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イタリア語 エディション

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Sull’oceano

イタリア語 BooksWhale エディション · Edmondo De Amicis

A vivid emigration voyage narrative of Atlantic crossing, shipboard society, class, hope, fear, and Italian diaspora.

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Sull’oceano

Sull’oceano follows an ocean voyage crowded with Italian emigrants, transforming the ship into a moving social world of families, workers, dreams, illness, comedy, and fear. De Amicis records migration with documentary energy and a novelist’s eye for gesture, speech, and class.

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Edmondo De Amicis died in 1908, and Sull’oceano was first published or composed in 1889; these dates support the public-domain basis for this edition.

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Sull’oceano

Edmondo De Amicis

プレビュー章L’IMBARCO DEGLI EMIGRANTIプレビュー

Quando arrivai, verso sera, l’imbarco degli emigranti era già cominciato da un’ora, e il Galileo, congiunto alla calata da un piccolo ponte mobile, continuava a insaccar miseria: una processione interminabile di gente che usciva a gruppi dall’edifizio dirimpetto, dove un delegato della Questura esaminava i passaporti. La maggior parte, avendo passato una o due notti all’aria aperta, accucciati come cani per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti che avevano ancora

attaccata al petto la piastrina di latta dell’asilo infantile passavano, portando quasi tutti una seggiola pieghevole sotto il braccio, sacche e valigie d’ogni forma alla mano o sul capo, bracciate di materasse e di coperte, e il biglietto col numero della cuccetta stretto fra le labbra. Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti; delle vecchie contadine in zoccoli, alzando la gonnella per non inciampare nelle traversine del ponte, mostravano le gambe nude e stecchite; molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. Di tratto in tratto passavano tra quella miseria signori vestiti di spolverine eleganti, preti, signore con grandi cappelli piumati, che tenevano in mano o un cagnolino, o una cappelliera, o un fascio di romanzi francesi illustrati, dell’antica edizione Lévy. Poi, improvvisamente, la processione umana era interrotta, e veniva avanti sotto una tempesta di legnate e di bestemmie un branco di bovi e di montoni, i quali, arrivati a bordo, sviandosi di qua o di là, e spaventandosi, confondevano i muggiti e i belati coi nitriti dei cavalli di prua, con le grida dei marinai e dei facchini, con lo strepito assordante della gru a vapore, che sollevava per aria mucchi di bauli e di casse.

プレビュー章Dopo di che la sfilata degli emigranti ricominciava: visi e vestiti d’ogni parte d’Italia, robusti lavoratori dagli occhi tristi, vecchi cenciosi e sporchi, donne gravide, ragazze allegre, giovanotti brilli, villani in maniche di camicia, e ragazzi dietro ragazzi, che, messo appena il piede in coperta, in mezzo a quella confusione di passeggieri, di camerieri, d’ufficiali, d’impiegati della Società e di guardie di dogana, rimanevano attoniti, o si smarrivano come in una piazza affollata. Due ore dopo che era cominciato l'imbarco, il grande piroscafo, sempre immobile, come un cetaceo enorme che addentasse la riva, succhiava ancora sangue italiano.プレビュー

Dopo di che la sfilata degli emigranti ricominciava: visi e vestiti d’ogni parte d’Italia, robusti lavoratori dagli occhi tristi, vecchi cenciosi e sporchi, donne gravide, ragazze allegre, giovanotti brilli, villani in maniche di camicia, e ragazzi dietro ragazzi, che, messo appena il piede in coperta, in mezzo a quella confusione di passeggieri, di camerieri, d’ufficiali, d’impiegati della Società e di guardie di dogana, rimanevano attoniti, o si smarrivano come in una piazza affollata. Due ore dopo che era cominciato l'imbarco, il grande piroscafo, sempre immobile, come un cetaceo enorme che addentasse la riva, succhiava ancora sangue italiano.

