Italian Edition
Military
Dell'arte della guerra
Italian BooksWhale Edition by Niccolò Machiavelli
Il dialogo militare di Machiavelli su milizia, disciplina, fanteria, ordinamento, strategia e repubblica.
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Book introduction
Dell'arte della guerra
Dell'arte della guerra presenta in forma dialogica le idee di Niccolò Machiavelli su eserciti cittadini, disciplina, fanteria, addestramento, tattica, comando, fortificazioni e rapporto tra guerra e ordine politico. L’opera unisce esperienza storica, modelli antichi e riflessione repubblicana sulla forza militare.
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Niccolò Machiavelli died in 1527, and The Art of War was first published in 1521. These dates support the public-domain basis for this original-language edition.
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Dell'arte della guerra
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HAnno, Lorenzo, molti tenuto, e tengono questa opinione, che e’ non sia cosa alcuna che minore convenienza abbia con un’altra, nè che sia tanto dissimile, quanto la vita civile dalla militare. Donde si vede spesso, se alcuno disegna nell'esercito del soldo prevalersi, che subito non solamente cangia abito, ma ancora ne’ costumi, nell'usanze, nella voce, e nella presenza d'ogni civile uso si disforma; perchè non crede potere vestire un abito civile colui, che vuole essere espedito e pronto a ogni violenza; nè i civili costumi e usanze puote avere quello, il quale giudica e quegli costumi essere effeminati, e quelle usanze non favorevoli alle sue operazioni; nè pare conveniente mantenere la presenza e le parole ordinarie a quello, che con la barba e con le bestemmie vuole fare paura agli altri uomini; il che fa in questi tempi tale opinione essere verissima. Ma se si considerassino gli antichi ordini, non si troverebbono cose più unite, più conformi, e che di necessità tanto l’una amasse l’altra, quanto queste; perchè tutte l’arti, che si ordinano in una civiltà per cagione del bene comune degli uomini, tutti gli ordini fatti per vivere con timor delle leggi e d’Iddio, sarebbono vani, se non fussino preparate le difese loro, le quali bene ordinate mantengono quegli ancora, che sono non bene ordinati. Ecosì per il contrario i buoni ordini, senza il militare ajuto, non altrimenti si disordinano, che l’abitazioni d’un superbo e regale palazzo, ancorachè ornato di gemme e d’oro, quando senza essere coperte non avessino cosa che dalla pioggia le difendesse. Ese in qualunque altro ordine delle cittadi e de’ regni si usava ogni diligenza per mantenere gli uomini fedeli, pacifici e pieni del timore d’Iddio, nella milizia si raddoppiava; perchè in quale uomo debbe ricercare la patria maggiore fede, che in colui che le ha a promettere di morire per lei? In quale debbe essere più amore di pace, che in quello che solo dalla guerra puote essere offeso? In quale debbe essere più timore d’Iddio, che in colui che ogni dì, sottomettendosi a infiniti pericoli, ha più bisogno degli ajuti suoi? Questa necessità considerata bene, e da coloro che davano le leggi agli Imperj, e da quegli che agli esercizj militari erano preposti, faceva che la vita de’ soldati dagli altri uomini era lodata, e con ogni studio seguitata ed imitata. Ma per essere gli ordini militari al tutto corrotti, e di gran lunga dagli antichi modi separati, ne sono nate queste sinistre opinioni, che fanno odiare la milizia, e fuggire la conversazione di coloro che la esercitano. Egiudicando io per quello che io ho veduto e letto, che ei non sia impossibile ridurre quella negli antichi modi, e renderle qualche forma della passata virtù, deliberai per non passare questi mia oziosi tempi senza operare alcuna cosa, di scrivere a soddisfazione di quelli che dell'antiche azioni sono amatori, dell'arte della guerra quello che io ne intenda. Ebenchè sia cosa animosa trattare di quella materia, della quale altri non ne abbia fatto professione, nondimeno io non credo sia errore occupare con le parole un grado, il quale molti con maggiore presunzione con l'opere hanno occupato, perchè gli errori che io facessi scrivendo, possono essere senza danno di alcuno corretti; ma quegli i quali da loro sono fatti operando, non possono essere se non con la rovina degli Imperj conosciuti. Voi pertanto, Lorenzo, considererete le qualità di queste mie fatiche, e darete loro con il vostro giudizio quel biasimo o quella lode, la quale vi parrà ch’elle abbiano meritato. Le quali a voi mando, sì per dimostrarmi grato, ancora che la mia possibilità non vi aggiunga, de’ beneficj che ho ricevuto da voi, sì ancora perchè essendo consuetudine onorare di simili opere coloro, i quali per nobiltà, ricchezze, ingegno, e liberalità risplendono, conosco voi di ricchezze e nobiltà non avere molti pari, d’ingegno pochi, e di liberalità niuno.
