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Italian Edition

Literature

Colombi e sparvieri

Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda

Grazia Deledda intreccia malattia, desiderio di giustizia e speranza in un villaggio sardo segnato da conflitti e memorie ostinate.

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Book introduction

Colombi e sparvieri

Jorgj torna nel paese d’origine gravemente malato e porta con sé le ferite di un’accusa e di una lunga separazione. Intorno al suo letto si muovono parenti, vicini e figure la cui premura nasconde interessi diversi. Grazia Deledda osserva il conflitto tra rancore e desiderio di vita attraverso il paesaggio sardo, i dialoghi quotidiani e i mutamenti interiori del protagonista. Il romanzo comprende tutte e tre le parti.

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This edition is based on a public domain text and has been prepared for digital reading by BooksWhale.

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Testo originale italiano di Grazia Deledda, morto nel 1936. La fonte è la trascrizione dell’opera di pubblico dominio presso Liber Liber; apparati editoriali moderni e immagini sono esclusi.

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A Paolina e ad Antonietta Segrè

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PARTE PRIMA

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Dopo una settimana di vento furioso, di nevischio e di pioggia, le cime dei monti apparvero bianche tra il nero delle nuvole che si abbassavano e sparivano all'orizzonte, e il villaggio di Oronou con le sue casette rossastre fabbricate sul cocuzzolo grigio di una vetta di granito, con le sue straducole ripide e rocciose, parve emergere dalla nebbia come scampato dal diluvio.

Ai suoi piedi i torrenti precipitavano rumoreggiando nella vallata, e in lontananza, nelle pianure e nell'agro di Siniscola, le paludi e i fiumicelli straripati scintillavano ai raggi del sole che sorgeva dal mare. Tutto il panorama, dai monti alla costa, dalla linea scura dell'altipiano sopra Oronou fino alle macchie in fondo alla valle, pareva stillasse acqua.

Ma il paesetto era asciutto; e i vecchi e gli sfaccendati avevano già ripreso i loro posti sulle panchine davanti al Municipio, su nella piazza che sovrasta la valle come una grande terrazza.

Da una delle tre case rossastre, - il Municipio, la casa del parroco e quella di zia Giuseppa Fiore, - le cui finestruole munite d'inferriata e i balconi di ferro al primo piano guardavano sulla piazza, uscì una vecchia di bassa statura, col viso pallido seminascosto da una gonna nera in cui ella avvolgeva la testa e metà della persona come in un mantello; e prima di scendere gli scalini di granito che da una specie di patiu come quello dei nuraghes mettevano sulla piazza, volse in giro i grandi occhi cerchiati e un'espressione di sarcasmo le circondò d'un solco la bocca sdentata.

Eccoli tutti lì, sulle panchine e lungo il parapetto, gli sfaccendati del paese. Un tempo non era così, quando il villaggio, diviso in due partiti da un'inimicizia che appassionava anche i vecchi e i ragazzi, viveva d'una vita violenta ma anche attiva, e tutti stavano nelle loro case o nelle loro terre per badare alla propria roba e salvaguardarsi dai nemici. Ma da qualche anno, per intervento delle autorità ecclesiastiche e civili, le famiglie nemiche avevano fatto pace; gli animi, almeno in apparenza, si erano acquietati, e una specie di mollezza, di decadenza di costumi rendeva il paese sonnolento.

Tutto il santo giorno gli uomini giuocavano alla morra come fanciulli, e i vecchi tacevano, seduti all'orientale sopra la pietra delle panchine, immobili e già morti prima di aver chiuso per sempre gli occhi. La piccola vecchia scosse la testa sotto il suo bizzarro mantello nero, e scese lentamente gli scalini. Il vento sibilava ancora, a intervalli, e gli alberi spogli della piazza si agitavano sullo sfondo brillante del cielo come grandi polipi nell'acqua. Faceva freddo, ma i paesani barbuti e robusti, rossi in viso, con occhi nerissimi e denti candidi, erano vestiti di orbace, di pelli, di saia, con cappotti stretti e cappuccio in testa, e sentivano il sangue scorrere caldo nelle vene. Sembravano uomini di altri tempi, e il loro dialetto composto quasi tutto di latino accresceva quest'illusione.

Tutti salutarono la vecchia al suo passaggio: ella rispose con un lieve cenno del capo e scese la scalinata che dalla piazza metteva in una ripida strada in discesa. Anche dalla fontana, chiusa in una specie di tempietto con un cancello di ferro, le donne imbacuccate come arabe nelle sottane nere, mentre riempivano le loro brocche di creta e strillavano litigando, salutarono la vecchia rivolgendole parole scherzose.

"Vi siete alzata presto, oggi, zia Giuseppa Fiore! E dove andate? Se avessi la vostra pecunia starei a letto fino a mezzogiorno."

"Zia Giuseppa Fiò! Andate in chiesa? pregate Cristo che venga presto il tempo del latte e della mietitura."

"Tanti saluti al vostro vicino, il Rettore. È passato poco fa e tremava come uno stelo. Lui e voi, zia Fiò, in fede mia, siete due idioti, potete stare al caldo e ve ne andate in giro con questo tempo. Si gela, si muore..."

"La tua lingua non è gelata", rispose la vecchia, e passò oltre sdegnosa.

Il rigagnolo d'acqua che scorreva giù per la strada era coperto da un velo di ghiaccio, e dai tetti delle casette basse fumiganti pendevano ghiacciuoli enormi simili a stalattiti; qualche rimasuglio di neve scintillava qua e là sugli embrici nerastri e negli angoli ove non batteva il sole, e in ogni sfondo di straducola apparivano le montagne lontane, bianche e nere fra la nebbia che svaniva.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02PARTE PRIMA
  3. 03I.
  4. 04II.
  5. 05III.
  6. 06IV.
  7. 07V.
  8. 08VI.
  9. 09VII.
  10. 10VIII.
  11. 11PARTE SECONDA
  12. 12I.
  13. 13II.
  14. 14III.
  15. 15IV.
  16. 16V.
  17. 17VI.
  18. 18PARTE TERZA
  19. 19I.
  20. 20II.
  21. 21III.
  22. 22IV.
  23. 23V.
  24. 24VI.
  25. 25VII.

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