目次

このエディションの内容

  1. 01Full text
  2. 02L’IMBARCO DEGLI EMIGRANTI
  3. 03Dopo di che la sfilata degli emigranti ricominciava: visi e vestiti d’ogni parte d’Italia, robusti lavoratori dagli occhi tristi, vecchi cenciosi e sporchi, donne gravide, ragazze allegre, giovanotti brilli, villani in maniche di camicia, e ragazzi dietro ragazzi, che, messo appena il piede in coperta, in mezzo a quella confusione di passeggieri, di camerieri, d’ufficiali, d’impiegati della Società e di guardie di dogana, rimanevano attoniti, o si smarrivano come in una piazza affollata. Due ore dopo che era cominciato l'imbarco, il grande piroscafo, sempre immobile, come un cetaceo enorme che addentasse la riva, succhiava ancora sangue italiano.
  4. 04Via via che salivano, gli emigranti passavano davanti a un tavolino, a cui era seduto l’ufficiale Commissario; il quale li riuniva in gruppi di mezza dozzina, chiamati ranci, inscrivendo i nomi sopra un foglio stampato, che rimetteva al passeggiere più anziano, perchè andasse con quello a prendere il mangiare in cucina, all’ore dei pasti. Le famiglie minori di sei persone si facevano inscrivere con un conoscente o col primo venuto; e durante quel lavoro dell’inscrizione traspariva in tutti un vivo timore
  5. 05d’essere ingannati nel conto dei mezzi posti e dei quarti di posto per i ragazzi e per i bambini, la diffidenza invincibile che inspira al contadino ogni uomo che tenga la penna in mano e un registro davanti. Nascevan contestazioni, s’udivano lamenti e proteste. Poi le famiglie si separavano: gli uomini da una parte, dall’altra le donne e i ragazzi erano condotti ai loro dormitori. Ed era una pietà veder quelle donne scendere stentatamente per le scalette ripide, e avanzarsi tentoni per quei dormitori vasti o bassi, tra quelle innumerevoli cuccette disposte a piani come i palchi delle bigattiere, e le une, affannate, domandar conto d’un involto smarrito a un marinaio che non le capiva, le altre buttarsi a sedere dove si fosse, spossate, e come sbalordite, e molte andar e venire a caso, guardando con inquietudine tutte quelle compagne di viaggio sconosciute, inquiete come loro, confuse anch’esse da quell’affollamento e da quel disordine. Alcune, discese al primo piano, vedendo altre scalette che andavano giù nel buio, si rifiutavano di discendere ancora. Dalla boccaporta spalancata vidi una donna che singhiozzava forte, col viso nella cuccetta: intesi dire che poche ore prima d’imbarcarsi le era morta quasi all’improvviso una bambina,
  6. 06Installati tutti i passeggieri, seguì sopra il piroscafo una certa quiete, che lasciava sentire il brontolio sordo della macchina a vapore. Quasi tutti erano in coperta, affollati e silenziosi. Quegli ultimi momenti d’aspettazione parevano eterni.
  7. 07che dondolava con l’aria di dirmi: Che matta idea t’è venuta d’andare in America! Sopra il divano luccicava un finestrino rotondo somigliante a un grand’occhio di vetro, in cui mi venne fatto di fissare lo sguardo, come in un occhio umano, che mi ammiccasse, con un’espressione di canzonatura. E in fatti, l’idea di aver da dormire ventiquattro notti in quel cubicolo soffocante, il presentimento dell’uggia e dei calori della zona torrida, e delle capate che avrei dato nelle pareti i giorni di cattivo tempo, e dei mille pensieri inquieti o tristi che avrei dovuto ruminare là dentro per lo spazio di seimila miglia... Ma oramai non valeva pentirsi. Guardai le mie valigie, che mi dicevano tante cose in quei momenti, e le palpai come avrei fatto di cani fedeli, ultimi resti viventi della mia casa; pregai Dominedio che non mi facesse pentire d’aver rifiutato le proposte d’un impiegato di una Società d’assicurazione, che era venuto a tentarmi il giorno prima della partenza; e benedicendo nel mio cuore i buoni e fidi amici che m’erano stati accanto fino all’ultimo momento, cullato dal caro mare della mia patria, m’addormentai.
  8. 08NEL GOLFO DI LEONE
  9. 09di spazzole e di mani frugacchianti nelle valigie. A poppa, non trovai che tre persone. Il mare era mosso, ma d’un bel colore azzurro, e il tempo chiaro. Non si vedeva terra.
  10. 10Ma lo spettacolo eran le terze classi, dove la maggior parte degli emigranti, presi dal mal di mare, giacevano alla rinfusa, buttati a traverso alle panche, in atteggiamenti di malati o di morti, coi visi sudici e i capelli rabbuffati, in mezzo a un grande arruffio di coperte e di stracci. Si vedevan delle famiglie strette in gruppi compassionevoli, con quell’aria d’abbandono e di smarrimento, che è propria della famiglia senza tetto: il marito seduto e addormentato, la moglie col capo appoggiato sulle spalle di lui, e i bimbi sul tavolato, che dormivano col capo sulle ginocchia di tutti e due: dei mucchi di cenci, dove non si vedeva nessun viso, e non n’usciva che un braccio di bimbo o una treccia di donna. Delle donne pallide e scarmigliate si dirigevano verso le porte del dormitorio, barcollando e aggrappandosi qua e là. Quello che Padre Bartoli chiama nobilmente l’angoscia e lo sdegno dello stomaco doveva aver già fatto il grande repulisti, desiderato da ogni buon comandante, delle solite frutte
  11. 11cattive di cui s’impinzano a Genova gli emigranti poveri e delle sacramentali scorpacciate che fanno all’osteria quelli che hanno qualche cosa. Anche quelli che non soffrivano avevan l’aria abbattuta, e più l’aspetto di deportati che d’emigranti. Pareva che la prima esperienza della vita inerte e disagiata del bastimento avesse smorzato in quasi tutti il coraggio e le speranze con cui eran partiti, e che in quella prostrazione d’animo succeduta all’agitazione della partenza, si fosse ridestato in essi il senso di tutti i dubbi, di tutte le noie e amarezze degli ultimi giorni della loro vita di casa, occupati nella vendita delle vacche e di quel palmo di terra, in discussioni aspre col padrone e col parroco, e in addii dolorosi. E il peggio era sotto, nel grande dormitorio, di cui s’apriva la boccaporta vicino al cassero di poppa: affacciandovisi, si vedevano nella mezza oscurità corpi sopra corpi, come nei bastimenti che riportano in patria le salme degli emigrati chinesi; e veniva su di là, come da uno spedale sotterraneo, un concerto di lamenti, di rantoli e di tossi, da metter la tentazione di sbarcare a Marsiglia. La sola nota amena di quello spettacolo erano i pochi intrepidi che, sopra coperta, uscivan dalle cucine con le gamelle colme di minestra
  12. 12Ci trovammo circa a una cinquantina, seduti a una tavola lunghissima, in mezzo a un vasto salone, tutto messo a oro e a specchi, e rischiarato da molti finestrini, in cui si vedeva ballare l’orizzonte del mare. Nell’atto di sedere, e per qualche minuto dopo, i commensali non fecero che squadrarsi a vicenda, celando sotto un’indifferenza simulata la curiosità scrutatrice che ispirano sempre le persone ignote con le quali si sa di dover vivere per qualche tempo in una familiarità inevitabile. Il mare essendo un po’ agitato, mancavano varie signore. Notai subito in fondo alla tavola il prete gigante, il quale sorpassava di tutta la testa i suoi vicini: una testa d’uccello grifagno, piccola e calva, con gli occhi orlati di presciutto, piantata sur un collo interminabile; e mi diedero nell’occhio le sue mani, mentre spiegavano il tovagliolo, smisurate e magre, con certe dita che parevano tentacoli di polipi: la figura d’un Don Chisciotte, senza poesia. Dalla stessa parte, ma più in qua, riconobbi la signora bionda che avevo incontrata di sotto la sera innanzi. Era una bella signora sui trent’anni, con due occhi troppo azzurri e un nasino spensierato, fresca e mobilissima, vestita con eleganza un po’ troppo vistosa; la quale girava su tutti i commensali, come se conoscesse tutti, uno sguardo vago e sorridente di ballerina alla ribalta; e non so perchè, avrei giurato che la calza di seta nera intravvista la mattina non poteva essere che sua. Il proprietario legittimo di quella seta era senza dubbio un signore sulla cinquantina, che le sedeva accanto: una faccia rassegnata e benevola, contornata d’una zazzera professorale, con due piccoli occhi socchiusi, nei quali brillava un sorriso d’un’astuzia più ostentata che vera, che gli doveva essere abituale. Alla sua destra c’erano due ragazze, che parevano parenti, o amiche intime; di una delle quali, vestita di color verde mare, mi colpì il viso smunto e pallidissimo, spiccante anche più sotto una massa di capelli neri e lucidi, che facevan l’impressione della
  13. 13capigliatura d’una morta: e aveva appesa al collo una grossa croce nera. C’era poi una coppia matrimoniale curiosa: due sposi certamente, giovanissimi, piccoli tutti e due, due stucchini di Lucca, che mangiavano col viso basso e si parlavano senza guardarsi, impacciati, come se avessero soggezione dei commensali. Non avrei dato più di vent'anni all’uno, nè più di diciassette all’altra, e avrei scommesso che non eran passati più di quindici giorni dalla loro apparizione al Municipio: una monachella e un seminarista avvedutisi in tempo d’un’assoluta mancanza di vocazione, e che non avevan punto bisogno di darsi del nero sotto gli occhi. Da un lato dello sposo troneggiava una matrona coi capelli mal tinti, col seno al mento, con un faccione come lo fanno i caricaturisti alla luna di cattivo umore, segnato sopra la bocca dalle tracce non dubbie d’un depilatorio troppo caustico: la quale era tutta occupata a mangiare con coscienza, facendosi tirar giù da una di quelle credenze aeree che ci ciondolavano sul capo come lampadari, ora la senapa, ora il pepe, ora la mostarda, come se volesse raccomodarsi lo stomaco guasto e schiarirsi la voce rauca, che andava provando, tratto tratto con un colpetto di tosse. A capo della tavola sedeva il Comandante, una specie
  14. 14di Ercole raccorciato e accigliato, rosso di capelli e acceso nel viso; il quale parlava con voce burbera, ora in puro genovese al passaggiere che aveva a destra, ora in spagnuolo impuro a un signore che aveva a sinistra: un vecchio alto e asciutto, di lunghi capelli bianchissimi e d’occhi vivi e profondi, arieggiante gli ultimi ritratti del poeta Hamerling.
  15. 15Mentre mi voltavo a guardarli, mi sviò l’attenzione la faccia maschia e bella del mio vicino di destra, di cui non avevo ancora inteso la voce. Era un uomo sui quarant’anni, dell’aspetto d’un antico soldato, di corpo poderoso, ma che s’indovinava svelto ancora; già grigio. La fronte ardita e gli occhi iniettati di sangue mi rammentarono Nino Bixio; ma la parte inferiore del viso era più mite, benché triste e come contratta da una espressione di disprezzo, che faceva violenza alla bontà della bocca. Non so bene per quale associazione di idee, pensai a una di quelle nobili figure di Garibaldini del 60 che avevo conosciute nelle pagine indimenticabili di Cesare Abba, e mi fissai nel capo ch’egli avesse fatto quella campagna, o che dovesse essere lombardo.
  16. 16Mentre guardavo lui, il mio vicino di sinistra sbattè la forchetta sulla tavola, dicendo: — È inutile.... se mangio, crepo.
  17. 17Costui era un ometto mingherlino, con un viso di dolor di corpo e una gran barba nera, troppo lunga per lui, che gli pareva appiccicata, come quelle dei piccoli maghi che saltan fuori dalle scatole a molla.
  18. 18L’avvocato scrollò il capo, accennando con l’indice il fondo del mare.
  19. 19Vedendo che aveva già conoscenze a bordo, gli domandai informazioni. Come avevo indovinato giusto! Il mio vicino di destra; in fatti,
  20. 20La compagnia, in somma, presentava una varietà abbastanza soddisfacente per un osservatore. Notai fra gli altri uno strano viso di color bronzeo, d’un uomo sui trentacinque anni, di fisonomia grave, e vagamente malinconica, dal quale non potei staccare gli occhi per un pezzo quando l’avvocato m’ebbe detto ch’era un Peruviano; poichè mi pareva che la forma oblunga del capo e la grande bocca e la barba rada rispondessero alle descrizioni che si leggon nelle storie di quegli Incas misteriosi, che m’avevan sempre tormentato la fantasia. Me lo raffiguravo vestito di lana rossa, con una benda intorno al capo e gli orecchini dorati, inteso a segnare i suoi pensieri coi fili variopinti d’una cordicella a nodi, e vedevo sfolgorare dietro di lui le gigantesche statue d’oro del palazzo imperiale di Cuzco, circondato di giardini scintillanti di frutti e di fiori d’oro. Ed era invece il proprietario d’una fabbrica di zolfanelli di Lima, che discorreva prosaicamente della sua industria col commensale che gli stava di faccia.
  21. 21maravigliosa d’andatura„ che gli scrittori di viaggi attribuiscono alle donne del suo paese: Mi potei però accorgere, dalla curiosità ammirativa di tutti gli sguardi, che già le doveva esser stato riconosciuto il primato estetico tra le signore del Galileo, e che difficilmente sarebbe stata scoronata nel corso del viaggio. Poco dopo tutti gli altri s’alzarono, tornarono a guardarsi da capo a piedi, con la coda dell’occhio, come all’entrata, e poi si sparpagliarono a poppa, nel fumatoio e per i camerini, mostrando già sul viso la noia delle sei ore eterne che li dividevano dal pranzo.
  22. 22Io però non m’annoiavo: un sentimento mi riempiva l’anima, nuovo e piacevolissimo, che non si può provare in nessun luogo, in nessuna condizione al mondo, fuorché sopra un piroscafo che attraversi un oceano: il sentimento d’un’assoluta libertà dello spirito. Potevo dire, insomma: per venti giorni, sono diviso dall’universo abitato, son sicuro di non vedere altri miei simili che quelli che ho intorno, i quali sono per me tutto il genere umano; per venti giorni sono sciolto d’ogni dovere e d’ogni servitù sociale, e certo che nessun dolore mi verrà dal mondo esteriore, perché non mi può giungere nessuna notizia da nessuna parte. Mille sventure possono minacciarmi, nessuna mi può raggiungere. L’Europa si può sconvolgere, io non lo saprò. Venti giorni di orizzonte senza limite, di meditazione senza disturbo, di pace senza timore, di ozio senza rimorso. Un lungo volo senza fatica a traverso a un deserto sterminato, davanti a uno spettacolo sublime, dentro un’aria purissima, verso un mondo sconosciuto, in mezzo a gente che non mi conosce. Prigioniero in un’isola, è vero; ma in un’isola che mi porta e che mi serve, che guizza sotto i miei piedi, e mi trasfonde nel sangue il fremito della sua vita, ed è un frammento palpitante della mia patria.
  23. 23L’ITALIA A BORDO
  24. 24che emigravano con uno scopo più largo e più facile. A tutti questi italiani eran mescolati degli Svizzeri, qualche Austriaco, pochi Francesi di Provenza. Quasi tutti avevan per meta l’Argentina, un piccolo numero l’Uruguay, pochissimi le repubbliche della costa del Pacifico. Qualcuno, anche, non sapeva bene dove sarebbe andato: nel continente americano, senz’altro: arrivato là, avrebbe visto. C’era un frate che andava alla Terra del Fuoco.
  25. 25La compagnia, dunque, era svariatissima, e prometteva bene. E non era soltanto un grosso villaggio, come m’osservava il Commissario; ma un piccolo Stato. Nella terza classe c’era il popolo, la borghesia nella seconda, nella prima l’aristocrazia; il comandante e gli ufficiali superiori rappresentavano il Governo; il Commissario, la magistratura; e della stampa poteva fare ufficio il registro dei reclami e dei complimenti aperto nella sala da pranzo; oltre che i passeggieri stessi, qualche volta, non sapendo che far altro per ammazzare la noia, fondavano un giornale quotidiano. Ne vedrà e ne sentirà di tutti i generi, — mi disse — , e la commedia crescerà d’attrattiva fino all’ultimo giorno. — Intanto mi preparò alla rappresentazione, mostrandomi alcuni documenti curiosissimi d’ingenuità contadinesca, delle lettere di raccomandazione che certi emigranti avevan consegnate a lui e al Comandante, scritte in favor loro da parenti, o da altre persone sconosciutissime all’uno e all’altro. — Signor Comandante del bastimento, le raccomando tanto il tal dei tali, nativo del mio paese, bravo agricoltore, ottimo padre di famiglia, mio buon amico... — Alcuni avevano di queste lettere, firmate da Tizi ignoti, perfino per alte autorità di Montevideo e di Buenos Ayres. Gli erano anche state presentate da passeggiere bellocce e sorridenti delle commendatizie evidentemente apocrife d’un padre o d’uno zio, come un modo indiretto di domandar protezione, lasciando capire che non sarebbero state sorde alla voce della gratitudine. — Le raccomando con tutto il cuore mia sorella, che essendo giovane e sola in mezzo a tanta gente, potrebbe trovarsi esposta... — E fin dal primo giorno aveva trovato nel suo ufficio un bigliettino scarabocchiato col lapis, senza nome; una dichiarazione cieca di simpatia, con l’espressione d’una vaga speranza che lui avrebbe riconosciuto il viso di lei' in mezzo a tutti gli altri, dal sentimento; ma che per carità non dicesse nulla, che custodisse il segreto o perdonasse
  26. 26l’imprudenza. Amore, alma del mondo. Questo era il grand’affare in quei lunghi viaggi transatlantici. O fosse per effetto dell’ozio, che lasciava troppo libere le fantasie già eccitate dalle molte commozioni dei giorni antecedenti, o per un particolare influsso fisiologico dell’atmosfera marina, congiunto ad una tendenza insolita alla tenerezza, nata dal sentimento della solitudine, era un fatto, mi disse il Commissario, che la “popolazione„ del piroscafo gli dava da pensare e da fare principalmente da quel lato lì, e che quella, per conseguenza, sarebbe stata la frase dominante nella grande sinfonia che avrei sentito suonare per tre settimane. E conchiuse sorridendo:— Se io sapessi scrivere un libro!
  27. 27di carbone, d’olio, di catrame e di fritto, è coperta da una terrazza vastissima, come da una piazza pénsile, alla quale il fusto enorme dell’albero maestro e i due giganteschi fumaiuoli che s’alzano fra lo grandi trombe a vento e le alte grue delle lance, e in fondo il palco di comando, col suo lungo terrazzino aereo, danno un aspetto monumentale stranissimo, che alletta la fantasia come l’immagine d’una città misteriosa. Da questa terrazza, occupata in gran parte dai passeggieri di terza, si domina tutta la prua, un pezzo d’arca di Noè, un’altra vasta piazza affollata di passeggieri, che ha lungo i due lati le stalle dei bovi e dei cavalli, le stie dei piccioni e delle galline, le gabbie dei montoni e dei conigli, in fondo il lavatoio a vapore e il macello, di qua i cernieri dell’acqua dolce e gli acquai marini, nel mezzo la casetta dell’osteria e la boccaporta dei dormitori femminili, chiusa da una bizzarra sovrapposizione di tetti vetrati, che servon di sedili alle donne, e al di sopra di ogni cosa l’albero di trinchetto, che disegna i suoi cordami e le sue scale nere sul cielo. Ultimo s’alza il castello di prua, che copre i dormitori dei marinai, la fabbrica del ghiaccio e l’ospedale, formando un’altra piazzetta finita in punta, dove un’altra folla si pigia fra gli argani,
  28. 28le bitte, il molinello e le grandi catene delle àncore e altre boccaporte e altre trombe a vento, come sopra il bastione d’una fortezza avanzata, dalla quale l’estremità opposta del piroscafo, col suo ampio cassero ombreggiato dalle tende e popolato di signore, si vede piccola, confusa, lontanissima, da parere incredibile quasi che faccia parte del medesimo corpo. E non son queste che le parti esteriori del colosso; chè sotto vaneggia un altro mondo, sconosciuto ai passeggieri: magazzini sterminati di carbone, torrenti d’acqua dolce, provvigioni di viveri per una città assediata, depositi enormi di cavi, di vele, di bozzelli, di braghe, un labirinto interminabile di vani semioscuri riboccanti di bagagli, d’anditi per cui non si passa che curvi, di scalette che si perdon nelle tenebre, di recessi profondi e umidi ai quali non giunge neppure il brulichio della folla che si agita sopra, e dove si crederebbe d’essere sepolti nei sotterranei granitici d’una fortezza, se il tremito delle pareti non ci avvertisse che tutt’all’intorno freme una vita immensa, e che l’edifizio è fragile e va.
  29. 29Così, osservando parte per parte il Galileo, e sfogliando i passaporti col Commissario, passai i primi tre giorni, che dal Golfo di Lione in là furono di bellissimo tempo; ma giungendo la mattina del quarto allo stretto di Gibilterra, trovammo una nebbia fitta che non ci lasciò vedere nè la rocca, nè la costa di Spagna, nè quella d’Africa, e ci rese difficile il passaggio. Non difficile per la ragione che teneva inquiete molte donne della terza classe, le quali — mi disse il Commissario — immaginavano che il piroscafo si dovesse infilare in una specie di canale strozzato fra le rocce, dove non avrebbe potuto passare che scorticandosi, a rischio d’andare in pezzi, come le barche per l’apertura della grotta azzurra di Capri; ma perchè, a cagion della nebbia, e del gran numero di bastimenti che s’incontrano là, in quel vestibolo dell’oceano, dove si baciano quasi i due continenti, era molto facile un abbordo, che poteva mandarci tutti a fondo, senza lasciarci il tempo di recitar l’atto di contrizione. Fu quindi necessario di procedere con grandissima cautela. E allora si vide una scena mirabile, da cui si sarebbe potuto cavare un grande quadro, intitolato in genovese: — A fuffetta — solenne e comico a un tempo. Il Galileo andava innanzi lentissimamente dentro alla nebbia densa, che
  30. 30intercettava la vista da tutte le parti, a brevissima distanza dal bordo; tutti gli ufficiali stavano all’erta; il Comandante, ritto sul palco di comando, mandava sotto ordine su ordine, di piegare dall’uno o dall’altro lato; la macchina a vapore gittava ogni momento la sua voce d’allarme, una specie d’urlo rauco e lamentevole, come l’annuncio d’una disgrazia. E a destra, a sinistra, davanti, di dietro, rispondevano altri suoni rauchi e sinistri di piroscafi invisibili, alcuni lontani che parevano ruggiti di leoni dell’Africa, altri vicinissimi, come di piroscafi che fossero sul punto d’investirci, altri radi e fiochi, altri fitti e affannosi come grida umane che minacciassero e supplicassero insieme. E ad ogni suono, tutti i mille e seicento passeggieri, affollati e ritti in coperta, si voltavano vivamente di là donde il suono veniva, con gli occhi spalancati, trattenendo il respiro, e molti accorrevano da quella parte, dando colore di curiosità alla paura, ma col viso brutto, come aspettandosi di veder apparire la prua d’un colosso che ci venisse sopra. Non si sentiva una voce in quella moltitudine, non si vedeva un viso che sorridesse. Istintivamente le famiglie si stringevano, molti s’andavano affollando vicino alle lance sospese, altri
  31. 31La nebbia quasi a un tratto svanì, e a sinistra si mostrò la costa d’Africa: una catena di monti lontani, d’una chiarezza di cristallo. E l’Atlantico ci cullava con le sue onde lunghe e placide, simili a vastissimi tappeti azzurri, frangiati d’argento, scossi da miriadi di mani invisibili, gli uni dietro gli altri, senza fine; a traverso ai quali il Galileo distendeva, passando, uno sterminato strascico di trina bianca. Non era diverso il nuovo mare da quello donde uscivamo; eppure ci veniva fatto di alzar la fronte come se lo spirito fosse più libero e l’occhio spaziasse più lontano, e di ber l’aria a lunghe inspirazioni, con un senso nuovo di piacere, come se già ci portasse i profumi potenti delle grandi foreste dell’America latina, alla quale andava diritto il nostro pensiero con un volo di seimila miglia. Il cielo era tersissimo, e pendeva sull’orizzonte uno spicchio bianco di luna, quasi svanito nella soavità dell’azzurro. Pareva che quell’oceano, a cui la maggior parte di noi aveva pensato fino allora con inquietudine, ci dicesse: — Venite, sono immenso, ma buono.
  32. 32A PRUA E A POPPA
  33. 33Due giorni dopo, si poteva dire che ogni cosa fosse in ordine a prua, ed io cominciai le mie osservazioni. Quando salii sul palco di comando, poco dopo le otto, che era l’ora della colezione, la prua offriva l’aspetto tra d’un mercato di campagna e d’un accampamento di zingari, che avessero disfatto le tende. Ciascun gruppo d’emigranti aveva preso il suo posto, dove passava la maggior parte della giornata, e i posti presi, per consuetudine tradizionale, eran rispettati da tutti. Dovunque si potesse star seduti senza ingombrare il passaggio, in tutti i cantucci che formavan le torri di cordami e i mucchi di fieno o di merci addossati all’opera morta, s’era ficcata, come una covata di gatti, una brigatella
  34. 34di conoscenti o una famigliuola, con le sue seggiole e qualche cuscino o coperta, e alcune eran così ben rimpiattate, che vi si sarebbe potuto passar davanti dieci volte senza scoprirle, poiché la povera gente si adatta a tutti i vani come l’acqua. Una parte dei passeggieri intingevano ancora le gallette nel caffè nero, con le gamelle di latta sulle ginocchia; alcun lavavano le loro stoviglie negli acquai, o distribuivano l’acqua dolce al loro rancio coi così detti bidoni, della forma di coni tronchi, dipinti di rosso e di verde; gli altri stavano accovacciati lungo i parapetti, nelle positure proprie dei contadini, abituati a riposar sulla terra, o passeggiavano con le mani in tasca, come la domenica sulla piazza del villaggio; mentre le donne, coi capelli sciolti giù per le spalle, si pettinavano davanti a specchietti da venti centesimi, ravviavano i ragazzi, passandosi a vicenda spazzole, saponi, asciugamani, davano il latte ai bambini, rimondavano panni e lavavan pezzuole in quattro gocce d’acqua, tutte affaccendate, angustiate visibilmente dalla ristrettezza dello spazio e dalla mancanza di cento cose. Tra la folla fitta e nera si vedevan girare lunghe berrette blu di cafoni, busti verdi di donne calabresi, larghi cappelli di feltro di contadini dell’Alta Italia, cuffie di
  35. 35montanare, papaline rosse, italianelli, raggiere di spilli di villanelle della Brianza, e teste bianche di vecchi e nere capigliature selvagge e una varietà mirabile di facce stanche, tristi, ridenti, attonite, sinistre; molte delle quali facevan creder vero che l’emigrazione porti via dal paese i germi di molti delitti.
  36. 36Ma l’oceano essendo tranquillo, e l’aria limpida e fresca, molti erano allegri. E si poteva notare che, quetata l’agitazione della partenza, nella quale erano stati assorti tutti i pensieri, l’eterno femminino aveva già ripreso il suo eterno impero anche lì; non solo, ma che per effetto della scarsità ne era già cresciuto il valore, come in America. Pochi uomini stavan rivolti verso il mare; i più passavano a rassegna le passeggiere. I giovani, seduti sopra i parapetti, con una gamba spenzoloni di fuori e i cappelli arrovesciati sulla nuca, pigliavan degli atteggiamenti di baldanza marinaresca, parlando forte e modulando il riso in maniera da attirar l’attenzione, e quasi tutti guardavano verso la boccaporta del dormitorio femminile, dove s’erano raccolte, come sopra un palco, molte giovani ben pettinate, con nastrini nei capelli, con vestiti chiari, con fazzoletti vistosi, annodati con garbo: la parte intraprendente,
  37. 37Intanto, guardando abbasso, proprio sotto il palco di comando, io avevo fatto una scoperta maravigliosa, una delle più belle figure che avessi mai visto per mare o per terra, vivo, dipinte o scolpite, dal primo giorno che giravo il mondo. Il Commissario mi disse ch’era una genovese. Sedeva sopra un panchettino, accanto a un vecchio che pareva suo padre, seduto sul
  38. 38la premesse da ogni parte. In che modo si trovava là quel miracolo gentile? E la sua fama doveva già esser grande a bordo, perchè a un dato momento vedemmo affacciarsi a un finestrino, e guardarla con l’aria di un ammiratore abituale, nientemeno che il cuoco della terza classe, con tanto di berretta bianca, un faccione rosso e brusco, d’una straordinaria alterigia, sul quale appariva la coscienza di esser per gli emigranti il più importante personaggio del piroscafo, riverito, temuto, corteggiato come un imperatore. — E anche costei, — disse scotendo il capo il Commissario, — senza volerlo, mi darà da pensare. — E prevedeva un viaggio scellerato.
  39. 39Ma se qualche cosa poteva far sorridere, lo spettacolo, tutt’insieme, stringeva l’anima. Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non contentarsi; ed anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per veder se vi fosse miglior aria che in Italia per l’ozio e la furfanteria. Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria. C’eran bene di quei lavoratori avventizi del Vercellese, che con moglie o figliuoli, ammazzandosi a lavorare, non riescono a guadagnare cinquecento lire l’anno, quando pure trovan lavoro; di quei contadini del Mantovano che, nei mesi freddi, passano sull’altra riva del Po a raccogliere tuberose nere, con le quali, bollite nell’acqua, non si sostentano, ma riescono a non morire durante l’inverno; e di quei mondatori di riso della bassa Lombardia che per una lira al giorno sudano ore ed ore, sferzati dal sole, con la febbre nell’ ossa, sull’acqua melmosa che li avvelena, per campare di polenta, di pan muffito e di lardo rancido. C’erano anche di quei contadini del Pavese che, per vestirsi e provvedersi strumenti da lavoro, ipotecano le proprie braccia, o non potendo lavorar tanto da pagare il debito, rinnovano la locazione in fin d’ogni anno a condizioni più dure, riducendosi a una schiavitù affamata e senza speranza, da cui non hanno più altra uscita che la fuga o la morte. C’erano molti di quei Calabresi che vivon d’un pane di lenticchie selvatiche, somigliante a un
  40. 40impasto di segatura di legna e di mota, e che nelle cattive annate mangiano le erbacce dei campi, cotte senza sale, o divorano le cime crude delle sulle, come il bestiame, e di quei bifolchi della Basilicata, che fanno cinque o sei miglia ogni giorno per recarsi sul luogo del lavoro, portando gli strumenti sul dorso, e dormono col maiale e con l’asino sulla nuda terra, in orribili stamberghe senza camino, rischiarate da pezzi di legno resinoso, non assaggiando un pezzo di carne in tutto l'anno, se non quando muore per accidente uno dei loro animali. E c’eran pure molti di quei poveri mangiatori di panrozzo e di acqua-sale delle Puglie, che con una metà del loro pane e centocinquanta lire l’anno debbon mantenere la famiglia in città, lontana da loro, e nella campagna dove si stroncano, dormono sopra sacchi di paglia, entro a nicchie scavate nei muri d’una cameraccia, in cui stilla la pioggia e soffia il vento. C’era in fine un buon numero di quei vari milioni di piccoli proprietari di terre, ridotti da una gravezza di imposta unica al mondo in una condizione più infelice di quella dei proletari, abitanti in catapecchie da cui molti di questi rifuggirebbero, e tanto miseri, che “non potrebbero nemmeno vivere
