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Sei racconti di una vita fluttuante

意大利语 BooksWhale 版本 · 沈复

原题: 浮生六记

Una versione italiana del memoir cinese su amore coniugale, vita quotidiana, viaggi e memoria.

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Sei racconti di una vita fluttuante

Sei racconti di una vita fluttuante presenta in italiano il memoir di Shen Fu: l’amore per Yun, la casa, i viaggi, il gusto estetico, la precarietà economica e la memoria intima della Cina Qing. Una prosa quieta, personale e profondamente moderna.

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此版本为 BooksWhale 整理的 AI 辅助、人类复核译本,已从可读性、排版和一致性方面进行检查。

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Shen Fu morì nel XIX secolo e il testo cinese originale risale alla tradizione Qing. Questa edizione italiana è una traduzione assistita da IA e rivista umanamente preparata da BooksWhale.

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Sei racconti di vita fluttuante

Vol. I — Memorie di gioie nella camera nuziale Sono nato il ventiduesimo giorno dell’undicesimo mese d’inverno dell’anno guìwèi del regno di Qianlong (1763), proprio in un’epoca di pace e prosperità; inoltre appartenevo a una famiglia di letterati e funzionari e abitavo presso il Padiglione Canglang, a Suzhou. Il favore che il Cielo mi aveva concesso si può dire davvero completo e generoso.

Su Dongpo scrisse in una poesia: «Gli eventi sono come sogni di primavera, svaniscono senza lasciare traccia». Se non li registrassi con la scrittura, tradirei forse la benevolenza che il Cielo mi ha riservato. Pensando che il Libro delle Odi comincia con il canto Guan ju, ho posto anch’io all’inizio le vicende d’amore coniugale. Il resto sarà narrato secondo l’ordine degli eventi. Ciò che mi inquieta è che da giovane studiai poco e con scarso impegno, e conosco pochi caratteri: non faccio altro che registrare i fatti reali di allora. Se si volesse per forza esaminare la retorica e la struttura del testo, sarebbe come rimproverare a uno specchio macchiato di non essere abbastanza luminoso.

Nella mia infanzia fui promesso in matrimonio a una ragazza della famiglia Yu di Jinsha, ma ella morì prematuramente all’età di otto anni.

Così presi in moglie una giovane della famiglia Chen. Il suo nome era Yun, il suo nome di cortesia Shuzhen; era figlia di mio zio materno, il signor Xinyu. Fin dalla nascita era dotata di intelligenza e grazia spirituale. Quando stava appena imparando a parlare, le si lesse il lungo poema Il canto del liuto, e ben presto fu in grado di recitarlo a memoria. Peccato che, quando aveva quattro anni, suo padre morì. In casa rimasero soltanto la madre, signora Jin, e il fratello minore Kechang; la famiglia era povera fino all’estremo. Crescendo, Yun divenne abile nel ricamo, nella tessitura e nella tintura; i tre membri della famiglia vivevano interamente del lavoro delle sue mani. Persino quando Kechang andava a scuola, il compenso per il maestro non mancò mai.

Un giorno, rovistando in una cesta di libri, trovò Il canto del liuto; riconoscendo i caratteri uno a uno, imparò così a leggere. Nei momenti liberi dal ricamo, imparò poco a poco anche a comporre versi, e scrisse belle frasi come: «L’autunno invade l’ombra dell’uomo, rendendola sottile; la brina tinge i crisantemi, facendoli pingui».

Quando avevo tredici anni, accompagnai mia madre a far visita alla sua famiglia d’origine. Ebbi modo di stare con lei in armonia e di leggere le sue poesie. Pur ammirando stupito il suo talento elegante e delicato, temevo anche che avesse poca fortuna e vita breve; tuttavia il mio cuore era tutto preso da lei e non riuscivo a distaccarmene. Dissi allora a mia madre: «Se dovessi scegliere una moglie, se non fosse la sorella Shuzhen, preferirei non sposarmi».

Anche mia madre amava la sua dolcezza e mansuetudine; si tolse quindi un anello d’oro e glielo diede, stringendo così il fidanzamento. Quel giorno era il sedicesimo del settimo mese dell’anno yǐwèi del regno di Qianlong (1775).

Nell’inverno di quello stesso anno, una sua cugina si sposò, e io accompagnai di nuovo mia madre. Yun aveva la mia stessa età, ma era maggiore di me di dieci mesi; fin dall’infanzia ci eravamo chiamati sorella e fratello, perciò continuavo a chiamarla sorella Shu.

