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Italian Edition

Literature

Demetrio Pianelli

Italian BooksWhale Edition by Emilio De Marchi

Un impiegato milanese eredita debiti, responsabilità familiari e una prova morale fatta di rinuncia.

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Book introduction

Demetrio Pianelli

Demetrio Pianelli racconta la vita modesta di un impiegato che, dopo una tragedia familiare, si trova a proteggere la cognata, i nipoti e l'onore domestico. De Marchi osserva Milano, burocrazia, debiti, sacrificio, desiderio represso e dignità quotidiana con realismo sobrio e commosso.

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Emilio De Marchi morì nel 1901 e Demetrio Pianelli apparve nel 1890. Queste date sostengono il pubblico dominio del testo italiano originale usato in questa edizione.

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Demetrio Pianelli

Verso mezzodì Cesarino Pianelli, cassiere aggiunto, vide entrare nell’ufficio il cassiere Martini più pallido del solito, col viso stravolto, con un telegramma in mano.

— Ebbene? — gli domandò, — che notizie mi dà?

— Bisogna che io parta immediatamente. È moribonda! — rispose il Martini, con un groppo alla gola che gli mozzò le parole.

Povero diavolo! L’aveva sposata da poco più di un anno e dopo un anno di tribolazioni, e quasi di agonia continua la poverina moriva consunta a Nervi, dove il medico l’aveva mandata a passare l’inverno.

— Vada, vada, Martini, resto io. Si faccia coraggio, vedrà. La gioventù si aiuta sempre.

— Dovrei avvertire il Commendatore, ma la corsa parte alle dodici e quarantacinque e non ho tempo. Gli scriverò appena potrò. Guardi, Pianelli, chiudo in questa cassa i valori principali e lascio a lei la chiave di quest’altra cassa. Vuole che gliene faccia la consegna? Saranno dieci o dodici mila lire in tutto.

— Se lei si fida di me, per conto mio non ho bisogno di consegna, — soggiunse il cassiere aggiunto, tutto commosso e premuroso.

— Mi fa una carità. Tenga conto del movimento di cassa e basta.

— Si fidi di me: vada, non perda tempo, — disse premurosamente il Pianelli, confrontando il suo orologio con quello elettrico del cortile.

— Se c’è bisogno, mi telegrafi.

— Si faccia animo; fin che c’è vita, c’è speranza.

— Grazie, — balbettò il Martini.

Strinse la mano al Pianelli, sforzandosi di ingoiare le sue lagrime e se ne andò.

— Povero diavolo! — mormorò l’altro, tornando al suo posto. — Se c’è un galantuomo, gli càpitano tutte.

*

Era il giovedì grasso.

Cesarino Pianelli, detto anche lord Cosmetico, cassiere aggiunto alla Posta, si ricordò che per le due e mezzo aveva dato convegno al Pardi, al Caffè Carini, e cercò di sbrigare in fretta le quattro faccende della giornata. Era un giorno di mezza vacanza anche per lui, che per parte sua conosceva magnificamente l’arte di prendersela.

Quel giorno aveva promesso a sua moglie Beatrice di condurla sul balcone del Gran Mercurio a vedere le maschere.

— Ci vediamo stasera? — domandò il Buffoletti, cacciando la testa nel finestrino dei pagamenti.

— Sì, ma non prima delle undici.

— Meni tua moglie?

— Sì.

— Mi ha promesso l’Argo della Ragione che verrà e farà una lunga descrizione della festa sul giornale. Dammi il nome della tua signora.

— Beatrice. Se questo signor Argo ci onora, avrò piacere di presentargliela.

— Guarda che i giornalisti sono pericolosi.

Il Pianelli, che scriveva, fumava e parlava tutto in una volta, mandò in aria un soffio lungo di fumo con una smorfietta della bocca, come se volesse dire: — Bah, soffio in viso ai giornalisti, io.

— Viene anche il commendatore?