  41. 41igienicamente, quando vi fossero obbligati per legge.„ Tutti costoro non emigravano per spirito d’avventura. Per accertarsene bastava vedere quanti corpi di solida ossatura v’erano in quella folla, ai quali le privazioni avevano strappata la carne, e quanti visi fieri che dicevano d’aver lungamente combattuto e sanguinato prima di disertare il campo di battaglia. Non giovava nemmeno, per scemar la pietà, addurre l’antica accusa di mollezza e d’accidia lanciata dagli stranieri ai coltivatori della terra italiana: accusa caduta da un pezzo davanti a una solenne verità, dagli stranieri stessi proclamata, che così nel mezzogiorno che nel settentrione essi prodigano tanto sudore sulla gleba che non sarebbe possibile di più, e più che proclamata, provata dai cento paesi che li chiamano e li preferiscono. La pietà era loro dovuta intera e profonda. E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne, e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all’arrivo da altri truffatori, e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo mal nutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d’una malattia
  42. 42che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo. E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, “ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti„, all’impoverimento progressivo del suolo, all’agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria. Mio malgrado, mi risonavano in mente, come un ritornello, quelle parole del Giordani: il nostro paese sarà benedetto quando si ricorderà che anche i contadini sono uomini. Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l’egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d’umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione nè coscienza, tanti usurai senza cuore nè legge, tanta caterva d’impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto, non sacrificando nulla e calpestando tutto, dispregiatori feroci degli istrumenti di cui si servono, e la cui fortuna non è dovuta ad altro che a una infaticata successione di lesinerie, di durezze, di
  43. 43con le loro finestre a persiane, e il passaggio coperto che vi sboccava, come una strada pubblica. Lì si andava a vedere il cammino fatto e i gradi di longitudine e di latitudine scritti ogni giorno sopra una lavagnina, appesa alla porta del salone; ci venivano per solito gli ufficiali a prender l’altezza del sole, e ci affluivano le prime notizie della piccola cronaca quotidiana. Era un cantuccio dove si fumava il sigaro con piacere, come davanti a un caffè, con una certa illusione d’esser a terra, e di far vita cittadina. Qualche volta vi cascava uno spruzzo d’acqua improvviso, che innaffiava i ricami e i libri alle signore, e queste scappavano; ma ritornavan poco dopo. E là, nei primi giorni, avevan fatto conoscenza fra loro la maggior parte dei passeggieri.
  44. 44di brillante comico, vestito bene, bianco di capelli e nero di baffi, con un viso serio che faceva ridere, degli occhi di scolaretto, un cervello pieno di bubbole, un buon umore inalterato e una parlantina facilissima; un poco toscaneggiante, ma senz’affettazione; tormentato da una curiosità di comare, non occupato d’altro che della gente che aveva intorno, e accorto e perseverante come un vecchio poliziotto a indagare e a scoprire i fatti di tutti, e abilissimo a cavarne materia di spasso per sè e per gli altri, senza destar mai la diffidenza di alcuno. Egli conosceva vita e miracoli di parecchi passeggieri, coi quali aveva già fatto una o due volte la traversata dell’oceano; e dopo dieci minuti di conversazione cominciò a domandarmi familiarmente, accennando l’uno o l’altro: — Sa chi è quello lì? Sa chi è quella signora? — Ma io non potei dargli retta subito, perchè un altro personaggio attirò la mia attenzione: il tipo di una razza di gente curiosa, che ancora non conoscevo.
  45. 45vestito da fattore benestante, e aveva un grosso anello d’oro alla mano destra: l'occhio falso, il naso petulante, la bocca vanitosa. Dal viso e dal discorso s’indovinava l’antico emigrante spiantato, il quale, fatta fortuna, ma rimasto ignorante, crede, ritornando al suo paese, di non aver che a mostrare la borsa e sdottorare davanti alla farmacia di luoghi e di cose lontane, mescendo spacconate e bugie, per farsi eleggere consigliere e nominar sindaco, e montar sul collo dei suoi compaesani, ch’egli si figura rimminchioniti, perchè non si son mossi da casa. Quello lì aveva certo avuto un solenne disinganno, e toccato delle scottature all’amor proprio, che gli dovevano ancor bruciare fieramente, sotto alla giovialità grossolana che ostentava. Tre mesi, diceva, gli eran bastati a persuadersi che l’aria del suo paese non faceva più per lui. Dopo vent’anni aveva creduto di trovarvi una trasformazione, un progresso: v’aveva ritrovate invece le idee d’una volta, tutti i vecchi pregiudizi, la vita gretta, e una maledetta trucia! Cento cani intorno a un osso, quando c’era un osso. E poi nessuna iniziativa negli affari, un andare in tutte le cose coi piedi di piombo, in mezzo a mille impacci, una diffidenza d’avari fradici, una mancanza assoluta di caballerosidad.
  46. 46molto più piccolo di come l’aveva nella mente. Magnificava invece la bellezza della pianure americane, facendo un gesto largo e goffo di paesista briaco. Ma poi ricadeva sempre sull’Italia con un intercalare che doveva aver preso nelle cronachette dei giornali di provincia: — Medio evo, medio evo.
  47. 47L’agente di cambio che lo stava a sentire con me, ridendogli in faccia, e che aveva esperienza di quella razza di patriotti, mi disse che, quando erano in America, giocavano al gioco opposto, ossia si lagnavan di tutto, facendo leva al proprio orgoglio della patria lontana, appetto alla quale giudicavan incivile, ignorante, disonesto il paese da cui erano ospitati, e in cui s’erano fatti d’oro. Ma, di punto in bianco, troncò quel discorso per dirmi che aveva scoperto un amenissimo originale nell’equipaggio, un vecchio marinaio gobbo, preposto alla vigilanza dei dormitori delle donne; ufficio delicatissimo, che richiedeva nell’iinpiegato non solo la guarentigia d’un’età arcimatura, ma quella della mancanza assoluta di qualsiasi pregio estetico della persona, che potesse toccare un cuore femminile. Questo piccolo gobbo canuto, che doveva separare i due sessi la sera, e badare la notte che nessuna donna uscisse dai
  48. 48dormitori, era un impasto bizzarro di filosofo e di buffone, che spifferava continue sentenze sulle donne, tormento della sua vita, con una solennità predicatoria e qualche volta con dei giri di parole così difficili, che non si capiva affatto quel che volesse dire. Io avrei dovuto interrogarlo, che mi ci sarei divertito infinitamente. — E quest’altro, — mi domandò — l’ha notato? — E mi accennò il bel cameriere impomatato di prima classe, che passava con un vassoio in mano, girando lo sguardo languido sulle signore. Quello era una specie di Ruy Blas marino, che mirava in alto, e si studiava in tutti i modi di far capire che dell’umiltà della sua condizione sociale era consolato a bordo da miracolose e misteriose fortune; e intanto sultaneggiava fra le due cameriere, una genovese frolla e una veneta fresca, che si mangiavano il fegato dalla gelosia, e si scanagliavano ogni mattina nei corridoi, con la cuffia per traverso e le mani sui fianchi, lasciando scampanellar le signore.
  49. 49In quel momento ci passò davanti un passeggiero, il genovese che a tavola sedeva alla destra del Comandante, un onesto bofficione di cinquant’anni, con un occhio solo e una
  50. 50come un ipnotizzato, tirando degli sbadigli da leone, enormi e lamentevoli, l’un sull’altro, senza interruzione, da far pensare (ammessa la fede di non so che popolo, che ad ogni sbadiglio esca dalla bocca dell’uomo l’anima d’un antenato) ch’egli avesse già esalata fin l’anima di padre Adamo.
  51. 51leggicchiava un libro, ma alzando lo sguardo pronto ed acuto ad ogni passo, ad ogni parola che sentisse intorno a sè, vicino o lontano. Erano madre e figliuola, mi disse l’agente; avevano fatto il viaggio con lui l’anno scorso sul Fulmine: la madre aveva condotta la figliuola a perfezionarsi nel pianoforte in Germania: nate in Italia, oriunde spagnuole, stabilite nell’Argentina. La madre aveva una lingua da tanaglie, capace di far nascere un subbuglio in un piroscafo, rosa a tal segno dalla gelosia dei cenci, che ogni nuovo vestito di signora che apparisse a bordo, le era come un colpo di navaja nel fianco. — E che le pare della figliuola? — Non mi pareva nulla: una figura di educanda cresciuta male, senza sangue in corpo, da baloccarsi ancora con le bambole. — Ah! che granchio! — esclamò l’agente — mi scusi. — E mi tirò dall’altra parte della piazzetta per parlar più libero. Quel piccolo crostino a cui nessuno badava era un vero soggetto psichiatrico, da dar a studiare agli alienisti. Nel viaggio dell’anno prima, sul Fulmine, c’era uno degli ufficiali di bordo, suo amico, un bel giovane, che discorreva qualche volta con la madre, e che in tutto il viaggio non aveva forse scambiato venti parole con quell’acqua cheta bruttina, dalla quale
  52. 52l’agente fece un gesto, come se avessi negato la luce del sole. Era vero. E con questo?... Un documento umano. Ecco tutto.
  53. 53Mentre egli diceva questo, s’avvicinava il garibaldino, che veniva da prua. Quando mi passò accanto, mi scappò di domandargli: — È stato fra gli emigranti? — così, per simpatia. Egli parve stupito che gli rivolgessi la parola e accennò di sì, soffermandosi, ma di fianco, come chi vuol fare un discorso corto. L’agente, che doveva indovinare in quel signore un’antipatia istintiva per gli uomini della sua indole, si tirò in disparte.
  54. 54Detto questo, voltò il capo dall’altra parte.
  55. 55Ma nello stesso punto si voltò all’improvviso, e sorprendendomi a guardarlo dietro l’orecchio, mi diede un rapido sguardo indagatore, arrossendo leggermente alla sommità delle guance, mentre gli passava negli occhi un lampo di dispetto.
  56. 56SIGNORI E SIGNORE
  57. 57Con un gazzettino vivente com’era quell’agente bancario, non tardai a conoscere, anche senza volerlo, quasi tutti i passeggieri di prima.
  58. 58La mattina seguente egli mi si venne a mettere accanto a tavola, al posto dell’avvocato, che non s’era levato da letto. Ogni giorno egli faceva una mezza dozzina di conoscenze nuove. La sera avanti aveva attaccato conversazione con gli sposi, che occupavano il camerino accanto al suo, ed essendosi accorto ch’eran così timidi e impacciati davanti alla gente, si proponeva di stuzzicarli un poco. Appena seduto, domandò allo sposo, che gli era seduto di faccia, se aveva riposato bene. Quegli rispose bene, grazie, guardandolo con occhio inquieto. — Eppure — , disse
  59. 59l’altro con l’aria più naturale del mondo, fissando lui e lei, — mi è parso che questa notte il mare fosse agitato. — I vicini sorrisero, e quelli, arrossendo tutti e due, si misero a osservare le posate con attenzione profonda. Ma l’agente non mostrò d’avvedersene. E attaccò il lucignolo subito, parlando piano e spedito, senza far però meno onore alla cucina del Galileo. Il prete lungo era un napoletano, stabilito da circa trent’anni nell’Argentina, dove ritornava dopo un breve viaggio in Italia, fatto, diceva (ma era dubbio), per vedere il Papa. Gli aveva inteso raccontar la sua storia una sera. Era andato all’Argentina senza camicia, aveva fatto il parroco nelle colonie agricole nascenti, in varii Stati della Repubblica, in terre quasi disabitate, dove andava a portare il viatico a cavallo, galoppando per notti intere, col santissimo Sacramento a tracolla e la rivoltella alla cintura, e diceva d’esser stato più volte assalito, e d’essersi difeso a rivoltellate, e che anche si era dato il caso di viaggiatori, i quali, incontrandolo al lume della luna, atterriti dalla sua gigantesca ombra nera, s’erano dati alla fuga. Si capiva che doveva aver curato altrettanto la borsa propria che l’anima altrui, facendosi pagar matrimoni e sepolture a prezzi d’affezione,
  60. 60ispirava un sentimento di pietà amorosa e coraggiosa. In dieci anni, rifacendo ogni tanto una scappata in patria, essa aveva già rallegrato del suo riso infantile e consolato della sua dolce pietà sette o otto piroscafi, e godeva d’una certa celebrità simpatica presso le società di navigazione. Nel viaggio di due anni avanti, fra l’altre, le era seguita un’avventura comica con un deputato argentino, il quale si trovava appunto con noi, per caso, sul Galileo. Costui, che era un signore faceto e amabile, ma assestato e intollerantissimo del disordine nelle cose sue, occupava un camerino sopra coperta. Ora mentre egli giocava nel salone o passeggiava a prua, la signora e una sua amica avevano preso l’abitudine d’andargli a metter tutto sottosopra per farlo poi ammattire a riordinare. E il gioco era riuscito bene parecchie volte. Ma un giorno, essendosi arrischiata sola la svizzerella a fare il solito arruffio, era sopraggiunto all’impensata l’argentino e, montato sulle furie, aveva chiuso l’uscio del camerino per obbligarla a rimettere ogni cosa al suo posto. Senonchè le cose spostate essendo molte, il lavoro di riordinamento era durato un pezzo, e levatasi in quel frattempo una burrasca per effetto d’un colpo di vento improvviso, la signora aveva
  61. 61dovuto rimaner chiusa là dentro per varie ore, mentre di sotto, pei corridoi, il marito spaventato la chiamava da ogni parte ad alte grida, e voleva che si gettasse una lancia in mare per ripescarla, senz’accorgersi della ridente commiserazione che lo circondava. Nondimeno tutto era finito senza guai. Ma in questo viaggio pareva che il signore e la signora non dessero segno di conoscersi. Io mi voltai a guardar lui, in fondo alla tavola: era un bruno tra i trentotto e i quaranta, di profilo energico, con l’occhialetto: una faccia d’uomo, infatti, da non permettere che gli si violasse impunemente il domicilio. Quanto al marito professore, disse l’agente, era un bel capo: appassionato, sebbene avesse una faccia più letteraria che scientifica, per gli studi di meccanica nautica: passava la giornata in gravi meditazioni davanti alla macchina, ai timoni, ai verricelli, a ogni più piccolo ordigno del piroscafo, facendosi dare dagli uffiziali delle spiegazioni minute, che andava poi a ripetere a prua, per il gusto di sbocconcellare al popolo il pane della scienza, mentre altri gli addentava il suo a poppa. Ma in quel momento io stavo osservando, accanto all’argentino, un signore biondo slavato, con due favoriti che parevan due salici piangenti di capelli,
  62. 62come quei che si vedono nelle vetrine dei parrucchieri; il quale girava intorno degli occhi di pesce sospettosi, e non parlava a nessuno. Domandai all’agente se sapeva chi fosse. Oh! un bel caso. Si sospettava che fosse un ladro fuggitivo. Ne correva la voce sul Galileo. Era un francese. Non si sapeva quale dei passeggieri, leggendo il Figaro arrivato a Genova il giorno stesso della partenza, aveva creduto di riconoscere una maravigliosa rassomiglianza fra quella faccia strana e diffidente, e certi connotati che dava il giornale parigino di un cassiere di non so quale casa bancaria di Lione, scappato tre giorni prima, lasciando un vuoto di macchina pneumatica. Egli avrebbe fatto delle investigazioni: alla peggio, sperava di scoprire il segreto all’arrivo, quando fosse salita a bordo la polizia. Della coppia matrimoniale che sedea dirimpetto a costui, non aveva ancora chiesto informazioni: erano i miei due vicini di camerino, quelli della spazzola: la signora, sulla quarantina, piccoletta, con due occhi freddi, e un perpetuo sorriso forzato sulle labbra sottili; non brutta, ma di quelle persone a cui l’animo ha guastato il viso, le quali, a primo aspetto, ispirano ripugnanza per cagion del male che debbono fare agli altri, e compassione per quello
  63. 63che debbono soffrire esse medesime: il marito, una figura di maggior di cavalleria in riposo, d’animo forte, pareva; ma domato da una natura più forte della sua, e logorato da un’afflizione sorda e immutabile. Non si parlavano mai, come se non si conoscessero, e non erano mai insieme, fuorché a tavola; ma il mio vicino aveva osservato che lei saettava a lui delle terribili occhiate di traverso, quando le pareva che fissasse qualche signora: all’affetto morto era sopravvissuta la gelosia dell’orgoglio. Una coppia male accoppiata, insomma, come due forzati stretti da una catena, fra i quali ci doveva essere un’avversione profonda, e un mistero. Quello che conosceva meglio di tutti era il comandante: bravo marinaio, rozzo e irascibile, possessore d’un vocabolario maravigliosamente ricco di sacrati e d’ingiurie genovesi, che prodigava al basso personale dell’equipaggio: vere litanie d’improperi, condotte con un crescendo di effetto irresistibile; e altero della vigoria dei suoi pugni, dei quali s’era molto servito durante i suoi vent’anni di onorato comando. Aveva una fissazione, quella d’una severità assoluta in fatto di morale. Porcaie a bordo no ne véuggio. — Non voglio porcherie a bordo — era il suo intercalare. Voleva il bastimento casto come un monastero, e
  64. 64credeva d’ottenerlo. All’occasione dava delle lezioni memorabili. In uno degli ultimi viaggi, avendo scoperto una sera che due passeggieri di diverso sesso, non legati nè dal codice nè dalla chiesa, erano addormentati in un camerino di coperta, egli aveva fatto inchiodare una grand’asse a traverso all’uscio, e ce l’aveva lasciata fino a che i due, il dì seguente, morsi dalla fame, dopo aver picchiato furiosamente, erano stati costretti a uscire coram populo, mézi morti da-a vergéugna. Ma aveva rischiato d‘ammalare dalla rabbia nell’ultima traversata, portando da Buenos Ayres a Genova un’intera compagnia lirica, e un corpo di ballo di cento e venti gambe; a tener a segno le quali non ci sarebbero stati sul piroscafo abbastanza assi nè chiodi; e tutta la sua eloquenza minacciosa nella lingua del sci non aveva impedito che il Galileo si convertisse in un paradiso maomettano, filante dodici miglia all’ora. In condizioni ordinarie, peraltro, quando non era soverchiato dal numero e dall’audacia del nemico, era rigoroso al punto da non tollerare nemmeno un corteggiamento discreto. Ma si vantava di far stare tutti a segno senza mancare menomamente alle leggi della cortesia, di saper dir tutto a tutti senza offendere. Quando un passeggiere si stringeva troppo
  65. 65intorno a una signora, egli lo chiamava in disparte, e gli diceva rispettosamente: — Mi scusi, lei comincia a diventar nauseante (angoscioso). Porcaie a bordo no ne véuggio. — Del rimanente, un galantuomo. Il vecchio maestoso che gli stava accanto — l’Hamerling -, era un chileno, un gran signore, chiamato a bordo quello che fa forare una montagna, perchè aveva fatto quel po’ di viaggio dal suo paese (trentacinque giorni di mare) per andare a comprare delle perforatrici in Inghilterra, non trattenendosi in Europa, dallo sbarco all’imbarco, che due settimane precise. Serio, come sono i chileni in generale, e di modi aristocratici, aveva bazzicato nei primi giorni la brigata degli argentini; ma questi avendolo punto in una disputa sull’eterna questione dei confini meridionali delle due repubbliche, egli se n’era scostato, e non parlava più che col comandante e col prete. Altri non conosceva, per il momento, il mio vicino. Ma andava spiando un giovane toscano sbarbatello e azzimato, seduto a tavola davanti alla moglie del professore, addosso alla quale lasciava gli occhi, assorto a tal segno che qualche volta gli rimaneva la forchetta per aria, a mezza via tra il piatto e la bocca, come colpita anch’essa d’ammirazione. Costui aveva l’aspetto
  66. 66d’un Don Giovannino affamato, che facesse la prima volata lunga fuori di casa; ma dotato, sotto quell’apparenza di primo amoroso esordiente, d’un’audacia unica; e mentre circuiva la svizzera, che doveva aver conosciuto a terra, faceva ogni momento delle escursioni a prua, fiutando l’aria come un poledro stallino, la sera in special modo, con molto rischio di farsi spolverare dagli emigranti i panni attillati, ch’ei cambiava due volte al giorno. Ciò dicendo, l’agente fece rotolare un’arancia fin quasi sul piatto dello sposo, e tese improvvisamente la mano, dicendo: — Favorisca... — Povero sposo! Proprio in quel momento, approfittando della solita confusione d’ogni fin di pasto, egli lasciava spenzolare il braccio destro sotto la tavola, mentre la sposa teneva nascosto nello stesso modo il braccio sinistro: alla improvvisa domanda, le due mani risalirono vivamente sopra la mensa, separate, è vero, ma troppo tardi: la “casta porpora„ aveva già tradito il segreto. — Son troppo felici, — mi disse sotto voce l’agente; — gli voglio amareggiare la vita. — Poi s’alzò, e mezz’ora dopo, salendo sul cassero, lo vidi sul castello centrale, che discorreva con un prete delle seconde classi. Ma queste, quasi spopolate, non dovevano offrire gran pascolo alla sua
  67. 67curiosità. C’eran due preti vecchi che leggevano quasi sempre il breviario; una vecchia signora sola, con gli occhiali verdi, che sfogliava dalla mattina alla sera una raccolta di antichi giornali illustrati, e una famiglia numerosa, tutta vestita a lutto, che formava in mezzo al piroscafo un gruppo nero e triste, immobile per ore intere. Solamente i due ragazzi più piccoli facevano qualche volta, per il ponte pénsile, una scappata fin sul cassero di poppa, dove la signorina dalla croce nera li carezzava mestamente, con le sue manine affilate d’inferma.
  68. 68RANCORI E AMORI
  69. 69dentro a quella segreta, nel mezzo dell’oceano, quelle due creature avviticchiate per mordersi, che portavano da un mondo all’altro l’inferno che le straziava! Tutt’a un tratto tacquero, e pochi minuti dopo, mentre io uscivo, uscivano essi pure, vestiti di tutto punto, e apparentemente impassibili; ma, arrivati alle due scalette che conducevano in coperta, voltarono l’uno a destra l’altro a sinistra, senza guardarsi. Pel corridoio m’imbattei nel giovine toscano, attillato, che stava in sentinella, e passando davanti all’uscio della signora svizzera, mi parve di veder scintillare al fessolino un occhio azzurro. Poi m’urtai nell’agente, il quale mi disse ex-abrupto: — Ma sa che quegli sposi mi seccano! — Aveva sentito che la sposa, la sera, diceva le orazioni. E poi... mille noie. Fra le altre cose, a tempo perso, studiavano la grammatica spagnuola: coniugavano dei verbi a mezza voce, interrompendosi a ogni tempo per darsi dei baci. Giusto la sera avanti aveva inteso un passato remoto insopportabile. Voleva farsi cambiar di camerino. E aveva notizie nuove da darmi intorno a nuovi personaggi; ma lo pregai di serbarle a più tardi, e andai difilato a prua, col proposito di mescolarmi cogli emigranti, e di entrare in discorso con loro.
  70. 70lavoratori, tutta a vantaggio dei proprietari e dei fittavoli; — salari scarsi, — viveri cari, — tasse eccessive, — stagioni senza lavoro, — cattive annate, — padroni Ingordi, — nessuna speranza di migliorare il proprio stato. I discorsi, per lo più; avevan forma di racconti: racconti di miserie, di birbonate e d’ingiustizie. In un crocchio, in cui pareva che dominasse come una nota d’allegria amara, ridevan della rabbia che avrebbero divorata i signori quando si fossero ritrovati senza braccia, costretti a raddoppiare i salari, o a dar le loro terre per un boccone di pane. — Quando saremo andati via tutti, — diceva uno, — creperanno di fame anche loro. — E un altro: — Non passa dieci anni, dà fuori la rivoluzione. — Ma quelli che lanciavan le frasi più arrischiate, parlavan più basso, e dopo aver data intorno un’occhiata, perchè temevano molti, come poi seppi, che a bordo ci fosse un servizio segreto di polizia, per conto del Governo. Cerano dei crocchi di contadini calabresi, con le loro mantelline a cappuccio, e i loro sandali, legati con le zampine; ma pochi di essi parlavano. In altri gruppi si discorreva del mare e dell’America: e si riconoscevan facilmente quelli che v’erari già stati, all’attenzione con cui gli altri li stavano
  71. 71Mi diressi dalla parte dei cernieri dell’acqua dolce. La bella genovese era sempre là, col suo giubbino bianco e con la gonnella azzurra, tra il piccolo fratello e il padre, occupata a cucire: pulita e fresca come un fiore. Ma gli ammiratori si erano raffittiti: aveva ora intorno, a varie distanze, una dozzina di passeggieri che la covavan con gli occhi, e scherzavano tra loro, parlandosi negli orecchi, con certi ghigni e baleni nello sguardo, che non lasciavano incertezza sull’indole della loro ammirazione. Altri s’avvicinavano, s’alzavano in punta dei piedi per vederla, e poi se n’andavano. Era già famosa, dunque, e sarebbe stata lei, senza dubbio, il “grande successo„ del viaggio nella società di prua. Ma la celebrità non l’aveva mutata di un’ombra. Ogni tanto essa alzava gli occhi azzurri, tranquillissimi, come se invece d’uomini, avesse avuto intorno degli alberi, e sempre con la stessa placidità graziosa riabbassava il capo sul lavoro, ripresentando come inconsapevolmente a tutti quegli sguardi il suo bellissimo collo bianco e il viluppo magnifico delle suo trecce dorate. Ah! povera cucina della terza classe! Voltandomi verso il finestrino, vidi la faccia vermiglia del cuoco, con la fronte corrugata e gli occhi fissi. Fuor d’ogni dubbio, divampava una passione tra le cazzaruole. La salute pubblica era in pericolo. Mentre l’osservavo, vidi che il suo sguardo, deviando dalla ragazza, pigliava un’espressione più truce, ed io, seguendolo, riuscii con gli occhi sopra un viso del cerchio degli ammiratori, che mi distrasse da lui. Era un giovine di forse meno di vent’anni, spersonito e imberbe, con due spallucce misere che parevano un attaccapanni, un che di mezzo, all’aspetto, tra il maestro di villaggio e lo scrivano, di quelli che vanno in America a cercare un impieguccio: seduto sopra un barile ritto, egli teneva lo sguardo confitto nella ragazza con un’espressione d’amore
  72. 72così ardente, d’adorazione così umile, che avrebbe strappato un’occhiata di compassione a una donna di marmo. Aveva l’aria d’esser solo a bordo: portava una cintura di cuoio giallo ai fianchi, che doveva contenere tutto il suo peculio. L’osservai per un pezzo, e sempre lo vidi con quegli occhi fissi, umidi, animati di un leggerissimo sorriso triste, come di pietà per sé stesso, e con tutta la persona immobile, nell’atteggiamento di chi si contenta d’ammirare, e non aspetta nè spera nulla, e starebbe lì per la vita. In tutto quel tempo, la ragazza non mostrò d’accorgersi di lui. Egli languiva là, solitario, come uno stilita sulla colonna, e il calore della sua povera fiamma ignorata andava disperso nello spazio come il fumo del Galileo.
  73. 73Di là andai sul castello di prua, che era pieno di gente. Salendo, intesi dire accanto a me: — Già, vegnen, chi al teater. Quel vegnen era per me, naturalmente. Qui fui accolto peggio che altrove, con occhiataccie e con voltate di spalle, e non con questo soltanto: sub terris tonuisse putes. Mi venne in mente, e non in’ingannavo, che fosse quella una specie di montagna, dove si accogliessero gli emigranti di idee più rivoluzionarie, quelli che avevan bisogno
  74. 74d’appartarsi per tener dei discorsi arrischiati, e che di là, come da un focolare di malcontento, dovessero muovere le proteste contro il vitto e le congiure contro il regolamento. Si vedevan delle facce ardite e scure, e degli atteggiamenti di bravi in riposo. Dovevan essere tutti celibi, o di quegli emigranti che lasciano a casa la moglie, dopo due o tre anni di matrimonio: categoria molto numerosa, o perchè sian spinti a emigrare dai bisogni nascenti della famiglia, o perchè, fatto il primo esperimento della vita coniugale, e seccatisi, ne vogliano uscire per quella via. In un crocchio, riconobbi il vecchio lungo che aveva mostrato il pugno alla patria la sera della partenza: un tipo di avventuriere scarno, con gli occhi accesi, con certe corde del collo che gli volean crepare la pelle, vestito d’un logoro gabbano verde, che pareva uno spoglio di commediante: scoperto il capo, con le ciocche grigie al vento. E parlava forte, con accento toscano, gesticolando con l’indice in alto. Intesi, girando alla larga, la parola pagnottisti, e ricevetti tra capo e collo una guardataccia a fendente, che mi fece allungare il passo. Vicino alla boccaporta del molinello, sonava un piccolo pifferaro; ma il vento si portava via le note, e nessuno gli badava. Alcuni,
  75. 75movimento brusco del piroscafo lo fece urtar forte col capo calvo contro il tetto della cuccetta: egli vi passò la mano su, per sentir se c’era sangue, e riprese a far passare i fogli: buste lacere, carte con cifre — forse gli ultimi conti del padrone — una ricevuta, un piccolo calendario. Trovò finalmente un mezzo foglio sgualcito, dove era scritto a caratteri grossi, ma schiccherati d’inchiostro o quasi illeggibili, il nome d’un villaggio della provincia di Buenos Ayres, nel quale, al tal numero della tal via, egli avrebbe trovato ospitalità in una famiglia piemontese, presso di cui, dentro il mese, sarebbe venuto a prenderlo un patriotta, suo compagno di lavoro, che l’avrebbe condotto dov’era il figliolo: ’l me Carlo. Con quelle indicazioni, vecchio, malato, ignaro di tutto, era partito per l’America! — Ho gran paura — , disse il medico uscendo — , che sia partito troppo tardi.
  76. 76da Messina, da Venezia, da Marsiglia, ogni settimana, tutto l’anno, da decine d’anni! E àncora si potevan chiamare fortunati, per il viaggio almeno, quegli emigranti del Galileo, in confronto ai tanti altri che, negli anni andati, per mancanza di posti in stiva, erano stati accampati come bestiame sopra coperta, dove avevan vissuto per settimane inzuppati d’acqua e patito un freddo di morte: e agli altri moltissimi che avevan rischiato di crepar di farne e di sete in bastimenti sprovvisti di tutto, o di morir avvelenati dal merluzzo avariato o dall’acqua corrotta. E n’erano morti. E pensavo ai molti altri che, imbarcati per l’America da agenzie infami, erano stati sbarcati a tradimento in un porto d’Europa, dove avevan dovuto tender la mano per le vie; o avendo pagato per viaggiare in un piroscafo, erano stati cacciati in un legno a vela, e tenuti in mare sei mesi; o credendo di esser condotti al Plata, dove li aspettavano i parenti e il clima del loro paese, erano stati gittati sulla costa del Brasile, dove li avevan decimati il clima torrido e la febbre gialla. E pensando a tutte queste infamie, e alle migliaia di miei concittadini che, in grandi città straniere, campai) la vita coi più degradanti mestieri, e ai branchi d’istrioni affamati
  77. 77che spargiamo alle quattro plaghe dei venti, e alla tratta miseranda dei fanciulli, e ad altre cose, provavo un senso d’invidia amara per tutti coloro che possono girare il mondo senza trovare in ogni parte miserie e dolori del proprio sangue.
