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Le novelle della nonna

イタリア語 BooksWhale エディション · Emma Perodi

Una raccolta di fiabe italiane che unisce folklore, paura, magia e il ritmo della narrazione familiare.

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Le novelle della nonna

Una raccolta di fiabe italiane che unisce folklore, paura, magia e il ritmo della narrazione familiare. Emma Perodi raccoglie racconti di nonne, castelli, incantesimi e creature inquietanti in un grande repertorio del folklore italiano.

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Emma Perodi died in 1918; the 1893 collection is public domain.

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Le novelle della nonna

Emma Perodi

プレビュー章Parte Primaプレビュー

Lo scettro del re Salomone e la corona della regina Saba

Tutte le campane di Poppi e della valle suonavano a festa in quella notte chiamando i fedeli alla messa di Natale, e pareva che a quell’invito rispondessero le campane di Soci, di Bibbiena, di Maggiona e di tutti i paesi e i castelli eretti sui monti brulli, che s’inalzavano fino all’Eremo di Camaldoli e al Picco della Verna, tanto era lo scampanìo che si udiva da ogni lato. In una casa di Farneta, piccolo borgo sulla via di Camaldoli, la famiglia del contadino Marcucci era tutta riunita sotto l’ampia cappa del camino basso, che sporgeva fin quasi a metà della stanza. Il camino, nel quale crepitava un bel ceppo di faggio, era grande davvero, altrimenti non avrebbe potuto contener tanta gente, perché i Marcucci erano un subisso! Il vecchio capoccia era morto, la moglie gli sopravviveva, e intorno a lei erano aggruppati i cinque figliuoli maschi, i quali avevano tutti moglie, meno l’ultimo, Cecco, che era tornato da poco dal reggimento, e aveva sempre addosso la tunica d’artiglieria. I quattro fratelli maggiori si ritrovavano di già la bella caterva di quindici figliuoli, fra grandi e piccini, così che fra la vecchia Regina, le nuore, i figliuoli e quei quindici nipoti, facevano venticinque persone. È vero che il podere era grande, ma se i ragazzi maggiori non si fossero ingegnati ad accompagnare col trapelo le carrozze che andavano a Camaldoli, facendo in su e in giù l’erta via tre o quattro volte il giorno, la famiglia Marcucci non avrebbe attecchito il desinare con la cena. Quella sera la vecchia Regina stava seduta sopra una panca molto vicina al fuoco crepitante, e le sue mani operose, che intrecciavano di consueto i fili di paglia per farne cappelli, restavano inerti in grembo. I più piccoli fra i nipotini le sedevano accanto guardando un grandissimo paiuolo appeso sopra il fuoco, nel quale bollivano le castagne. Lo scampanìo continuava, e tutti quei bambini, che solevano andare a letto come i polli per alzarsi a giorno, non chiedevano di coricarsi, né le mamme davano loro il solito imperioso comando: «A letto!» poiché in quella notte era consuetudine dei Marcucci che i giovani andassero alla messa notturna alla abbazia di San Fedele, sul monte dove s’erge gigante il castello di Poppi, con la sua immensa torre che si vede quasi da ogni punto del Casentino, e i piccini rimanessero a casa a far compagnia alla nonna, la quale li teneva desti narrando loro fiabe meravigliose, che ella aveva udito a sua volta dalla propria nonna e dalle vecchie del vicinato. Il maggiore dei figli della Regina, l’austero Maso, che faceva da capoccia dopo la morte del padre, li comandava tutti a bacchetta; egli si alzò e, aprendo la porta della cucina che guardava sulla aia, disse, rivolto alla moglie e alle altre donne: - La nottata è brutta e la neve è tutta ghiacciata, che vogliamo fare? Mentre Maso teneva ancora l’uscio aperto strologando le nubi, che correvano da tramontana, un soffio di vento gelato penetrò nella cascina e fece rabbrividire grandi e piccini. Ma la Carola era stata pronta a dire: - E da quando in qua il freddo e la neve ci mettono paura? Alla messa di Natale ci siamo sempre andati e ci andremo anche stanotte, se Dio vuole. La Carola, come moglie del capoccia, godeva in famiglia di una certa autorità; così le altre donne annuirono con la testa, e mentre ella si alzava per vedere se le ballotte eran cotte nel paiuolo, le cognate salirono al piano superiore a prendere lo scialle, il rosario e i cappotti di panno pesante foderati di flanella verde dei rispettivi mariti. Quando esse riscesero, la Carola aveva già posato il paiuolo in tavola, dopo averne scolato l’acqua, e con una mestola di legno distribuiva ai bambini le castagne. Anche le cognate se ne empirono le tasche dei grembiulini di rigatino, e quando Maso disse: «Dunque, vogliamo andare?» tutti si strinsero bene sotto il mento il fazzoletto di lana a colori vivaci, e su quello si misero lo scialle di flanellone. - E tu non vieni? - domandò Maso a Cecco vedendo che s’era seduto di nuovo sulla panca nel canto del fuoco. - Sentirò tre messe domani, per ora resto qui; è tanto che non ho più fatto il Natale a casa, e mi struggo di sentir raccontare dalla mamma la novella dello scettro di re Salomone e la corona della regina Saba. Cecco non diceva tutto il suo pensiero. Tornato a casa dopo tre anni passati al reggimento, parte ad Alessandria, parte a Palermo, aveva trovata la sua vecchietta molto deperita, e il timore di perderla da un momento all’altro lo aveva assalito tanto da inchiodarlo a fianco della mamma in tutte le ore che non lavorava. E anche quando era nel campo, pensava sempre: «La troverò viva quando torno a casa?». Quel pensiero angoscioso e continuo gl’impediva d’imbrancarsi con gli amici e di andarsene a veglia nei casolari vicini, dove il bell’artigliere sarebbe stato festosamente accolto dalle ragazze, curiose di sentir parlare della vita di città e delle avventure militari. Maso aprì l’uscio e s’incamminò alla testa della comitiva, composta delle cognate, dei fratelli e dei tre ragazzi maggiori, ormai giovinotti anch’essi. Appena tutta quella gente fu uscita, Cecco andò a sedersi accanto alla Regina, e mettendole una mano sulla spalla, le disse scherzando: - Badate, mamma, la novella la so quasi a mente, e se non la raccontate bene, vi tolgo la parola e la narro io! Vi rammentate quante volte sono stato a occhi spalancati, con le gomita sulle ginocchia, a sentirla? - Quelli erano bei tempi! - sospirò la vecchia. - Allora era vivo il babbo tuo, tutte le figliuole erano in casa e io non ero così grinzosa. - Nonna, la novella! - dissero i piccini, che erano tutti ansiosi di udire per la centesima volta il meraviglioso racconto, che aveva sempre la virtù di commuoverli. La vecchietta finì di sbucciare una castagna, e dopo che l’ebbe data alla minore delle nipotine, prese a dire con la voce dolce e il purissimo accento, proprio degli abitanti delle montagne toscane:

プレビュー章Parte Secondaプレビュー

La Stella consolatrice

Dall’ultima serata in casa dei Marcucci, quando la Regina narrò la novella del teschio di fra’ Amalziabene, sono passati quasi due mesi, e da quel tempo, intorno alla vecchia nonna non si sono riuniti più i nipotini intenti, né gli altri bimbi del vicinato. Il lunedì successivo a quella domenica di pioggia, la Regina era stata zitta zitta, e alle domande di Cecco e a quelle premurose degli altri figliuoli, aveva risposto che non era ammalata, ma che quel tempaccio le metteva il freddo nell’ossa e la malinconia nel cuore. La sera, peraltro, andò a letto più presto del solito, senza cenare, e per due o tre giorni si alzò, ma strascicava le gambe e non atteggiava mai la bocca al sorriso. Una mattina Vezzosa capitò al podere di Farneta per domandare in prestito un po’ di lievito per fare il pane, e in cucina non trovò altri che la vecchia, che le parve così malandata, in quel poco tempo, da non riconoscersi più. A lei non disse nulla e, avuto quel che chiedeva, uscì; ma imbattutasi sull’aia con Cecco, che tornava dal mulino, gli andò incontro seria seria, dicendogli: - Cecco, mi rincresce dirvelo, ma vostra madre mi par che non stia bene. Io vado a Poppi oggi a far qualche spesuccia, volete che vi mandi il dottore? - Mandatelo, ma avvertitelo che non dica che s’è chiamato; deve fingere di capitar da noi per caso, perché la mamma non ha voluto che si chiamasse, ed io, nonostante che stia tanto in pena, ho fatto la sua volontà. - Non dubitate; poi stasera verrò a vedere come sta! Povero Cecco! E non aggiunse altro, fuggendo via per non far vedere che era diventata rossa rossa. Il medico era andato a visitare la vecchia, uniformandosi alle raccomandazioni della Vezzosa, e le aveva trovato un po’ di febbre; ma nulla di grave per il momento. Però quella febbriciattola era ricomparsa tutte le sere per dieci giorni, spossando interamente la Regina, che non si alzava più, non mangiava nulla, e ogni movimento le costava fatica. Durante quella malattia, Vezzosa, ora con un pretesto, ora con un altro, andava due o tre volte al giorno a visitare la malata, e si sedeva accanto al capezzale di lei, dalla parte opposta dove era seduto Cecco, e non parlava altro che a bassa voce per non affaticarla; ma lo sguardo dolce che fissava sulla vecchia era una carezza al cuore del figlio. La Regina si riebbe con la stagione più mite, e fu una festa quando ricomparve giù in cucina appoggiandosi da una parte a Cecco e dall’altra alla Vezzosa; ma passò quasi tutto il carnevale prima che si riparlasse di veglie e di novelle, e soltanto la domenica dopo Berlingaccio, la Regina, che si sentiva bene, disse: - Stasera la volete, la novella? Un grido festoso, mandato da una ventina di bocche, accòlse quella proposta, e si udì subito uno scalpiccìo e un rumore di sedie sospinte verso il cantuccio del fuoco dove stava la vecchia. La Vezzosa, che dopo la malattia le era divenuta così cara, prese posto accanto a lei; Cecco, a poca distanza dall’altra parte del camino, e la vecchia, contenta di poter divertire ancora la sua famiglia e i suoi vicini, incominciò:

- Dovete sapere che tanti, ma tanti anni fa, viveva ad Arezzo un celebre armaiolo, nominato ser Baldo. Quest’uomo era tanto abile nell’arte sua, che i re, i principi, i duchi, e quanti signori che erano allora in Italia, volevano spade, scudi, pugnali e armature uscite dalle sue mani, perché non soltanto sapeva fabbricar lame di acciaio solide e forbite, ma le ornava d’impugnature di finissimo lavoro. Quest’uomo era vedovo con un figlio unico, un bellissimo giovanetto, bianco e rosso e tutto ricciuto che era un piacere a vederlo. Ora avvenne che ser Baldo aveva avuto commissione da un certo Forese degli Adimari, ricco e potente fiorentino, di fabbricare per lui una spada e uno scudo con lo stemma di quel gentiluomo, che era a fasce d’azzurro in campo bianco. Quando ser Baldo accettò il lavoro e la caparra, tacevano per un momento gli odî fra Firenze guelfa e Arezzo ghibellina, ma subito dopo questi odî si riaccesero, e intanto messer Forese tempestava di messi l’armaiuolo per avere la spada e lo scudo. Ser Baldo, che era uomo onesto, aveva terminato già da molto tempo il lavoro commessogli, ma non osava di mandarlo, perché se colui che recava a Firenze le armi fosse stato arrestato nel passare dal Casentino, quelle armi sarebbero state prese, e ser Baldo stesso ne avrebbe risentito non solo il danno di dover rifare la spada e lo scudo, ma anche uno molto maggiore: quello di esser trattato da traditore e di venir rinchiuso forse in carcere. Ser Baldo non era uomo di sentimenti guerreschi e non capiva le lotte fra città e città, fra terra e terra. Da giovanetto era stato a imparar l’arte a Firenze; poi aveva lavorato per guelfi e ghibellini, per bianchi e neri, e l’unica cosa che gli stesse a cuore si era di superare gli altri armaiuoli con l’eccellenza dell’opera sua. Di animo mite, egli componeva canti, mentre tirava in lamine sottili l’argento e l’oro, o con la punta del bulino fregiava di ornamenti le lame e gli scudi. Ma ogni volta che un messo giungeva da Firenze a sollecitarlo di rimandare lo scudo e la spada per messer Forese, il canto moriva sulle labbra di ser Baldo, e il figlio suo, che lavorava accanto a lui, accorgendosi dell’angoscia del babbo, cessava anch’egli di cantare e lo fissava con occhio mesto. Un giorno il giovine Piero vedendo suo padre con lo sguardo pensoso fisso sulla bellissima spada e sul ricco scudo del signore fiorentino, gli disse: - Giacché vi cruccia tanto di non poter consegnare quel lavoro, perché non lo affidate a me? Nascondiamo questi due oggetti in un carro di fieno, mi vestirò da contadino e li porterò sani e salvi a Firenze a messer Forese. - E se ti scoprono, Piero mio? - Non dubitate; ho la lingua sciolta; e poi che delitto commetto? Non sarebbe forse maggior peccato il non mantenere la promessa, che non consegnare queste armi, che il cavaliere non adoprerà mai in guerra, ma nei torneamenti, poiché sono armi di lusso? - Tu ragioni bene, figlio mio, e domani il carro e il fieno saranno provveduti. Ser Baldo mandò subito per un suo contadino, che stava poco distante dalla fortezza, gli ordinò di portargli in città un baroccio di fieno per il suo cavallo, e la sera, quando il baroccio arrivò, lo fece rimettere carico com’era nella stalla, e nascose sotto il fieno le armi preziose. Poi benedì il figlio e lo guardò dalla