— Sono stato a invitarlo; è raffreddato, ma cercherà di non mancare.

— A rivederci.

— Addio, bambino.

Il circolo Monsù Travet era stato promosso e messo in piedi da questo Cesarino Pianelli nei primi giorni di carnevale, per offrire agli impiegati di diverse amministrazioni e alle loro egregie famiglie il mezzo di divertirsi e di far quattro salti in economia.

La proposta ed il piccolo programma avevano trovato appoggio non solo tra gli impiegati della Posta — eccettuati naturalmente i pezzi più grossi — ma anche tra molti impiegati del Municipio e di Banche private, che avevano versato in mano al Pianelli le venti lire di primo ingresso e via via le cinque lire mensili per tutti i mesi dell’inverno.

Era un modesto principio: ma si sperava che il Circolo non dovesse morire così, e potesse col tempo trasformarsi in un club di riunioni serali, o in un casino di lettura, o in un sodalizio di mutuo soccorso, in una cooperativa, o in qualche diavolo di questo genere.

Non erano le grandi idee che mancavano a Cesarino Pianelli, che se avesse avuto centomila lire alla mano....

Ma il primo suo torto era di non averle. Se però gli mancavano i denari gli stava a pennello il titolo che gli avevano regalato di lord Cosmetico, appunto per le sue arie di grandezza e di sufficienza, per la eleganza del suo modo di vestire, per i colletti in piedi, colle cravatte costose haute nouveauté, per i polsini che parevano di porcellana, e più ancora per la lucentezza della chioma, tirata a furia di cosmetico in due pezze profumate sopra le tempie e aperta in due ventagli meravigliosi dietro le orecchie.

Preview chapterII.Preview

Io non conoscevo il signor Cesarino Pianelli che per averlo incontrato qualche volta sulle scale, e i nostri rapporti non andavano più in là del buon giorno e della buona sera, come avviene tra casigliani, che, tranne le scale, non hanno più nulla di comune.

Mi fece quindi molta meraviglia di vedermelo la sera del sabato grasso, verso le sette, comparire sull’uscio, vestito in grande abito nero da ballo, col suo paltò sul braccio, il gibus in mano, pallido pallido....

— Lei? In che posso servirla? Venga avanti — gli dissi, invitandolo a entrare.

— Due parole, grazie. Sento da mia moglie che questa sera va anche la signora Lucia alla festa....

— Sì, mia sorella mi ha tanto pregato....

— Volevo pregarla di accompagnare anche mia moglie. Un affare pressante non mi permetterà di tornare prima delle undici.

— S’immagini, volentieri: sarò lieto di essere il suo cavaliere.

Il Pianelli stette un momento sopra pensiero, come se agitasse in testa un’altra questione spinosa, poi soggiunse:

— Scusi tanto.... ci rivedremo — e, strettami la mano, se ne andò via come se fuggisse davanti a un pericolo.

Il Comitato ordinatore del Circolo non aveva guardato a spendere, o per dir meglio, a comandare, perchè la festina del sabato grasso riuscisse ancor più splendida e più allegra delle altre volte.

Tra i festoni d’edera che giravano lungo le pareti, sostenuti da borchie e da mascheroni di carta pesta dorata, pendevano dei piccoli lampadari di Venezia, illuminati da candele di cera.

Tra un lampadario e l’altro brillavano degli specchi in vecchie cornici rococò circondati da ghirigori di mussolina gialla. Sulla scala, sui pianerottoli e per la gran sala da ballo era stato disteso un tappeto nuovo che ammorbidiva i suoni e dava ai piedi un senso voluttuoso di benessere: e nei vani, nei rientri delle finestre non mancavano giardiniere di fiori freschi, con qualche statuetta di gesso o di terra cotta che ricordavano alla lontana qualche divinità dell’antico Olimpo, il tutto preso a nolo da un addobbatore di teatri. Ogni signora (le ragazze eran poche e non brillavano troppo per freschezza) riceveva all’entrare una bellissima camelia e un cartoncino bristol coll’elenco delle danze stampate in oro; e tra le signore ve n’erano di giovani, di fresche e di quelle che combattevano l’ultima battaglia, la Waterloo della loro giovinezza.