  78. 78Ma a raddolcire ogni amarezza, il buon Dio aveva messo a bordo due commessi viaggiatori francesi. Uno era parigino, un buon giovane, benché un poco lezioso; ma una faccia, poveretto, che mi pareva d’averla vista per la prima volta in un’opera illustrata del Darwin, al capitolo delle catarrine. L’altro l’ho già accennato: era un marsigliese di cinquant’anni, con un busto di Patagone e le gambe corte, di cui una arcata, che strascicava; e aveva una faccia di Napoleone I gonfiato, d’una gravità che faceva parere doppiamente buffe le continue e grosse corbellerie che gli uscivan di bocca. Si spacciava per corrispondente commerciale del Journal des Débats; ma non ci credeva nessuno; e si piccava di letteratura, citando a ogni proposito un libro solo, che era il suo vangelo, e di cui certo non aveva mai letto che il titolo; il dizionario del Littré, un ouvrage qui restera dans les siècles. Oltre di ciò
  79. 79Il marsigliese scattò come una molla. — J’ai fait vingt-cinq voyages à Paris, monsieur!
  80. 80Ma il viso, l’accento, il gesto furono così solenni, che provocarono una risata fragorosa, la quale soffocò quasi la risposta del marsigliese inviperito: — ... Vous prenez la chose sur un ton... Nous nous moquons pas mal de Paris... Thiers qui a sauvé deux fois la France...
  81. 81Ma l’altro era così felice del trionfo del suo moi je l’habite, che non rispose più, contentandosi di rivolgere ai suoi vicini poche parole; fra cui intesi queste: — ... Thiers, une vilaine figure de polichinelle...
  82. 82Dopo di che tutti si alzaron da tavola, ridendo ancora.
  83. 83malinteso della carne„ come fra quella coppia coniugale del Germinal? Nessuna colpa dell’uno o dell’altro, ch’io potessi immaginare, era una causa sufficiente a spiegar l’avversione che li separava, poiché il marito, che non aveva aspetto di un tristo, avrebbe perdonato, ed essa non pareva un’anima così delicata, da portar aperta per tutta resistenza la ferita d’un tradimento. Eppure, avrei giurato che quelle due creature non si sarebbero riconciliate mai più, e che la via che percorrevano insieme li avrebbe condotti a un delitto. Ma chi più attirava l’attenzione, fra tutta quella gente, era la famiglia brasiliana, marito e moglie, con tre fanciulli grandicelli, e uno lattante, tenuto in collo da una piccola negra popputa come un’ottentotta; tutti stretti in un gruppo sul sedile vicino all’albero di mezzana, silenziosi, che parevano statue: e giravano tutti insieme i loro grandi occhi neri sopra le persone che passavano, come se un meccanismo solo li movesse. Il padre e la madre stavano appiccicati, come se fossero gelosi l’un dell’altro, e avevano l’aria di gente ricca; ma inselvatichita forse nella solitudine d’una di quelle fazendas dell’interno del Brasile, formicolanti di schiavi negri, e circondate di campi sterminati di zuccaro e di caffè; alle
  84. 84dolci, duecento cinquanta lire al mese, un bell’uomo. E si offerse di presentarmelo. Io rimandai la presentazione a un altro giorno. — Giusto! — disse allora, guardando l’orologio; — vado a dare un’occhiata. Oggi ci dovrebb’essere del pasticcio di fegato. — E lasciò il posto all’avvocato marofobo, che passava in quel momento, stravolto, come sempre. Costui si soffermò a sentire il commesso marsigliese che decantava il mare con le consuete espressioni di fabbrica: — Mais, regardez-done! Est-ce beau! Est-ce imposant! Est-ce grand! J’adore la mer, moi. L’avvocato scrollò le spalle, Indispettito. Il mare bello! Quella era un’idea strana! L’uomo, in casa sua, trova tutto bello, come un cretino. Belle le montagne, bella la pianura; il cielo sereno, bello, il cielo in tempesta, bello; bello dove c’è vegetazione, bello dove non ce n’è. È stupido! Per me il mare non è che un immenso pantano.... E adesso che cosa succede? — S’era inteso un colpo dell’elica più forte degli altri. Egli si guardò intorno con diffidenza. Ma il buffo era che, parlando del mare, egli non vi fissava mai gli occhi: girava tutt’al più un’occhiata rapidissima rasente gli orli del bastimento, come un soldato atterrito getta uno sguardo sul nemico che s’avanza contro la fortezza. — Si consoli, però —
  85. 85di nuovo il professore, e lo vidi a pochi passi da me, che meditava profondamente sull’ago calamitato. Se ne staccò appunto nel momento che l’agente ritornava, con la faccia d’un cacciatore che ha fatto presa. — Abbiamo un po’ di movimento, — gli disse quegli, placidamente. — Già,— rispose l’agente; — di beccheggio. — Con questi scherzi amorevoli si passava il tempo.
  86. 86Il mare non si godeva che sul far della notte, dopo che i passeggieri l’avevano sgombrato, tranne due o tre solitari. A quell’ora, quando sul cielo ancora un po’ chiaro a occidente, il mare intagliava una linea nera purissima, ed essendo tutto nero, come un mare di pece, non attirava gli occhi in alcun punto determinato, era piacevole abbandonarsi a quel va e vieni di pensieri slegati e laceri, che somiglia al movimento delle immagini nel sogno; a cui battevano la misura i colpi cadenzati dell’elica. Ma i pensieri, a quell’ora, pigliano il color del mare. Davanti a quella faccia sconfinata delle acque che non mostra alcuna traccia nè dell’uomo nè del tempo, lo scopo del nostro viaggio, i nostri interessi, il nostro paese, tutto ci appare così lontano, confuso, piccolo, misero! E pensare che tre giorni prima di partire siamo stati feriti
  87. 87comparazione del mondo con noi medesimi, e il sentimento consueto della maraviglia rinasce. Sì, un’enorme distanza ci divide. Scacciamo dunque l’immagine di quei visi. Ripensiamo al mare, addormentiamo la mente sopra queste acque infinite. Che bel mare! E che pace! Eppure anche questa solitudine solenne quanti orrori ha veduti! Ha veduto passare gli avventurieri ingordi d’oro, che affilavano le armi per i macelli infami del nuovo mondo, rivolte di schiavi schiacciate nel sangue dentro alle stive dei negrieri, lunghi martirii di equipaggi famelici, naufragi orrendi nelle tenebre, agonie forsennate di famiglie avviticchiate alle sommità degli alberi, e urlanti col viso al cielo il nome di Dio, soffocato dall’onda. E questo potrebbe seguire a noi. per lo scoppio d’una caldaia, questa notte, fra un’ora, fra un minuto. Rabbrividendo, ci raffiguriamo allora la discesa lenta del nostro cadavere, giù di zona in zona, a traverso ad altrettanti mondi diversi di piante, di pesci, di crostacei, di molluschi, lungo una verticale di otto mila metri, fino all’oscurità fredda di quella distesa sterminata di fango vivente e di scheletri microscopici che forma il fondo del mare...
  88. 88L’enigma della vita
  89. 89Là sotto ondeggia e mormora...
  90. 90Di chi son questi versi? Ah! il mio buon Panzacchi! Che farà ora? E qui ci si presenta la visione d’una serata festosa del Circolo degli artisti di Torino, come un gran cerchio luminoso che corra sul mare col piroscafo, e in cui girano, brillano cento visi conosciuti, e par di sentire le risa e le voci. Poi, a un tratto, si spegne. Lampi, sogni, tutte le amicizie, tutte le gioie, tutte le opere umane: la realtà eterna non è che questa formidabile massa d’acqua che fascia quattro quinti della terra, e questa terra, questa testa spaventosa, col cocuzzolo di ghiaccio e il cervello di fuoco, che fugge urlando e piangendo nell’infinito. Oh mistero! Prodigio! Se si potesse restar qui, in un’isola, per secoli e secoli, con la fronte nelle mani, a pensare, pensare, pur di riuscire a comprendere una volta, anche per la durata d’un lampo!
  91. 91Duu! Cinqu! Vott! Tucc! — Mi riscossero queste grida d’un gruppo d’emigranti lombardi che giocavano ogni sera alla mora sul castello centrale. A quell’ora, nel salone di sotto, si
  92. 92considerazione di alcun diritto legale, e ogni sera alle dieci, puntuale e inesorabile come il vecchio Silva, compariva con la lanterna alla mano, e cominciava a girare per tutti gli angoli, a sciogliere amplessi e a troncar colloqui amorosi, dicendo ogni cinque passi: — A letto! A letto, donne! A letto, ragazze! — Era una scena delle più comiche. Le coppie resistevano; separate qui, s’andavano a riattaccare più in là, tra il macello e il lavatoio, all’ombra della cambusa, dietro ai gabbioni, nei passaggi coperti, in tutti i luoghi dove non battesse il lume d’un fanale. E il povero gobbo ritornava sui suoi passi, ripetendo pazientemente; — Andemmo, donne! Andemmo, figgie, che l’è ôôa! — Qualche volta, per ingraziarsi le renitenti, diceva: — Andemmo, scignóe! — A capo d’un quarto d’ora, le donne sfilavano in processione, in mezzo a due ali d’uomini, come a una passeggiata di gala, e sparivano l’una dopo l’altra, per le porticine dei dormitori, giù nel ventre del bastimento. Alcune tornavano indietro a porgere ancora una volta i bimbi al bacio del marito, o a stringere e ristringere la mano ai nuovi amici; altre si soffermavano a chiamare i ragazzetti rimasti indietro; — Gioanniiin! — Baccicciiin! — Putela! — Picciriddu! — Piccinitt! — Gennariello! — e
  93. 93la lanterna tenuta in alto dal gobbetto rischiarava degli sguardi languidi di belle ragazze, degli occhi lustri di giovanotti, delle facce di mariti scontenti, a cui il regolamento pesava. — Andemmo! Andemmo! — continuava a gridare il gobbetto. — Un po’ ciù presto, scignóe! — Finalmente, anche la coda della processione fu sotto. Ma il gobbo, che conosceva i suoi polli, tornò a fare un giro a prua, sicuro di trovarci ancora qualche amoretto rintanato, qualche peccato mortale racchiocciolato al buio; e ce lo trovò in fatti, come ce lo trovava ogni sera. Seguitandolo a pochi passi, sentii le sue esclamazioni di padre guardiano scandalizzato, e le sue minacce, a cui rispondevano delle voci maschili, che lo mandavano al diavolo, ed altre, più dolci, che parea che negassero o domandassero grazia. Ma egli non fece grazia, e vidi passare di corsa delle donne col capo basso, coi capelli in disordine, che cercavan di nascondersi agli sguardi dei curiosi, e sparivano, inseguite da una scarica di colpi di tosse. Spazzato che ebbe gli ultimi rimasugli d’amore, il vecchio gobbo si fermò con la sua lanterna davanti a me, e asciugandosi la fronte con la mano: — Anche questa giornataccia è finita! — esclamò. — Ah! che mestè! — Ma sul suo viso rozzo di
  94. 94SUL TROPICO DEL CANCRO
  95. 95Il giorno dopo si doveva passare il tropico del Cancro. Me ne diede l’annunzio la mattina presto il solito cameriere, abbassando gli occhi: poiché aveva fra l’altre anche questa civetteria, d’abbassare gli occhi, mentre parlava, come per non lasciarsi leggere nell’anima la gioia del suo ultimo trionfo amoroso. Il tropico del Cancro! Era l’annunzio sgradito di quasi tremila miglia di zona torrida che s’avevano a percorrere prima di risentire la carezza fresca degli alisei dell’altro emisfero, e al solo pensarvi mi pareva di sentirmi filare due gocciole tepide giù dalle tempie. Misi il viso al finestrino: una maraviglia! L’oceano placidissimo, tutto argento e rosa, coperto d’un velo diafano di vapori a
  96. 96cui il sole nascente dava l'aspetto d’un leggerissimo polverio luminoso, e a poche miglia lontano, in mezzo a quella bellezza immensa e virginea dell’acqua e dell’aria, un bastimento grande, che pareva immobile, con tutte le vele aperte e candide, come un gigantesco cigno dall’ali tese, che ci guardasse. Apro, e mi vien nella fronte e nel petto un soffio delizioso d’aria marina, che mi ricorre per le vene, e mi riscote tutto, come l’alito d’un mondo ringiovanito. Il bastimento era un veliere svedese che veniva probabilmente dal Capo di Buona Speranza, il primo che incontravamo dopo Gibilterra. Per pochi minuti mi biancheggiò agli occhi nella chiarezza di quell’aurora incantevole, simpatico come il saluto d’un amico: poi si nascose; e allora l’oceano mi parve più solitario e più silenzioso di prima; ma benigno sempre, come non l’avevo visto ancora, e d’una bellezza gentile, che faceva immaginare all’orizzonte le rive d’un giardino infinito. Era una di quelle mattine in cui i passeggieri si vanno incontro sul cassero col viso ridente e con le mani tese, come se il primo soffio d’aria avesse portato a ciascun di loro una buona notizia.
  97. 97Ma quel bel tempo a capo di poche ore s’intorbidò, il cielo si coperse di nuvole, e l’aria divenne greve e calda, come se avessimo fatto un salto dalla primavera nell’estate. Eravamo entrati in quella grande massa di vapori, antico terrore dei naviganti, che il caldo dell’equatore solleva dall’oceano e ammonta su tutta la zona intertropicale: e che le creature fortunate di Giulio Verne, quando viaggiano per il cielo, vedono come una fascia oscura tesa attorno al nostro pianeta, simile alle strisce della faccia di Giove. Il bel mare della mattina era stato l’ultimo sorriso della zona temperata, blandita dall’ultimo soffio degli alisei. Ora navigavamo nella regione della nebbia, degli acquazzoni e dell’uggia. E se ne mostrarono subito gli effetti nelle terze classi. L’agente mi venne a cercare nel salone. — Venga a vedere, — mi disse, — le baruffe chiozzotte. Lo spettacolo comincia.
  98. 98vicino all’albero di trinchetto, e in pochi momenti formarsi una folla, di mezzo a cui si alzò uno scroscio di risa e parve che partisse una notizia; la quale rapidamente propagandosi, propagò la risata fino agli ultimi accorsi, e fece accorrer altri da ogni banda; tanto che in breve fu tutto un rimescolio e un ridere dalle cucine al castello di prua. Ma un ridere grasso e sguaiato, accompagnato da uno strizzar d’occhi e da un ricambiarsi di colpi di gomito e di spalla, che diceva aperto la natura della sorgente comica da cui derivava. E tale fu la curiosità destata da quel ridere, che le stesse litiganti, dimenticando a un tratto il loro piato, si dispersero qua e là, per domandare che cosa fosse accaduto. Era accaduto che due pesci volanti, spiccando il volo ad arco sopra il piroscafo e urtando tutti e due quasi ad un punto nelle sartie, erano cascati sopra coperta, e l’uno aveva battuto tra le ruote del verricello, l’altro s’era andato a cacciare a capo fitto nell’incrociatura del fazzoletto da collo d’una ragazza, ma proprio tra i due rialti fioriti, come se avesse avuto l’intenzione di proseguire il cammino. Quando la folla s’aperse, la ragazza scappò a nascondersi dietro al macello, e un emigrante burlone portò in giro il pesce inverecondo,
  99. 99vociando non so che cosa, a modo degli spiegatori dei serragli, fin che il Commissario lo fece tacere con un cenno. Ma le buffonate e le risa continuarono per un altro pezzo, e le due belle rondini marine, scintillanti come l’argento, passando di mano in mano, ammirate e commentate con discorsi infiniti, servirono a quietare un poco l’irritazione nascente delle “classi lavoratrici.„
  100. 100Intanto io notai tra la folla parecchi passeggieri di prima, il marsigliese, il toscano, il tenore; i quali dovevano aver l’abitudine di far delle corse d’esploratori nelle terze classi. Quella che dava più nell’occhio era la faccia di Napoleone idropico del marsigliese, il quale gironzava intorno alla boccaporta del dormitorio femminile, dondolando sulle gambe arcate il suo lungo busto di Patagoue. Mi disse poi l’agente di cambio che fin dal primo giorno del viaggio egli aveva iniziato una serie di visite regolari al bel sesso emigrante, con delle intenzioni di seduttore, alle quali alludeva socchiudendo un occhio: — Il y a quelque chose à faire par là, savez vous? — E aveva cercato di agevolarsi la via ostentando con gli uomini una certa simpatia nazionale, riscalducciata di socialismo; ma
  101. 101Io però non capivo ancora come a bordo fosse possibile d’annoiarsi: anzi mi rallegrava la vista degli annoiati per la stessa ragione che si prova più piacevole il sentimento della salute in mezzo a gente che soffra il mal di mare. E quel giorno non mi poteva mancare lo spettacolo: tra il tocco e le quattro specialmente, che è sempre l’ora più terribile, incominciai a veder delle facce da far dire: — A momenti costui si decompone, e bisognerà spazzarlo fuor di coperta. — Non era la noia che il Leopardi chiama il più grande dei sentimenti umani; ma un imbecillimento compassionevole, che si manifestava in una cascaggine generale di palpebre, di guance, di labbra, come se le facce
  102. 102immane, che affronta e vince le tempeste dell’oceano, è delicato come un organismo umano, e il più piccolo turbamento del più piccolo dei suoi membri lo sconturba tutto, e vuole un rimedio immediato. A un corpo vivo egli rassomiglia infatti, assetato, come gli uomini che gli danno il pasto, dall’incendio ch’egli bolle nel ventre, e costretto a tracannar senza tregua dal mare un torrente d’acqua, ch’egli rigetta in fontane fumanti; e tutto quel complesso di ordigni è come un torso titanico, di cui tutti gli sforzi convergono nell’impulso formidabile d’un lunghissimo braccio di ferro, col quale gira la gran vite di bronzo, che lacera l’onda e muove tutto. Si guarda e vengono in mente le antiche liburne, con le tre coppie di ruote ad ali, mosse da buoi; e s’immagina con un senso d’alterezza lo stupore che inchioderebbe là un antico a quella vista, e il grido d’ammirazione che gli uscirebbe dal petto! Egli però non potrebbe immaginar mai quanto quella maraviglia sia costata ai suoi simili: un secolo di tentativi sfortunati, un altro secolo di trasformazioni continue, una legione di grandi ingegni che spesero intere vite attorno a un perfezionamento che un altro successivo fece cader nell’oblio, e poi il martirio del Papin, il suicidio di
  103. 103L’uscio non essendo mascherato che da una sottile tendina verde, si sentiva qualche parola. Povero Commissario! Non tardai ad avere un’idea della santissima pazienza che egli doveva esercitare in quella specie di sedute. La voce della querelante incominciò concitata dalla collera, piena di superbia e di minacce. Non capii altro se non che si lagnava d’un’ingiuria, e che questa doveva essere una supposizione che aveva fatta un passeggierò sopra il contenuto del suo borsone misterioso. Riferiva il fatto, chiedeva la punizione dell’ingiuriatore, intimava al Commissario di fare il suo dovere. Questi la richiamò al rispetto della carica e le raccomandò di calmarsi, promettendo di domandare informazioni. A quelle parole, la voce di lei si raddolcì un poco, e mi parve che incominciasse un racconto, con un’intonazione sentimentale, che s’alzava grado a grado al drammatico. Sì, era la sua autobiografia, una delle solite: una famiglia distinta; un parente che scriveva nei giornali, e che avrebbe messi tutti a segno; la madre, il padre, una buona educazione, e poi delle disgrazie, l’ingiustizia della sorte, una vita illibata.... A un tratto, la crisi inevitabile: uno scoppio di pianto. Allora udii la voce del Commissario che la confortava. E intanto si
  104. 104d’ilarità, e spossato dallo sforzo che aveva fatto per contenerlo. Qual’era dunque la supposizione? Che cosa ci doveva essere in quella benedetta borsa?... Oh! Impossibile indovinarlo! Una delle più buffonesche stramberie che possano passare pel capo d’un burlone impertinente; una pensata di cui avrebbe riso sotto i baffi anche il più arcigno moralista, e a cui l’autore delle Baruffe chiozzotte, salvo il rispetto, avrebbe potuto apporre il suo nome. E fui costretto anch’ io a chieder aiuto al divano. Ma dovetti alzarmi subito perchè entrava un’altra donna a lagnarsi d’una voce che avevano “messa in giro„ a suo carico. Povero Commissario! — gli dissi uscendo; — la giornata è cominciata male e minaccia di finir peggio. — Eh! questo non è nulla! — rispose con la sua dolce rassegnazione. E data un’occhiata al termometro: — Vedrà — soggiunse — quando saremo ai trentasei gradi. — E ripresa la sua faccia di pretore, si rivolse alla nuova venuta.
  105. 105Ma già il caldo aveva guastato le cose anche a poppa, come potei vedere benissimo la sera. Era una cosa da far compassione davvero. Fra quei quattro gatti, che dieci giorni prima non si conoscevano, che dopo altri dieci
  106. 106L’OCEANO GIALLO
  107. 107Il mare si mostrava quella mattina in uno dei suoi aspetti più brutti e più odiosi: immobile sotto una vòlta bassa di nuvole gonfie e inerti, di colore giallo sporco, d’un’apparenza viscida, come se fosse tutta una belletta di terra grassa, in cui un rampone da pesca avesse a rimanere confitto come una stecca nel mastice; e pareva che non vi dovessero guizzare dei pesci, ma delle bestie deformi e immonde, del suo suo stesso colore. Un aspetto simile presentano forse le pianure della regione occidentale del Mar Caspio, quando son coperte dallo eruzioni dei vulcani di fango. Se fosse vero che questo immenso mare, salato come il sangue, e dotato d’una circolazione, d’un polso e d’un cuore, non è un elemento inorganico, ma uno smisurato animale vivente e pensante, avrei detto quella mattina ch’egli volgeva in mente i più sconci pensieri, farneticando in uno stato di mezzo assopimento, come un bruto briaco. Ma neanche risvegliava l’idea della vita, poiché non v’era un respiro di vento, e sulla sua faccia non appariva nè una contrazione nè una ruga. Dava l’immagine di quell’angolo d’oceano deserto, rimasto per molto tempo inesplorato, che si stende fra la corrente di Humboldt e quella che le va incontro dal centro del Pacifico, posto
  108. 108Ma fortunatamente questi accessi di noia sono come il dolor di gomiti, terribili, ma brevi. Giovò anche a liberarmene il comandante, che quella mattina, a colazione, era in vena di chiacchierare, e pieno di buon umore, benché trasparisse poco dal suo cipiglio di piccolo Ercole dai peli rossi. Per il solito, quello era il suo miglior momento. Esaminati i calcoli astronomici degli ufficiali, puntata la sua carta, computato il cammino fatto e quello da farsi, se nelle ultime ventiquattr’ore il Galileo avea filato bene, e se non c’erano novità spiacevoli a bordo, egli sedeva a tavola stropicciandosi le mani, e teneva viva la conversazione. Ma pure in quei giorni esordiva con qualche invettiva marinaresca contro i camerieri, così, per abitudine, e per dare un avvertimento salutare. A uno che gli faceva delle scuse, diceva: — Va via, impostò! — A un altro minacciava due maschae
  109. 109Il comandante, con la bocca piena di pane, rispose che si contavano cinquanta e più maniere di naufragio: scoppi di caldaia, incendi, vie d’acqua, uragani, cicloni, tifoni, rocce, banchi di fondo, abbordi e via dicendo. Metà dei naufragi, peraltro, si poteva affermare che derivassero da ignoranza professionale, da imprevidenza, da trascuratezza, da difetti di costruzione dei legni; insomma da cause evitabili. Un anno sull’altro, seguivano da sei mila naufragi, tra bastimenti e barche; e, scià notte, non comprendendo nella statistica la China, il Giappone e la Malesia.
  110. 110L’avvocato, fin dalle prime parole, s’era rannuvolato, e faceva mostra di non ascoltare; ma si vedeva che una curiosità malata lo costringeva a prestar orecchio. E fu peggio quando la signora, con uno di quei salti che fan le donne nella conversazione, usci a domandare al comandante che cosa credeva che si provasse, che si vedesse, quando s’andava giù, sotto l’acqua.
  111. 111L’avvocato cominciava a dar dei segni d’impazienza, brontolando: — Discorsi da farsi a bordo... vo’ via da tavola, io.... educazione di villan cornuti...
  112. 112L’avvocato smise di mangiare.
  113. 113Ma il comandante continuò. Con l’eloquenza che spiegan tutti parlando d’un fatto in cui
  114. 114mese avanti a San Vincenzo del Capo Verde con la negra dalle mammelle caprine, che fabbricava fiori di penne d’uccello; attaccò non so che avventura domestica del provveditore di carbone di Gibilterra con un pettegolezzo del porto di Rio Janeiro; e da una colazione a cui era stato invitato a Las Palmas, nelle isole Canarie, cascò addosso a un impiegato imbroglione della dogana di Montevideo. A me pareva di sentir parlare un uomo miracoloso che vivesse ad un punto in tre continenti, e per cui lo spazio ed il tempo non esistessero. E notai che le persone con le quali aveva che fare nei porti dei suoi tre mondi, erano le sole che rimanessero fisse e distinte nel suo pensiero; e che quell'altre innumerevoli che egli imbarcava e sbarcava di continuo, passavan per la sua mente come per il suo piroscafo, senza lasciarvi altra traccia che una reminiscenza sbiadita. E poi, una conoscenza sui generis dei vari paesi, come si può acquistare a guardarli di sull’uscio: aveva sulla punta delle dita, per esempio, i prezzi del mercato dei legumi, e quasi nessuna idea della storia e della forma di governo. E così delle varie lingue, non possedeva che i sostantivi e i verbi d’una certa categoria, le monete di rame, per dir così, della conversazione, e una
  115. 115Ma la signora passò ridendo, senz’avvedersene. Quasi nello stesso tempo rimasi stupito di vedergli alzare il berretto e fare un mezzo inchino, in aria di grande rispetto, alla signorina di Mestre, che passava a braccetto con la zia. Quando fu passata, egli si voltò a’ vicini, e disse gravemente: — Quella figgia lì...a l’è un angeo.
  116. 116Il caldo essendo forte a quell’ora, quasi tutti rimasero lungo tempo sul cassero, all’ombra della tenda: ed io ebbi modo d’osservare meglio che la sera innanzi i cambiamenti che s’erano fatti in quegli ultimi giorni nelle relazioni tra i passeggieri. Un’amenità! Persone che nella prima settimana avevan dato segno di non potersi patire, erano stretti ora in una conversazione che pareva amichevole; altre che da principio eran come cucite l’una all’altra, ora sembrava che si scansassero con ripugnanza. Una lunga navigazione è come una breve esistenza a parte, nella quale le amicizie nascono, maturano e cadono con la stessa rapidità con cui s’avvicendano le stagioni sul piroscafo, dove si passa in tre settimane dalla primavera all’autunno. La certezza di separarsi all’arrivo per non più rivedersi, incoraggia alle confidenze, e fa piantare senza complimenti i
  117. 117domatrice„ che pareva li stuzzicasse con degli scherzi imbarazzanti, cullando sopra una poltrona a bilico la sua mal dissimulata sbornietta d’estratti d’erba. E ogni cosa dominava col suo sguardo acuto di poliziotto l’agente di cambio, appoggiato all’albero di mezzana, con le braccia incrociate sul petto, nell’atto d’un uomo che aspetta un avvenimento. Tutti gli altri, ritti o seduti a due a due, discorrevano alla stracca, tirando sbadigli a canto fermo; e il mar giallo e flaccido faceva degno fondo a tutte quelle facce pettegole e sonnolente. Tra i moltissimi quadretti, cancellati gli uni dagli altri, che presentò il cassero durante il viaggio, non so perchè, mi rimase vivo nella memoria, dipinto a color di mota, quello di quel giorno e di quel momento.
  118. 118di cambio mi comparve accanto, come una larva. — Stia a vedere — mi disse — una bell’operazione di strategia di bordo. Lei che scrive deve osservar queste cose. Il toscano s’è ritirato dal combattimento. Il tenore sta in riserva. La signora eseguisce una finta manovra in faccia al nemico. Oh perdio! Me l’han fatta ieri; non me la faranno più oggi. — In fatti la signora faceva mille moine al marito, gl’infilava il braccio sotto il braccio, gli parlava nell’orecchio, pareva che gli domandasse delle spiegazioni intorno al solcometro, lì la faccia del capelluto professore era maravigliosa: rivelava un intero sistema di filosofia, che doveva essere antico in lui: egli socchiudeva gli occhi, come un gatto che s’appisola, e torceva tutto il viso da una parte, mostrando la punta della lingua, con una smorfia indicibilmente lepida; la quale però lasciava trapelare una certa intenzione astuta di canzonatura, come se in cuor suo egli ridesse di lei, di sé, dell’altro, degli altri, del mondo intero. Intanto il tenore era scomparso. E la signora si passava una mano sugli occhi e copriva col ventaglio dei piccoli sbadigli poco spontanei, come per mostrare che aveva voglia d’andar a dormire — Attenti! — disse l’agente. — Ora vien la mossa decisiva
  119. 119Il mare era orribile; ma lui un originale divertentissimo. Avevo fatto la sua conoscenza
  120. 120Discesi dietro a loro. Andavano a visitare il vecchio contadino piemontese, malato di polmonite.
  121. 121Il pover uomo era assai peggiorato. Coricato là nella sua cuccetta scura, con la barba grigia lunga, che lo faceva parere anche più scarno, aveva l’aspetto d’un morto disteso dentro una cassa, a cui fosse stata levata un’asse da un lato. All’apparire della signorina, che doveva aver già veduta più volte, fece quella contrazione della bocca, che annunzia il pianto nei bambini e nei malati sfiniti. E disse, con un nodo nella gola:
  122. 122M’accorsi che quelle parole diedero una stretta
  123. 123Il vecchio accennò di sì. Essa si chinò, frugò nella giacchetta, tirò fuori il piccolo pacco, trovò il foglio che conosceva, e lo piegò con grande riguardo in un bel portafoglio di bulgaro, che richiuse e rimise in tasca. Il malato osservò con molta attenzione e con compiacenza tutti quei movimenti, e mormorò con un fil di voce:
  124. 124Il vecchio le prese la mano, gliela baciò due o tre volte, versando due grosse lagrime, e l’accompagnò con lo sguardo fino all’uscio: poi lasciò ricadere il capo sul cuscino con un atto di profondo abbandono, come se non dovesse rialzarlo mai più.
  125. 125La ragazza risalì con la zia sopra coperta, e s’avvicinò alla sua famiglia di contadini, rincantucciata nel posto solito, fra la stia dei tacchini e la botte, come una nidiata d’uccelli. Ma avevan già dato a quel guscio di noce una cert'aria di casa, appendendo alla botte uno specchietto rotondo, e tendendo in alto un asciugamani che li riparava dal sole. La testa d’uno dei gemelli, seduto sul tavolato, serviva d’appoggiatoio alle mani del contadino, e la zucca dell’altro stava curva sotto un resto di pettine fitto, maneggiato dalla mamma, più rotondeggiante che mai; mentre la ragazzina lavava un fazzoletto dentro a un tegamino, posto sopra una valigia scorticata, che faceva da tavolo da lavoro. All’avvicinarsi della signorina, il padre s’alzò, levandosi la pipa di bocca, e tutte e sei le facce sorrisero. Intesi qualche parola, passando.
  126. 126La domanda doveva essere molto comica perchè per la prima volta vidi la ragazza sorridere.
  127. 127Ma fu come un lampo. Fece cenno di no col capo, — che non credeva, — e si levò di tasca un fazzoletto da collo di lana rossa, che mise in mano alla bimba, dicendo: — Ciapa, vissare, ti te lo mettarà de sto inverno... quando mi...
