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イタリア語 エディション

文学

I lauri sono recisi

イタリア語 BooksWhale エディション · Édouard Dujardin

原題: Les lauriers sont coupés

Un romanzo breve e sperimentale che segue il flusso dei pensieri, del desiderio e delle illusioni di un giovane a Parigi.

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I lauri sono recisi

I lauri sono recisi di Édouard Dujardin | Romanzo moderno

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Édouard Dujardin died in 1949; the 1888 French source novel is public domain, and this edition is an authorized original Italian translation assisted by AI.

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I lauri sono recisi

Édouard Dujardin

Édouard Dujardin

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Una sera di sole al tramonto, d’aria lontana, di cieli profondi; e folle che avanzano confuse; rumori, ombre, moltitudini; spazi infinitamente distesi nell’oblio delle ore; una sera vaga… Poiché sotto il caos delle apparenze, fra le durate e i luoghi, nell’illusione delle cose che si generano e si partoriscono, e nella sorgente eterna delle cause, uno con gli altri, uno come gli altri, distinto dagli altri, simile agli altri, apparendo uno e il medesimo e uno di più, uno fra tutti dunque sorgendo, ed entrando in ciò che esiste, dall’infinito delle esistenze possibili, io sorgo; ed ecco che si delinea il tempo e si delinea il luogo; è l’oggi; è il qui; l’ora che suona; e lungo tutto il mio essere, la vita; mi levo, triste innamorato del mistero della generazione; in me si oppone a me ciò che sopravviene, dal corpo fragile e dal pensiero fuggitivo; e nasce in me il sogno da sempre vissuto di ciò che si disperde in molteplici visioni e in desiderio disperato… Ecco l’ora, il luogo, una sera d’aprile, Parigi, una sera limpida di sole al tramonto, i rumori monotoni, le case bianche, il fogliame nell’ombra; la sera più dolce, e una gioia d’essere qualcuno, d’andare; le strade e le moltitudini, e nell’aria distesa infinitamente lontano, il cielo; Parigi tutt’intorno canta e, nella bruma delle forme intraviste, mollemente incornicia l’idea; sera d’oggi, oh sera di qui; qui io sono.

… Ed è l’ora; l’ora? Le sei; su quest’orologio le sei, l’ora attesa. La casa in cui devo entrare: dove troverò qualcuno; la casa; il vestibolo; entriamo. Scende la sera; l’aria è buona; c’è allegria nell’aria. La scala; i primi gradini. Quel ragazzo sarà ancora nel suo ufficio; e se per caso fosse uscito prima del solito? Gli capita qualche volta; eppure voglio raccontargli la mia giornata d’oggi. Il pianerottolo del primo piano; la scala ampia e luminosa; le finestre. A quel caro amico ho confidato la storia del mio amore. Che bella serata avrò ancora! Finalmente non si prenderà più gioco di me. Che serata deliziosa sarà! Perché il tappeto della scala è ripiegato in quest’angolo? Sul rosso che sale forma una macchia grigia, sul rosso che sale di gradino in gradino. Il secondo piano; la porta a sinistra; «Studio». Purché non sia uscito; dove correre a cercarlo? Pazienza, andrò sul boulevard. Entriamo in fretta. La sala dello studio. Dov’è Lucien Chavainne? La vasta sala e la fila circolare delle sedie. Eccolo, vicino al tavolo, chino; ha il soprabito e il cappello; sistema delle carte, in fretta, insieme a un altro impiegato. In fondo, gli scaffali pieni di fascicoli azzurri, attraversati dagli spaghi annodati. Mi fermo sulla soglia. Che piacere raccontare questa storia. Lucien Chavainne alza la testa; mi vede; buongiorno.

— Siete voi? Arrivate proprio al momento giusto; sapete che alle sei ce ne andiamo. Volete aspettarmi? Scenderemo insieme.

— Benissimo.

La finestra è aperta; dietro, un cortile grigio, pieno di luce; gli alti muri grigi, rischiarati dal bel tempo; la giornata felice. Com’è stata gentile Léa quando mi ha detto: a stasera; aveva il suo bel sorriso malizioso, come due mesi fa. Di fronte, a una finestra, una domestica; guarda; ecco che arrossisce; perché? Si ritira.

— Eccomi.

È Lucien Chavainne. Ha preso il bastone; apre la porta; usciamo. Noi due scendiamo la scala. Lui:

— Avete il vostro cappello tondo…

— Sì.

Mi parla con tono di rimprovero. Perché non dovrei portare un cappello tondo? Quel ragazzo crede che l’eleganza consista in simili futilità. La portineria; sempre vuota; che casa strana. Chavainne mi accompagnerà almeno per un tratto? A non voler mai allungare la propria strada, è così noioso. Arriviamo in strada; una carrozza davanti alla porta; il sole illumina ancora, come fiamme, le facciate; la torre Saint-Jacques, davanti a noi; ci dirigiamo verso la place du Châtelet.

— Ebbene, e la vostra passione?

プレビュー章IIプレビュー

Illuminato, rosso, dorato, il caffè; gli specchi scintillanti; un cameriere col grembiule bianco; le colonne cariche di cappelli e soprabiti. C’è qui qualcuno che conosco? Questa gente mi guarda entrare; un signore magro, con lunghe basette, che gravità! I tavoli sono pieni; dove mi sistemerò? Laggiù un posto libero; proprio il mio posto abituale; si può avere un posto abituale; Léa non avrebbe di che burlarsene.