In quel tempo tutta la sala era piena di persone vestite con abiti nuovi e vivaci; soltanto Yun portava vesti semplici ed eleganti, avendo cambiato solo un paio di scarpe nuove. Vidi che le sue scarpe erano ricamate con grande finezza; domandai e seppi che le aveva fatte lei stessa, e allora compresi che la sua intelligenza non si manifestava soltanto nel pennello e nell’inchiostro. Aveva una figura bella e leggiadra, spalle sottili, collo lungo, magra ma non ossuta, sopracciglia arcuate e occhi eleganti; nei suoi due occhi lo sguardo si muoveva pieno di vita. Solo due denti sporgevano appena, e forse il suo aspetto non poteva dirsi perfetto. Ma quella sua grazia tenera e languida commuoveva irresistibilmente il cuore.

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Io risposi: «Il rispetto sta nel cuore, non in queste forme vuote».

Yun disse: «Non vi sono persone più vicine dei genitori. Si può forse rispettarli nel cuore e comportarsi in modo sfrontato?»

Io dissi: «Quello che ho detto prima era uno scherzo».

Yun disse: «Nel mondo, molti dissapori nascono proprio dagli scherzi. In futuro non accusarmi ingiustamente, altrimenti qualcuno potrebbe morirne di malinconia».

Allora la presi fra le braccia e la consolai a lungo, finché non sorrise. Da allora, espressioni come «come oserei» e «perdonami» finirono per diventare semplici particelle del nostro parlare.

Noi coniugi, come gli antichi Liang Hong e Meng Guang, ci rispettammo e amammo, vivendo insieme per ventitré anni; più passava il tempo, più profondo diventava l’affetto. Dentro casa, se ci incontravamo nella stanza interna o ci incrociavamo su un sentiero, immancabilmente ci prendevamo la mano e ci chiedevamo: «Dove vai?» Eravamo entrambi cauti e timorosi, quasi avessimo paura che altri ci vedessero. In realtà, quando camminavamo e sedevamo insieme, all’inizio evitavamo gli altri; col tempo, però, non ci facemmo più caso.

Talvolta Yun sedeva e conversava con altri; vedendomi arrivare, si alzava sempre e si spostava di lato, lasciandomi sedere accanto a lei. Nessuno dei due aveva mai pensato al perché lo facesse. All’inizio ne provavamo un po’ di vergogna; poi divenne una cosa del tutto naturale.

Mi stupisce che certe coppie anziane si trattino come nemici, e non so quale ne sia la ragione. Qualcuno dice: «Se non fosse così, come potrebbero invecchiare insieme fino ai capelli bianchi?»

Questa frase ha davvero senso?

Il Qixi di quell’anno, Yun dispose incenso, candele, meloni e frutta, e insieme a me rese omaggio alla Tessitrice nel padiglione Woqu.

Avevo inciso due sigilli con le parole: «Possiamo nascere come marito e moglie in vita dopo vita». Io tenevo quello in caratteri rossi, Yun quello in caratteri bianchi, e li usavamo per la nostra corrispondenza. La notte del Qixi il chiarore lunare era splendido; guardando giù nel fiume, le onde luccicavano come nastri di seta. Yun teneva in mano un leggero ventaglio di seta sottile e sedeva con me presso la finestra affacciata sull’acqua. Alzando il volto, vedevamo le nuvole attraversare il cielo e mutare in mille forme.

Yun disse: «L’universo è così vasto, e sotto il cielo c’è la stessa luna. Chissà se oggi nel mondo vi siano persone che, come noi due, abbiano un simile gusto e una simile disposizione d’animo».

Io dissi: «Rinfrescarsi all’aperto e ammirare la luna avviene dappertutto. Se si tratta di apprezzare e discutere la bellezza delle nuvole e delle luci del tramonto, forse, cercando nei ginecei e nelle stanze ricamate, non mancheranno molte persone capaci di coglierla con cuore sottile. Ma se marito e moglie ammirano la luna nello stesso momento, temo che ciò che gustano e discutono non siano le nuvole e le luci».

Dopo poco le candele si consumarono, la luna si nascose; togliemmo allora meloni e frutta e tornammo a riposare.

Il quindicesimo giorno del settimo mese, notte di luna piena, comunemente detta “Festa dei fantasmi”, Yun preparò vino e vivande con l’intenzione di invitare la luna a bere con noi.

Quella notte, all’improvviso, nuvole scure si addensarono e il cielo si fece cupo. Yun, con le sopracciglia contratte e l’espressione seria, disse: «Se potrò invecchiare con te fino ai capelli bianchi, la luna uscirà». Anch’io, per questo, persi ogni entusiasmo. Sulla riva opposta si vedevano soltanto le lucciole accendersi e spegnersi, intrecciate fra gli argini di salici e gli isolotti di persicaria.