  128. 128Ma che diamine seguiva per aria? In pochi minuti s’era oscurato il cielo; le nuvole scendevano fin quasi a toccar le cime degli alberi, pareva che fosse calata la sera tutt’ad un tratto. Dai due lati del piroscafo, ravvolto in una nebbia umida, non si vedeva più che un brevissimo spazio di mare grigio e gonfio, che cominciava a farci rullare fortemente, buttando spruzzi in coperta da tutte le parti. I più credettero a una burrasca. L’ufficiale di guardia gridò dal palco di comando: — Un piovasco! Dentro tutti! — Ma appena aveva detto l’ultima parola, che uno scroscio d’acqua violentissimo ci cadde addosso, un vero rovesciamento di catinelle, che inondò la coperta in un attimo; e allora fu una fuga pazza di tutti verso i passaggi coperti e sotto il castello di prua, uno strillar di donne, un saltar disperato a traverso ai rigagnoli, agli schizzi, alle ondate, e un ruzzolare precipitoso per le scalette dei dormitorii, da parer che andasse in sconquasso il bastimento. Ma le porte dei
  129. 129dormitorii essendo strette, vi si formaron davanti degli affollamenti, e ne nacquero rabbiose lotte di precedenza a gomitate e a fiancate, e uno scatenio di sacrati e di grida, sotto la furia crescente dell’acquazzone che inzuppava cappelli, trecce e giacchette, strepitando sulle vetrate e sui ponti, schiaffeggiando e lustrando ogni cosa. Quella confusione d’inferno mi fece pensare con spavento a che cosa sarebbe accaduto in un momento di pericolo. Non era altro che il primo saluto che ci mandava la zona torrida, la grande innaffiatrice del mondo, nel cui regno navigavamo da due giorni. E non durò che pochi minuti. La vôlta cupa delle nuvole si alzò, e rompendosi in vari punti come in tanti finestroni, lasciò cadere sulle acque ancora oscure qua e là e percosse da fasci di pioggia, una varietà non mai veduta di macchie di luce e di riflessi lividi, bianchi, verdi, dorati, che diedero all’oceano l’apparenza di molti mari congiunti, di cui ciascuno fosse rischiarato da un astro diverso: l’immagine strana e triste di un mondo in cui principiasse il disordine della fine.
  130. 130GLI ORIGINALI DI PRUA
  131. 131intollerabile e la rendeva infelice, un amore violento per tutti quelli che soffrivano, dal quale le era nata non so che idea di socialismo religioso, confusa nella sua mente, ma fiammeggiante nel suo cuore, che la consumava. Per la prima volta in vita sua essa vedeva molta miseria e molti dolori accumulati, per così dire, e frementi sotto la sua mano; e n’era sconvolta nel più profondo dell’anima. Non capii bene il suo pensiero, perché, o per difficoltà di esprimersi o per stanchezza, non finiva mai la sua frase, e l’ultime sue parole volavan via come rapite dal vento. — Non si fa abbastanza per chi soffre, — disse; — eppure... non c’è altro da fare al mondo... tutto è lì. — Se le fossero bastate le forze del corpo, avrebbe certo consacrato la vita a qualche grande apostolato di carità, e in quello sarebbe morta: lo diceva l’espressione della sua bocca tenerissima, e quella della sua fronte risoluta, sulla quale passava ogni tanto un’ombra leggiera, come il pensiero dell’egoismo e della tristizia umana, ch’ella doveva aver piuttosto indovinato che esperimentato nella sua breve esistenza. E nonostante le grandi dissomiglianze, mi passava per la mente, guardandola, il viso bianco e ispirato d’una di quelle fanciulle nichiliste che dipinse lo
  132. 132In quel punto sentii dietro di me un fruscìo vivo di gonnelle e una risatina trillante. Era la signora bionda, vestita di color celeste, incipriata da una parte sola e profumata come un mazzo di fiori, che veniva per la prima volta a visitar la prua, in compagnia del Secondo, un giovialone color di rosa, alto due metri, col quale pareva già in domestichezza. Passò, sfringuellando, e guardando qua e là; ma si vedeva che non vedeva nulla di nulla, che per lei poppa, prua, macchine, emigranti, miseria, Atlantico e Mediterraneo, eran tutte cose che non la riguardavano, che non la distraevano neppure un momento dalla sua gaia coscienza di bella donnetta scervellata, libera e felice nel pieno esercizio delle sue funzioni. E osservai allora il senso acuto che hanno gli uomini del popolo nel giudicare lì per lì anche le donne della “signoria.„ Non l’avevano mai vista; ma la riconobbero al fiuto; e non si scansavano apposta, i sornioni, per farsi strisciare le ginocchia dal vestito celeste; le facevan dietro il verso di chi sorbe un’ostrica, o si baciavan la palma della mano, ridacchiando. Si scansarono invece, ma di mala grazia, davanti alla signora della spazzola, che le veniva dietro, sola, portando un pacco in mano, vestita con eleganza
  133. 133i bocchini di ferro, nell’atteggiamento delle bestie all’abbeveratoio, come facevan tutte le altre: poi, vedendo che tornava in qua la signora svizzera, si ritirarono in fretta col capo basso, e scomparvero nella calca. Alcuni emigranti che avevan notato quella scena, ne risero a voce alta, con ironia. La signora bionda, intanto, a un cenno del Secondo, s’era soffermata a guardare la genovese, la cui fama di “bellezza virtuosa„ le doveva già essere arrivata all’orecchio. E mi parve che la trovasse bella. Ma nel suo sguardo ridente e benevolo vidi come balenare una espressione di pietà: la pietà con cui un ardito e fortunato industriale guarderebbe un ricco inetto che tenesse a dormire nella cassa forte un capitale prezioso. Poi se n’andò, salutando con un cenno della mano suo marito, che stava in alto, — sul terrazzino del palco di comando, — a esaminare la struttura del fanale rosso.
  134. 134Ma egli era tanto innamorato che non badava a nulla, e se ne stava fermo al suo posto per dell’ore, con un gomito sul ginocchio e il mento nella mano, a guardarla, come in estasi; felice quando quegli occhi azzurri e limpidi, girando
  135. 135I belli umori, invece, si raccoglievan quasi tutti sul castello centrale, che offriva maggior spazio a far bullonate, ed era come una piazza di villaggio, un luogo di passo, comodo ai crocchi e al pettegolezzo. Qui, nell’angolo a sinistra, vicino al palco di comando, c’era conversazione e chiasso dal levar del sole fino a notte. Il buffone della brigata era un contadino del Monferrato, quello stesso che aveva fatto la supposizione scandalosa sul borsone della bolognese: una faccia di brighella, a cui mancava il naso. Tutta la terza classe sapeva come l’avesse perso: gliel’aveva portato via con una sciabolata un carabiniere briaco, che egli, stracotto pure, aveva provocato una notte, in un vicolo del suo villaggio; ma il comico stava in questo, che la mattina dopo, sperando di trar partito di quello snasamento, egli aveva ricorso, per farsi risarcire dei danni, alle Autorità, a cui il carabiniere s’era ben guardato di far rapporto; e frutto del ricorso eran stati varii giorni di carcere, dopo molte corse al tribunale del circondario, e cento lire di multa. Costui aveva sbagliato mestiere: era un pagliaccio nato: contraeva e allungava il muso come una bestia, ballava dei balli grotteschi di sua invenzione, contraffaceva la gente in maniera maravigliosa, e quando passava un’autorità di bordo, salutava con un atto di finto rispetto, che faceva crepar dalle risa. Dopo di lui, il più famigerato era un ometto dalla testa pelata, con un grosso orzaiolo a un occhio, un ex portinaio, il quale si teneva sempre accanto una gabbia con due merli, che curava molto, contando di venderli a Buenos Ayres a ottanta lire l’uno: affare
  136. 136del can da pagliaio che abbaia alla luna: un ululato lamentevole che straziava i nervi, ma che avrebbe ingannato tutti i cani d’Italia. Ma già tutti gli “specialisti„ eran stati scovati e costretti a dar saggio di sè: un vecchio giardiniere, fra gli altri, s’accoccolava dietro una stia e imitava l’anelito rabbioso d’uno per cui volere non è potere, con una perfezione insuperabile: un vero artista, dicevano, ed era tenuto in gran conto. Lì poi giocavano a tarocchi, a pila e croce e alla tombola, e cantavano per ore intere; giocavano perfino a mosca cieca, dei lanternoni coi capelli grigi, e a guancialin d’oro, come rimbambiti. Il grande spettacolo, poi, era quando ci veniva da prua, preso da un estro di mattoide, il saltimbanco tatuato, e camminava con le gambe per aria, faceva il serpente o la ruota, in mezzo a un subisso di applausi, sempre torvo nel viso, come se facesse quello per castigo; dopo di che se n’andava senza far parola, com’era venuto. Ma quell’allegria pareva spesso più voluta che spontanea, e quasi una specie di ubriachezza a digiuno che si procurassero per scacciare i ricordi tristi e i presentimenti cattivi; poiché era veramente un furore come coglievano a volo ogni minimo pretesto per stordirsi col baccano. Si gittavano
  137. 137Il buon uomo rimase stupito. — Il telegrafo! — esclamò. Per telegrafare?
  138. 138L’ufficiale capi a volo: era un piccolo genovese, fino come la triaca, gran maestro di corbellature, e sempre serio.
  139. 139L’ometto espresse la sua ammirazione; poi disse timidamente, avendo già il suo pensiero: — Già... non servirà che per uso del piroscafo.
  140. 140IL DORMITORIO DELLE DONNE
  141. 141Intanto, man mano che s’alzava la colonna termometrica, crescevano per il Commissario le occupazioni e i fastidi; principalissimo dei quali era il dormitorio delle donne, in cui doveva scendere molto sovente, di giorno e di notte, per ristabilire il buon ordine o vegliare alla pulizia. Anche a non tener conto del da fare, sarebbe bastato quello spettacolo obbligatorio a disamorare dell’ufficio qualunque galantuomo. S’immaginino due piani sotto coperta, come due vastissimi mezzanini, rischiarati da una luce di cantina, e in ciascuno di essi tre ordini di cuccette posti l’un sull’altro, tutto intorno alle pareti e nel mezzo, e lì circa a quattrocento tra donne e bambini poppanti e spoppati, e trentadue gradi di calore. Qui, nella cuccetta più bassa, dormiva una donna incinta con un bimbo di due anni, sopra di lei una vecchia settantenne, sopra di questa una giovinetta sul primo fiore; là s’allungava una cafona calabrese accanto a una signora caduta nell’indigenza; più oltre un’avventuriera di città, che si dava il belletto al buio, a fianco d’una contadinella timorata di Dio, che dormiva con la corona del rosario tra le mani. A scender là di notte, si vedevano spenzolare dalle cuccette capigliature grigie, trecce bionde, fasce di lattanti, orribili
  142. 142morale, e denunziavano le colpevoli, in gran segretezza, rabbiose. — Ci ponga un po’ mente lei, signor Commissario. Loro non vedono niente, mi scusi. C’è il numero 77, quella bionda, che ogni notte al tocco sale in coperta e non torna più che alle quattro. È una porcheria che deve finire. — Altre volevano cambiar di posto, a cagione d’una vicina asmatica, o perchè la ragazza che avevano a lato, un poco di che, senza dubbio, spandeva un puzzo di muschio da mandar la testa per aria. E il Commissario doveva quietarle: — Vedremo, provvederemo, dormite intanto, riposate, datevi pace. — E andando innanzi così al chiarore fioco delle lanterne, intravvedeva delle madri addormentate che si stringevano i bimbi al petto, respirando affannosamente, col viso contratto da un sogno doloroso o spaventevole; dei seni giovanili non scoperti per caso; delle bocche senza denti spalancate nel sonno come se urlassero; degli occhi che luccicavano nell’ombra, fissandolo, con un sorriso che faceva un’offerta. E qualche volta, per le corsie, s’abbatteva in un viso sospetto, che doveva sottoporre a un interrogatorio. — Dove andate a quest’ora? — Su (naturalmente) per un’occorrenza. — Con quegli occhi in solluchero? Vi do tempo cinque minuti, e poi vi tasterò il
  143. 143La mattina stessa era seguito nel dormitorio un grosso scandalo, ch’io non seppi che più tardi, stando col Commissario sul palco del comando a vedere il gran ballo dei denti di
  144. 144mezzogiorno; il quale somigliava allo spettacolo che si vede a certe feste di santuari campestri, dove cento famiglie merendano all’aria aperta, in un prato: un bulicame d’accampamento, dello centinaia di gruppi d’uomini, di donne, di ragazzi, seduti, inginocchiati, accucciati in mille atteggiamenti; in alto, in basso, su tutte le sporgenze e in tutti i buchi, coi piatti in mano, tra le gambe e in mezzo ai piedi, coi capi coperti di fazzoletti, di grembiali, di cappelli di carta, di gonnelle arrovesciate, perfin di cestini, per ripararsi dal sole che bruciava, e in mezzo ai gruppi, fra l’osteria e le cucine, un andare e venire frettoloso di innumerevoli capi-rancio, coi pani sotto il braccio, coi bidoni e le gamelle alla mano, accompagnati da mille occhi, chiamati da mille mani, apostrofati da mille bocche. Accanto al Commissario c’era il garibaldino, che girava sulla folla uno sguardo lento e senza benevolenza, e a destra la signorina di Mestre e la zia, appoggiate alla ringhiera, tutte intente a guardar la ragazza genovese, che stava disotto. Questa tagliava la carne al fratello, dava da bere a suo padre, e porgeva ad altre due donne e a un ragazzo, che appartenevano al suo rancio, ora un oggetto ora un altro, con la grazia solita; ma non con la solita serenità. Non mangiava, e le tremavan le mani.
  145. 145La signorina osservò che aveva gli occhi rossi, e pensando che avesse pianto, domandò al Commissario se ne sapesse il perchè.
  146. 146Lo sapeva, e raccontò. Da quel viperaio di odi che da vari giorni le fischiava attorno, s’era finalmente rizzata una testa che l’aveva morsa nel cuore. Riscendendo quella mattina nel dormitorio, dopo aver accompagnato in coperta il fratello, aveva trovato una folla di donne davanti alla sua cuccetta, dov’era attaccata con mollica di pane una striscia di carta, strappata da un giornale sporco, sulla quale erano scarabocchiate a matita, in grossi caratteri, una decina di parole. Appena letto, s’era messe le mani sul viso, e aveva dato in uno scroscio di pianto. Erano una decina di aggettivi nudi e crudi, che si possono immaginare, ma non scrivere. Allora le donne, che pure non avevan pensato a strappare il foglio, s’eran date a consolarla, a modo loro; e una di esse, d’incarico d’una terza, le aveva soffiato all’orecchio il nome della colpevole, una cialtrona, una fetente, che aveva attaccato quella sudiceria di scappata, in un momento che nel dormitorio non c’era quasi nessuno, non tanto alla svelta, però, da non esser veduta da un ragazzo, il quale parea che dormisse, e vegliava, per rifischiar
  147. 147la cosa a sua madre. — Portate il foglio al comandante — le avevan detto. — Fatela chiamare dal Commissario. — La metteranno ai ferri. La manderanno alla berlina sul ponte. — La condanneranno al tribunale d’America. — Allora essa aveva staccata la carta, singhiozzando, e aveva aspettato che la calunniatrice comparisse. Questa era discesa poco dopo, ed era la loschetta cruscosa dal pelo rosso, incapricciata dello scrivanello, e gelosa come una bestia. Al primo: — Eccola là, — la genovese le era corsa incontro, seguitata dalle comari, affamate d’una scenaccia. Quella s’era fatta bianca, alzando il capo, nondimeno, in atto di sfida. Ma la buona ragazza non aveva fatto altro che porgerle il foglio dicendo con voce tremante: — E ben, cose v’ho faeto? (Ebbene, cosa v’ho fatto?) La prontezza con cui l’altra aveva afferrato e stracciato il corpo del delitto, era una confessione involontaria, che rendeva doppiamente inutili le sue denegazioni. Ma la genovese, senza aggiunger parola, era risalita, sconvolta e piangente, sopra coperta, e non s’era lagnata con nessuno. Il Commissario, risaputa la cosa e chiamata in ufficio la rea, che giurava colle mani e coi piedi d’essere innocente, s’era dovuto contentare di minacciarle i ferri, e che un’altra
  148. 148volta l’avrebbe cacciata In fondo alla stiva, a farsi rosicchiare dai topi.
  149. 149La signorina, che aveva ascoltato il racconto senza staccar lo sguardo della ragazza, ripetè lentamente, come tra sè, col suo accento veneto: — E ben, cosa v’ho faeto? — E gli occhi le luccicarono di lagrime.
  150. 150Il Commissario aveva raccolto qualche notizia intorno a quella ragazza e alla sua famiglia. Era di Levanto. Suo padre, che teneva una botteguccia di non so che cosa, avendo fatto cattivi affari, s’era deciso a andare in America, dove lo chiamava un cugino avviato bene; ma trovandosi senza un soldo, era stato costretto a rimandar la partenza di un anno; e il danaro per il viaggio gliel’aveva messo insieme la figliuola, centesimo per centesimo, vendendo tutte le sue bricciche, assistendo di notte una signora tedesca malata, e stirando di giorno per lo stabilimento dei bagni. Un gran segno nero che aveva sopra una mano, e che si vedeva dal ponte, doveva esser la traccia d’una scottatura.
  151. 151la fissò coi suoi grandi occhi azzurri e ancora umidi, e sorrise. Poi ripiegò il capo per badare al fratello, e non vedemmo più che il mucchio d’oro delle sue trecce, e il bel collo, su cui s’era sparso il rossore.
  152. 152La signorina toccò col ventaglio il braccio del garibaldino, e accennandogli la ragazza, gli disse con la sua voce dolce e triste: — Ecco la virtù, signore.
  153. 153Il Galileo rese il saluto.
  154. 154Ma quello era il giorno delle novità. A desinare, prima di sedersi, il comandante disse a voce
  155. 155Molti non capirono.
  156. 156IL PASSAGGIO DELL’EQUATORE
  157. 157Il giorno dopo, fin dalla mattina presto, non si parlava d’altro a prua che della novità del bambino e del passaggio dell’equatore: dell’aquatore, dell’iquatore, del quatore, di lu quatuore, poiché storpiavano la parola in cento modi.
  158. 158Della nascita parlavano principalmente le donne, smaniose di sapere se e come il bambino sarebbe stato battezzato, e chi sarebbe stato il padrino e chi la madrina, che dovevan essere due signori, secondo l’uso. L’avrebbe battezzato il prete lungo di prima, o uno dei due di seconda, o il frate? E dove, non essendoci nè cappella nè altare? E i regali? Tutte cose che, in quella vita ristretta di bordo, pigliavano
  159. 159importanza di affari di stato. E dal Commissario seppi che la contadina di Mestre era segno d’immensa invidia a tutte le donne incinte di terza, e più alle più avanzate, perchè è tradizione di gentilezza marinaresca che le puerpere, a bordo, siati trattate con grandi riguardi; e quell’altre, vedendo passare tazze di brodo, cosce di pollo e bicchierini di Marsala, pensavano con rammarico che a loro, a terra, non sarebbe toccata eguale fortuna. — Si chiama esser fortunate! — dicevano. E se fosse bastato uno sforzo per anticipare di qualche giorno la cosa, l’avrebbero fatto con tutti i sentimenti. Qualcuna era indispettita sul serio.
  160. 160d’accidente a decine. Ma il più singolare era che quel viaggio da un emisfero all’altro, il quale avrebbe dovuto persuader tutti della rotondità della terra, forniva invece a molti un argomento in contrario, che li riconfermava nell’incredulità antica, perchè ora vedevano finalmente coi propri occhi che tutto era piano; e c’era poco da rallegrarsi di quelli che parevano persuasi del vero, poichè parecchi di questi s’immaginavano che, passato l’equatore, il piroscafo avrebbe cominciato a discendere, e si sarebbe visto girare intorno al globo come una formica intorno a una palla. E molti anche non credevano a nulla di quanto udivano dire. La mattina, mentre il marito della svizzera (dotato della più incurabile delle stupidità, che è quella, come disse un grand’uomo, che s’è contratta sui libri) andava spiegando l’equatore a un crocchio d’emigranti con una fraseologia scioccamente scientifica che non potevan capire: — ... il focolare elettrico del globo... il regolatore delle evaporazioni dei due mondi... il luogo dove il mare scambia i suoi due sangui... — quelli guardavano con curiosità intorno ed in alto, e non vedendo nulla d’insolito, tornavano a guardar lui di mal occhio, con l'aria di dirgli che smettesse di pigliarli a godere. Ma ciò che
  161. 161li preoccupava soprattutto da un po’ di giorni era l’aver inteso dire che di là dall’equatore si sarebbero viste delle stelle nuove, e che una di queste, l’alfa del Centauro, era di tutte le stelle la più vicina alla terra. Pensavano forse che apparisse grande come la luna. Fin dalla mattina di quel giorno tanto aspettato, in piena luce di sole, uomini e donne giravano gli occhi pel cielo, con l’idea di veder dei miracoli. Una donna domandò al Commissario se in quell’altra parte del mondo, dove si stava per entrare, la luna e il sole sarebbero stati gli stessi che si vedevan da noi. Che cos’era questa linea, questa riga che divideva il mondo in due parti? Era da credersi quello che dicevano, che nessuno avesse più l’ora giusta? Era vero che nell’anno che si va in America si perde una stagione? E che cosa accadeva di questa stagione? Il Commissario s’ingegnava di spiegare; ma alcuni non badavano affatto alle spiegazioni che avevan chieste, come se fosse tempo perso; altri, per capire, tendevano a tutta forza l’arco dell’intelligenza, e poi ci rinunziavano, facendo un atto di rassegnazione. L’ultimo sentimento dei più era un vago sospetto che tutte quelle maraviglie fossero un monte di pastocchie spacciate dai signori per fare i saccenti,
  162. 162cinquanta giorni. E più curiosa era la loro condizione rispetto alle proprie famiglie. Il Secondo ci divertì molto, spiegandoci col bicchiere alla mano, come avendo moglie da un anno e mezzo, gli pareva ancora d’essere sposo dal mese avanti. Partito da Genova dopo otto giorni di matrimonio, non aveva più visto sua moglie che a intervalli di due mesi, e per così brevi tratti di tempo, che fra loro non era potuta nascere familiarità; di modo che, ad ogni arrivo, egli era ancora ricevuto con un poco della commozione della prima volta, e trattato con una certa gentilezza rispettosa e imbarazzata, quasi come un estraneo: ciò che manteneva immobile all’orizzonte la luna di miele. Ed egli stesso ci mostrò il ritratto di sua moglie con l’aria di chi fa vedere in confidenza la fotografia d’una signorina con la quale ha avviato delle trattative. — Type genois! — gli disse il marsigliese, guardandola. — È di Palermo, — quegli rispose. — Pas possible! — Ah! che risata! Una tal risata che questa volta egli dovette fingere d’aver ribattuto per celia.
  163. 163le enormi formiche di San Paolo che gl’indigeni mangiano fritte; e alla descrizione aggiungendosi l’armonia imitativa, fu un frastuono di muggiti, di gracchi e di sibili che pareva d’essere davvero in mezzo a una foresta dei tropici, e in qualche momento si provava un senso di ribrezzo. I soli che non sentissero nulla erano gli sposi, che approfittando della distrazione dei parlatori, si passavano con riguardo il braccio intorno alla vita, bruciati con gli occhi dalla pianista; e la signora bionda, la quale distribuiva occhiate luccicanti all’argentino, al peruviano, al toscano, al tenore, con una prodigalità veramente un po’ troppo vistosa; tanto che il comandante, alla fine, si lasciò scappare di bocca la sua frase d’ammonizione: — Quella scignôa a me comença a angosciâ . — Ma fu rasserenato dal brindisi del marsigliese; il quale si levò in piedi, e sporgendo innanzi il busto patagonico, e alzando sopra il capo la tazza dello Champagne, disse con accento grave: — Je bois à la santé de notre brave Commandant.... à la Socìétè de navigation.... à l’Italie, messieurs! — E tutti applaudirono, fuorché il mugnaio. Ed io gli perdonai in quel momento lo strazio che
  164. 164Levatici da tavola, salimmo sul terrazzino del palco di comando, preceduti dal quarto ufficiale che portava una bracciata di razzi, di girandole e di candele romane. A stento vi si stava tutti, ed io fui spinto a sinistra, davanti al Commissario, e in mezzo all’“impiccato„ e al “direttore della società di spurgo inodoro„. La prua era già tutta affollata, ma il cielo essendo coperto di nuvole dense, e non mandando che una luce velata i tre fanali bianco, rosso e verde, che ardevano, come tre occhi, alle due estremità del terrazzino e alla testa d’albero, tutta quella folla rimaneva quasi all’oscuro; e da quell’oscurità venivan su cento suoni confusi di canti di briachi, di risa di donne e di grida di bimbi, che parevan d’una moltitudine dieci volte maggiore. Mi sembrava di essere sul terrazzo d’una casa municipale, la sera d’una dimostrazione carnevalesca contro il sindaco. Quando si accese il primo fuoco di bengala, s’udì uno scoppio di evviva, e si videro mille e seicento visi illuminati, una vasta calca di gente ritta sulle boccaporte e sui parapetti, accucciata sul tetto dell’osteria e sulle gabbie,
  165. 165che l’irradiazione improvvisa d’una girandola costringeva a correggere in fretta l’atteggiamento, e le risa soffocate, le voci di rimprovero e gli strilli che scoppiavano ogni tanto, tradivano un gran lavorio di pizzicotti e di palpatine audaci e ostinate. — Questa sera, — disse il Commissario, — il povero gobbo avrà da sudar sangue. — Intanto la luce di bengala tingeva successivamente tutte quelle facce di porpora, di bianco, di verde, e ad ogni nuovo scoppio di razzo, sonavano più alte le grida: — Viva l’America! — Viva il Galileo! — e più rade: — Viva l’Italia! — E al disopra delle teste si vedevano muovere cappelli, fazzoletti, bicchieri, e bimbi sorretti dalle madri, che agitavano lo braccia nude: vere immagini viventi della spensieratezza infantile di quella gioia di popolo, la quale soffocava per un momento tanti dolori. Finalmente i fuochi finirono, e il piroscafo, ridiventato nero, ma senza che cessasse la festa, si sprofondò gridando e cantando nelle tenebre dell’altro emisfero.
  166. 166Ma la gioia senza causa di quella folla, su quel confine d’un nuovo mondo, in quella solitudine, di notte, mi fece più pietà che non me n’avesse mai fatta la sua tristezza, mi parve come una luce sinistra che gettasse essa medesima sulle sue miserie, e mi oppresse l’anima. O miseria errante del mio paese, povero sangue spillato dalle arterie della mia patria, miei fratelli laceri, mie sorelle senza pane. Ai padri dei soldati che han combattuto e che combatteranno per la terra in cui non poterono o non potranno vivere, io non v’ho mai amati, non ho mai sentito come quella sera che dei vostri patimenti, della diffidenza bieca con cui ci guardate qualche volta, siamo colpevoli noi dei difetti e delle colpe che vi rinfacciano nel mondo, siamo macchiati noi pure, perché non v’amiamo abbastanza, perché non lavoriamo quanto dovremmo pel vostro bene. E non ho provato mai tanta amarezza come in quell’ora di non poter dare per voi altro che parole. All’ultimo sogno di Fausto pensai: aprire una terra nuova a mille e a mille, e vederla fiorire di messi e di villaggi sui passi d’un popolo operoso, libero e contento. Per questo solo importerebbe di vivere, perché la patria e il mondo siete voi, e finché voi piangerete sopra la terra, ogni felicità degli altri sarà egoismo, e ogni nostro vanto, menzogna.
  167. 167IL PICCOLO GALILEO
  168. 168Dopo quel giorno di baldoria, come accade sempre, ricadde la noia sul piroscafo più plumbea di prima, accompagnata da un caldo fortissimo, e accresciuta dallo spettacolo d’un mare di colore ributtante; il quale dava l’immagine di quello che si dice che il mare sarebbe se non avesse impedimento il moltiplicarsi prodigioso di certi pesci: uno spaventevole e pestilenziale carnaio di merluzzi e di aringhe in putrefazione.
  169. 169di dissolutezza aristocratica, mi diede una buona notizia. Il battesimo era fissato per le quattro. Tutto era già stabilito. Battesimo e registrazione civile sarebbero stati fatti nella camera nautica, posta accanto alla timoniera, sotto il palco di comando. Il prete napoletano avrebbe amministrato il così detto battesimo di necessità; al quale doveva aver la mano, poiché aveva viaggiato nei suoi primi anni per quelle campagne solitarie degli Stati lontani dell’Argentina, dove, non essendovi chiese, e conservando appena gli abitanti disseminati una grossolana tradizione della religione cattolica, accadeva che al passaggio d’un prete accorressero a chiedere il battesimo perfin dei giovinotti a cavallo. Egli s’era offerto cortesemente, senza domandar patacones, e già un cameriere gli aveva visto tirar fuori la mattina una stola e una cotta, che portavano non dubbi segni d’un lungo e avventuroso servizio. Al bimbo, secondo l’uso, si sarebbe messo il nome del piroscafo, Galileo; il quale aveva già una dozzina di figliuoli omonimi, sparsi pel mondo. Madrina (sàntola) sarebbe stata la signorina di Mestre. Per padrino s’era offerto il comandante; ma il deputato argentino l’aveva indotto a cedergli l'ufficio, per
  170. 170la ragione che il bambino essendo destinato alla cittadinanza del suo paese, toccava a lui a dargli il benvenuto nel nuovo mondo, come rappresentante della Repubblica.
  171. 171meno cerimoniosa di quella dei francesi, congiunta ad una scioltezza viva di modi e di discorso, propria di uomini che entran nella vita indipendente appena usciti dalla fanciullezza, e che crescono senza noie e senza freni, pieni di fiducia in sé e nella fortuna, in mezzo a una società agitata, disordinata, giovanile. Questa loro condizione d’animo si palesava in un’espressione del viso a cui non saprei trovar miglior paragone che quella particolare aria balda dell’uomo a cavallo, che vede davanti a sé un vasto orizzonto libero. Con questo una maravigliosa facilità a profferir giudizi su popoli, istituzioni ed usi d’Europa, che avevan visto di volo: giudizi che rivelavano una percezione più acuta che profonda, e una grande varietà piuttosto di letture che di studi, ricordate con prontezza e citate con arte. E non tanto nei giudizi, quanto nella preferenza manifesta data all’argomento di discorso, mostravano una simpatia viva per la natura e per la vita francese, derivante da una analogia incontrastabile di qualità dell’intelligenza e dell’animo: tutti avevan Parigi sulla punta delle dita, e le valigie piene di giornali dei boulevards, e di fotografie d’artiste dell’Opéra e della Comédie. D’altri paesi conoscevano assai bene le case di gioco e gli stabilimenti di bagni,
  172. 172ciasdcuno dei quali rilevavano le deficienze intellettuali e morali, e i lati ridicoli, con una ironia faceta, che tradiva un sentimento di rivalità d’alto in basso, non addolcito da quello della fratellanza. E tutti questi discorsi facevano con un linguaggio fluente e caldo, rotto da risa cordiali e da scatti quasi involontari di sincerità, che rivelavano una natura capace di passioni generose e violente, ed anche una mobilità grande di affetti, nata da un ardente bisogno di divorare la vita in tutti i modi, seguendo con tutte le forze l’impeto di tutti i desideri. Una sola cosa avrei desiderato in alcuni di essi, ed era un’espressione più aperta di pietà nella voce e negli occhi, nel raccontare che facevano certi episodi inumani della loro storia; un non so che più mite e triste, che non facesse sospettare una mala impronta lasciata nella loro natura dalla lunga tradizione delle guerre del deserto e delle guerre civili, orribili tutte. Ma, nel complesso, la impressione prima era gradevolissima, e tale da render viva doppiamente la curiosità di scrutarli più addentro. Per la prima volta io mi trovavo dinanzi a gente veramente nuova per me: ciò che non m’era mai accaduto in Europa. In mezzo alla grande comunanza di cognizioni e idee che era fra noi, io riconoscevo vagamente