Nella sala il formicolìo della gente già verso le undici era grande. Nel rimescolamento dei colori vivi, tra i luccicori delle gemme, dell’oro, degli occhi, nell’agitarsi di tante spalle e di tanti ventagli, cresceva il cicalìo fitto e caldo, misto a scoppi di risa, a piccoli applausi e alle declamazioni aleardiane del Bianchi, che faceva la parte del brillante della compagnia.

Per quanto la folla fosse tenuta in soggezione da qualche illustre personaggio (tra cui spiccava la pancia del commendatore Malvano, capo-divisione al Ministero delle Finanze, colla rotonda metà, una baronessa napoletana), si sentiva d’essere a una festa di famiglia in cui gli elementi omogenei si fondevano volentieri e si aiutavano nell’unico sforzo di stare allegri.

C’era, per quel che mi ricordo, il Porti del Municipio colle sue eterne due ragazze, che da dodici anni trascina su tutte le feste e che hanno fatto un collo lungo, dicono i maligni, a furia di cercarsi un marito.

C’era il cavaliere Balzalotti, del Demanio, uomo già sulla cinquantina, ma ancora fresco e morbido come il burro, sempre amabile e cerimonioso colle signore, alle quali pagava volentieri qualche sorbetto. Gli era toccata la disgrazia e la fortuna di sposare una moglie brutta, sempre malata, ricca, che passava due terzi dell’anno in campagna; ed era naturale che cercasse qualche compenso nel vedere a ballare e nel pagare qualche sorbetto alle altre.

C’era la Pardina col suo Pardone, che questa volta s’era lasciato trascinare, che usciva per tre quarti dalle falde del frac. Stava in piedi per combattere il sonno tremendo che gli offuscava gli occhi, ma non vedeva l’ora d’esser sotto le coltri. C’era il ragioniere Quintina, un gobbetto elegante, terribile freddurista, che girava in mezzo alle gonne a far della maldicenza. Nè mancavano i giovinotti di spirito, tra cui il Casati, il Pensotti e molti altri del Club Alpino.

Preview chapterIII.Preview

Stavo in estasi a contemplare dall’uscio una quadriglia, in cui la signora Pianelli girava come un arcolaio ingarbugliato, quando sentii una mano leggera sulla spalla.

— Scusi, ho ancora bisogno d’un favore.

— In ciò che posso.... — balbettai, spaventato dal terrore che vidi in fondo agli occhi del povero Cesarino, mentre mi seguiva in un angolo del salotto.

— Ricevo adesso una lettera, in cui mi si dice che un mio commilitone è in fin di vita alla Casa di Salute. Il poveretto è solo, senza parenti, e siccome mia moglie desidera rimanere, così se non le rincresce di accompagnarla ancora a casa dopo la festa....

— Si figuri — risposi, — fin che resta mia sorella sono a sua disposizione.

— Vai proprio, Cesarino? — domandò la signora Beatrice, sopraggiungendo in quel punto tutta lieta e scalmanata.

— Il signore è tanto gentile.... Può essere ch’io rimanga alla Casa di Salute tutto il giorno di domani. A buon conto tu non aspettarmi.

Pianelli pronunciò queste parole con una freddezza spaventosa. E, come se avesse ancora da aggiungere qualche cosa, restò un momento a guardarsi la punta delle dita cogli occhi stretti e addolorati.

Io guardai in viso alla bella bambola per vedere se al di sotto della fredda vernice di biscuit passava un’ombra di un sospetto, di apprensione. Ma il volto sodo e grande, gli occhi aperti e ripieni di una gioia infantile non diedero alcun segno. Essa non si accorse nemmeno del pallore giallognolo e funebre che scese ad un tratto sul volto del marito.