— Se il signore…

Il cameriere. Il tavolo. Il cappello all’attaccapanni, togliamoci i guanti. Bisogna gettarli con noncuranza sul tavolo, accanto al piatto; piuttosto nella tasca del soprabito; no, sul tavolo; queste piccole cose fanno parte del portamento generale. Il soprabito all’attaccapanni; mi siedo; uff; ero stanco. Metterò i guanti nella tasca del soprabito. Illuminato, dorato, rosso, con gli specchi, questo scintillio; che cosa? Il caffè; il caffè dove mi trovo. Ah, ero stanco. Il cameriere:

— Zuppa di crostacei, Saint-Germain, consommé…

— Consommé.

— Poi il signore prenderà…

— Mostratemi il menù.

— Vino bianco, vino rosso…

— Rosso.

Il menù. Pesci, sogliola… Bene, una sogliola. Antipasti, costoletta di agnello di prato salmastro… no. Pollo… sia.

— Una sogliola; del pollo; con crescione.

— Sogliola; pollo con crescione.

Dunque cenerò; niente di sgradevole in questo. Ecco una donna piuttosto graziosa; né bruna né bionda; in fede mia, aria distinta, dev’essere alta; è la moglie di quell’uomo calvo che mi volta le spalle; piuttosto la sua amante; non ha troppo i modi di una moglie legittima; piuttosto graziosa, certamente. Se potesse guardare da questa parte; è quasi di fronte a me; come fare? A che scopo? Mi ha visto. È graziosa; e quel signore sembra stupido; purtroppo ne vedo soltanto la schiena; vorrei conoscerne il viso; è un procuratore legale, un notaio di provincia; quanto sono sciocco! E il consommé? Lo specchio davanti a me riflette la cornice dorata; la cornice dorata che dunque è dietro di me; queste decorazioni sono vermiglie; i bagliori delle tinte scarlatte; è il gas tutto giallo chiaro che illumina le pareti; gialle anch’esse per il gas, le tovaglie bianche, gli specchi, i luccichii della vetreria. Si sta comodamente; confortevolmente. Ecco il consommé, il consommé fumante; attenzione che il cameriere non me ne spruzzi addosso. No; mangiamo. Questo brodo è troppo caldo; proviamo ancora. Non male. Ho pranzato un po’ tardi e non ho molta fame; bisogna tuttavia cenare. Finita la minestra. Di nuovo quella donna ha guardato da questa parte; ha occhi espressivi e il signore sembra spento; sarebbe straordinario se facessi la sua conoscenza; perché no? Ci sono circostanze così strane; guardandola dapprima a lungo, posso cominciare qualcosa; sono all’arrosto; bah, se voglio avrò finito nello stesso momento in cui finiscono loro; dov’è il cameriere, che si sbrighi; non si finisce mai in questi ristoranti; se potessi organizzarmi per cenare a casa; forse il mio portinaio potrebbe farmi preparare ogni giorno qualcosa da mangiare a poca spesa. Sarebbe cattivo. Sono ridicolo; sarebbe noioso; nei giorni in cui non potessi tornare, che accadrebbe? Almeno al ristorante non ci si annoia. E il cameriere, che fa? Arriva; porta la sogliola. È strano come questi pesci abbiano dimensioni tanto diverse; questa sogliola basta per quattro bocconi; ce ne sono altre che si servono a dieci persone; la salsa conta qualcosa, è vero. Cominciamo questa. Una salsa alle cozze e ai gamberetti sarebbe infinitamente migliore. Ah, la nostra pesca dei gamberetti laggiù; che pesca pietosa, e che sfinimento, e le gambe bagnate; eppure avevo le mie grosse scarpe gialle di place de la Bourse. Non si finisce mai di pulire un pesce; non vado avanti. Devo cento franchi, e più, al mio calzolaio. Bisognerebbe cercare d’imparare gli affari di Borsa; sarebbe pratico; non ho mai capito che cosa significhi giocare al ribasso; quale guadagno possibile sui titoli che scendono? Supponiamo che abbia centomila franchi di Panama e che il titolo scenda; allora vendo; sì; ebbene? Ricomprerò dunque al prossimo rialzo; no; venderò. Quel grosso procuratore che mangia dovrebbe insegnarmelo. Forse non è né procuratore né notaio. Ah, queste lische; non c’è quasi niente da mangiare in questa sogliola; eppure è saporita; lasciamo questi resti. Sulla panca, contro lo schienale, mi abbandono all’indietro; altra gente che entra; tutti uomini; uno sembra impacciato; che sorprendente soprabito chiaro; da molte stagioni non se ne portano più di simili. Ho lasciato un piccolo pezzo appetitoso di sogliola; bah, non voglio rendermi ridicolo prendendolo. Sarebbe eccellente quel pezzettino, bianco, con le striature segnate dalle lische. Pazienza; non lo mangerò; mi asciugo le dita con il tovagliolo; un po’ ruvido, il mio tovagliolo; forse nuovo. La donna del procuratore si è appena voltata; si direbbe che mi abbia fatto un cenno; ha occhi splendidi; come potrei parlarle? Non guarda più. Le scriverei un biglietto; significa espormi a una delusione; eppure sembra disposta a un’intesa facile; le mostrerei il biglietto; se volesse prenderlo, troverebbe il modo di farlo; in ogni caso posso preparare il biglietto. E poi? Devo tornare a casa, cambiarmi, essere a teatro prima delle nove; sono insopportabili, tutte queste storie.

目次

このエディションの内容

  1. 01Full text
  2. 02I
  3. 03II
  4. 04III
  5. 05IV
  6. 06V
  7. 07VI
  8. 08VII
  9. 09VIII
  10. 10IX

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