  173. 173in loro le tracce d’una educazione affatto diversa della mente e dell’animo, i sentimenti peculiari d’una gente accampata sugli ultimi termini della civiltà, all’estremità d’un continente quasi spopolato, in una specie di solitudine d’esercito invasore, e le impressioni d’una natura diversamente bella dalla nostra, più vasta, più primitiva e più formidabile. E mi stupiva anche quella loro lingua spagnuola come snodata o alleggerita della scorza letteraria, accentuata in modo nuovo per me e fiorita di parole sconosciute e bizzarre, e cantata con quel lontano ricordo di melopea indiana, che mi faceva passar per la fantasia delle facce color di rame ornate di penne. Ma più che la lingua, la facilità incredibile di parola, e la facoltà imitativa dell’intonazione e del gesto, specie quando s’infervoravano nelle descrizioni delle loro grandi montagne e delle loro sterminate pianure. Quell’avvocatino biondo, più che gli altri, descriveva la caccia al cavallo selvatico come un attore che recitasse uno squarcio classico, senz’ombra d’affettazione o d’artifizio apparente, con una vigoria di mosse e con una musica di parola maravigliosa. E in tutti notai questa dote d’un bel metallo di voce, e un’arte o una facoltà naturale, squisita di modularla; nella signora particolarmente, la quale aveva
  174. 174Comparve in quel punto la cameriera ad annunciar l’ora del battesimo. Il deputato scappò in camerino a cambiare il berrettino di seta con una copertura di capo più sacramentale. Io m’incamminai verso la camera nautica. A prua c’era già movimento, in specie fra le donne, che volevano salir tutte sul castello centrale, per vedere; tanto che i marinai si dovettero piantar di guardia alle scalette per impedire che si ammucchiasse troppa gente di sopra. Era un vocìo, una curiosità da tutte le parti come per il battesimo d’un principino ereditario, e nessuno badava alla minaccia d’un piovasco solenne, che cominciava a far l’aria buia. Entrai con due o tre altri nella camera nautica, che era già affollata, e trovai a stento un po’ di posto. Davanti a un tavolo stavano in piedi il comandante, che doveva far da ufficiale dello Stato Civile, e il Secondo e il Commissario, che facevan da testimoni; tutt’intorno, con le spalle alle pareti, la signora bionda, l’argentina, la sposa, la madre e la figliuola pianista, la brasiliana con la serva negra, e una diecina d’uomini, fra i quali il garibaldino, col suo solito viso chiuso e triste. La finestra in fondo, che dava sul castello, era addirittura riempita di facce di donne della terza classe, che
  175. 175in mezzo a un silenzio profondo, gli esorcismi d’uso per l’acqua e pel sale. Poi mise una cucchiaiata di sale nel bicchiere, l’agitò, e intintovi il ditò, benedisse i presenti. Le donne fecero il segno della croce. Il bisbiglio ricominciò.
  176. 176Venivano in fatti su per la scaletta il padre, tutto trionfante, con la barba fatta, con una camicia fresca, e col marmocchio in mano, la signorina di Mestre, col suo solito vestito verdemare, sorretta per una mano dall’argentino, e dietro di loro, con mia gran maraviglia e di tutti, la puerpera pallida, ma sorridente, tenuta su per la vita dal marinaio gobbo. Non c’era stato verso, brontolava il marinaio, aveva voluto venire, nonostante le minacce del medico, cocciuta a fare là come a casa sua, dove dopo do zorni la se gaveva sempre messo a far le so façende. Ultimo veniva uno dei due gemelli, con mezza candela in mano. Un mormorio carezzevole di pietà o di simpatia accolse il piccolo Galileo, che dormiva placidamente, col visetto rosso, ravvolto in una coperta azzurra, con una cuffietta bianca a piegoline, e una medaglia al collo. Appena entrata, la signorina prese il bimbo dalle braccia del padre, e lo mostrò al comandante, con quel suo sorriso mesto e dolcissimo, e non a un solo credo che sfuggisse il contrasto pietoso di quel piccolo essere che incominciava la vita con quella povera e buona creatura per la quale tutto stava per finire. Tutti guardarono per un momento lei sola, che contemplava il bimbo col capo chino, mostrando negli occhi tutti i tesori di maternità che avrebbe portato nella tomba. Il comandante, col suo schietto accento del quartiere di Prè, e con un cipiglio come se leggesse un atto d’accusa, diede lettura dell’atto di nascita scritto sul ruolo d’equipaggio. — L’anno mille e ottocento etc., giorno ed ora etc., a bordo del piroscafo denominato il Galileo, iscritto al compartimento marittimo di Genova etc., il signor medico tal dei tali ha presentato a noi, Capitano in comando del detto piroscafo, in presenza dei signori tali e tali, un bambino di sesso maschile di cui s’è sgravata la signora....
  177. 177Il comandante e i due ufficiali firmarono l’atto sul ruolo e sui tre moduli stampati da rimettersi al Consolato italiano di Montevideo, alla Capitaneria del porto di Genova, e al padre; poi porsero la penna a questo, che, stentatamente, con la fronte in sudore, scarabocchiò tre volto il suo nome.
  178. 178In quel punto il piroscafo fece un moto brusco da un lato, e la madrina vacillò: l’argentino la ritenne per un braccio: ed io gli lessi negli occhi l’impressione di stupore penoso ch’egli provò al sentire quel braccio senza carne. Il cielo s’era fatto più oscuro e il mare livido; qualche goccia cadeva sopra coperta.
  179. 179Il prete si fece avanti.
  180. 180Inteso i nomi imposti, si segnò, e messa la sua enorme mano pelosa sotto la testa del bimbo dormente, mentre l’argentino gli metteva la destra sul petto, gli fece col bicchierino le tre versate d’acqua, dicendo: — Galilee, Petre, Johannes, ego te baptizo in nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti.
  181. 181Io osservavo intanto la madre, la quale girava gli occhi larghi sul bimbo, sugli ufficiali, sugli strumenti nautici, su quella strana cappella, e porgeva l’orecchio allo scricchiolio della ruota della timoniera e al fischio lontano delle sartie investite dal vento, dando ogni tanto un’occhiata furtiva al mare oscuro; e pareva agitata da una viva inquietudine, come se ci fosse qualche cosa di profano e quasi di malauguroso in quella funzione fatta a quel modo, così alla spiccia, e in quel luogo, e con quel tempo.
  182. 182Dovettero ragionarla, spiegarle: era un battesimo di necessità, non si poteva farlo completo perché non s’era in chiesa, si sarebbe completato in America; stesse tranquilla: il sacramento era valido lo stesso.
  183. 183Messo appena il piede nel camerino, la puerpera si lasciò cadere sopra un baule, spossata; il padre mise il bambino in una cuccetta, e il padrino e la madrina tiraron fuori i regali. E allora cominciarono le esclamazioni di maraviglia e di gratitudine, a due voci: — Ma cossa fali? Lori se desturba tropo! I ne fa deventar rossi! Oh ma che brave creature! Xelo par mi sto qua? e anca st’altro? Oh santo Dio benedeto!
  184. 184La signorina allora si voltò verso il garibaldino che stava affacciato all’uscio, e indicandogli quell’abbraccio, gli fece coll’indice un cenno di rimprovero, e poi disse affettuosamente, sorridendo: — Ecco la famiglia.
  185. 185IL MARE DI FUOCO
  186. 186Ma il battesimo, come la festa dell’equatore, non fu che una breve tregua all’irritazione che serpeggiava a prua per effetto del caldo crescente, in particolar modo fra le donne, le quali erano ogni dì più uggite e stufe di quella maniera di vita tanto lontana da ogni loro consuetudine. Da vari giorni era scoppiata la malattia contagiosa del piccolo ladroneccio, e con questa, la febbre generale del sospetto: gli asciugamani, le scarpette, i cenci sparivano come per incanto, le derubate credevano di riconoscer la roba loro nelle mani dell’una o dell’altra, e ogni momento si vedevan venire dal Commissario due scarmiglione frementi, coi ragazzi per mano, col corpo del delitto sotto il braccio, seguite dai mariti e dai testimoni, a chieder giustizia. E allora avevan luogo processi e dibattimenti in tutte le regole. Si trattava d’un fazzoletto a cui la ladra aveva levato la marca, d’uno stivaletto a cui era stata strappata la fettuccia col nome del calzolaio. L’accusata negava, invocando Gesù e la Madonna; la derubata s’incocciava, tirando giù il resto del calendario: bisognava chiamar due perite che esaminassero la marca sfatta, o un ciabattino per lo stivaletto. Ma la piemontese rifiutava le perite napoletane, la napoletana non le voleva dell’alta Italia, i mariti pigliavnn le parti delle mogli, i testimoni e i curiosi tenevan ciascuno dalla sua provincia. Erano contestazioni interminabili tra montanare testarde che ripetevano cento volte la stessa ragione con la medésima frase, e pianigiane linguacciute che vomitavano torrenti di parole. Spesso anche non si capivan tra loro e bisognava nominare un interprete. Altre volte si doveva ordinare una perquisizione delle robe. Le accusate si mettevano a piangere, i bambini a frignare, i mariti a minacciarsi. — Ci rivedremo a terra, canaglia! — Ti caccerò nelle caldaie della macchina io, pendaglio da forca! — Darò le tue budella ai pesci, nato d’un cane! — Una donna
  187. 187municipale, dissotterrando recriminazioni e rancori morti da tanto tempo fra noi, e soffiandovi dentro, pur troppo, per portarli redivivi in America. E dopo ogni lite le due parti si separavano nemiche e gonfie di dispetti, che trasfondevano poi a prua nei loro compaesani dei due sessi; i quali a poco a poco s’andavano dividendo in due schiere, e si guardavano in cagnesco, e s’insultavano, scansandosi a vicenda, come per paura di essere impidocchiati, o affettando di abbottonarsi la giacchetta e di toccarsi in tasca quando si passavano accanto, come per salvare il portamonete o il fazzoletto. Oh miseria il Commissario, per quanto fosse sollecito, non aveva tempo d’ascoltar le querele di tutti, e por quanto fosse paziente, doveva qualche volta piantarsi i denti nella seconda falange dell’indice. La grossa bolognese, la cui alterigia montava con la temperatura, voleva far perquisire tutto il piroscafo perchè le avevan portato via un pettine di tartaruga, e minacciava di far screditare la Società di navigazione da suo fratello giornalista, appena sbarcata in America. La povera signora dal vestito di seta era disperata perchè le avevan rubato una piccola spilla d’argento, un ricordo di sua sorella, diceva; ma non osava di ricorrere al Commissario per timore
  188. 188di qualche vendetta. E c’eran delle donne che non tanto per timore quanto per mostrare una diffidenza ingiuriosa alle vicine, dormivano con tutte le loro robe ammontate fra le braccia e fra le gambe, anche a rischio di provocare la calunnia coi falsi contorni dell’adulterio. Una vera pazzia, insomma, E ancora le quistioni che nascevan da furti veri o mentiti eran le meno difficili. Il peggio era che l’irritazione aveva svegliato in tutti una delicatezza d’amor proprio straordinaria, che s’adombrava d’una mezza parola o d’un mezzo sorriso, tanto che ogni momento si presentava qualcuno al Commissario a lamentarsi d’una mancanza di rispetto, e il Commissariato si dovea convertire in una specie di tribunale per la casistica della dignità e della buona creanza. Il marinaio gobbo diceva che non si potea più campare. — Dixan che gh’è de ladre! (dicono che ci son delle ladre) — esclamava, poiché non parlava mai altro che delle donne; — ma se non s’imbarcassero le ladre, non si farebbero nemmeno più le spese del carbone, che dio le sprofondi! — A come si mettevan le cose c’era da aspettarsi da un’ora all’altra qualche baruffa seria. Già la sera innanzi, dopo il battesimo, due passeggiere s’eran fatte una cappelliera, alla muta, da signore
  189. 189Liberato lo scrivanello, il garibaldino salì sul castello centrale, di dove l’avevo visto, e mi passò accanto. Avrei voluto chiedergli dei particolari; ma la sua faccia fredda e dura mi tenne in là, come sempre. Mentre i primi giorni scambiava con me qualche parola, ora faceva appena un cenno di saluto, e qualche volta neppure un cenno. Pareva che l’uggia crescente che metteva in ciascuno quella piccola società forzata del piroscafo, gli inasprisse l’avversione per i propri simili che già portava nel cuore. Quanto più andava innanzi nella familiarità, sempre taciturna e rispettosa, colla signorina dalla croce nera, tanto più diventava solitario e chiuso, come se quella compagnia gentile rabbuiasse, invece di rasserenare, la sua filosofia. Ora non parlava più con nessuno. Passava delle ore a poppa, appoggiato al parapetto, a guardare la scia del Galileo, come un foglio scritto interminabile, che si svolgesse sotto i suoi occhi, narrando la storia del mondo. E la sua selvatichezza sdegnosa aveva prodotto negli altri l’effetto solito: antipatia dapprima e ostentazione di altrettanto disprezzo; poi, quando la costanza della sua condotta mostrò ch’essa derivava da natura e non da proposito, un sentimento di rispetto e di timidezza, il quale si rivelava nella prontezza istantanea con cui lo sguardo dei passeggieri saliva su per gli alberi o fuggiva poi mare, quando egli, discorrendo con la signorina, girava gli occhi su di loro, per vedere se lo guardassero, e con che viso. Sembrava anzi che fosse nata in tutti una certa simpatia per quell’orso orgoglioso, il quale non solo non faceva nulla per guadagnarsela, ma aveva l’aria di far di tutto per suscitare il sentimento contrario. Era perché la tristezza, quand’è congiunta alla bellezza e alla forza, seduce, come indizio d’un nobile disprezzo per le facili soddisfazioni che possono dar l’una o l’altra; oltre di che da tutta la persona di lui, e da quel lume profondo degli
  190. 190volesse afferrare la terra. Ma ci maravigliammo assai di più quando, a un cenno del comandante, voltandoci, vedemmo altri otto raggi sterminati dalla parte opposta, riflesso dei primi, meno luminosi, ma sfumati delle stesse tinte, che parevano l’albore d’un sole sconosciuto che sorgesse dalle acque, appena l’altro s’era nascosto. E il mare luccicava di tutti i colori del cielo, che pareva vi galleggiassero miliardi di perle.
  191. 191Il Secondo ribatteva, ed egli rincalzava con maggior calore, tanto che a poco a poco gli si aggrupparono intorno parecchi, per prendersi spasso di quella battisóffiola morbosa, che la notte calante aggravava.
  192. 192Ma la conversazione fu troncata improvvisamente dal grido d’un passeggiero di terza, sul castello centrale: — Il mare in fuoco!
  193. 193Il solo malcontento fu il marito della svizzera, che vedemmo comparire sul cassero brontolando, con la faccia rossa e indispettita. Ma, dio buono, se l’era cercata. Era andato sul castello centrale, in mezzo a un crocchio di contadini, a spiegare che quella fosforescenza delle acque era prodotta da una quantità di animaletti microscopici, chiamati con non so che nome dell’altro mondo, o in altri termini, che tutte quelle scintille erano bestie. Questa volta, per verità, l’aveva sballata troppo grossa, ed era stata accolta con una clamorosa risata.
  194. 194Ma già un nuovo spettacolo attirava l’attenzione di tutti. Essendosi schiarito il cielo da ogni parte, si vedevano per la prima volta all'orizzonte le quattro bellissime stelle della croce del Sud, sconosciute
  195. 195L’OCEANO AZZURRO
  196. 196mormorio, un’allegrezza di festa, di cui essi medesimi erano stupiti. E così cambiava man mano la loro disposizione d’animo verso di noi, e la maniera di accoglienza che ci facevano in casa loro. La mattina occhiatacce, voltate di spalle e anche male parole fischiate rasente le orecchie: un’antipatia spiegata per i “signori.„ La sera dello stesso giorno, invece, sguardi benigni, avvertimenti ai ragazzi che ci lasciassero passare, e anche parole amichevoli buttate così per aria, per attaccare discorso. E anche in questo noi facevamo come loro. Pensavamo spesso, guardandoli, con un bel sereno: — Povera e buona gente! Son nostri, infine. Che cosa non si darebbe per vederli contenti! Come sarebbe bello essere amati da loro! — E in altri momenti, nell’afa del cielo chiuso: — Che razza di cani! Pensare che ci farebbero morir tutti perpendicolarmente, se potessero! E noi li andiamo a accarezzare, imbecilli.
  197. 197Ma quel giorno il mare era azzurro, e a traverso al buon umore della popolazione di terza, come per una trasparenza morale, si potevano fare molte osservazioni psicologiche nuove. Poichè bisogna notare: sotto la trama dei dispetti e degli odi se n’era ordita, in quei sedici giorni di viaggio, un’altra di simpatie, d’amori e di ripeschi, molto intricata, e assai più variopinta dell’altra. Il Commissario sapeva tutto o quasi, per veduta propria e per quello che gli andavano, a riportare, richieste o no, quindici o venti comari informate d’ogni braca, le quali esercitavano a prua lo stesso ufficio che la madre della pianista e l’agente di cambio facevano a poppa. Ed era un divertimento impagabile il sentirgli sfilar la corona delle passioni, sul palco di comando, con gli occhi sulla folla, indicando via via i personaggi, con quella sua parlata lenta di giudice di pace, comicissimo dentro e grave di fuori. La prua tutta nera di gente ci si stendeva di sotto come un vasto palcoscenico scoperto, accarezzato in quel momento da una brezza morbida, che faceva sventolare i panni distesi a asciugare e svolazzar le cocche dei fazzoletti e i capelli sulle tempie alle donne. Ed egli raccontava. Gli amori eran molti, ed essendo costretti a rimanere la più parte, o sempre o quasi sempre, nei confini d’una castità rigorosa, s’erano venuti rinfiammando e inasprendo, si può dire, a veduta d’occhio, come non accade mai nelle città o nelle campagne. Non c’era donna giovane, maritata o ragazza, che non avesse il suo o i suoi vagheggiatori,
  198. 198impudenti o prudenti, cotti più o meno, e sì o no corrisposti, alla coperta o alla palese. La continenza, e quell’aver sempre l’oggetto lì sotto gli occhi, quasi a contatto, nel disordine del vestito della mattina, o nell’abbandono del sonno lungo il giorno, o nella nudità libera della maternità, aveva fatto nascere capricci e passioncelle vive anche per matrone rustiche semisecolari, che sul continente non sarebbero state degnate d’un pizzicotto. Le giovani poi, se non eran facce da far paura, avevano addirittura dei cerchi di sospiranti; alcuni dei quali, dopo qualche tempo, si stancavano, e si voltavano a ciondolare intorno a un’altra bellezza, lasciando ad altri il posto vuoto; e così i gruppi si venivano mutando. C’erano concupiscenze passeggiere e contemplazioni platoniche, che miravano, più che altro, a ingannare il tempo, e anche corteggiamenti burleschi, fatti per spassare i camerati. Ma c’erano pure innamoramenti seri di maschi presi fino all’anima, d’un’audacia e d’una brutalità che sfidava la luce del sole e il regolamento di disciplina, ostinati e gelosi come arabi, che non volevano concorrenti d’attorno e minacciavano coltellate a destra e a sinistra. Questi avevano tutti i loro posti fissi, di dove durante il giorno, quando non si poteva
  199. 199inghiotte a pillole d’oro, senza che nessuno si scandalizzi. E poi.... che succedeva poi? Interrogato su questo punto, il Commissario s’arricciava il baffo destro, tentennando il capo. Senza dubbio, il regolamento parlava chiaro, il comandante non transigeva, e il piccolo gobbo era incorruttibile; ma la prua era vasta, rischiarata poco, piena d’angoli bui e di ripari opportuni; e tra gli emigranti, più dell’invidia e della gelosia che li avrebbero spinti a disturbare, poteva il sentimento della solidarietà, fondato sull’hodie mihi cras tibi, che gl’induceva a proteggere. Oltre di che, durante la notte, il gobbo non era sempre lì sulla scala del dormitorio a fare la guardia, e spesso s’addormentava; e allora era una baldoria di contrabbandi, una tarantella di peccati mortali, che, se la vedevan le stelle della Croce, spettatrici degli amori all’aria aperta degl’indiani, dovevan proprio dire che tutti gli uomini son fratelli. Nelle notti senza luna e senza stelle, in special modo, e quando il caldo era forte, non sarebbe bastato un battaglione di gobbi. Giusto, il mio buon scrignuto passò mentre parlavamo di lui, con una boccetta d’olio in una mano, e seguendo forse un suo corso di pensieri, mi disse: — Scià sente: l’è pezo una bionda che sette brunne. — (È peggio una bionda
  200. 200di sette brune.) Poi, raccoltosi un momento, o alzando l’indice, soggiunse: — Se e’ porcaie pesassan saiescimo zà a fondo da sezze giorni (Se le porcherie pesassero, saremmo già a fondo da sedici giorni.) E aoa còse gh’è? (E ora cosa c’è?)
  201. 201lambisca le onde. E va senza posa, nella nebbia, nelle tenebre, contro il vento, contro l’onda, con un popolo sul dorso, con cinquemila tonnellate nel ventre, dall’uno all’altro mondo, guidato infallibilmente da una piccola spranghetta d’acciaio che può servire a tagliare i fogli d’un libro, e da un uomo che fa girare una ruota di legno con un leggero sforzo delle mani. Noi ricorriamo col pensiero la storia della navigazione, e risalendo dal tronco d’albero alla zattera, dalla piroga alla barca a remi, e su su per tutte le forme della nave ingrandite e fortificate dai secoli, ci fermiamo dinanzi a quella forma ultima per raffrontarla alla prima, e il cuore ci si gonfia d’ammirazione, e ci domandiamo quale altra opera meccanica più maravigliosa abbia compiuto la razza umana. Più maravigliosa dell’oceano che essa rompe e divora, e alla cui minaccia continua risponde collo strepito infaticato dei suoi congegni: — Tu sei immenso, ma sei un bruto; io son piccolo, ma sono un genio; tu separi i mondi, ma io li lego, tu mi circondi, ma io passo, tu sei strapotente, ma io so.
  202. 202ispira. S’indovinava peraltro da certe espressioni rapide dei suoi occhi e della sua bocca, ch’egli doveva essere stato altre volte d’animo aperto e incline all’amicizie gaie, e buono fors’anche; ma che tutte le molle della sua natura s’erano spezzate o allentate l’una dopo l’altra in una lunga lotta contro un avversario più forte o più tenace di lui. Era facile accorgersi, in fatti, che egli temeva sua moglie, ma che questa non temeva lui. Si capiva dallo sguardo di sospetto che egli volgeva intorno quando scambiava qualche parola con la signora argentina o con la brasiliana; davanti alle quali stava in quell’atteggiamento di rispetto amorevole e triste che suol tenere con le mogli degli altri chi è infelice con la propria, e vede in ognuna di quelle l’immagine d’una felicità, o almeno d’una vita tollerabile, che a lui non è concessa. E faceva tanto più pena quella timidità di fanciullo martoriato in quell’uomo alto e complesso, a cui rimaneva ancora nei lineamenti una certa bellezza virile. A guardarlo da vicino, gli si vedeva quel tremito frequente dei muscoli delle labbra, che distingue gli uomini abituati a comprimere la collera, e quel modo di fissar gli occhi nel vuoto, senza sguardo e per lungo tempo, che è proprio delle tristezze che vagheggiano il suicidio.
  203. 203IL MORTO
  204. 204Mi faceva ridar il cavalier Careti (chi sarà stato questo cavalier Careti?): voi fate male, voi fate male. Mi diceva che ogni emigrante che parte porta via al paese un capitale di quattrocento franchi. Tu vai a consumare e a produr fuori, tu fai un danno al tuo paese. Cossa ghe par a lù de sta maniera de razonar, la me diga? Mi diceva anche che avevo torto di lamentarmi delle tasse perchè più che le tasse son forti, tanto più il contadino lavora, e così tanto più produce. Piavolae, la me scusa, diga mi. Io non so niente di queste cose, gli rispondevo. Mi so che me copo a lavorar, e che no cavo gnanca da viver, mi e mia muger. Mi emigro per magnar. Lù me consegiava de spetar, che i gh’avaria bonificà la Sardegna e la maremma, e messo a man a l’agro romano, che i gavaria verto i forni conomiçi e le banche, e che el governo gera a drio a megiorar l’agricoltura. Ma se intanto mi no magno! Oh crose de din e de dia! Come se ga da far a spetar co’ no se magna?
  205. 205Incoraggiato dal mio consenso, allargò il campo del discorso, e cominciò a metter fuori quelle idee generali, che ogni uomo del popolo d’oggi ha più o meno confuse nel capo, intorno alle cause del malo andamento delle cose: si spende tutto a mantener soldati, milioni a mucchi in cannoni e in bastimenti, e quindi zo tasse, e alla povera gente nessuno ci pensa: le cose solite; ma che non paiono mai tanto vere e tristi come quando si senton dire da uno, che ne esperimenta gli effetti nella miseria propria, e a cui nessuna consolazione si può dare, neppur di parole. E giusto io pensavo, mentre egli mi diceva che dopo una giornata di fatiche non trovava sulla tavola che una zuppa di brodo di cipolle, e che la notte si svegliava per l’appetito, ma non si aresegava a mangiare per non scemare il pane ai figliuoli, che già l’avevano
  206. 206Il giudizio fu una scena di commedia impagabile.
  207. 207Il padre, fuori dei gangheri, inveiva ancora: — Mascarson! Faccia de galea! Porco d’un ase! Te veuggio rompe o müro! - E allungava le mani per acciuffarlo.
  208. 208L’altro metteva pietà, non negava nulla, diceva d’aver perso la testa, domandava scusa, affermava di essere un giovane onesto, voleva mostrare una lettera del sindaco del suo paese, (Chiozzola, mi pare) e si pigliava la testa fra le mani, piangendo come un castoro, facendo degli atti di disperazione da Massinelli in vacanza.
  209. 209Ma il padre non si lasciava commovere, sdegnato anche più, e come offeso nell’orgoglio paterno, che un tale atto d’audacia fosse stato commesso da un così meschino personaggio, da quel mezz’uomo che reggeva l’anima coi
  210. 210denti, e che poi s’avviliva a quel modo. E continuava a gridare: - Bruttò! Strason che no’ sei atro! A mae figgia! E ghe vêu da faccia!
  211. 211Il Commissario era molto imbarazzato a concludere. Io gli vidi passar negli occhi un sorriso che doveva rispondere alla tentazione teatrale di proporre un matrimonio. Ma il padre non aveva l’aria di accettare uno scherzo. In fine, se la cavò facendo una grande intemerata al giovane sul rispetto dovuto alle donne, e ordinandogli di non lasciarsi vedere per un po’ di tempo sopra coperta; e raccomandò all’altro di quetarsi, chè la cosa non intaccava punto la reputazione della sua figliuola, che era stimata da tutti, e via dicendo. Poi li mise fuori tutti e due, pregando il padre di tornare a prua per il primo. Questi s’allontanò, voltandosi ancora indietro a minacciar con la mano, e a lanciar due o tre aggettivi genovesi, assortiti. Il giovane, rimasto solo davanti al Commissario, si mise una mano sul petto, e disse con accento
  212. 212drmmatico: — Creda. signor Commissario... parola di giovine d’onore... è stata una disgrazia... un momento di... — Ma qui l’amore gli gonfiò il petto e gli strozzò la voce, e alzando gli occhi al cielo, con un’espressione comica, ma sincerissima, che riassumeva tutta la storia della sua passione oceanina, esclamò: — ...Se sapesse! — Ma non potè dir altro, e se n’andò a capo basso, con la sua freccia a traverso al cuore.
  213. 213La figura di quel povero innamorato che s’allontanava per il passaggio coperto, rimase legata nella mia memoria a un aspetto nuovo del mare e del cielo, che s’erano schiariti dopo l’acquazzone: il cielo tutto a grandi squarci d’un sereno purissimo, come lavato e rinfrescato, e corso da nuvole inquiete; il mare verde per vasti spazi, fra i quali si stendevano larghe strisce d’un azzurro cupo; in modo che pareva di vedere una prateria immensa, dove s’intersecassero canali smisurati, colmi fino agli orli; e si aveva l’illusione strana d’essere entrati in un continente metà terra e metà acqua, abbandonato dagli abitanti sotto la imminenza d’una inondazione, e veniva fatto di cercar cogli occhi all’orizzonte le punte dei campanili e delle torri, come nelle grandi pianure dell’Olanda. E
  214. 214Ma il mar verde e l’episodio dell’innamorato non schiarirono che per pochi minuti la faccia scura che aveva quel giorno il 'Galileo. Solamente la signora bionda trillava d’allegrezza sul cassero, passeggiando a braccetto a suo marito, che andava accarezzando con la voce, con lo sguardo e col ventaglio, come una sposa di sette giorni, forse per compensarlo di qualche grave iattura che gli preparava per più tardi, e di cui le luccicava il pensiero nell’azzurro delle pupille infantili; mentre lui, al solito, arrotondava la schiena, e facea con gli occhi
  215. 215impregnava il corpo, in maniera da esser sentita in tutte le direzioni e oppostamente in tutti i punti, ne seguiva che il corpo avrebbe dovuto scendere illeso. Poi, accordandosi sulla velocità iniziale, sull’aumento di velocità nella discesa e sulla profondità massima dell’Atlantico, calcolarono che il cadavere avrebbe impiegato un’ora a compiere il suo viaggio verticale. — Adagio, però, — disse il chileno, — il cadavere può trovar delle correnti che lo risospingano in su ad una grande altezza. A quest’immagine del cadavere che tornava in su, m’accorsi che il mio vicino avvocato cominciava a fremere. Nondimeno stette fermo lì, coraggiosamente. Ma il genovese ebbe la cattiva ispirazione di riferire la descrizione, letta in un giornale di New-York, della discesa d’un palombaro, il quale aveva trovato dentro alla carcassa d’un piroscafo andato a picco i cadaveri dei naufraghi mostruosamente gonfiati, ritti nell’acqua, con gli occhi fuor della fronte e con le labbra cadenti, così orrendi a vedersi al lume della lampada, che gli s’era agghiacciato il sangue nel cuore ed egli avea preso la fuga come un pazzo; e a quell’uscita l’avvocato non potè più reggere: balzò in piedi, e sbattendo la forchetta sul piatto: — Un po’ di riguardo, signori!
  216. 216La sepoltura era stata fissata segretamente per mezzanotte, per evitare un affollamento dei passeggieri di terza, fra i quali il Commissario aveva fatto correre la voce che sarebbe stata alle quattro della mattina.
  217. 217Credendo che, secondo l’uso, si gettasse il cadavere dalla punta del castello di prua, non comprendevo perchè tutti restassero lì; quando a un cenno del comandante due marinai apersero lo sportello laterale dell’opera morta, e compresi.
  218. 218Intanto pareva che il piroscafo andasse rallentando il cammino; dopo pochi minuti, con mio stupore, si fermò. Non sapevo che si buttassero fuori i cadaveri a bastimento fermo per evitare che il risucchio dell’acque rotte li travolga sotto alla ruota dell’elice.
  219. 219Il Comandante disse a voce bassa: — Per drito, brüttoi.
