
Italian Edition
Literature
Eros
Italian BooksWhale Edition by Giovanni Verga
Un romanzo di Verga su desiderio, mondanità, disillusione e crisi dei sentimenti.
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Book introduction
Eros
Eros appartiene alla stagione narrativa in cui Giovanni Verga analizza passioni, successo sociale e inquietudine morale. Il romanzo anticipa temi centrali della sua opera, osservando l’amore come forza ambigua dentro un mondo elegante e instabile.
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Giovanni Verga morì nel 1922, e Eros fu pubblicato per la prima volta nel 1875. Queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione originale italiana.
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Eros
Giovanni Verga
Preview chapterCap. IPreview
EROS I. Verso le quattro di una fra le ultime notti del carnevale, la marchesa Alberti, seduta dinanzi allo specchio, e alquanto pallida, stava guardandosi con occhi stanchi e distratti, mentre la cameriera le acconciava i capelli per la notte. — Che rumore è cotesto? domandò dopo un lungo silenzio. — La carrozza del signor marchese. — Così presto! mormorò essa soffocando uno sbadiglio. La cameriera era per chiudere l’uscio del salottino che metteva nelle stanze del marchese, allorchè entrò bruscamente un uomo in abito da maschera, col passo malfermo, e la fronte altera. — Cecilia dorme? domandò senza fermarsi. — L’ho lasciata or ora, signor marchese: rispose la cameriera mal dissimulando la sorpresa. — Domandatele se può accordarmi cinque minuti. Egli rimase immobile, col ciglio corrugato, e lo sguardo fiso dinanzi a sè. La cameriera ritornando sollevò la pesante portiera di velluto; il marchese fece alcuni passi verso l’uscio, volse gli occhi a caso su di un grande specchio che gli stava di faccia: sembrò esitare un istante, poscia fece un movimento di spalle, aggrottò il sopracciglio, ed entrò col sigaro in bocca. La marchesa leggeva, voltata verso il muro: udendo il passo di lui chiuse il libro, e domandò senza muovere il capo: — Siete voi? — Sì. Ella alzò gli occhi verso l’orologio appeso alla parete.
— Son le quattro e mezzo, rispose il marito a quella muta e significativa interrogazione, masticando il sigaro fra i denti. Cecilia soffocò due o tre colpettini di tosse, e gli disse: — Datemi quella boccettina che è lì sul tavolino, vi prego. Egli buttò il sigaro nel camino, e non si mosse. Allora la marchesa si voltò verso di lui, con un brusco movimento che modellò le coperte sulla più elegante figura di donna; si passò una mano più bianca della batista che le cadeva lungo il braccio, sui folti capelli castani, e fissò in volto al marito i suoi grand’occhi scuri bene aperti. Egli era ritto, immobile, serio — troppo serio per gli abiti che indossava — e avea tuttora un leggiero strato di polvere sui capelli e sul viso; dovea essere giovane, invecchiato anzi tempo, pallido, biondo, elegante, alquanto calvo. — Dovete parlarmi? domandò la marchesa dopo un breve silenzio. — Sì. — Sedete adunque. Egli volse un’occhiata sulle seggiole ed il canapè, ingombri di vesti e di arnesi muliebri, e rispose secco secco: — Grazie. — Vi chiedo scusa per la mia cameriera: disse la moglie arrossendo impercettibilmente. Alberti inchinò appena il capo. — Scusatemi piuttosto la mia visita importuna. Mi premeva di parlarvi... stasera. Cecilia gli lanciò uno sguardo rapido e penetrante, e domandò: — Avete perduto? — Non ho giocato. — Vi battete...? — Sì. Ella impallidì.
— Tranquillizzatevi, soggiunse il marchese. Non mi batto col conte Armandi. Ella si rizzò a sedere sul letto, rossa in viso, coi capelli sciolti, e il corsetto discinto: — Perchè mi dite cotesto, signore? — Perchè il mio amico Armandi è spadaccino famoso, e avreste potuto essere inquieta per me. La donna rimase a fissarlo con istraordinaria fermezza. — Perchè vi battete? Il marito sorrise — sorriso grottesco su quel viso impassibile — e rispose tranquillamente: — Per voi. La marchesa si passò il fazzoletto sulle labbra. — Galli aveva lo scilinguagnolo un po’ sciolto e pretendeva avervi vista alla Scala, in dominò, nel palco del mio amico Armandi. — Eravate a cena? — Sì. — Ah, vi battete per un cattivo scherzo da dessert! — diss’ella sorridendo amaramente. Il marchese la guardò fiso. Poscia coll’aria più indifferente del mondo, prese un dominò ch’era sulla seggiola più vicina, lo buttò sul canapè, e sedette di faccia a lei. — Perdonatemi, soggiunse; non potevo lasciar calunniare mia moglie. Ella s’inchinò, troppo profondamente ed ironicamente forse, e perciò tutto il sangue le corse al viso: — Tutti sanno che Galli è geloso di voi perchè gli avete rubato l’Adalgisa! — Lo sapete anche voi? rispose il marchese accavallando l’una gamba sull’altra. — Scusatemi, debolezze di donne! diss’ella un po’ pallida, e cercando di sorridere.
