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Italian Edition

Literature

Arcadia

Italian BooksWhale Edition by Jacopo Sannazaro

Un prosimetro pastorale tra poesia e prosa, paesaggio idealizzato, malinconia amorosa e classicismo rinascimentale.

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Book introduction

Arcadia

Arcadia di Jacopo Sannazaro unisce prosa e versi in un mondo pastorale abitato da pastori-poeti, canti, lutti e desideri. Il libro fonde modelli classici e sensibilità rinascimentale, diventando un’opera decisiva per la tradizione pastorale europea e per la lingua letteraria italiana.

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Jacopo Sannazaro morì nel 1530 e Arcadia fu pubblicata nel 1504. Queste date sostengono il dominio pubblico di questa edizione italiana.

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Arcadia

Preview chapterprosa primaPreview

Giace nella sommità di Partenio, non umile monte della pastorale Arcadia, un dilettevole piano, di ampiezza non molto spazioso, perocchè il sito del luogo noi consente, ma di minuta e verdissima erbetta sì ripieno, che, se le lascive pecorelle con gli avidi morsi non vi pascessero, vi si potrebbe d’ogni tempo ritrovare verdura. Ove, se io non m’inganno, son forse dodici o quindici alberi di tanto strana ed eccessiva bellezza, che chiunque li vedesse, giudicherebbe che la maestra natura vi si fosse con sommo diletto studiata in formarli. Li quali alquanto distanti, ed in ordine non artificioso disposti, con la loro rarità la naturale bellezza del luogo oltra misura annobiliscono. Quivi senza nodo veruno si vede il drittissimo abete, nato a sostenere i pericoli del mare; e con più aperti rami la robusta quercia, e l’alto frassino, e lo amenissimo platano vi si distendono, con le loro ombre non picciola parte del bello e copioso prato occupando; ed evvi con più breve ironda l’albero, di che Ercole coronare si solea, nel cui pedale le misere figliuole di

Climene furono trasformate: ed in un de’ tali si scerne il noderoso castagno, il fronzuto

bosso

, e con puntate foglie lo eccelso pino carico di durissimi frutti; nell’altro l’ombroso faggio, la incorruttibile tiglia, e ’l fragile tamarisco, insieme con la orientale palma, dolce ed onorato premio de’ vincitori. Ma fra tutti nel mezzo, presso un chiaro fonte, sorge verso il cielo un dritto cipresso, veracissimo imitatore delle alte mete, nel quale non che Ciparisso, ma, se dir conviensi, esso Apollo non si sdegnerebbe essere trasfigurato. Nè sono le dette piante sì discortesi, che del tutto con le loro ombre vietino i raggi del sole entrare nel dilettoso boschetto; anzi per diverse parti sì graziosamente li ricevono, che rara è quella erbetta, che da quelli non prenda grandissima recreazione: e come che da ogni tempo piacevole stanza vi sia, nella fiorita Primavera più che in tutto il restante anno piacevolissima vi si ritruova. In questo così fatto luogo sogliono sovente i pastori con li loro greggi dalli vicini monti convenire, e quivi in diverse e non leggiere pruove esercitarsi: siccome in lanciare il grave palo, in trarre con gli archi al bersaglio, ed in addestrarsi ne’ lievi salti, e nelle forti lotte, piene di rusticane insidie, e ’l più delle volte in cantare, ed in sonare le sampogne a pruova l’un dell’altro, non senza pregio e lode dei vincitore. Ma essendo una fiata tra le altre quasi tutti i convicini pastori con le loro mandre quivi ragunati, e ciascuno varie maniere cercando di sollazzare, si dava maravigiosa festa. Ergasto solo, senza alcuna cosa dire o fare, a piè d’un albero, dimenticato di sè e de’ suoi

greggi giaceva, non altrimenti che se una pietra o un tronco stato fosse, quantunque per addietro solesse oltra gli altri pastori essere dilettevole e grazioso: del cui misero stato Selvaggio mosso a compassione, per dargli alcun conforto, così amichevolmente ad alta voce cantando gl’incominciò a parlare