finestra mentre partiva, travestito da contadinello. Piero guidò il cavallo fino a Poppi senza che nessuno badasse a lui; ma, giunto al ponte, fu fermato da due uomini d’arme, che gli dissero: - Dove vai, ragazzo? - Porto questo fieno a Stia, - rispose Piero con voce sicura, benché dentro di sé tremasse. - Mi pare, - soggiunse uno dei soldati, squadrandolo fisso, - che per portare il fieno abbiano scelto un giovinetto troppo bianco e troppo roseo; non saresti per caso qualche fiorentino maledetto? - Son casentinese, e d’Arezzo, e io non m’intendo né di Guelfi né di Ghibellini. Faccio il mio mestiere e mi annoio di veder le strade impedite. Anzi, se mi lasciaste andare per i fatti miei ve ne sarei grato, perché è quasi buio e fino a notte inoltrata non potrò arrivare a Stia. Addio! E frustato il cavallo si allontanò cantando come chi non teme di nulla. I due soldati ebbero per un momento l’intenzione di trattenerlo, ma vedendolo così allegro e indifferente, lo lasciarono andare. Aveva fatto appena un miglio, quando Piero incontrò una donna lacera, con due bambini attaccati alla sottana e uno in collo, che gli chiese l’elemosina per l’amor di Dio. Piero fermò il cavallo ed ebbe tanta pietà della donna, che le mise in mano due soldi, che erano allora una moneta che aveva assai valore. - Dio te ne renda merito, - disse la mendicante, e, se la sventura ti coglie, guarda sempre verso il Cielo, sia di giorno o di notte, e se scorgi quella stella, - e gliene indicò una molto risplendente, - non temer di nulla, che sarai salvo. Piero la ringraziò e frustò il cavallo; ma era appena giunto sotto il colle su cui s’erge Romena, che non più due, ma dieci uomini armati, gli si avvicinarono. Uno di questi prese per la briglia il cavallo e lo guidò per una viottola. - Lasciatemi proseguire! - esclamò Piero, offeso da quel modo prepotente di operare. - Taci, - rispose il soldato, - i nostri cavalli hanno fame e questo fieno è una benedizione del Cielo. Era notte scura, e Piero, rammentando quel che gli aveva detto poc’anzi la mendicante, volse gli occhi al cielo e vide brillare la stella amica, che gli aveva indicata. Allora riprese coraggio e non fiatò. La comitiva armata aveva fatto appena pochi passi in quell’angusto sentiero che pareva conducesse al castello, quando ad un tratto si fermò. L’uomo che guidava il cavallo scambiò alcune parole con gli altri, a bassa voce, e ad un tratto si sbandarono tutti per i campi. Piero non sapeva spiegarsi quella fuga precipitosa, quando scòrse, poco distante dalla testa del cavallo, un cavaliere seguìto da valletti e da uomini armati. - Che fai qui? - gli domandò il cavaliere, che aveva in testa l’elmo piumato. - Messere, - rispose Piero con la sua dolce voce, - fui arrestato da una masnada che voleva rubarmi questo po’ di fieno, che mio padre mi ha dato da portare a un suo conoscente; fui condotto qui, ma io son diretto per altra via. - Volta briglia, ragazzo, e se tu incontrassi ancora dei mariuoli, di’ che questo fieno è del signor di Romena, e nessuno oserà toccartene un filo. - Grazie, messere, - rispose Piero e frustando il cavallo si allontanò cantando:

目次

このエディションの内容

  1. 01Full text
  2. 02Parte Prima
  3. 03Parte Seconda
  4. 04Parte Terza
  5. 05Parte Quarta ed Ultima

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