Italian Edition
Literature
Cenere
Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda
Un romanzo sardo di maternità, colpa, ascesa sociale, memoria e destino tragico.
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Book introduction
Cenere
Cenere racconta il legame doloroso tra Olì e il figlio Anania, cresciuto lontano dalla madre e diviso tra ambizione, vergogna e richiamo delle origini. Deledda porta nella vicenda paesaggio sardo, sentimento religioso, destino familiare e una forte tensione morale.
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Grazia Deledda morì nel 1936 e Cenere fu pubblicato nel 1904. Queste date sostengono la base di pubblico dominio del testo italiano usato in questa edizione.
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Cenere
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Cadeva la notte di San Giovanni. Olì uscì dalla cantoniera biancheggiante sull'orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s’avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po’ obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliege. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri, coi quali voleva segnare i fiori di San Giovanni , cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti.
D’altronde Olì pensava che anche non segnando i cespugli che voleva cogliere, nessuno glieli avrebbe toccati: i campi intorno alla cantoniera dove ella viveva col padre ed i fratellini, erano completamente deserti. Solo in lontananza una casa campestre in rovina emergeva da un campo di grano, come uno scoglio in un lago verde. Nella campagna intorno moriva la selvaggia primavera sarda: si sfogliavano i fiori dell’asfodelo e i grappoli d’oro della ginestra; le rose impallidivano nelle macchie, l’erba ingialliva, un caldo odore di fieno profumava l’aria grave.
La via lattea e l’ultimo splendore dell’orizzonte, fasciato da una striscia verdastra e rosea che pareva il mare lontano, rendevano la notte chiara come un crepuscolo. Vicino al fiume, la cui acqua scarsissima rifletteva le stelle e il cielo violaceo, Olì trovò due dei suoi fratellini che cercavano grilli.
— A casa! Subito! — ella disse con la sua bella voce ancora infantile.
— No! — rispose uno dei bimbi.
— Allora voi non vedrete spalancarsi il cielo, stanotte! I bimbi buoni, nella notte di San Giovanni vedono aprirsi il cielo e poi vedono il paradiso e il Signore e gli angeli e lo Spirito Santo.... Ma voi vedrete un cornino se non andate a casa subito.
— Andiamo, — disse pensieroso uno dei bimbi. L’altro protestò ancora un po’, ma finì col lasciarsi condurre via dal fratello.
Olì andò oltre: oltre l’alveo del fiume, oltre il sentiero, oltre le macchie di olivastro: qua e là si curvava e legava con un nastro le cime di qualche cespuglio, poi si rizzava e scrutava la notte con lo sguardo acuto dei suoi occhi felini.
Il cuore le balzava forte, d’ansia, di timore e di gioia. La notte fragrante invitava all’amore e Olì amava, Olì aveva quindici anni e con la scusa di segnare i fiori di San Giovanni andava ad un convegno amoroso.
Sei mesi prima, una sera d’inverno, un giovane contadino, mezzadro d’un ricco proprietario Nuorese a cui appartenevano i campi intorno alla casa in rovina, era entrato nella cantoniera per chiedere un po’ di fuoco. Era un giovine alto, con lunghi capelli neri lucidi d’olio: i suoi occhi nerissimi non si lasciavano quasi guardare, tanto erano luminosi, e soltanto Olì poteva fissarli con i suoi, che non si abbassavano davanti a nessuno.
Il cantoniere, uomo ancora giovane ma già grigio, stanco di fatiche, di affanni e di miseria, accolse benevolmente il contadino, gli diede una pietra focaia, lo interrogò sul suo padrone e lo invitò a tornare sempre che voleva.
Da quella sera il contadino frequentò assiduamente la cantoniera: nelle sere piovose raccontava storielle ai bambini raccolti intorno al focolare fumoso, e ad Olì insegnò i posti ove meglio crescevano i funghi e le erbe mangerecce.
Un giorno egli trasse la fanciulla fin verso un avanzo di nuraghe , sopra un’altura, fra macchie coperte di bacche rosse, e le disse che fra i blocchi della tomba gigantesca stava nascosto un tesoro.
— Eppoi so di tanti altri accusorgios , — egli disse con voce grave, mentre Olì coglieva finocchi selvatici; — io finirò bene col trovarne uno, ed allora....