Preview chapterEGLOGA PRIMAPreview

selvaggio ed ergasto

Selvaggio

Ergasto mio, perchè solingo e tacito

Pensar ti veggio? oimè, che mal si lasciano

Le pecorelle andare a lor ben placito

Vedi quelle che ’l rio varcando passano,

Vedi que’ duo monton che ’nsieme corrono,

Come in un tempo per urtar s’abbassano

Vedi ch’al vincitor tutte soccorrono,

E vannogli da tergo, e ’l vinto scacciano,

E con sembianti schivi ognor l’abborrono

E sai ben tu, che i lupi, ancorchè tacciano,

Fan le gran prede, e i can dormendo stannosi

Però che i lor pastor non vi s’impacciano

Già per li boschi i vaghi uccelli fannosi

I dolci nidi, e d’alti monti cascano

Le nevi, che pel sol tutte disfannosi

E par che i fiori per le valli nascano,

Ed ogni ramo abbia le foglie tenere,

E i puri agnelli per l’erbette pascano

L’arco ripiglia il fanciullin di Venere,

Che di ferir non è mai stanco o sazio

Di far delle midolle arida cenere

Progne ritorna a noi per tanto spazio

Con la sorella sua dolce Cecropia

A lamentarsi dell’antico strazio

A dire il vero oggi è tanta l’inopia

De’ pastor, che cantando all’ombra seggiano,

Che par che stiamo in Scitia o in Etiopia

Or poi che o nulli o pochi ti pareggiano

A cantar versi sì leggiadri e frottole,

Deh canta omai, che par che i tempi il chieggiano

Ergasto

Selvaggio mio, per queste oscure grottole

Filomena nè Progne vi si vedono;

Ma meste strigi ed importune nottole

Primavera e suoi dì per me non riedono,

Nè trovo erbe o fioretti che mi gioveno;

Ma solo pruni e stecchi che ’l cor ledono

Nubi mai da quest’aria non si moveno,

E veggio, quando i dì son chiari e tepidi,

Notti di verno, che tonando piovono

Perisca il mondo, e non pensar ch’io trepidi;

Ma attendo sua ruina, e già considero

Che ’l cor s’adempia di pensier più lepidi

Caggian baleni e tuon, quanti ne videro

I fier giganti in Flegra; e poi sommergasi

La terra e ’l ciel, ch’io già per me il desidero

Come vuoi che ’l prostrato mio cor ergasi

A poner cura in gregge umile e povero,

Ch’io spero che fra lupi anzi dispergasi?

Non truovo tra gli affanni altro ricovero,

Che di sedermi solo a piè d’un acero

D’un faggio d’un abete ovver d’un sovero

Che pensando a colei che ’l cor m’ha lacero,

Divento un ghiaccio, e di null’altra curomi,

Nè sento il duol ond’io mi struggo e macero

Selvaggio

Per maraviglia più ch’un sasso induromi,

Vedendoti parlar sì malinconico;

E ’n dimandarti alquanto rassicuromi

Qual’è colei ch’ha ’l petto tanto erronico,

Che t’ha fatto cangiar volto e costume;

Dimmel, che con altrui mai noi comonico

Ergasto

Menando un giorno gli agni presso un fiume,

Vidi un bel lume in mezzo di quell’onde,

Che con due bionde trecce allor mi strinse;

E mi dipinse un volto in mezzo ’l core,

Che di colore avanza latte e rose;

Poi si nascose in modo dentro l’alma,

Che d’altra salma non m’aggrava il peso

Così fui preso; ond’ho tal giogo al collo,

Ch’il pruovo, e sollo più ch’uom mai di carne;

Tal che a pensarne è vinta ogni alta stima

Io vidi prima l’uno e poi l’altr’occhio;

Fin al ginocchio alzata al parer mio,

In mezzo ’l rio si stava al caldo cielo;

Lavava un velo in voce alta cantando:

Oimè, che quando ella mi vide, in fretta

La canzonetta sua spezzando, tacque:

E mi dispiacque, che per più mie’ affanni

Si scinse i panni, e tutta si coverse:

Poi si sommerse ivi entro infino al cinto;

Tal che per vinto io caddi in terra smorto;

E per conforto darmi ella già corse,

E mi soccorse, sì piangendo a gridi,

Ch’alli suoi stridi corsero i pastori

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02prosa prima
  3. 03EGLOGA PRIMA
  4. 04prosa seconda
  5. 05EGLOGA SECONDA
  6. 06prosa terza
  7. 07EGLOGA TERZA
  8. 08prosa quarta
  9. 09EGLOGA QUARTA
  10. 10prosa quinta
  11. 11EGLOGA QUINTA
  12. 12prosa sesta
  13. 13EGLOGA SESTA
  14. 14prosa settima
  15. 15EGLOGA SETTIMO
  16. 16prosa ottava
  17. 17EGLOGA OTTAVA
  18. 18prosa nona
  19. 19EGLOGA NONA
  20. 20prosa decima
  21. 21EGLOGA DECIMA
  22. 22prosa undecima
  23. 23EGLOGA UNDECIMA
  24. 24prosa duodecima
  25. 25EGLOGA DUODECIMA

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