Io e Yun giocammo a comporre versi alternati per dissipare l’oppressione nel petto. Ma dopo due rime, i versi divennero sempre più sregolati; la fantasia correva senza freno e dicevamo parole a caso. Yun aveva già saliva e lacrime che le scorrevano insieme, e rise fino a crollare fra le mie braccia, quasi incapace di parlare. Sentii il profumo intenso del gelsomino fra le sue tempie invadermi le narici; allora le battei leggermente la schiena e, con altre parole, cercai di calmarla: «Penso che gli antichi usassero il gelsomino come ornamento per le tempie perché la sua forma e il suo colore somigliano alle perle. Ma non sapevano che questo fiore deve impregnarsi dell’odore dei capelli oliati e dei volti incipriati perché il suo profumo diventi ancora più vicino e seducente. Perfino il cedro mano di Buddha usato come frutto d’offerta deve allora farsi da parte di molte spanne».

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Yun disse: «Che cosa c’è di difficile? Quando i miei capelli saranno brizzolati, anche se non potremo viaggiare lontano fino alle Cinque Montagne sacre, potremo comunque visitare insieme, qui vicino, Huqiu e il monte Lingyan, a sud il Lago Occidentale, a nord Yangzhou».

Io dissi: «Temo che quando avrai i capelli brizzolati, anche le tue gambe non saranno più tanto comode».

Yun disse: «Se in questa vita non si può, allora facciamo voto per la prossima».

Io dissi: «Nella prossima vita tu sarai uomo, e io sarò donna e ti seguirò».

Yun disse: «Solo se non dimenticheremo questa vita vi sarà ancora più gusto e sentimento».

Io dissi: «La scodella di pappa dell’infanzia non l’abbiamo ancora finita di raccontare fino a oggi. Se nella prossima vita non dimenticheremo questa, la notte di nozze parleremo con cura della vita precedente, e allora non chiuderemo occhio ancora di più».

Yun disse: «Nel mondo si tramanda che il Vecchio sotto la Luna governi i matrimoni degli uomini. In questa vita tu e io siamo diventati marito e moglie, e già dobbiamo essergli grati per il filo che ci ha uniti; anche il nostro legame nella prossima vita dovrà affidarsi alla sua potenza divina. Perché non dipingere un suo piccolo ritratto e offrirgli sacrifici?»

Allora vi era un uomo di Tiaoxi, nello Zhejiang, di nome Qi Liudi, nome personale Zun, abile nel dipingere figure. Gli chiedemmo dunque di dipingerne una. Nel dipinto il Vecchio sotto la Luna teneva in una mano un filo rosso di seta e con l’altra si appoggiava a un bastone, al quale era appeso il libro dei matrimoni; aveva capelli bianchi e volto di fanciullo, e camminava in un’aura immortale che non era né fumo né nebbia. Questo dipinto fu una delle opere di cui Qi Liudi andava più fiero. Il mio amico Shi Zhuotang scrisse inoltre un elogio all’inizio del rotolo. Io lo appesi nella stanza interna. Ogni inizio e fine mese, noi due coniugi bruciavamo incenso, ci prostravamo e pregavamo. In seguito, fra molti mutamenti familiari, anche quel dipinto finì per perdersi chissà dove. «Non si sa della prossima vita, e questa vita è finita.» Due persone innamorate fino alla stoltezza possono davvero ottenere la protezione degli spiriti?

Dopo il trasferimento in Cangmi Lane, scrissi sull’insegna della stanza superiore le parole “Padiglione del profumo ospite”, prendendo ispirazione dal nome di Yun e dal significato di rispettarsi come ospiti. Il cortile era stretto e i muri alti, senza molto paesaggio; dietro vi era una stanza superiore laterale che conduceva al luogo dove tenevamo i libri. Aprendo la finestra si vedevano le rovine del giardino della famiglia Lu, ma vi era un’aria alquanto desolata e malinconica. Le vedute del Padiglione Canglang restavano sempre avvolte nel cuore di Yun.

Una vecchia abitava a est del ponte Jinmu, a nord di Geng Lane; tutt’intorno alla casa vi erano orti, e la porta era fatta di siepi intrecciate. Fuori dalla porta vi era uno stagno di circa un mu; luci di fiori e ombre d’alberi si disponevano irregolarmente intorno alla siepe. Quel luogo era proprio il sito dell’antica residenza reale di Zhang Shicheng alla fine della dinastia Yuan. Non lontano a ovest della casa vi era un monticello formato da macerie; salendovi in cima si poteva guardare lontano. I dintorni erano ampi e poco abitati, con un certo gusto campestre.

Una volta la vecchia parlò di quel luogo. Yun ne rimase incantata e non riuscì a dimenticarlo; mi disse: «Da quando abbiamo lasciato il Padiglione Canglang, spesso vi torno in sogno. Oggi, non potendo fare altrimenti, scegliamo un luogo appena inferiore. Andiamo ad abitare dalla vecchia?»

Io dissi: «Negli ultimi giorni il caldo autunnale è stato bruciante, e stavo proprio pensando di trovare un luogo fresco per passare il tempo. Se desideri andarci, prima vedrò se la sua casa può essere abitata. Se sì, porteremo i bagagli e vi resteremo un mese: che ne dici?»

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