
italiano Edição
Literatura
Le baruffe chiozzotte
Edição BooksWhale em italiano por Carlo Goldoni
Nel vivace mondo dei pescatori di Chioggia, pettegolezzi e gelosie trasformano una lite quotidiana in commedia corale.
- Prévia
- Amostra do texto preparado
- Formatos
- Leitor online, EPUB, PDF
- Acesso
- Claim da Biblioteca
Introdução do livro
Le baruffe chiozzotte
Goldoni ambienta la commedia tra le barche, le case e le piazze di Chioggia. Le voci si accavallano, i sospetti corrono e i piccoli conflitti sentimentali coinvolgono l’intera comunità, offrendo un ritratto teatrale pieno di ritmo della vita popolare lagunare.
Edição BooksWhale
Como esta edição foi preparada
Esta edição se baseia em um texto em domínio público e foi preparada pela BooksWhale para leitura digital.
Base de domínio público
Por que pode ser compartilhada
Commedia rappresentata e pubblicata nel XVIII secolo; Carlo Goldoni morì nel 1793. Il testo originale è di pubblico dominio nei principali mercati considerati. Controllare a parte eventuali note e adattamenti moderni.
Ler prévia
Amostra do texto preparado
Prévia selecionada do texto preparado.
Capítulo de préviaFull textLer prévia
Le baruffe chiozzotte
Carlo Goldoni
LE
BARUFFE CHIOZZOTTE.
COMMEDIA
DI TRE ATTI IN PROSA.
Indice
L'AUTORE
A CHI LEGGE [ 1 ] .
L termine Baruffa è lo stesso in linguaggio Chiozzotto Veneziano, e Toscano. Significa confusione, una mischia, un azzuffamento d’uomini, o di donne, che gridano, o si battono insieme. Queste baruffe sono comuni fra il popolo minuto, e abbondano a Chiozza più che altrove; poiché di sessanta mila abitanti di quel Paese [ 2 ] ve ne sono almeno cinquanta mila di estrazione povera e bassa, tutti per lo più Pescatori o gente di marina.
Chiozza è una bella e ricca Città venticinque miglia distante da Venezia, piantata anch’essa nelle Lagune e isolata, ma resa Penisola per via di un lunghissimo ponte di legno, che comunica colla Terraferma. Ha un Governatore con titolo di Podestà, ch’è sempre di una delle prime Case Patrizie della Repubblica di Venezia, a cui appartiene. Ha un Vescovo, colà trasportato dall’antica sede di Malamocco. Ha un Porto vastissimo, e comodo, e bene fortificato. Evvi il ceto nobile, il civile ed il mercantile. Vi sono delle persone di merito e di distinzione. Il Cavaliere della città ha il titolo di Cancelier Grande, ed ha il privilegio di portare la veste colle maniche lunghe e larghe, come i Procuratori di San Marco. Ella in somma è una Città rispettabile; e non intendo parlare in questa Commedia che della gente volgare, che forma, come diceva, i cinque sesti di quella vasta popolazione.