Cesarino alzò ancora un momento gli occhi, e, indurito, irrigidito nel tremito che gli scoteva i nervi, soggiunse:

— Tornerò forse a mezzodì.

— Addio, non strapazzarti troppo.

Queste furono le ultime parole che Beatrice disse a suo marito.

L’avvenente tenore Altamura, col suo sonoro accento romano, venne a invitarla per il cotillon e la ricondusse in sala.

Cesarino uscì correndo dall’altra parte, verso la scala.

Alte grida chiesero il galoppo finale e l’orchestrina, aizzata da un marsala di seconda qualità, attaccò subito Fra tuoni e lampi....

Fu una scintilla in una polveriera.

Alle prime battute dieci coppie si urtarono nel mezzo della sala, come barchette sbattute da un improvviso uragano nelle strette dighe del porto.

Quando fu possibile di mettere un poco d’ordine, le coppie a cinque per volta cominciarono a discendere nel campo coll’elasticità e colla calorosa foga dei cavallini ammaestrati di un circo, chi con in testa un cappelluccio di arlecchino, chi con una mascherina sul viso o con un naso di carta o con qualche altro segno della follìa in capo.

Allo squillo di un campanello, che era stato affidato all’autorità morale del cavaliere Balzalotti, le cinque coppie danzanti si agglomeravano, facevano ingorgo alla porta d’uscita per rubare un posto: e intanto era un tiepido intreccio di corpi, che avevano nel sangue i tuoni e i lampi. Il cavaliere Balzalotti, conficcato sullo stipite, riceveva sulla pancia quelle morbide ondate di belle donnine e godeva, vispo come il pesce nell’acqua fresca e chiara.

Uscivano da un’altra porta altre cinque coppie, precipitando, come trottole sotto i colpi di una frusta invisibile, forse la frusta del diavolo.

Le care donnine, trascinate, rapite, portate di peso, coi capelli o scomposti o sciolti, aspirate dai gorghi vorticosi dell’ultima danza, palliduccie di gioia, alleggerite ancor più del solito dalle spume del vino d’Asti, che gonfiava i cervelli, scendevano nella danza e vorticavano come pagliuzze in balìa di una dolce bufera.

Che sa mai del suo destino una pagliuzza?

E che ne sa la donna?

— Se si squarciassero i muri — disse la Quintina, la moglie del gobbetto elegante, al Bianchi, che le faceva una corte per ridere. — Se si continuasse a volare così nello spazio del cielo?

— O gaudio! — gridò il Bianchi con un guaiolo di gatto innamorato.

Fu una risata generale. Ordine e soggezione e serietà non era più il caso di pretendere in quelle ore bruciate.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02II.
  3. 03III.
  4. 04IV.
  5. 05Parte Seconda.
  6. 06I.
  7. 07II.
  8. 08III.
  9. 09IV.
  10. 10V.
  11. 11VI.
  12. 12VII.
  13. 13I.
  14. 14II.
  15. 15III.
  16. 16IV.
  17. 17V.
  18. 18VI.
  19. 19VII.
  20. 20Parte Terza.
  21. 21I.
  22. 22II.
  23. 23III.
  24. 24IV.
  25. 25V.
  26. 26VI.
  27. 27VII.
  28. 28VIII.
  29. 29I.
  30. 30II.
  31. 31III.
  32. 32IV.
  33. 33V.
  34. 34VI.
  35. 35VII.
  36. 36VIII.
  37. 37Parte Quarta.
  38. 38I.
  39. 39II.
  40. 40III.
  41. 41IV.
  42. 42V.
  43. 43I.
  44. 44II.
  45. 45III.
  46. 46IV.
  47. 47V.
  48. 48Parte Quinta.
  49. 49I.
  50. 50II.
  51. 51III.
  52. 52I.
  53. 53II.
  54. 54III.
  55. 55Parte Sesta.
  56. 56I.

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