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História
Le mie prigioni
Edição BooksWhale em italiano por Silvio Pellico
Una memoria carceraria italiana su fede, sofferenza, dignità e prigionia politica.
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Introdução do livro
Le mie prigioni
Le mie prigioni racconta l’arresto, il processo e la lunga detenzione di Silvio Pellico. Il libro unisce testimonianza storica, introspezione morale e memoria del Risorgimento italiano.
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Silvio Pellico morì nel 1854 e Le mie prigioni fu pubblicato nel 1832; queste date sostengono la base di pubblico dominio di questa edizione italiana.
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Le mie prigioni
Silvio Pellico
Capítulo de préviaIntroduzionePrévia
Ho io scritto queste Memorie per vanità di parlar di me? Bramo che ciò non sia, e per quanto uno possa di sè giudice costituirsi, parmi d’avere avuto alcune mire migliori: — quella di contribuire a confortare qualche infelice coll’esponimento de’ mali che patii e delle consolazioni ch’esperimentai essere conseguibili nelle somme sventure; — quella d’attestare che in mezzo a’ miei lunghi tormenti non trovai pur l’umanità così iniqua, così indegna d’indulgenza, così scarsa d’egregie anime, come suol venire rappresentata; — quella d’invitare i cuori nobili ad amare assai, a non odiare alcun mortale, ad odiar solo irreconciliabilmente le basse finzioni, la pusillanimità, la perfidia, ogni morale degradamento; — quella di ridire una verità già notissima, ma spesso dimenticata: la Religione e la Filosofia comandare l’una e l’altra energico volere e giudizio pacato, e senza queste unite condizioni non esservi nè giustizia, nè dignità, nè principii securi.
Capítulo de préviaCapo PrimoPrévia
Il venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano, e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si fece un lungo interrogatorio per tutto quel giorno e per altri ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, lascio la politica ov’ella sta, e parlo d’altro.
Alle nove della sera di quel povero venerdì, l’attuario mi consegnò al custode, e questi, condottomi nella stanza a me destinata, si fece da me rimettere con gentile invito, per restituirmeli a tempo debito, orologio, denaro, e ogni altra cosa ch’io avessi in tasca, e m’augurò rispettosamente la buona notte.
― Fermatevi, caro voi, gli dissi; oggi non ho pranzato; fatemi portare qualche cosa.
― Subito, la locanda è qui vicina; e sentirà, signore, che buon vino!
― Vino, non ne bevo.
A questa risposta, il signor Angiolino mi guardò spaventato, e sperando ch’io scherzassi: I custodi di carceri che tengono bettola, inorridiscono d’un prigioniero astemio.
― Non ne bevo, davvero.
― M’incresce per lei; patirà al doppio la solitudine....
E vedendo ch’io non mutava proposito, uscì; ed in meno di mezz’ora ebbi il pranzo. Mangiai pochi bocconi, tracannai un bicchier d’acqua, e fui lasciato solo.
La stanza era a pian terreno, e metteva sul cortile. Carceri di qua, carceri di là, carceri di sopra, carceri dirimpetto. M’appoggiai alla finestra, e stetti qualche tempo ad ascoltare l’andare e venire de’ carcerieri, ed il frenetico canto di parecchi de’ rinchiusi.
Pensava: ― Un secolo fa, questo era un monastero: avrebbero mai le sante e penitenti vergini che lo abitavano, immaginato che le loro celle suonerebbero oggi, non più di femminei gemiti e d’inni divoti, ma di bestemmie e di canzoni invereconde, e che conterrebbero uomini d’ogni fatta, e per lo più destinati agli ergastoli o alle forche? E fra un secolo, chi respirerà in queste celle? Oh fugacità del tempo! oh mobilità perpetua delle cose! Può chi vi considera affliggersi, se fortune cessò di sorridergli, se vien sepolto in prigione, se gli si minaccia il patibolo? Jeri, io era uno de’ più felici mortali del mondo: oggi non ho più alcuna delle dolcezze che confortavano la mia vita; non più libertà, non più consorzio d’amici, non più speranze! No; il lusingarsi sarebbe follia. Di qui non uscirò se non per essere gettato ne’ più orribili covili, o consegnato al carnefice! Ebbene, il giorno dopo la mia morte, sarà come s’io fossi spirato in un palazzo, e portato alla sepoltura co’ più grandi onori. ―
Così il riflettere alla fugacità del tempo m’invigoriva l’animo. Ma mi ricorsero alla mente il padre, la madre, due fratelli, due sorelle, un’altra famiglia ch’io amava quasi fosse la mia; ed i ragionamenti filosofici nulla più valsero. M’intenerii, e piansi come un fanciullo.
Sumário
Nesta edição
- 01Full text
- 02Introduzione
- 03Capo Primo
- 04Capo II
- 05Capo III
- 06Capo IV
- 07Capo V
- 08Capo VI
- 09Capo VII
- 10Capo VIII
- 11Capo IX
- 12Capo X
- 13Capo XI
- 14Capo XII
- 15Capo XIII
- 16Capo XIV
- 17Capo XV
- 18Capo XVI
- 19Capo XVII
- 20Capo XVIII
- 21Capo XIX
- 22Capo XX
- 23Capo XXI
- 24Capo XXII
- 25Capo XXIII
- 26Capo XXIV
- 27Capo XXV
- 28Capo XXVI
- 29Capo XXVII
- 30Capo XXVIII
- 31Capo XXIX
- 32Capo XXX
- 33Capo XXXI
- 34Capo XXXII
- 35Capo XXXIII
- 36Capo XXXIV
- 37Capo XXXV
- 38Capo XXXVI
- 39Capo XXXVII
- 40Capo XXXVIII
- 41Capo XXXIX
- 42Capo XL
- 43Capo XLI
- 44Capo XLII
- 45Capo XLIII
- 46Capo XLIV
- 47Capo XLV
- 48Capo XLVI
- 49Capo XLVII
- 50Capo XLVIII
- 51Capo XLIX
- 52Capo L
- 53Capo LI
- 54Capo LII
- 55Capo LIII
- 56Capo LIV
- 57Capo LV
- 58Capo LVI
- 59Capo LVII
- 60Capo LVIII
- 61Capo LIX
- 62Capo LX
- 63Capo LXI
- 64Capo LXII
- 65Capo LXIII
- 66Capo LXIV
- 67Capo LXV
- 68Capo LXVI
- 69Capo LXVII
- 70Capo LXVIII
- 71Capo LXIX
- 72Capo LXX
- 73Capo LXXI
- 74Capo LXXII
- 75Capo LXXIII
- 76Capo LXXIV
- 77Capo LXXV
- 78Capo LXXVI
- 79Capo LXXVII
- 80Capo LXXVIII
- 81Capo LXXIX
- 82Capo LXXX
- 83Capo LXXXI
- 84Capo LXXXII
- 85Capo LXXXIII
- 86Capo LXXXIV
- 87Capo LXXXV
- 88Capo LXXXVI
- 89Capo LXXXVII
- 90Capo LXXXVIII
- 91Capo LXXXIX
- 92Capo XC
- 93Capo XCI
- 94Capo XCII
- 95Capo XCIII
- 96Capo XCIV
- 97Capo XCV
- 98Capo XCVI
- 99Capo XCVII
- 100Capo XCVIII
- 101Capo XCIX
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