Italian Edition
Philosophy
Convivio
Italian BooksWhale Edition by Dante Alighieri
Un’opera in prosa e canzoni dove Dante apre al volgare filosofia, sapere, nobiltà e desiderio di conoscenza.
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Book introduction
Convivio
Il Convivio presenta un banchetto di sapere in cui Dante commenta le proprie canzoni e discute filosofia, etica, astronomia, nobiltà e lingua volgare. L’opera illumina il progetto intellettuale dantesco prima della Commedia e la sua fiducia nella conoscenza condivisa.
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Dante Alighieri died in 1321, and Convivio was composed in the early fourteenth century. These dates support the public-domain basis for this Italian source text.
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Convivio
Preview chapterCAPITOLO IPreview
1. Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di propria natura impinta è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti.
2. Veramente da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro a l’uomo e di fuori da esso lui rimovono da l’abito di scienza.
3. Dentro da l’uomo possono essere due difetti e impedi[men]ti: l’uno da la parte del corpo, l’altro da la parte de l’anima. Da la parte del corpo è quando le parti sono indebitamente disposte, sì che nulla ricevere può, sì come sono sordi e muti e loro simili. Da la parte de l’anima è quando la malizia vince in essa, sì che si fa seguitatrice di viziose delettazioni, ne le quali riceve tanto inganno che per quelle ogni cosa tiene a vile.
4. Di fuori da l’uomo possono essere similemente due cagioni intese, l’una de le quali è induttrice di necessitade, l’altra di pigrizia. La prima è la cura familiare e civile, la quale convenevolmente a sè tiene de li uomini lo maggior numero, sì che in ozio di speculazione esser non possono. L’altra è lo difetto del luogo dove la persona è nata e nutrita, che tal ora sarà da ogni Studio non solamente privato, ma da gente studiosa lontano.
5. Le due di queste cagioni, cioè la prima da la parte [di dentro e la prima da la parte] di fuori, non sono da vituperare, ma da escusare e di perdono degne; le due altre, avvegna che l’una più, sono degne di biasimo e d’abominazione.
6. Manifestamente adunque può vedere chi bene considera, che pochi rimangono quelli che a l’abito da tutti desiderato possano pervenire, e innumerabili quasi sono li ’mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati.
7. Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!
8. Ma però che ciascuno uomo a ciascuno uomo naturalmente è amico, e ciascuno amico si duole del difetto di colui ch’elli ama, coloro che a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando.
9. E acciò che misericordia è madre di beneficio, sempre liberalmente coloro che sanno porgono de la loro buona ricchezza a li veri poveri, e sono quasi fonte vivo, de la cui acqua si refrigera la naturale sete che di sopra è nominata.
10. E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a’ piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi.
11. Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch’i’ ho loro mostrato, e di quello pane ch’è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata.
12. E questo [è quello] convivio, di quello pane degno, con tale vivanda qual io intendo indarno [non] essere ministrata. E però ad esso non s’assetti alcuno male de’ suoi organi disposto, però che nè denti nè lingua ha nè palato; nè alcuno settatore di vizii, perchè lo stomaco suo è pieno d’omori venenosi contrarii, sì che mai vivanda non terrebbe.
13. Ma vegna qua qualunque è [per cura] familiare o civile ne la umana fame rimaso, e ad una mensa con li altri simili impediti s’assetti; e a li loro piedi si pongano tutti quelli che per pigrizia si sono stati, che non sono degni di più alto sedere: e quelli e questi prendano la mia vivanda col pane, che la far[à] loro e gustare e patire.
Preview chapterCAPITOLO IIPreview
1. Nel cominciamento di ciascuno bene ordinato convivio sogliono li sergenti prendere lo pane apposito, e quello purgare da ogni macula. Per che io, che ne la presente scrittura tengo luogo di quelli, da due macule mondare intendo primieramente questa esposizione, che per pane si conta nel mio corredo.
2. L’una, è che parlare alcuno di se medesimo pare non licito; l’altra è, che parlare in esponendo troppo a fondo pare non ragionevole: e lo illicito e ’l non ragionevole lo coltello del mio giudicio purga in questa forma.
3. Non si concede per li retorici alcuno di se medesimo sanza necessaria cagione parlare, e da ciò è l’uomo rimosso, perchè parlare d’alcuno non si può che il parladore non lodi o non biasimi quelli di cui elli parla; le quali due cagioni rusticamente stanno, a far [dire] di sè, ne la bocca di ciascuno.
4. E per levare un dubbio che qui surge, dico che peggio sta biasimare che lodare, avvegna che l’uno e l’altro non sia da fare. La ragione è che qualunque cosa è per sè da biasimare, è più laida che quella che è per accidente.
5. Dispregiar se medesimo è per sè biasimevole, però che a l’amico dee l’uomo lo suo difetto contare strettamente, e nullo è più amico che l’uomo a sè; onde ne la camera de’ suoi pensieri se medesimo riprender dee e piangere li suoi difetti, e non palese.