Il fondo del linguaggio di quella Città è veneziano; ma la gente bassa principalmente ha de’ termini particolari, ed una maniera di pronunziare assai differente. I Veneziani pronunziando i verbi dicono, per esempio, andar, star, vegnir (per venire ), voler ecc. ed i Chiozzotti dicono: andare, stare, vegnire, volere ecc. Pare perciò che pronunzino i verbi come i Toscani, terminandoli colla vocale senza troncarli; ma non è vero, poiché allungano talmente la finale, che diviene una caricatura. Io ho appreso un poco quel linguaggio e quella pronunzia nel tempo ch’io era colà impiegato nell’uffizio di Coadiutore del Cancelliere Criminale, come accennai nella prefazione del Tomo Ottavo [ 3 ] di questa edizione, ed ho fatto una fatica grandissima ad instruire i miei Comici, affine di ridurli ad imitare la cantilena e l'appoggiatura delle finali, terminando i verbi, per così dire, con tre o quattro e, come se dicessero andareeee, sentireeee, stareeee ecc. Quando [ 4 ] il verbo è sdrucciolo, come ridere, perdere, frìgere ecc., [ 5 ] : rider, perder, friger ecc. ed i Chiozzotti, che non potrebbero pronunziare, come negli altri verbi, ridereeee, perdereeee, frigereeee, perchè ciò sarebbe troppo duro anche alle loro orecchie, troncano la parola ancora di più, e dicono: ride, perde, frize ecc. Ma io non intendo qui voler dare una grammatica chiozzotta: accenno qualche cosa della differenza che passa fra questa pronunzia e la veneziana, perchè ciò ha formato nella rappresentazione una parte di quel giocoso, che ha fatto piacer moltissimo la Commedia. Il personaggio principalmente di Padron Vicenzo [ 6 ] è stato de’ più gustati. È un uomo grossolano, parla presto, e non dice la metà delle parole, di maniera che gli stessi suoi compatrioti lo capiscono con difficoltà. Come mai sarà egli compreso dai Leggitori? E come potrà mettersi in chiaro colle note in pié di pagina quel che dice e quel che intende di dire? La cosa è un poco difficile. I Veneziani capiranno un poco più; gli esteri, o indovineranno, o avranno pazienza. Io non ho voluto cambiar niente né in questo, né in altri Personaggi; poiché credo e sostengo, che sia un merito della Commedia l’esatta imitazione della natura. Diranno forse taluni, che gli Autori Comici devono bensì imitar la natura; ma la bella natura, e non la bassa e la difettosa, lo dico all’incontro, che tutto è suscettibile di commedia, fuorché i difetti che rattristano, ed i vizj che offendono. Un uomo che parla presto, e mangia le parole parlando, ha un difetto ridicolo, che diviene comico, quando è adoperato con parsimonia, come il balbuziente e il tartaglia. Lo stesso non sarebbe d’un zoppo, d’un cieco, d’un paralitico: questi sono difetti ch’esigono compassione, e non si deggiono esporre sulla scena, se non se il carattere particolare della persona difettosa valesse a render giocoso il suo difetto medesimo.
Capítulo de préviaATTO PRIMO.Prévia
SCENA PRIMA.
Strada con varie casupole.
Pasqua e Lucietta da una parte. Libera, Orsetta e Checca dall’altra. Tutte a sedere sopra seggiole di paglia, lavorando merletti sui loro cuscini posti ne’ loro scagnetti.
Lucietta . Creature, cossa diseu de sto tempo?
Orsetta . Che ordene [ a ] xelo?
Lucietta . Mi no so, varè [ b ] . Oe, cugnà [ c ] , che ordene xelo? (a Pasqua)
Pasqua . No ti senti che boccon de sirocco?
Orsetta . Xelo bon da vegnire de sottovento [ d ] ?
Pasqua . Sì ben, sì ben. Se i vien i nostri omeni, i gh’ha el vento in poppe.
Libera . Ancuo o doman i doverave vegnire.
Checca . Oh! bisogna donca che spessega [ e ] a laorare: avanti che i vegna, lo vorave fenire sto merlo.
Lucietta . Di’, Checca: quanto te n’amanca a fenire?
Checca . Oh! me n’amanca un brazzo.
Libera . Ti laori molto puoco, fia mia. (a Checca)
Checca . Oh! quanto xe che gh’ho sto merlo su sto balon [ f ] ?
Libera . Una settemana.
Checca . Ben [ g ] ! una settemana?
Libera . Destrìghete [ h ] , se ti vuol la carpetta [ i ] .
Lucietta . Oe, Checca, che carpetta te fastu?
Checca . Una carpetta niova de caliman. [ 1 ]
Lucietta . Dasseno? Te mettistu in donzelon [ j ] .?
Checca . In donzelon? No so miga cossa che voggia dire.
Orsetta . Oh che pandola [ k ] ! No ti sa che co una putta xe granda, se ghe fa el donzelon; e che co la gh’ha el donzelon, xe segno che i soi [ l ] i la vuol maridare?
Checca . Oe, sorella! (a Libera)
Libera . Fia mia.
Checca . Me voleu maridare?
Libera . Aspetta che vegna mio mario.
Checca . Donna Pasqua, mio cugnà Fortunato no xelo andà a pescare co paron Toni?
Pasqua . Sì, no lo sastu che el xe in tartana col mio paron [ m ] e co Beppe [ 2 ] so fradelo?
Checca . No ghe xe anca Titta Nane co lori?
