiche non sono ancora pubblicate. Qui appariranno quando disponibili.

Richiedi un'altra lingua

Operette morali

Abbonamento $9.90 / anno · accesso claim

AnteprimaUnisciti