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Il figlio di Olì nacque a Fonni, al cominciare della primavera. Per consiglio della vedova del bandito, che lo tenne a battesimo, fu chiamato Anania: egli passò a Fonni la sua infanzia, e ricordò sempre con nostalgia quel bizzarro paese adagiato sulla cima d’un monte come un avoltoio in riposo. Durante il lungo inverno tutto era neve e nebbia; ma in primavera l’erba invadeva anche i rapidi viottoli del paese, selciati di grosse pietre, dove gli scarafaggi si addormentavano beatamente al sole, e le formiche uscivano dalle loro buche, e vi rientravano e vi si aggiravano attorno indisturbate. Le casupole di pietra bruna, coi tetti di scandule (scheggie) sovrapposte a guisa di squame di pesce, aprivano sui viottoli le porticine nere, i balconi di legno corroso, le scalette talvolta inghirlandate di vite; il pittoresco campanile della Basilica dei Martiri, emergente dal verde delle quercie del vecchio cortile del convento, dominava il quadretto del paese, disegnato sul cielo di cristallo azzurrino. Un orizzonte favoloso circonda il villaggio: le alte montagne del Gennargentu, dalle vette luminose quasi profilate d’argento, dominano le grandi valli della Barbagia, che salgono, immense conchiglie grigie e verdi, fino alle creste ove Fonni, con le sue case di scheggia e i suoi viottoli di pietra, sfida i venti ed i fulmini. D’inverno il paese era quasi deserto, perchè i numerosi pastori nomadi che lo popolavano (uomini forti come il vento e astuti come volpi) scendevano con le greggie nelle tiepide pianure meridionali; ma durante il bel tempo un bizzarro viavai di cavalli, di cani, di pastori vecchi e giovani, animava le straducole. Anche Zuanne, il figlio della vedova, a undici anni era già pastore.
Durante la giornata conduceva al pascolo attraverso i selvaggi dintorni del paese un certo numero di capre appartenenti a diverse famiglie fonnesi: all’alba egli passava fischiando lungo le vie, e le capre, che ne conoscevano il fischio, uscivano dalle case e lo seguivano mansuete. Verso sera egli le riconduceva fino all’entrata del villaggio; di là le intelligenti bestie s’avviavano da sole alle case dei loro padroni. Il piccolo Anania seguiva quasi sempre il suo amico e fratello Zuanne dalle grandi orecchie: entrambi costantemente scalzi, con ghette e giubboncino di orbace, lunghi e sucidi calzoni di grossa tela, berretto di pelo di montone. Anania aveva sempre gli occhi malaticci, e in conseguenza cisposi; dal suo nasino rosso colava continuamente un umore salato che egli non esitava a leccarsi, od a spandere con la manina sporca, di qua e di là dal naso, formandosi in tal modo due baffi di crosta d’una materia indefinibile. Mentre le capre pascolavano nei dintorni montuosi del paese, fra i cespugli aromatici e le roccie verdi di caprifoglio, i due bambini girovagavano, scendevano verso la strada per lanciare sassolini a chi passava, penetravano nelle piantagioni di patate, dove lavoravano le donne solerti, cercavano all’ombra umida dei noci giganteschi qualche frutto sbattuto dal vento. Zuanne era alto e svelto, Anania più forte e più ardito. Entrambi bugiardi di una forza unica e agitati da fantasie barbare, Zuanne parlava sempre di suo padre, lodandolo e proponendosi di seguirne l’esempio e di vendicarne la memoria, e Anania voleva diventar soldato. — Io t’arresterò, — diceva tranquillamente; e Zuanne rispondeva con ardore: — ed io t’ammazzerò. Quindi giocavano spesso ai banditi , armati di fucili di canna.
Avevano certo uno sfondo adatto, ed Anania non riusciva mai a scovare il bandito, sebbene Zuanne, dalla macchia dove si celava, imitasse la voce del cuculo. Un cuculo vero rispondeva in lontananza, e spesso i due bambini, smessi i feroci propositi, s’avviavano in cerca del melanconico uccello; ricerca non meno infruttuosa di quella del bandito. Quando sembrava loro di esser vicini al covo misterioso, il grido triste singhiozzava più lontano , più lontano ancora. Allora i due fratellini di sventura, affondati fra l’erba e sdraiati sul musco delle roccie, si contentavano di interrogare il cuculo. Zuanne era modesto; chiedeva soltanto: e l’uccello rispondeva con sette gridi, mentre invece potevano esser le dieci. Ciò nonostante Anania slanciava le sue coraggiose domande: — Cu-cu-cu-cu.... — Quattro anni, diavolo! Ti sposi presto! — canzonava Zuanne. — Sta zitto, chè non ha sentito bene. Qualche volta il cuculo dava un numero ragionevole; e i due bimbi, nel silenzio immenso del luogo, interrotto solo dalla voce del melanconico oracolo, continuavano le domande non sempre allegre: Una volta Anania si avviò solo per la montagna, e salì e salì per la strada bianca, attraverso le macchie e i blocchi di granito, su per le chine coperte dai fiorellini violetti del serpillo, finchè gli parve d’esser giunto ad una cima altissima. Il sole era scomparso, ma dietro le montagne turchine dell’orizzonte pareva che grandi fuochi ardessero mandando in alto, sul cielo tutto rosso, una luce ardentissima. Anania ebbe paura di quel cielo ardente, dell’altezza ove era giunto, del silenzio terribile che lo circondava. Pensò al padre di Zuanne, e si guardò attorno con terrore:
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02I.
- 03II
- 04II.
- 05III
- 06III.
- 07IV
- 08IV.
- 09V
- 10V.
- 11VI
- 12VII
- 13VII.
- 14VIII
- 15I
- 16I.
- 17II
- 18II.
- 19III
- 20III.
- 21IV
- 22IV.
- 23IX
- 24IX.
- 25V
- 26V.
- 27VI
- 28VI.
- 29VII
- 30VII.
- 31VIII
- 32VIII.
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