Lucietta . Si ben: cossa voressistu dir? Cossa pretenderavistu da Titta Nane? (a Checca)
Checca . Mi? gnente.
Lucietta . No ti sa che xe do anni che mi ghe parlo [ 3 ] ? E che col vien in terra, el m’ha promesso de darme el segno?
Checca . (Malignaza culìa! La i vol tutti per ela!)
Orsetta . Via, via, Lucietta, no star a bacilare [ n ] . Avanti che Checca mia sorella se maride, m’ho da maridare mi, m’ho da maridare [ o ] . Co vegnirà in terra Beppe to fradelo, el me sposerà mi, e se Titta Nane vorrà, ti te poderà sposare anca ti. Per mia sorela, gh’è tempo.
Checca . Oh! vu, siora, no voressi mai che me maridasse. (a Orsetta)
Libera . Tasi là; tendi al to laoriere.
Checca . Se fusse viva mia donna mare [ p ] ...
Libera . Tasi, che te trago el balon in coste [ q ] .
Checca . (Sì, sì, me voggio maridare, se credesse de aver da tiore un de quei squartai [ r ] che va a granzi [ s ] ).
SCENA II.
Toffolo e suddette, poi Canocchia.
Lucietta . Oe, bondì, Toffolo.
Toffolo . Bondì, Lucietta.
Orsetta . Sior mamara [ t ] , cossa sèmio nualtre?
Toffolo . Se averè pazenzia, ve saluderò anca vualtre.
Checca . (Anca Toffolo me piaserave [ u ] ).
Pasqua . Coss’è, putto? No laorè ancuó [ v ] ?
Toffolo . Ho laorà fin adesso. So sta col battello sotto marina [ w ] a cargar dei fenochi [ 4 ] : i ho portai a Brondolo [ x ] al corrier de Ferrara, e ho chiappà [ y ] la zornada.
Lucietta . Ne pagheu gnente?
Toffolo . Sì ben; comande.
Checca . (Uh! senti che sfazzada [ z ] ?) (ad Orsetta)
Toffolo . Aspettè. Oe! zucche barucche [ aa ] . (chiama
Canocchia . (Con una tavola con sopra vari pezzi di zucca gialla cotta) Comande, paron.
Toffolo . Lassè veder.
Canocchia . Adesso: varè, la xe vegnua fora de forno [ 5 ] .
Toffolo . Voleu, Lucietta? (le offerisce un pezzo di zucca)
Lucietta . Sì ben, dè qua.
Toffolo . E vu, donna Pasqua, voleu?
Pasqua . De diana! la me piase tanto la zucca barucca! Dèmene un pezzo.
Toffolo . Tolè. No la magnè, Lucietta?
Lucietta . La scotta. Aspetto che la se giazze.
Checca . Oe! bara [ ab ] Canocchia.
Canocchia . Son qua.
Capítulo de préviaATTO SECONDO.Prévia
SCENA PRIMA.
Cancelleria criminale.
Isidoro al tavolino scrivendo, poi Toffolo, poi il Comandadore.
Isidoro . (Sta scrivendo.)
Toffolo . Lustrissimo siò canciliere.
Isidoro . Mi no son el cancellier; son el cogitor [ 1 ] .
Toffolo . Lustrissimo siò cogitore.
Isidoro . Cossa vustu?
Toffolo . L’abbia da savere che un baron, lustrissimo, m’ha fatto impazzo [ a ] , e el m’ha manazao col cortelo, e el me voleva dare, e po dopo xe vegnù un’altra canaggia, lustrissimo..)
Isidoro . Siestu maledetto! Lassa star quel lustrissimo.
Toffolo . Mo no, siò cogitore, la me staga a sentire, e cussì, comuodo [ b ] ch’a ghe diseva, mi no ghe fazzo gnente, e i m’ha dito che i me vuol amazzare.
Isidoro . Vien qua; aspetta. (prende un foglio per scrivere)
Toffolo . So qua, lustrissimo. (Maledii! I me la gh’ha da pagare.).
Isidoro . Chi estu ti?
Toffolo . So battelante, lustrissimo.
Isidoro . Cossa gh’astu nome?
Toffolo . Toffolo.
Isidoro . El cognome?
Toffolo . Zavatta.
Isidoro . Ah! no ti xe scarpa [ c ] , ti xe zavatta [ 2 ] .