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PErchè io credo che si possa lodare dopo la morte ogni uomo senza carico, sendo mancata ogni cagione e sospetto di adulazione, non dubiterò di lodare Cosimo Rucellai nostro, il nome del quale non sia mai ricordato da me senza lacrime, avendo conosciute in lui quelle parti, le quali in uno buono amico dagli amici, in un cittadino dalla sua patria si possono desiderare. Perchè io non so quale cosa si fusse tanto sua, non eccettuando, non ch’altro, l’anima, che per gli amici volentieri da lui non fusse stata spesa; non so quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il bene della sua patria. Ed io confesso liberamente, non avere riscontro tra tanti uomini che io ho conosciuti e pratichi, uomo nel quale fusse il più acceso animo alle cose grandi e magnifiche. Nè si dolse con gli amici d’altro nella sua morte, se non d'essere nato per morire giovane dentro alle sue case, e inonorato, senza avere potuto secondo l’animo suo giovare ad alcuno; perchè sapeva, che di lui non si poteva parlare altro, se non che fusse morto un buono amico. Non resta però per questo, che noi e qualunque altro, che come noi lo conosceva, non possiamo far fede, poichè l’opere non appariscono, delle sue lodevoli qualità. Vero è che non gli fu però tanto la fortuna nemica, che non lasciasse alcun breve ricordo della destrezza del suo ingegno, come ne dimostrano alcuni suoi scritti, e composizioni d’amorosi versi, ne’ quali, come che innamorato non fusse, per non consumare il tempo invano, tantochè a più alti pensieri la fortuna l'avesse condotto, nella sua giovanile età si esercitava. Dove chiaramente si può comprendere, con quanta felicità i suoi concetti descrivesse, e quanto nella poetica si fusse onorato, se quella per suo fine fusse da lui stata esercitata. Avendone pertanto privati la fortuna dell’uso d’un tanto amico, mi pare che non si possa farne altri rimedi, che il più che a noi è possibile cercare di godersi la memoria di quello, e ripigliare se da lui alcuna cosa fusse stata o acutamente detta, o saviamente disputata. Eperchè non è cosa di lui più fresca, che il ragionamento, il quale ne’ prossimi tempi il Signore Fabrizio Colonna dentro a’ suoi orti ebbe con seco, dove largamente fu da quel signore delle cose della guerra disputato, ed acutamente e prudentemente in buona parte da Cosimo domandato; mi è parso, essendo con alcuni altri nostri amici stato presente, ridurlo alla memoria, acciocchè leggendo quello gli amici di Cosimo che quivi convennero, nel loro animo la memoria delle sue virtù rinfreschino, e gli altri, parte si dolgano di non vi essere intervenuti, parte molte cose utili alla vita, non solamente militare ma ancora civile, saviamente da un sapientissimo uomo disputate imparino. Dico pertanto che, tornando Fabrizio Colonna di Lombardia, dove più tempo aveva per il Re Cattolico con grande sua gloria militato, deliberò, passando per Firenze, riposarsi alcun giorno in quella città, per visitare l’Eccellenza del Duca e rivedere alcuni gentiluomini co’ quali per lo addietro aveva tenuto qualche familiarità. Donde che a Cosimo parve convitarlo ne’ suoi orti, non tanto per usare la sua liberalità quanto per avere cagione di parlar seco lungamente, e da quello intendere ed imparare varie cose, secondo che da un tale uomo si può sperare, parendogli avere occasione di spendere un giorno in ragionare di quelle materie che all'animo suo sodisfacevano. Venne adunque Fabrizio, secondo che quello volle, e da Cosimo insieme con alcuni altri suoi fidati amici fu ricevuto; tra’ quali furono Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e Luigi Alamanni, giovani tutti amati da lui e de’ medesimi studj ardentissimi; le buone qualità de’ quali, perchè ogni giorno e ad ogni ora per se medesime si lodano, pretermetteremo. Fabrizio adunque fu, secondo i tempi e il luogo, di tutti quegli onori che si poterono maggiori onorato. Ma passati i convivali piaceri e levate le tavole e consumato ogni ordine di festeggiare, il quale, nel conspetto degli uomini grandi e che a pensieri onorevoli abbiano la mente volta si consuma tosto, ed essendo il dì lungo e il caldo molto, giudicò Cosimo, per soddisfare meglio al suo desiderio, che fusse bene, pigliando l’occasione dal fuggire il caldo, condursi nella più secreta e ombrosa parte del suo giardino. Dove pervenuti e posti a sedere, chi sopra all’erba che in quel luogo è freschissima, chi sopra a sedili in quelle parti ordinati sotto l’ombra d’altissimi arbori, lodò Fabrizio il luogo come dilettevole; e considerando particolarmente gli arbori, ed alcuno di essi non riconoscendo, stava con l’animo sopeso. Della qual cosa accortosi Cosimo, disse: Voi per avventura non avete notizia di parte di questi arbori; ma non ve ne maravigliate, perchè ce ne sono alcuni più dagli antichi, che oggi dal comune uso celebrati. Edettogli il nome di essi, e come Bernardo suo avolo in tale cultura si era affaticato, replicò Fabrizio: Io pensava che fusse quello che voi dite e questo luogo e questo studio mi faceva ricordare d’alcuni Principi del Regno, i quali di queste antiche culture e ombre si dilettano. Efermato in su questo il parlare, e stato alquanto sopra di se come sospeso, soggiunse: Se io non credessi offendere, io ne direi la mia opinione; ma io non lo credo fare parlando con gli amici, e per disputare le cose, e non per calunniarle. Quanto meglio avrebbono fatto quelli, sia detto con pace di tutti, a cercare di somigliare gli antichi nelle cose forti e aspre, non nelle delicate e molli, e in quelle che facevano sotto il sole, non sotto l’ombra, e pigliare i modi della antichità vera e perfetta, non quelli della falsa e corrotta; perchè poichè questi studj piacquero ai miei Romani, la mia patria rovinò. Ache Cosimo rispose: ma per fuggire il fastidio d’avere a ripigliare tante volte quel disse, e quell’altro soggiunse, si noteranno solamente i nomi di chi parli, senza replicarne altro: disse dunque.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02Proemio
- 03Libro primo
- 04Libro secondo
- 05Libro terzo
- 06Libro quarto
- 07Libro quinto
- 08Libro sesto
- 09Libro settimo
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