  220. 220Ci si misero meglio, e deposero adagio il cadavere, coi piedi rivolti verso il mare: le grosse spranghe di ferro che gli avevano attaccato ai piedi picchiarono sonoramente sul tavolato.
  221. 221Il morto era stato ravvolto in un lenzuolo bianco, cucito a modo d’un sacco, che gli copriva il capo, e poi disteso sulla sua materassa
  222. 222Il prete si fece vicino allo sportello, e tuffata la mano nella scodella del marinaio, asperse il cadavere e diede la benedizione.
  223. 223di terza si misero in ginocchio. Mi voltai indietro: s’era inginocchiata anche la signorina, col viso tra le mani, nell’ombra.
  224. 224Il prete incominciò a recitare in fretta: — De profundis clamavi ad te, Domine; exaudi voce meam.
  225. 225Molte voci risposero: — Amen.
  226. 226Le due lanterne tenute dai marinai gettavano una luce rossiccia sui visi immobili e tristi, dietro ai quali era una tenebra infinita. Fra gli altri, vidi in seconda fila il garibaldino, e fui come ferito di trovar quel viso chiuso e duro come sempre, che non mostrava il più leggiero senso di pietà, come se si stesse per gittar nel mare un sacco di zavorra; e tornai a domandarmi come fosse possibile che l’amicizia di quella santa creatura inginocchiata là dietro non avesse potuto nulla ancora sull’animo suo; e provai vergogna d’essermi ancora una volta così puerilmente ingannato, immaginando che vi fosse una grand’anima nel petto di quell’uomo senza cuore.
  227. 227Il prete mormorò con rapidità crescente gli altri versetti del De profundis e l’oremus absolve. Poi asperse un’altra volta il morto d’acqua benedetta. Al requiem æternam tutti s’alzarono,
  228. 228Le lanterne s’alzarono.
  229. 229I due marinai afferrarono l’asse dalla parte del capo, e presero a sollevarla dolcemente: il corpo cominciò a scorrere....
  230. 230In quel punto mi suonarono dentro quelle parole desolate del moribondo, come se fossero gridate a voce altissima, con un grido immenso che coprisse l’oceano: — Oh me fieul! Oh me pover fieul!
  231. 231II corpo scivolò, disparve nelle tenebre, fece un tonfo profondo. Allora i marinai chiusero in fretta lo sportello e tutti sparirono di qua e di là, come ombre. Prima che fossimo rientrati a poppa, il piroscafo aveva ripreso il cammino, e il povero vecchio proseguiva già assai lontano da noi la sua discesa solitaria verso l’abisso.
  232. 232LA GIORNATA DEL DIAVOLO
  233. 233dal gabbano verde, e scritta sur un foglio di carta che rivelava un istintivo abborrimento del lavatoio in tutti quanti i sottoscrittori: la qual cosa inaspriva incredibilmente la collera del comandante, che sospettava in quella sudiceria una intenzione d’offesa, e voleva dare una lezione esemplare. Intanto ordinava un’inchiesta. Di più, il Commissario gli riferiva che durante la notte non si sapeva quali passeggiere di terza avevan tagliuzzato colle forbici il vestito di seta nera di quella certa signora, senza motivo alcuno, per pura malvagità, e che questa volta la povera donna, stata paziente e timida tino a quel giorno in mezzo a ogni sorta di sgarbi, aveva perso il lume degli occhi, ed era corsa a chiedere giustizia, singhiozzando, soffocata dall’angoscia e dall’ira. Si trattava di scoprir le colpevoli. Ma c’era altro. Non si sapeva chi, per non essere costretto a succhiare e costringere i marinai a dar l’acqua a bidoni, aveva spezzati tutti i bocchini dei cernieri dell’acqua dolce. Ma s’era sulle tracce dei rei. Si trattava di stabilire il castigo. La giornata s’annunziava male.
  234. 234Ma qui trovai di peggio. L’afa e il puzzo avevan cacciati tutti su, non ci avevo mai visto tanta gente: era una folla densa dalle cucine fino alla punta di prua, e tutti irrequieti, come se aspettassero un avvenimento, e straordinariamente arruffati, scomposti nei vestiti, e sudici, come se da vari giorni non fossero più andati a dormire. Si vedeva che n’avevan tutti fin sopra ai capelli del mare, del piroscafo, della cucina e del regolamento, e che sarebbe bastato un nulla a farli uscire dai gangheri. Nessuno giocava, non si sentiva cantare. Perfino il gruppo dei belli umori del castello centrale era muto: il contadino snasato dormiva, il cuoco enciclopedico passeggiava solo, l’album pornografico del portinaio non aveva lettori: soltanto il barbiere veneto faceva sentire di tratto in tratto il suo ululato lamentevole di cane abbaiante alla luna, col quale pareva che esprimesse il sentimento comune di quella moltitudine. E gli emigranti affollati verso poppa guardavano le porte del salone e i passeggieri di prima con un occhio più torvo del consueto, in cui si leggeva che quella mattina ci avrebbero
  235. 235che si toccavano; ed essendosi tamburati anche là, erano stati chiusi in due ripostigli. Poi la bolognese, offesa d’una rispostaccia del panattiere di bordo, gli aveva rifilato un ceffone maiuscolo, per cui era stata chiamata dal Commissario. E come accade sempre, essendo contagioso l’esempio, erano accadute altre baruffe: parecchie donne avevano le trecce disfatte e il viso graffiato. Poi i ragazzi s’accapigliavano, aggrovigliandosi otto o dieci insieme, e rotolavano sul tavolato in gruppi confusi, che i parenti accorrevano a districare, prodigando sculacciate e scarpate alla cieca, e caricandosi fra loro di contumelie. L’irritazione aveva invaso perfin la cucina, dove, per rivalità di vendite di contrabbando, era scoppiato un accanito diverbio fra il cuoco e i suoi aiutanti, che si sentiva per tutta la prua, accompagnato da uno strepito furioso di cazzaruole.
  236. 236Ma verso le tre essa discese per non più risalire, ed essendo scomparsa quell’unica faccia allegra, l’uggia ricascò sul cassero più soffocante di prima. Per un momento, nondimeno, ci distrasse un’avventura comica seguita all’avvocato. Vincendo la sua ripugnanza istintiva per l’acqua salsa, era andato a fare un bagno; ed entrato nella tinozza, s’era lasciato salir l’acqua fino al petto; ma quando poi allungò la mano per chiudere la chiavetta, sia che questa non giocasse bene, o che per turbamento egli non la girasse per il suo verso e la guastasse, il fatto è che non riuscì ad altro che a sprigionare un getto più forte, una vera colonna d’acqua impetuosa, la quale in pochi minuti colmò il recipiente, allagò il camerino, gl’infradiciò i panni e lo fece scappar fuori mezzo svestito, con la barba sgocciolante e una pauraccia di naufragato. Noi lo vedemmo passare di gran corsa sulla piazzetta, gridando ai camerieri che corressero a chiudere, chè il bastimento calava a fondo. Ma questo non fu che un lampo che fece appena sorridere cinque o sei passeggieri. Il caldo essendo cresciuto, e il lezzo che veniva dai dormitori di terza diventato pestifero, la maggior parte trasportarono il corpo di calza sfatta dal cassero al salone, e si abbandonavano qua e là pei divani e intorno ai tavolini. Oh l’insopportabile gente! Conoscevo già gli atteggiamenti e i più piccoli gesti abituali di
  237. 237comparsa del comandante, che cercava qualcuno intorno con un brutto sguardo, li quietò. Il salone ricadde in un silenzio di cripta.
  238. 238mani, si sfidavano con le debite forme: — A prua! — A prua! — Questa sera a notte! — A notte! — Il castello di prua era il campo chiuso prescelto solitamente dai cavalieri. Tre o quattro volte, per altro, se le diedero subito e di santa ragione, prima due, poi tre, poi una mezza dozzina, producendo un ondeggiamento in tutta la folla, e dovettero accorrere gli ufficiali e i marinai. Due ubbriachi, che avevano il vino triste, s’avvinghiarono come due belve, e s’ammaccarono le costole cascando tutti e due insieme sopra le ruote del verricello. E questa volta accorse il comandante, furibondo, col proposito manifesto di dare qualche masca memoranda, per rifarsi la mano. Ma non giunse in tempo. Le cose erano al punto ch’io m’aspettavo di veder prima di sera tutta quella massa di gente avviticchiarsi e accavallarsi in un monte informe di membra, come nelle mischie guerresche del Dorè, e traboccare fuori dai parapetti nel mare. Ma invece d’avversione, sentivo più forte, in quei brutti momenti, la compassione delle loro miserie, e come un impulso affettuoso e triste verso di loro; poiché sotto l’espressione provocante di tutti quei visi, s’indovinava un oscuramento passeggiero di ogni speranza, una grande stanchezza della vita, un
  239. 239Dove andare? Sei ore eterne dovevano passare prima di notte. Rientrai nel salone, e cominciai a sfogliare l’album di bordo, in cui varii passeggieri avevano scritto; ma era pieno di sciocchezze, di luoghi comuni e di bugie. Allora discesi nel camerino, ultimo rifugio, per tentar di dormire. Ma il camerino mi parve più stretto, più asfissiante, più odioso che non mi fosse mai parso. I passeggieri dovevano esser discesi quasi tutti; eppure non si sentiva nessuno, come se quelle cento pareti di legno non racchiudessero che cadaveri. Non si udiva che la nenia lamentevole della negra, come un canto solitario per le vie d’una necropoli. E mi pareva che mi pesassero su l’anima non soltanto i miei, ma tutti i tedi, tutti i ricordi amari e gli affetti lacerati e i tristi presentimenti ch’crano ammucchiati su all’aria aperta, tra quei mille e seicento figliuoli d’Italia, che andavano a cercare un’altra madre di là dall’oceano. Ed era inutile che cercassi di ragionarmi, analizzando il mio stato d’animo, per dimostrare a me stesso che non c’era un perchè logico del veder tutto fosco quel giorno, come gli altri, mentre pel solito, diversamente dagli altri, vedevo ogni cosa in un buon aspetto. I pensieri foschi, tenuti per un momento con uno sforzo fuor della mente, vi rientravano, appena cessato quello, come un’onda di torrente, e ne invadevano tutti i recessi. E non so quanto tempo stetti su questi pensieri; poi m’addormentai. Ma ebbi un sogno orribile: casa mia di notte, — un via vai di lumi e di facce che non conoscevo, — un rantolo in una camera di cui non mi riusciva di trovar la porta, — e poi mutata la scena in un lampo, uno spaventevole grido: — Si salvi
  240. 240chi può! — e il disordine disperato d’un piroscafo che si sprofonda nell’abisso...
  241. 241con le vele gonfie, dorato dal sole, fumante e festoso, che pareva balzato come un prodigio dal seno dell’oceano. Era il Dante, della stessa società di navigazione del Galileo, proveniente dal Plata, diretto in Italia, carico di emigrati che tornavano in patria. Era il primo grande piroscafo che incontravamo dopo l’uscita dal Mediterraneo, ed era un fratello. Ad ogni sbuffo dei suoi grandi fumaioli stellati, ingigantiva, e apparivano più nette le mille figure umane che lo coronavano. Le due moltitudini, affollate sulle due prue, si guardavano in silenzio; ma tutti fremevano. Il Dante ci s’avvicinò tanto che un’improvvisa ondata ci fece rullare violentemente. Quando fu alla massima vicinanza, a portata di voce da noi, presentandoci tutta la lunghezza del suo fianco superbo, un altissimo grido, da molto tempo trattenuto, proruppe quasi ad un punto dallo due folle, accompagnato da un frenetico sventolio di cappelli e di fazzoletti; un grido interminabile d’augurio e d’addio, d’un accento strano, diverso da ogni altro grido di popolo che avessi inteso mai, uno scoppio di voci violente e tremanti, in cui si espandevano e si confondevano le tristezze del viaggio, il rimpianto della patria, la gioia di rivederla tra breve, la speranza di
  242. 242IN EXTREMIS
  243. 243La mattina dopo tutti si salutarono sul cassero con le stesse parole allegre: — Ancora tre giorni! — Siamo agli sgoccioli! — Dopodomani, dunque! — E, singolare! quella benevolenza insolita tra i passeggieri nasceva in gran parte dal pensiero di essere tra poco liberati per sempre gli uni dagli altri. Il tempo era buono, l’aria tepida. La prua pareva un villaggio in festa. Andandovi, incontrai il marinaio gobbo, meditabondo, che teneva a mano un paio di stivali. Si soffermò e mi disse piano: — E donne, l’è brutto quando cianzan, ma l’è pezo quando rian. — E mi spiegò il suo giudizio, che era fondato sull’esperienza. Quando lungo il giorno passava sul piroscafo una grande allegrezza, come quella del dì innanzi, seguiva quasi sempre che la sera e la notte fossero una disperazione; per lui, s’intende, e per quella certa ragione. La notte scorsa, per esempio, gli sarebbe stata contata lasciù. — Grandi cose, dunque? — gli domandai. Alzò gli occhi al cielo. Poi disse bruscamente: — Son stüffo de fa o ruffian — E se n’andò, vedendo avvicinarsi l’agente. Il quale pure era pensieroso, tormentato da due misteri che non gli riusciva di penetrare: l’uno, già detto, chi fosse il sospiro segreto di quel crostino della pianista, di cui coglieva sempre a volo lo sguardo e mai il guardato, come se facesse all’amore con uno spirito; e l’altro, il non aver veduto nessun indizio, neppure leggerissimo, sul viso di nessuno, della scenata che il comandante aveva promesso di fare per la signora svizzera. Ed era comico il veder quell’uomo coi capelli bianchi preoccupato sul serio di quelle due bazzecole, come un ministro delle fila d’una congiura di stato. E dicono che l’oceano ingrandisce l’anima! Eppure il comandante egli lo conosceva: non era uomo da aver minacciato a vuoto, in un affare di quella natura: chi poteva aver scongiurato la tempesta? Oh! l’avrebbe scoperto, se avesse dovuto logorarsi il cervello e star appostato tre giorni e tre notti, come un cacciatore di tigri.
  244. 244La buona disposizione d’animo dei passeggieri favoriva i suoi studi. Poco dopo le nove, quasi tutti stavan sul cassero, e i gruppi e gli atteggiamenti loro mi rimasero stampati netti nella memoria come ci soglion rimanere quelli che presentava la nostra famiglia il momento prima dell’annunzio o dell’avvenimento d’una sventura domestica. Gli argentini formavano un cerchio vicino al timone a mano, col marsigliese, che si dondolava, motteggiando, davanti alla signora porteña; la quale lo stava a sentire con quel doppio sorriso finissimo delle donne, che sfuma la cortesia nella canzonatura. La famiglia brasiliana, seduta al posto solito, girava intorno silenziosamente i suoi dodici occhi neri, come se vedesse tutti i presenti polla prima volta; e ai piedi della signora era accucciata la negra, come un cane. Vicino all’albero stavano in piedi il ladro, l’impiccato e il direttore della società di spurgo inodoro, che da vari giorni erano sempre insieme, senza discorrer mai, come tre amici sordomuti. L’avvocato sonnecchiava sur una seggiola lunga, con un libro sul ventre. La signora bionda sedeva sopra un sofà, pigolando in mezzo al tenore e al peruviano, a cui copriva un ginocchio con la gonnella allargata; e pareva che il
  245. 245contatto di quella stoffa facesse balenare agli occhi gravi del quichua la visione delle mille e cinquecento sacerdotesse del Sole, ma di quelle del tempo della corruzione. E sull’ultimo sedile verso poppa c’era la signorina di Mestre, più pallida degli altri giorni, fuorché alle sommità delle guance, che le ardevano; la quale parlava con una specie di eccitazione di febbricitante, ma con un sorriso d’una dolcezza inesprimibile, al garibaldino, seduto accanto a lei, col capo poderoso e bello un po’ chino, nell’atto d’un uomo triste, intento a una musica che gli rammenti dei tempi felici, ma non gli ridesti più alcuna illusione. Gli altri passeggiavano, col passo vivo e irregolare della gente allegra.
  246. 246L’orizzonte era velato da una nebbia leggera, e c’era una certa gravezza nell’aria, che faceva sentire tratto tratto il bisogno di tirare un lungo respiro. Ma la temperatura era gradevole in confronto dei giorni passati. Gli argentini dicevano di sentir già los aires della patria. Dovevamo trovarci presso a poco alla latitudine di Santa Caterina del Brasile.
  247. 247di vedere all’orizzonte, come sorto all’improvviso, un nuvolone di forma bizzarra, spesso e scuro, orlato di bianco dalla luce del sole impallidito, e che s’alzava rapidamente, gettando un’ombra tetra sul mare; il quale cominciava a ribollire. E facea quasi freddo.
  248. 248infatti, pareva che non si volesse far molto aspettare. Il nuvolone c’era già quasi sul capo, e altre nuvole accorrevano velocemente, alcune delle quali, lunghe e sottili, ci passavan sopra a volo così basse, che pareva che toccassero l’alberata. Il vento, intanto, si faceva più forte, e il mare principiava a ondeggiare, e il piroscafo a ballare più che fino allora non avesse mai fatto, tanto che tutti dovettero afferrarsi ai parapetti e ai sedili. Qualcuno, però, non credeva ancora che ci sarebbe stata tempesta. — Non è che un piovasco, — dicevano. Ma quelli che avevano già fatti molti viaggi, scrollavano il capo, strizzando un occhio. Io mi ricordo bene che, osservando più che gli altri me stesso, stavo aspettando con una certa curiosità psicologica quando e come mi sarebbe entrato dentro quel sentimento che ci vergogniamo tanto di confessare; e m’illudevo di potere tener dietro al suo lento avvicinarsi, senza sospettare che mi dovesse balzar addosso tutt’a un tratto, nel punto in cui traboccando sulla bilancia dell’anima l’istinto della conservazione, il piattello della curiosità sarebbe andato per aria. Insomma, stando a terra, avevo pur desiderato molte volte di trovarmi a una
  249. 249I lampi spesseggiavano, il tuono brontolava più forte, i buoi muggivano. Guardai intorno a me: c’eran già dei visi pallidi. Ma in alcuni la curiosità, in altri l’avversione ad andarsi a chiudere in camerino, prevaleva ancora. Le signore si stringevano al braccio dei mariti. Gli uomini si tastavano a quando a quando con un’occhiata, ciascuno pigliando animo e alterezza dalla faccia dell’altro, che gli pareva più brutta di quello che supponesse la sua. A un tratto passò sul cassero uno spruzzo violento, e s’intese un: Nom de Dieu! — e poi una risata forzata. Il marsigliese era stato scappellato e infradiciato
  250. 250da capo a piedi. Nello stesso punto salirono correndo quattro marinai a portar via i sofà e le seggiole. Poi arrivò il Commissario gridando: — Sotto, signori! Si chiude il salone, si spiccino. — Allora s’intese un grido dell’anima: — Oh Dio! Dio mio! — Era la sposa. Non si può immaginare l’eco intima che ha in tutti quel primo grido, quella prima irresistibile confessione del terrore della morte, da cui tutti sentono smascherato violentemente lo stato d’animo che dissimulano agli altri e a sè stessi. E allora fu una fuga disordinata e precipitosa a traverso al polvischio degli spruzzi che già saltavano per tutta la larghezza della coperta, in mezzo a una confusione di voci concitate e discordanti: — Oh Pablos! Pablos! — Presto, signori, presto. — Santa Maria benedetta. — Siamo serviti. — Dio mio! — Accidémpoli! — Coraggio, Nina. — Que relámpagos! — Sciü faççan presto, per dio santo! — Ebbi appena il tempo di vedere le punte degli alberi che descrivevan per aria dei grandi archi di cerchio, e un infernale rimescolio di gente alla porta del dormitorio di terza, e fui spinto nel salone. Una signora inciampò e cadde a traverso all’uscio. Per un momento m’apparì sulla piazzetta il Commissario, come ravvolto in una nuvola d’acqua, e
  251. 251La maggior parte, afferrandosi ai tavolini e alle seggiole fisse della mensa, e barcollando come feriti al capo, si diressero verso i camerini. Altri si buttarono sui divani. Alcune signore piangevano. Lo strepito del bastimento e del mare copriva le voci. Pareva quasi notte. Mi sembravan mutati il luogo e le persone. In quel momento in cui tutte le affettazioni, tutti gli aspetti finti cadevano, e appariva di sotto nudo l’animale atterrito, dominato tutto dal suo furioso amor della vita, eran come facce nuove, voci sconosciute, mosse e sguardi che rivelavano lati dell’anima non prima indovinati. Nella mezza oscurità dei corridoi, dove tutti cercavano brancoloni il proprio camerino, urtandosi malamente gli uni cogli altri, intravvidi dei visi decomposti di condannati a morte, che a primo aspetto non capivo di chi fossero. Quando arrivai al mio covo, sonavan già qua e là i primi rantoli del mal di mare, delle voci di pianto chiamavan le cameriere, gli usci sbacchiavano con fracasso, le valigie e le cassette danzanti urtavano contro i tramezzi: era il disordine e il vocìo strano e lugubre che si sente entrando in un manicomio, dove tutte le consuetudini della vita sono sconvolte. Un movimento subitaneo di beccheggio mi gettò nel camerino come un sacco; l’uscio si chiuse da sè; un lampo m’abbagliò. E un pensiero improvviso m’agghiacciò il sangue: — Se non uscissi più di qua dentro? — E mi sentii in una solitudine immensa, come se mi fossi chiuso da me nella tomba.
  252. 252da capo a piedi come il fischio d’una palla o d’una lama di scure che ci rada le tempie. Si sentiva ad ogni ondata come la botta d’un artiglio gigante che piombasse sul bastimento e ne strappasse via un pezzo; s’udiva il tonfo tremendo di centinaia di tonnellate d’acqua cadenti sul tavolato, come se un torrente vi si rovesciasse da una grande altezza, e poi il rumore di cento torrentelli correnti in tutte le direzioni, con la furia d’un’orda di pirati che fossero saliti all’arrembaggio. Dei movimenti del piroscafo non capivo più nulla, non ne prevedevo più alcuno: era come preso a calci e a schiaffi, sollevato, buttato via, palleggiato e rigirato dalle mani d’un titano. La macchina aveva degli arresti e dei silenzi improvvisi, come colpita da paralisi, l’asse dell’elice dava degli scossoni di terremoto, l’elice dei colpi interrotti e pazzi, e si sentiva a momenti girar furiosa fuori dell’acqua, e poi tuffarvisi di nuovo, con un terribile colpo. E negli intervalli fra i rumori più grandi, s’udivano sopra passi precipitati, sonerie elettriche, grida lontane d’una risonanza strana, come gli echi delle valli piene di neve, e dai camerini dei lamenti strozzati come di gente scannata, che vomitasse le viscere. A un certo punto vi fu una scossa di sotto in su così
  253. 253violenta, che la bottiglia dell’acqua saltò fuori del suo sostegno, e s’andò a spezzare contro il soffitto. E quello fu il principio d’un nuovo e più matto scatenìo degli elementi, e di una successione di volate così fatte del piroscafo, che credevo di balzare dalla cima d’un monte sulla cima di un altro monte, sorvolando un abisso smisurato, e ad ogni nuova discesa pensavo che fosse l’ultima, e dicevo tra me: — Ora è finita. — E avevo delle illusioni vivissime: ecco, il tavolato si spezza, le coste s’infrangono a decine, i bagli si schiantano, la chiglia s’è rotta, tutti i legamenti si schiodano, tutto lo scafo si sfascia. Non ancora? A quest’altra dunque. E un caos di pensieri, un succedersi rapidissimo di ricordi della vita recenti e remoti, una fuga turbinosa di facce e di luoghi, rischiarati ciascuno da un lampo di luce livida, confusi e sformati come per una congestione cerebrale, accompagnati da un incalzarsi egualmente rapido e disordinato di rimpianti, di tenerezze, di rimorsi, di preghiere senza parola, e tutto fuggiva e tornava, come rigirato dal vento stesso della tempesta. Seguivano quando a quando dei brevi intervalli d’istupidimento, e come il sollievo che dà l’azione incipiente del cloroformio; ma poi di nuovo il sentimento della realtà, più tremendo
  254. 254di prima, e improvviso, come se due braccia gagliarde mi sedessero per le spalle, e una voce brutale mi urlasse sul viso: — Ma sei tu, tu che sei qui, e che devi morire! — Oh! quanto mi pareva assurda quell’idea dei tempi ordinari che sia lo stesso morire in un modo o nell’altro!... Oh morire d’una palla nel petto! Morire in un letto, con le persone care d’attorno, — esser sepolti — avere un pezzo di terra dove i figliuoli e gli amici possano andar qualche volta e dire: — È qui! — Alle volte tutti quei pensieri cadevano, e mi pareva di sentire per qualche momento che la tempesta cominciasse a rimettere un poco della sua furia; ma una nuova formidabile ondata, un nuovo roteamento vertiginoso dell’elice sollevata, come se la poppa saltasse per aria, mi strappava l’illusione. E mi rammento d’una ripugnanza invincibile a guardar il mare, d’un senso di ribrezzo profondo, come della vittima per l’assassino, quasi che in quei momenti avessi davvero coscienza d’una sorta di animalità dell’oceano, e dell’odio suo contro gli uomini, e che, affacciandomi al finestrino, dovessi incontrare mille sguardi orribili fissi nei miei. Guardavo qualche volta, ma ritorcevo gli occhi immediatamente, intravvisti appena i contorni mostruosi
  255. 255delle montagne nere che s’avanzavano e i profili delle muraglie ciclopiche che rovinavano d’un colpo, e tra l’una e l’altra saetta che rigavan di fuoco l'ammasso spaventevole delle nubi caliginose, una luce non mai vista al mondo, da non saper dire se fosse notte o giorno, la luce indeterminata dei paesaggi dei sogni, in cui pare che non splenda il nostro sole. E così mi s’era turbata pure l’idea del tempo, che non avrei saputo dire in alcun modo da quante ore la tempesta durasse. E mi sembrava che avesse a durare un tempo incalcolabile, non sapendo immaginare una cagione abbastanza potente per cui quell’enorme commovimento dovesse aver fine. Mi sembrava incredibile che non tutto l’oceano e il mondo intero fossero a soqquadro come quel mare, che ci fossero poco lontano e poco al di sotto di noi delle acque tranquille, e della gente sulla terra che attendeva in pace alle proprie faccende. Ma mentre mi passavano questi pensieri, che erano come un breve respiro dell’anima, ecco un’altra ondata di fianco, come un colpo di cannone da costa, un altro sussulto del piroscafo, come di balena ferita al cuore, e un altro schianto di travi, d’assiti, di tavoloni scricchiolanti e gementi, il senso dell’imminenza del disastro, la morte sull’uscio, un addio a tutto,
  256. 256l’angoscia d’un anno in un minuto. Dio eterno! Quanto durerà quest’agonia?
  257. 257Durò molte ore. N’eran passato sette od otto, suppongo, quando l’illusione, continuamente perduta e rinascente, che la burrasca sfuriasse, mi parve che durasse più delle altre volte, poi si cangiò in una speranza, a cui la mente si rifiutava di credere ancora, ma che tutti i sensi andavano a poco a poco raffermando. I movimenti del piroscafo erano ancora impetuosissimi; ma quell’odioso fischio e miagolio arrabbiato dei cordami pareva quetato un poco, e l’urto dell’onda, se non scemato di forza, meno frequente. Considerai come un buon segno il risentire tutto il corpo indolenzito dagli atteggiamenti acrobatici a cui ero stato costretto per tanto tempo, mentre fino allora non ci avevo badato, e il riprovare curiosità di sapere che cosa fosse accaduto e accadesse dintorno a me. Tra gli schianti degli assiti e i mugghi del mare, sentii il pianto del bambino brasiliano, e altri piagnucolii, pure infantili, ma che dovevan essere di signore. Delle voci affannose chiamavano da varie parti i camerieri, i campanelli tintinnavano, i bauli viaggiavano ancora pei corridoi come se vi saltassero dentro tante
  258. 258mo! — E... niente spagnuolo, oh no davvero. Detto questo, scomparve, ma tornò un minuto dopo, a zig zag, facendomi cenno d’accorrere presto, che c’era una grande cosa da vedere. Lo seguitai alla meglio: si fermò davanti al camerino dell’avvocato, ch’era aperto, e mi disse di guardare, dando in una risata. Oh mostro non mai veduto! Io non riconobbi subito una creatura umana in quella informe cosa che vidi distesa a traverso al tavolato, e da cui usciva il guaito che fa Ernesto Rossi sotto le spoglie di Luigi undecimo atterrato da Nemours. L’avvocato, bocconi, insaccato in non so quale vestimento di salvataggio inglese o americano, imbottito di sughero, aveva una gobba sul petto e una sul dorso, ricoperte da una specie di corazza di cotone forte, e una corona di vesciche gonfiate intorno al busto, che gli davan l’aspetto d’un bizzarro animale mammelluto, cascato a terra senza sensi, vinto dai dolori d’un’esuberanza di latte. Quel carico enorme di ridicolo su quel pover’uomo così disfatto e così infelice destava una compassione infinita. L’agente si chinò per
  259. 259Il marsigliese diceva: Je me suis énormément amusé. E il mugnaio fingeva di legger l’album di bordo! I camerieri intanto riferivan le prime notizie. Il mare aveva portato via varie lance, strappato e travolto le stie dei tacchini, annegato due buoi, sfondato uno sportello dell’opera morta di prua. Un marinaio, scaraventato contro l’albero di trinchetto, s’era ferito gravemente alla testa. L’osteria era stata mezzo sconquassata. Ma il poderoso corpo del Galileo non aveva patito altri danni, e non s’era arrestato un minuto; e a quella notizia rinasceva e si vedeva risplendere negli occhi di tutti il sentimento già umiliato dell’orgoglio umano, la fede ardita nell’opera dell’industria e della scienza dei propri simili; sulla quale quella immane forza dell’oceano ostile non aveva potuto far altro che minacce ed insulti, di cui appena c’eravamo accorti, e che già eran dimenticati. E non dimeno all’aprirsi della porta della sala, che equivaleva al permesso d’uscire, misero tutti un sospiro di soddisfazione, come se allora soltanto si fosse veramente certi che era tutto finito.
  260. 260compassionevole d’una folla fuggita per quindici giorni dinanzi a un esercito invasore. Il Commissario, che era sceso più volte nei dormitori, ci fece delle descrizioni da stringere il cuore e da vincer lo stomaco. Aveva visto là sotto delle masse intricate di corpi umani, gli uni sopra e di traverso agli altri, con le schiene sui petti, coi piedi contro i visi, e le sottane all’aria; viluppi di gambe, di braccia, di teste coi capelli sciolti, striscianti, rotolanti sul tavolato immondo, in un’aria ammorbata, in cui d’ogni parte suonavano pianti, guaiti, invocazioni di santi e grida di disperazione. Delle donne inginocchiate in gruppi, con le teste prone, dicevano il rosario, picchiandosi il petto; alcune facevano ad alta voce il voto di andare scalze a certi santuari, appena fossero ritornate in patria; altre volevano ad ogni costo confessarsi, e pregavano piangendo il Commissario che mandasse a chiamare il frate; il quale intanto stava confessando parecchi nel dormitorio degli uomini. Varie donne avevan domandato supplicando che le lasciassero andare a salutare l’ultima volta i loro mariti prima di morire, e altre di poter salire un momento in coperta, un momento solo, per gettare in mare un’immagine di santo o una crocetta che avrebbero calmate le onde. Ce n’era