Toffolo . Zavatta, lustrissimo.
Isidoro . Da dove xestu?
Toffolo . So chiozzotto, da Chiozza.
Isidoro . Astu padre?
Toffolo . Mio pare, lustrissimo, el xe morto in mare.
Isidoro . Cossa gh’avevelo nome?
Toffolo . Toni Zavatta, Baracucco [ d ] .
Isidoro . E ti gh’astu nissun soranome?
Toffolo . Mi no, lustrissimo.
Isidoro . Xe impossibile che no ti gh’abbi anca ti el to soranome.
Toffolo . Che soranome vuorla [ 3 ] che gh’abbia?
Isidoro . Dime, caro ti: no xestu sta ancora, me par, in cancelleria?
Toffolo . Siò sì, una volta me son vegnù a esaminare.
Isidoro . Me par, se no m’inganno, d’averte fatto citar col nome de Toffolo Marmottina.
Toffolo . Mi so Zavatta, no so Marmottina. Chi m’ha messo sto nome, xe stao una carogna, lustrissimo.
Isidoro . Debotto te dago un lustrissimo sulla coppa.
Toffolo . L’abbia la bontà de compatire.
Isidoro . Chi xe quei che t’ha manazzà?
Toffolo . Paron Toni Canestro, e so fradelo, Beppe Cospettoni [ e ] ; e po dopo Titta Nane Moletto [ f ] .
Isidoro . Gh’aveveli arme?
Toffolo . Mare de diana se i ghe n’aveva! Beppe Cospettoni gh’aveva un cortelo da pescaore. Paron Toni xe vegnuo fuora con un spadon da taggiare la testa al toro [ 4 ] , e Titta Nane gh’aveva una sguèa [ 5 ] de quelle che i tien sotto poppe in tartana.
Isidoro . T’hai dà? T’hai ferìo?
Toffolo . Made. I m’ha fatto paura.
Isidoro . Per cossa t’hai manazzà? Per cossa te voleveli dar?
Toffolo . Per gnente.
Isidoro . Aveu crià? Ghe xe sta parole?
Toffolo . Mi no gh’ho dito gnente.
Isidoro . Xestu scampà? T’astu defeso? Come xela fenìa?
Toffolo . Mi so sta là... cussì... Fradei, digo, se me volè mazzare, mazzème, digo.
Isidoro . Ma come xela fenìa?
Toffolo . Xe arrivao delle buone creature, e i li ha fatti desmettere, e i m’ha salvao la vita.
Isidoro . Chi xe sta ste creature?
Toffolo . Paron Fortunato Cavicchio, e so muggiere donna Libera Galozzo, e so cugnà Orsetta Meggiotto, e un’altra so cugnà Checca Pumetta.
Isidoro . (Sì sì, le cognosso tutte custìe. Checca tra le altre xe un bon tocchetto [ g ] ). (scrive) Ghe giera altri presenti?
Toffolo . Ghe giera donna Pasqua Fersora e Lucietta Panchiana.
Isidoro . (Oh! anca queste so chi le xe). (scrive) Gh’astu altro da dir?
Toffolo . Mi no, lustrissimo.
Isidoro . Fastu nissuna istanza alla giustizia?
Toffolo . De cossa?
Isidoro . Domandistu che i sia condannai in gnente?
Toffolo . Lustrissimo sì.
Isidoro . In cossa?
Toffolo . In galìa, lustrissimo.
Isidoro . Ti sulle forche, pezzo de aseno.
Toffolo . Mi, sior? Per cossa?
Isidoro . Via, via, pampalugo [ h ] . Basta cussì, ho inteso tutto, (scrive in un piccolo foglio.)
Toffolo . (No vorave che i me vegnisse anca lori a querelare, perchè gh’ho tratto delle pierae [ 6 ] . Ma che i vegna pure; mi so sta el primo a vegnire, e chi è 'l primo, porta via la bandiera [ 7 ] ). (da sè)
Isidoro . (Suona il campanello.)
Sumário
Nesta edição
- 01Full text
- 02ATTO PRIMO.
- 03ATTO SECONDO.
- 04ATTO TERZO.
Disponibilidade de idiomas
Outros idiomas
Outras edições de idioma ainda não foram publicadas. Elas aparecerão aqui quando disponíveis.
Solicitar outro idioma