6. Ancora: del non potere e del non sapere ben sè menare le più volte non è l’uomo vituperato, ma del non volere è sempre, perchè nel volere e nel non volere nostro si giudica la malizia e la bontade; e però chi biasima se medesimo appruova sè conoscere lo suo difetto, appruova sè non essere buono: per che, per sè, è da lasciare di parlare sè biasimando.
7. Lodare sè è da fuggire sì come male per accidente, in quanto lodare non si può, che quella loda non sia maggiormente vituperio. È loda ne la punta de le parole, è vituperio chi cerca loro nel ventre: chè le parole sono fatte per mostrare quello che non si sa, onde chi loda sè mostra che non creda essere buono tenuto; che non li incontra sanza maliziata conscienza, la quale, sè lodando, discuopre e, discoprendo, si biasima.
8. E ancora la propria loda e lo proprio biasimo è da fuggire per una ragione igualmente, sì come falsa testimonianza fare; però che non è uomo che sia di sè vero e giusto misuratore, tanto la propria caritate ne ’nganna.
9. Onde avviene che ciascuno ha nel suo giudicio le misure del falso mercatante, che compera con l’una e vende con l’altra; e ciascuno con ampia misura cerca lo suo mal fare e con piccola cerca lo bene; sì che ’l numero e la quantità e ’l peso del bene li pare più che se con giusta misura fosse saggiato, e quello del male meno.
10. Per che, parlando di sè con loda o col contrario, o dice falso per rispetto a la cosa di che parla; o dice falso per rispetto a la sua sentenza, c’ha l’una e l’altra falsitate.
11. E però, con ciò sia cosa che lo consentire è uno confessare, villania fa chi loda o chi biasima dinanzi al viso alcuno, perchè nè consentire nè negare puote lo così estimato sanza cadere in colpa di lodarsi o di biasimare: salva qui la via de la debita correzione, che essere non può sanza improperio del fallo che correggere s’intende; e salva la via del debito onorare e magnificare, la quale passar non si può sanza far menzione de l’opere virtuose, o de le dignitadi virtuosamente acquistate.
12. Veramente, al principale intendimento tornando, dico, come è toccato di sopra, per necessarie cagioni lo parlare di sè è conceduto: e intra l’altre necessarie cagioni due sono più manifeste.
13. L’una è quando sanza ragionare di sè grande infamia o pericolo non si può cessare; e allora si concede, per la ragione che de li due sentieri prendere lo men reo è quasi prendere un buono. E questa necessitate mosse Boezio di se medesimo a parlare, acciò che sotto pretesto di consolazione escusasse la perpetuale infamia del suo essilio, mostrando quello essere ingiusto, poi che altro escusatore non si levava.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02CAPITOLO I
- 03CAPITOLO II
- 04CAPITOLO III
- 05CAPITOLO IV
- 06CAPITOLO V
- 07CAPITOLO VI
- 08CAPITOLO VII
- 09CAPITOLO VIII
- 10CAPITOLO IX
- 11CAPITOLO X
- 12CAPITOLO XI
- 13CAPITOLO XII
- 14CAPITOLO XIII
- 15CANZONE PRIMA
- 16CAPITOLO I
- 17CAPITOLO II
- 18CAPITOLO III
- 19CAPITOLO IV [V]
- 20CAPITOLO V [VI]
- 21CAPITOLO VI [VII]
- 22CAPITOLO VII [VII]
- 23CAPITOLO VIII [IX]
- 24CAPITOLO IX [X]
- 25CAPITOLO X [XI]
- 26CAPITOLO XI [XII]
- 27CAPITOLO XII [XIII]
- 28CAPITOLO XIII [XIV]
- 29CAPITOLO XIV [XV]
- 30CAPITOLO XV [XVI]
- 31CANZONE SECONDA
- 32CAPITOLO I
- 33CAPITOLO II
- 34CAPITOLO III
- 35CAPITOLO IV
- 36CAPITOLO V
- 37CAPITOLO VI
- 38CAPITOLO VII
- 39CAPITOLO VIII
- 40CAPITOLO IX
- 41CAPITOLO X
- 42CAPITOLO XI
- 43CAPITOLO XII
- 44CAPITOLO XIII
- 45CAPITOLO XIV
- 46CAPITOLO XV
- 47CANZONE TERZA
- 48CAPITOLO I
- 49CAPITOLO II
- 50CAPITOLO III
- 51CAPITOLO IV
- 52CAPITOLO V
- 53CAPITOLO VI
- 54CAPITOLO VII
- 55CAPITOLO VIII
- 56CAPITOLO IX
- 57CAPITOLO X
- 58CAPITOLO XI
- 59CAPITOLO XII
- 60CAPITOLO XIII
- 61CAPITOLO XIV
- 62CAPITOLO XV
- 63CAPITOLO XVI
- 64CAPITOLO XVII
- 65CAPITOLO XVIII
- 66CAPITOLO XlX
- 67CAPITOLO XX
- 68CAPITOLO XXI
- 69CAPITOLO XXII
- 70CAPITOLO XXIII
- 71CAPITOLO XXIV
- 72CAPITOLO XXV
- 73CAPITOLO XXVI
- 74CAPITOLO XXVII
- 75CAPITOLO XXVIII
- 76CAPITOLO XXIX
- 77CAPITOLO XXX
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