  261. 261coperta, alcune con la testa fasciata, molte con dei gonfi sul viso, tutte spossate e come inebetite, che guardavano il mare con quell’occhio che si dice proprio dei groenlandesi, quasi pietrificato dalla visione abituale d’un influito lugubre, davano una dolorosa immagine dello stato in cui dovevan essere ridotte quelle di sotto. La vivacità loquace che suol succedere ai pericoli scampati non era nata ancora. Tutti erano ancora agitati per modo che ad ogni ondata più grossa, ad ogni sbalzo forte del piroscafo, davano indietro dai parapetti, rimescolandosi, pronti a ricadere nel terrore di prima, e volgevan gli occhi dilatati verso il palco di comando, per consultare il viso degli ufficiali. Non cominciarono a rasserenarsi che quando videro uscire dalla macchina, coi torsi nudi e coi visi infiammati e sudanti, superbi della loro vittoria, i fuochisti di ricambio, che andavano a riposare delle loro fatiche straordinarie: perché, durante la tempesta, tutti erano stati chiamati, dovendo quelli che lavoravano ai fuochi esser tenuti ritti a braccia dai loro compagni, per non rompersi la nuca contro le caldaie o bruciarsi la faccia nelle fornaci.
  262. 262Ma allo spuntare delle prime stelle rinacquero la spensieratezza e l’allegria, e sorse un tale cicaleccio da ogni parte che pareva che tutti i mille e settecento passeggieri parlassero insieme. Tutti descrivevano, tutti raccontavano, ed eran racconti concitati, interminabili e dieci volte ripetuti di mille piccoli incidenti di nulla, che la paura aveva ingigantiti nella immaginazione di ognuno, e che assumevano nell’esagerazione del discorso l’importanza di fatti degni di poema e di storia. Metà dei passeggieri dimenticando o negando la paura propria, dipingeva a colori comici, e fingeva di sprezzare, e forse disprezzava realmente la paura dell’altra metà. Dopo la cena, s’intese a prua un chiasso straordinario di canti e di grida di briachi. E anche alla nostra mensa ci fu festa. Tutti sgranocchiarono come lupi, contenti della vita, beffandosi dell’oceano. E il pranzo fini comicamente con un brindisi che fece il marsigliese all’ intrepidité froide del comandante, con l’accento e il sorriso consapevole di uno che se ne intende. Ma l’avvocato non c’era. E, con rammarico di tutti, mancava anche la signorina di Mestre, che da quelle otto ore di strapazzo era stata scossa profondamente, e aveva avuto un trabocco di sangue.
  263. 263DOMANI!
  264. 264La mattina seguente il cielo e il mare erano splendidi, e tutta la popolazione del Galileo si dava moto, perchè se il tempo durava bello, si sarebbe arrivati in America la sera dopo, forse ancora in tempo per isbarcare, e bisognava preparar le robe con comodo, e intendersi un po’ tra amici e conoscenti intorno al da farsi. L’affare più grave era l’iscrizione per lo sbarco, il decidere, cioè, se convenisse di andare o no dal Commissario a farsi notare fra coloro che intendevan di valersi delle offerte del Governo argentino, il quale pagava le spese dello sbarco agli immigranti che lo chiedessero, e dava loro vitto e ricovero per cinque giorni, e a quelli che si recavano nelle provincie dell’interno, il viaggio gratuito. Quell’atto di farsi o non farsi iscrivere era chiamato dagli emigranti “dichiarar di voler essere o no con l’emigrazione.„ Certo, i vantaggi erano grandi; ma eran grandi anche le diffidenze, poichè quella generosità del Governo (era un Governo!) dava a sospettare che vi si celasse qualche tranello, e che l’accettarla, fra l’altre cose, fosse un vincolare fin d’allora la propria libertà riguardo alla scelta dei luoghi e alle condizioni dei contratti. Ciò non ostante, i più accettavano, e v’era una processione continua all’uffizio del Commissario, che pareva ridotto un’agenzia. Entravano e, dando il nome, stroppiavano in cento modi quell’unica parola difficile che avevan da dire: — Mi noti con l’amigrazione. — Accetto l’anmigrazione. — Vado con l’inimigrazione. — O pure, senz’altro: — Tal dei tali, migrazione. — Molti, peraltro, ci andavano senz’aver anche preso una risoluzione, come si va a chiedere un parere a un uomo di legge, e dopo essersi fatti dare molti ragguagli, rifiutavano. Le più perplesse erano le donne, le quali, quasi tutte, si fermavano a riflettere ancora una volta sull’uscio, grattandosi la fronte, come se si fosse trattato del destino di tutta la loro vita; e alcune, dato il nome ed uscite, ritornavano in
  265. 265Intanto la processione continuava. — Tal di tali: sta col Governo. — Tizio: con la migrazione. — Caio: disambarco ed asilo. — il lavoro fu interrotto da un’apparizione improvvisa della bolognese, che veniva con tutte le furie addosso a lagnarsi d’una nuova sanguinosa offesa d’un canaglia d’erbóff, il quale, passandole accanto e toccandole la borsa misteriosa, le aveva detto, con evidente allusione a quel certo supposto irripetibile: — Pagano dogana. — Essa lo voleva vedere sul palco di comando coi ferri ai piedi e alle mani, o avrebbe proclamato davanti a tutti i Consoli d’America che gli ufficiali del piroscafo tenevano mano a tutti i più sfacciati boletàri di terza per avvilire le ragazze onorate.
  266. 266capiva che non faceva quel viaggio per la prima volta: che si guardassero dagli argentini, dai faccendieri della colonia italiana, dai Consoli, dai protettori di tutte le tinte, ch’eran tutti d’accordo, tutti farabutti che tiravano a ingrassarsi a spese dell’immigrazione. Badassero sopra tutto, sbarcando, ai bagagli, ch’eran rubati a man salva; tenessero d’occhio le mogli e le figliuole, chè s’eran dati dei casi nefandi, delle violenze consumate dagli agenti del governo, alla faccia del sole, sotto gli occhi dei padri e delle madri. E niente asili, ch’eran baracche sconquassate, dove ci pioveva nei letti, e non davano da sfamarsi, o mettevan nella minestra delle porcherie che istupidivano, che riducevano un uomo a non saper più fare il più semplice conto, e allora venivano innanzi le birbe a proporre i contratti. — All’erta, figliuoli! — gridava, — all’erta bene, o sarete assassinati peggio che in patria! Guai a chi si fida! — Ma non era il solo che arringasse: altri crocchi qua e là stavano intenti ad altri oratori, sorti lì per lì, quella mattina. Sul castello centrale teneva conferenza l’ex cuoco dottore, dilettante d’ocarina. Egli ne aveva visto d’ogni colore, sapeva ogni cosa, aveva un consiglio franco e sicuro per tutti, in qualunque parte dell’America andassero, come se in ogni parte
  267. 267In quella preoccupazione generale si riconosceva a primo sguardo che l’eterno femminino era passato in seconda fila, che molti amori dovevano esser stati lasciati in asso: non si vedevano più tutti quegli adoratori a occhi fìssi, che covavano per dell’ore la loro bella, o le giravano intorno mezza giornata per cogliere il momento di metterle una parola nell’orecchio o un livido nel braccio. Ma quella preoccupazione appunto lasciava più liberi i pochi rimasti fedeli. Tra questi notai il povero scrivano modenese, ch’era ritornato all’antica contemplazione, appostato un po’ più lontano che per l’addietro, ma più immobile, più estatico, più spasimatamente innamorato di prima, come se i mali trattamenti, i cappiotti e le umiliazioni, poveretto, non avessero fatto che rendergli più bello e più caro l’oggetto adorato per cui aveva tutto sofferto. Io l’osservai per un pezzo dal palco di comando, e non gli vidi nè mover collo, nè piegar costa, nè sviar gli occhi, se non per la durata d’un attimo, dalla ragazza, la quale stava seduta al posto solito, facendo la calza, accanto al piccolo fratello, ritta sul suo bel torso di
  268. 268vergine sana e robusta, più bianca, più pulita, più fresca che mai. E aveva sempre quel suo viso placido, che da vari giorni era leggermente adombrato; ma non tardai ad accorgermi che quell’umile e infaticabile adorazione di quel povero ragazzo solo, debole, brutto, deriso, le dovevano avere destato un sentimento di pietà e di benevolenza d’amica e di sorella, che ella forse si credeva in debito di lasciar trasparire, per gratitudine; perchè nel punto che stavo per allontanarmi, mentre essa girava intorno quel solito sguardo tranquillo, vidi i suoi occhi fissarsi per qualche momento, con una espressione chiarissima di bontà e di simpatia, — e non mi parve che dovess’essere la prima volta, — su quel viso. Ah! Dei del cielo! Quegli lampeggiò come uno specchio al sole, s’invermigliò, si riscosse tutto, e poi tirò un grande respiro, passandosi la mano sulla fronte e guardando intorno, come stupito che tutto il piroscafo non si fosse accorto del prodigioso avvenimento che era accaduto.
  269. 269Ma nessuno intorno gli badava. E quella fissità di tutti in un pensiero solo fruttò a me pure di poter girare un pezzo, liberamente, in mezzo alla folla, e di cogliere a volo molti discorsi.
  270. 270mondo non avrebbe saputo da che parte rifarsi per mettere un principio d’ordine e un barlume di luce. E il pensiero che pure molti di loro, dei più giovani, erano andati a scuola, e avevano imparato a leggere e a scrivere, mi faceva cascare le braccia. Qua e là, nei crocchi di famiglia, calcolavan le spese sulle dita. — Dunque, cinque per lo sbarco, tre all’osteria, mettiamo per il primo giorno.... — Più in là: — Vapurino pe Rrusario, quatto pezz’e mèza, tanto; nu muorz’e pane pe’ u viaggio, restano cinche ducate, senza cuntà ’e scarpe pe Ciccillo. — Sentii, fra l’altre cose, che correvan cattive notizie della signorina di Mestre, alla quale più d’uno contava di rivolgersi per aver consigli e raccomandazioni. Parlavano d’una caduta grave; alcuni la credevano addirittura moribonda; certe donne dicevano che era già morta, ma che lo tenevan segreto, perchè ci aveva colpa (in che modo non sapevano) il comandante. Il contadino di Mestre me ne domandò notizie ansiosamente. Tutta la sua famiglia s’era tornata a rincantucciare nell’antico posto, tra la stia e la botte, sotto una tenda di fasce stese ad asciugare, all’ombra delle quali il piccolo Galileo, rosso come un gambero, poppava come un vitello, tra le braccia della mamma sorridente. — Ah! povareta! —
  271. 271vanno a ingrossare l’esercito col quale voi conquistate un mondo. Son buoni, credetelo; sono operosi, lo vedrete, e sobrii, e pazienti, che non emigrano per arricchire, ma per trovar da mangiare ai loro figliuoli, e che s’affezioneranno facilmente alla terra che darà loro da vivere. Sono poveri, ma non per non aver lavorato; sono incolti, ma non per colpa loro, e orgogliosi quando si tocca il loro paese, ma perchè hanno la coscienza confusa d’una grandezza e d’una gloria antica: e qualche volta sono violenti; ma voi pure, nipoti dei conquistatori del Messico e del Perù, siete violenti. E lasciate che amino ancora e vantino da lontano la loro patria, perchè se fossero capaci di rinnegar la propria, non sarebbero capaci d’amar la vostra. Proteggeteli dai trafficanti disonesti, rendete loro giustizia quando la chiedono, e non fate sentir loro, povera gente, che sono intrusi e tollerati in mezzo a voi. Trattateli con bontà e con amorevolezza. Ve ne saremo tanto grati! Sono nostro sangue, li amiamo, siete una razza generosa, ve li raccomandiamo con tutta l’anima nostra!
  272. 272Ma, dicendo questo, l’agente pensava ad altro, e pareva che stesse osservando una corrispondenza di sguardi fra due persone lontane della tavola. E infatti, dopo qualche minuto, gli intesi modulare a bassa voce il lungo grido di Amleto davanti al teatrino della reggia: — Oooòoo profetica anima mia! — E subito mi afferrò per il braccio e mi confidò all’orecchio la sua meravigliosa scoperta. — Guardi dunque, senza farsi scorgere, — mi disse poi. Ed io guardai, e non tardai ad accertarmi del fatto. Ogni due o tre minuti i begli ocelli azzurri e vuoti della signora bionda si fissavano per qualche momento sul comandante, e sul largo faccione rosso e burbero di costui balenava un lampo, un impercettibile sorriso mezzo nascosto dalle sopracciglia aggrottate e dai baffi ispidi, somigliante a un piccolissimo tratto azzurro apparente per lo squarcio d’un cielo nuvoloso, e subito ricoperto; ma gli occhi azzurri rifissandolo, lo squarcio si riapriva e l’azzurro si rimostrava; e non c’era il menomo dubbio: il gioco gentile si ripeteva regolarmente, c’era una intesa fra il capetto biondo e il testone rosso, la sirena aveva cantato, l’orso polare aveva dato ascolto, il Galileo s’era arreso. — Ah! ora capisco, — diceva l’agente, piccato, — perché
  273. 273la scena è andata in fumo! Ah! Porcaie a bordo no ne v
  274. 274L’AMERICA
  275. 275Che piacevole risvegliarsi! Quelle parole “oggi sentiremo la terra sotto i piedi„ nelle quali s’esprimeva il pensiero di tutti, avevan per noi come un suono e una forza nuovi, e si provava a ripeterle una specie di piacer fisico, come quello che si sente stringendo il braccio intorno a una colonna di granito. Oltre che per l’altre ragioni, si desiderava impazientemente d’arrivare anche per questa, che, in fine d’una lunga navigazione, s’è stanchi irritati da non poterne più di quella perpetua danza di linee, di quel continuo accorciarsi, piegarsi e ritorcersi a cui s’è costretti dall’angustia d’ogni cosa, e da quell’eterno odor di salsedine, di catrame e di legno. Che allegrezza sarà riveder le strade, fiutar l’odore della
  276. 276campagna, e coricarsi fra quattro muri verticali, non sentendo più che la casa che ci ricetta ha un palpito di vita propria, da cui dipende la nostra! Per caso, s’era passati a notte fitta davanti alle isole Canarie e a quelle del Capo Verde, e per la stessa ragione non s’era vista nemmeno quella piccola isola di Fernando de Noronha, del Brasile, che desideravano tutti per veder rotta almeno un momento la monotonia di quell'interminabile mare. Non un palmo di terra dallo stretto in poi, in diciotto giorni. Mi pareva che se ne avessi avuto una zolla nelle mani l’avrei rivoltata e odorata con piacere, come un frutto proibito. Infine, tra poche ore ne avremmo avuto da saziarsi: due pezzi di trentotto milioni di chilometri quadrati, in forma di due belle pere allungate, equivalenti ciascuna a una settantina di Italie.
  277. 277Ma le ore passarono, e la terra non spuntava. Il cielo era sparso di nuvole, ma l’orizzonte sgombro, e il mare presentava sempre la sua linea azzurra nettissima, senza un’ombra di promessa. Dopo il mezzogiorno i passeggieri cominciarono a dar segni di stanchezza. A quella gente che aveva avuto tanta pazienza per tre settimane, non ne rimaneva più un briciolo per le ultime ore. E molti già s’indispettivano e si lagnavano. Come mai non si vedeva nulla? Gli ufficiali avevan dunque sbagliato i calcoli? La terra si sarebbe già dovuta vedere. Oramai non saremmo più arrivati in giornata. E Dio sa quando si sarebbe arrivati. — Piroscafi italiani! — era tutto detto: fortuna quando s’arrivava dentro l’anno. E facevan delle allusioni maligne, quando passava un ufficiale, guardandolo di mal occhio. Molti, anzi, affettando di non creder più che s’arrivasse, scrollavan le spalle e voltavano la schiena al mare, fingendo di occuparsi d’altro. Ma ogni volta che l’ufficiale del dispaccio, ch’era di guardia sul palco, appuntava il cannocchiale, tutti fissavano gli occhi su di lui, in grande silenzio; e non ricominciava il mormorìo se non quando era tolta ogni speranza dall’atto d’indifferenza con cui egli riabbassava lo strumento. Egli però non si moveva dall’estremità del terrazzino; il che faceva credere che s’aspettasse da un momento all’altro di veder qualche cosa. Il contadino dal naso mozzo, intestato di voler esser il primo ad annunziare l’America, stava ritto a metà della scaletta del palco, pronto a cogliere a volo il primo movimento dell’ufficiale, per lanciare il grido, e ad ogni alzata del cannocchiale faceva con la mano verso la folla un gesto maestosamente buffo, come d’un tribuno che imponga silenzio alla moltitudine in un momento supremo.
  278. 278manifestar l’impazienza: i piedi stropicciavano il tavolato, le mani tormentavano i ventagli, le teste s’agitavano, le conversazioni andavano pigliando una tinta verdognola, e non si dicevano contro il comando le sciocchezze piccose degli emigranti, ma si pensavano, e schizzavan dagli occhi di tutti.
  279. 279di sole sopra una rosa bianca, già curvata verso terra. Quando fu al passaggio coperto per tornar verso poppa, si fermò un momento e respirò, premendosi una mano sul petto. Lì sopraggiunse la contadina di Mestre che le baciò la manica del vestito, e scappò. Essa riprese il cammino, lentamente.
  280. 280con una voce strascicata e nasale, che mi addormentava.
  281. 281Mi corse un brivido per le vene. Fu come l’annunzio d’un grande avvenimento inatteso, la visione immensa e confusa d’un mondo, che mi ridestò tutt’in un punto la curiosità, la maraviglia, l’entusiasmo, la gioia, e mi fece scattare in piedi, con un’ondata di sangue alla fronte.
  282. 282Corsi sul cassero, cercai all’orizzonte... Per qualche momento non vidi nulla. Poi, aguzzando lo sguardo, distinsi una striscia rossastra che si perdeva a destra e a sinistra in due lingue sottili, simile a una nuvola leggerissima che lambisse la faccia del mare.
  283. 283Ma poco tempo dopo, cessato il primo effetto dell’apparizione, come se fosse un’intesa, scoppiò a prua un’allegrezza smodata, un coro di canti e di fischi, e un gridìo di gente che s’affollava intorno all’osteria alzando i bicchieri e i bidoni, un bolli bolli da tutte le parti, da parere che in pochi minuti avessero tracannato delle brente di vin generoso. Tutti i belli umori diedero spettacolo. Il vecchio del castello centrale si mise a modulare i suoi gemiti imitativi, accoccolato in mezzo a un cerchio di gente che ridevano con la bocca da un orecchio all’altro; il contadino snasato rifaceva le facce delle donne atterrite dalla tempesta, provocando una tempesta d’applausi; poi sceso il saltimbanco capelluto dal castello di prua, con la sua faccia tetra, a far la ruota sopra coperta, fra due ali di donne in visibilio. E in un accesso di gioia l’ex portinaio dalla testa pelata, stracciato l’album famoso delle sudicerie, ne distribuì i fogli ai suoi compagni, i quali si sparsero tra la folla, formando altrettanti cerchi di curiosi sghignazzanti; di modo che di lì a poco non fu più che un solo accesso clamoroso di grassa ilarità pornografica che scosse tutte leo pance e squarciò tutte le bocche dalla cucina al macello, accompagnato da un chiasso assordante di suon di strumenti, di versi da briachi e di urlate, sul quale s’alzava di tanto in tanto il grido lungo e lamentevole del barbiere, latrante alla luna.
  284. 284Il sole intanto era andato sotto, diritto davanti a noi, di là dalla terra, e si vedeva un crepuscolo stupendo, bello quanto i più belli che avevamo visto sui tropici; spettacolo frequente in quella parte d’America, per effetto della grande quantità di vapori che s’alzano dalle acque del Plata e dei due fiumi enormi che lo formano; i quali vapori, accumulandosi in alto, quando l’aria è queta, si tingono di luce e la sfumano e la rifrangono con una forza di colori che vince ogni fantasia. Non appariva più all’orizzonte che una zona fiammeggiante, ma rotta in mille forme di cattedrali d’oro, di piramidi di rubini, di torri di ferro rovente e d’archi trionfali di bragia, che si sfasciavano lentamente, per dar luogo ad altre architetture più basse e più bizzarre, le quali finirono con presentare l’aspetto delle rovine ardenti d’una città sterminata, e poi d’una serie di giganteschi occhi sanguigni, che ci guardassero. E di sopra il cielo era oscuro, e il mare di sotto, nero. A quella vista, s’era rifatto il silenzio a prua, e gli emigranti guardavano, trasecolati, come se quello fosse un fenomeno arcano, proprio di quel paese. S’intravvidero alcuni isolotti: Lobos a sinistra, Gorriti a destra, poi l’isola di Flores, poi i fanali dei banchi d’Archimede. Il silenzio era così profondo a prua, che si sentiva distintamente lo strepito della macchina. Il piroscafo filava come una barca sur un lago.
  285. 285L’emigrante e i suoi vicini si voltarono a cercar l’altra riva, e non vedendo che la linea netta dell’orizzonte marino rimasero increduli. Ma navigavamo già di fatto nel Plata, la cui riva destra era a più di cento miglia da noi.
  286. 286Di lì a poco, in fatti, il piroscafo cominciò a rallentare il corso e l’anelito; poi parve appena che si movesse; e infine quel mostruoso cuore di ferro e di fuoco che da ventidue giorni batteva affannosamente, diede l’ultimo palpito, e il colosso s’arrestò, morto. A un fischio che suonò sul palco, le due áncore enormi si staccarono dai suoi fianchi, e caddero fragorosamente, trascinando con la rapidità del fulmine le loro grandi catene, che sollevaron scintille dai due occhi di ferro; il mare gorgogliò sul davanti; il piroscafo tremò, e ritacque. I suoi due giganteschi artigli avevano afferrato il fondo del fiume.
  287. 287Mi riscosse dalla meditazione il comandante, che mi passò accanto fregandosi le mani, — cosa insolita, — come se dentro alla sua testa irta d’orso marino pregodesse una notte beata. Fui tentato di ripetergli il suo ritornello: — Porcaie a bordo...
  288. 288Ma egli mi prevenne domandandomi col viso serio: — Che cosa faranno in casa sua a quest’ora?
  289. 289Ma il buon comandante, che era veramente contento, mi domandò ancora se, prima d’imbarcarmi, avessi pregato l’armatore di avvertire la famiglia appena ricevuto l’annunzio dell’arrivo.
  290. 290SUL RIO DE LA PLATA
  291. 291Dormire? Mentita speme. Come accade a tutti dopo una giornata d’agitazione alla quale si sappia che ne seguirà un’altra non meno agitata, i passeggieri non dormirono che quanto voleva irresistibilmente la stanchezza: verso le due dopo mezzanotte quasi tutti si svegliarono, e tra sospiri di signore, sbadigli virili e conversazioni sommesse, che in quel silenzio del bastimento immobile sonavano come un ronzio di tafani, non vi fu più quiete. Un’ora prima dell’alba si sentirono dei passi affrettati e la voce del medico, accorso per uno svenimento della signorina di Mestre, alla quale aveva dato un crollo lo sforzo fatto il dì innanzi per salir sul cassero e far la sua ultima visita a prua. Poi cominciò il piccolo brasiliano a strillare e la negra a cantar la sua nenia. E allora tutti saltaron giù dalle cuccette e si misero ad apparecchiare rumorosamente le proprie robe, chiacchierando senza riguardi. Quando allo spuntare del giorno, dopo essersi scanagliati per mezz’ora nei corridoi, il cameriere e le cameriere entrarono col caffè nei camerini, trovaron già i passeggieri in piedi, lavati e strigliati, con la mancia alla mano.
  292. 292Montevideo, lontana, non appariva che come una lunga striscia biancastra sopra la riva bruna, rilevata dalla parte d’occidente in un colle solitario, il Cerro, memore di Garibaldi: un paesaggio vasto e semplice, che aspettava il sole, in silenzio. Lontano fumavano dei vaporini che venivano verso di noi.
  293. 293di affetto e di diffidenza che quella gente m’aveva ispirati; ma che ora erano sopraffatti tutti quanti dal sentimento unico e profondo d’una pietà dolorosa e piena di tenerezza. E non finivan mai di passare, come se si fossero raddoppiati durante la notte. Ancora famiglie dietro famiglie, ragazzi dietro ragazzi, faccie di città e di campagna, dell’alta e della bassa Italia, figure di buona gente, di briganti, di infermi, d’asceti, di vecchi soldati, di mendichi, di ribelli, sempre più rapidamente correnti, come se gl’innalzasse il terrore di non arrivare in tempo in America a trovare la loro parte di terra e di pane. Oh l’interminabile miseranda sfilata! E l’immaginazione, come uno scherno, mi rappresentava ostinatamente, di là da quella miseria affannata, le baldorie patriottiche degli sfaccendati, dei benestanti o degli illusi, urlanti d’entusiasmo carnevalesco nelle piazze d’Italia imbandierate e splendenti. E provavo un senso d’umiliazione, che mi faceva sfuggire lo sguardo de’ miei compagni di viaggio stranieri, di cui mi giungevano all’orecchio come ingiurie al mio paese le esclamazioni affettate di compassione e di stupore. E intanto seguitavano a passar panni laceri, e canizie tristi, e donne sparute, e bimbi senza patria, e nudità, e vergogne e dolori. Lo spettacolo durò una
  294. 294mezz'ora, che mi parve eterna. Passò fra gli ultimi, lentamente, il frate dal viso di cera, colle mani infilate nelle maniche. Poi passò il drappello degli svizzeri col berretto rosso. E come Dio volle, fu finita.
  295. 295Ma qui un’altra scena pietosa m’aspettava. Un crocchio di vecchi, donne e uomini, circondavano il Commissario, chiedendogli protezione e consiglio, affannati, spaventati, con le labbra tremanti. Erano di quei sessagenari soli che non potevano sbarcare senza che un parente prossimo si presentasse all’arrivo a farsi mallevadore dei loro mezzi di sussistenza. Ora i parenti che aspettavano non s’erano fatti vedere, e naturalmente, perchè essi dovevano sbarcare a Buenos-Aires; ma confondendo in quel momento l’Uruguay con l’Argentina, e trovandosi soli, si credevano perduti. Che cosa sarebbe accaduto di loro? Non si può dire l’angoscia e l’avvilimento di quella povera gente, che dopo aver abbandonato l’Europa, si credevano respinti dall’America, come inutili carcasse umane, neanche più buone a ingrassare la terra, e già immaginavano un viaggio di ritorno disperato alla patria, dove non avevano più affetti, nè casa, nè pane. Il Commissario cercava di persuaderli, che non s’era nell’Argentina, ma nell’Uruguay, che i loro parenti si sarebbero presentati a Buenos-Aires, dall’altra parte di quel fiume che vedevano, che si rassicurassero, che s’angustiavano senza perchè. Ma quelli non intendevano ragione, erano come istupiditi dall’affanno, e parevano anche più miseri e più infelici in mezzo all’allegrezza chiassosa dei giovani che ogni momento li urtavano, passando, e gridavan loro nell’orecchio: — Allegri, vecchi! — Viva la repubblica! — Viva l’America! — Viva la Plata!
  296. 296Intanto altri vaporini s’erano avvicinati, ed uno toccava la scala reale. Tornai sul cassero a salutare i passeggieri di prima che scendevano, in mezzo a un tramestio di valigie, a uno scambio vivace di strette di mano e di buoni auguri. Ed ebbi allora una prova di più di quanto sia difficile il conoscer la gente per viaggio. Certi passeggieri, con cui avevo avuto per tutto quel tempo una dimestichezza quasi d’amico, se n’andavano senza dir crepa o salutando appena col cappello, come se m’avessero già dimenticato: altri coi quali non avevo mai scambiato una parola, si vennero ad accommiatare da me con una espansione affettuosa e sincera, che mi fece rimanere. E fra molti altri interveniva la stessa cosa. Il marsigliese fu cordiale: mi ripetè che amava l’Italia, perchè gli uomini come lui erano superiori agli odi dei governi, e che avrebbe fatto il possibile per conciliar gli animi degli italiani e dei francesi nell’Argentina. — Tachez d’en faire autant parmi vos compatriotes. Quant’à moi, on me connait dans les deux colonies. On sait — concluse con un gesto siolenne — que j’apporte la paix! Adieu. — L’agente di cambio si presentò a salutare gli sposi, i quali s’intimidirono, presentendo la frecciata del Parto. — Oramai — disse loro — non troveranno più alcuna difficoltà per la lingua in America, perchè... sia detto senza rimprovero, un gran bell’esercizio l’hanno fatto! — E quelli
  297. 297cui si sfogavano da lontano le sue furibonde passioncelle compresse. — Ah la piccola Maria di Neubourg — esclamò l’agente, — regina delle gatte morte! — Ma già il vaporino s’allontanava. Quasi tutti ci salutarono con la mano. La signora grassa mandò un bacio al Galileo con un gesto impetuoso. Osservai ancora una volta il mio povero vicino di camerino, seduto in disparte dal figliuolo e dalla madre, per il quale cominciava una nuova vita di angoscia e di torture. E colsi a volo un curioso saluto della signora svizzera, la quale, non sapendo a chi rivolgersi particolarmente dei molti amici che la guardavan dal cassero, abbracciò con un largo e dolce sguardo di gratitudine tutta la poppa del Galileo. E l’ultimo che notai fu il professore, seduto accanto a lei, con la schiena arrotondata, sorridente con gli occhi socchiusi e la lingua a un angolo della bocca, in aria di beffarsi della moglie, degli amanti, dell’Atlantico, del vecchio continente e del nuovo. Poi tutti i visi si confusero e si perdettero ai miei occhi per sempre.
  298. 298Ma nessuno, per delicatezza, volle scendere prima della signorina di Mestre, che si sapeva dover essere portata, e che ancora non s’era vista in coperta quella mattina. Il comandante, interrogato, scrollava il capo. Tutti stettero aspettando alla porta del salone, in due ali. Prima uscì il garibaldino che, pigliando per curiosità quell’aspettazione rispettosa, girò intorno uno sguardo sprezzante. Poi comparve la signorina, seduta sopra una seggiola a bracciuoli, portata da due marinai, e accanto la zia, con gli occhi rossi. La povera malata, vestita di nero, bianca come un cadavere, teneva la testa appoggiata sulla spalliera e le mani sulle ginocchia, come se non avesse più forza di moverle; ma nei suoi occhi che quasi non avevan più sguardo e sulla sua bocca da cui pareva che non uscisse più alito, errava ancora quel suo sorriso leggerissimo, d’una mestizia e d’una dolcezza infinita. Quando passò, tutti si scopersero, ed essa rispose con un movimento soave delle labbra, senza parola. I marinai si soffermarono vicino allo sportello della scala. Il comandante, tenendo il berretto in mano, la salutò, con quel laconismo secco con cui gli uomini burberi nascondono la commozione: — Buon viaggio,
  299. 299Il vaporino era già lontano, e la sua figura spiccava ancora distintissima a poppa, come un fior nero in mezzo a un mazzo di vari colori confusi. Quando non apparve più che una macchietta nera piccolissima, si vide qualche cosa di bianco moversi sopra di lei: era lo sventolìo d’un fazzoletto. — Era per lui. — Gli diede uno sguardo. Ah! era troppo! Neppure in quel momento si scoteva! Ma nell’atto che dicevo questo tra me, la sua fronte si contrasse, le sue labbra tremarono, il suo petto si gonfiò, e tutt’a un tratto un singhiozzo gli scoppiò dal cuore, uno solo, netto, profondo, violento, come il grido d’un uomo a cui tutta l'anima si sollevi come un cavallone dell’oceano. Poi si coprì il viso con le mani. Era il pianto finalmente! Era forse la bontà, l’amore, la patria, la pietà delle miserie umane, erano tutte le forti e dolci virtù della sua giovinezza generosa che rientravano impetuosamente nel suo largo petto di ferro per il vano che v’aveva aperto quella piccola mano di moribonda; era forse l’umanità che riafferrava il suo soldato, il quale le si rigettava sul seno dopo un lungo oblio, come a una madre, domandandole perdono, e promettendole di ricominciare ad amarla e a servirla come nei begli anni della fede e dell’entusiasmo. La visione era svanita, la creatura benefica sarebbe morta; ma forse quel suo ultimo sorriso, che non era più d’una creatura umana, gli avrebbe rischiarato il cammino fino al suo termine, e quello sventolio bianco sarebbe rimasto per sempre sull’orizzonte della sua vita, come l’insegna della sua redenzione.
  300. 300FINE.

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