— E di uomini, se volete; aggiunse il marito con galanteria. Ci fu un istante di silenzio: ella giocherellava collo sparato del suo corsetto; egli dondolava la gamba posta a cavalcioni: evitavano di guardarsi. — Ora siccome vi confesso che mi preme di non rimetterci la pelle, e farò il possibile per bucare quella del mio avversario, domani alle 12 avrò passato il confine. Ella rialzò gli occhi su di lui, e ascoltava in silenzio. — Desidero risparmiarvi tutti i piccoli disturbi della mia lontananza, e vorrei perciò regolare di comune accordo l’amministrazione della vostra dote... Cecilia non rispose. — Vi lascerò procura affinchè possiate riscuotere da per voi quella somma che crederete... — Starete lontano molto tempo? interruppe bruscamente la marchesa. — Non lo so io stesso.... e se volete suggerirmi la cifra.... — Fate voi. — Ma io... francamente... dividerei in parti eguali, come fra buoni amici. Ella, più pallida del lenzuolo che la copriva, inchinò il capo. Il marchese si alzò, accese un sigaro alla candela, e al momento di andarsene aggiunse colla medesima aria di noncuranza: — Rimarrebbe ad intenderci sull’educazione di Alberto, nel caso che la mia assenza si prolungasse indefinitamente; ma il meglio, parmi, si è di uniformarci alla prescrizione della legge. Voi vi occuperete di lui sino a’ sette anni; dopo me ne incaricherò io. E volgeva diggià le spalle.
Preview chapterCap. IIPreview
II. Il marchesino Alberti fu educato lontano da’ suoi, alla spartana, nel collegio Cicognini. Il padre era morto fuori d’Italia, quasi senza averlo conosciuto. La marchesa, sempre giovane, ed elegante, la più bella toscana che fosse in Milano, andava a fargli visita una volta all’anno, quando c’erano le corse a Firenze, l’abbracciava, l’accarezzava, gli recava dei confetti, e rimontava in carrozza sorridente. — Ella era stata colta da una pleurite, all’uscire dalla Scala, ed era morta prima che i suoi amici avessero avuto tempo di far venire il figliuolo da Prato. Il povero orfanello aveva allora dodici anni, e conservava religiosamente le poche lettere che il babbo gli aveva scritto, e le scatole dei confetti che la mamma gli aveva regalato. Una volta aveva chinato il capo, tutto vergognoso, allorchè il suo amico Gemmati gli aveva detto: — O perchè il tuo babbo non vien mai a vederti? — Un’altra volta avea arrossito perchè certi forestieri che visitavano il collegio avevano mostrato di conoscerlo come il figliuolo della marchesa Alberti, e poi aveva arrossito di aver arrossito. Sua madre non gli parlava mai del babbo. — Di tutte coteste cose si rammentò più tardi. Le prime inquietudini del cuore gettarono nella sua mente il germe funesto dello esame. A 16 anni Alberto era un giovinetto alto e delicato, coi capelli biondi, il profilo aristocratico, un po’
freddo e duro, il pallore marmoreo del padre, e i grand’occhi azzurri, il sorriso affascinante e mobilissimo della madre — cuore aperto a due battenti, immaginazione vivace, affettuosa, ma inquieta, vagabonda, diremmo nervosa, ingegno più acuto che penetrante, analitico per inquietudine e per debolezza di carattere — un ingegno che vi sgusciava dalle mani ad ogni istante — diceva il suo professore di filosofia — atto a fargli cercare la decomposizione dell’unità, o a dargli i peggiori guai della vita quando il cuore si fosse mescolato della bisogna. Egli aveva preso di buon’ora l’abitudine di pensare, come tutti i solitari. Più tardi ebbe un amico, Gemmati, pel quale ebbe tenerezze e gelosie d’amante, sino a tenergli il broncio quando seppe che sorrideva alla figliuola del barbiere che stava di faccia. — Molto tempo dopo, e in circostanze assai diverse, mentre stava seduto accanto al fuoco, cogli occhi fissi sulla fiamma, e le labbra contratte sul sigaro spento, il ricordo di quella ridicola gelosia della sua infanzia gli balenò in mente colla strana bizzarria delle reminiscenze. — Egli buttò il sigaro, e si alzò più pallido ed accigliato di prima.
Avea fatto tranquillamente i suoi studi in collegio sino a quell’età; era passato per le lingue, per i numeri, per l’analisi della parola e del pensiero; a sedici anni era diventato sognatore, fantastico, ipocondriaco, e sentì d’amare per la prima volta, perchè tutti i poeti parlavano d’amore. Allora, trionfante di mistero, mostrò di nascosto all’amico Gemmati i primi fiori vizzi che la cuginetta gli avea dato, o che egli le avea rubati; — Ami l’Adele? gli domandò Gemmati ch’era anch’esso un po’ parente della ragazza. — Sì! rispose Alberto facendosi rosso. — O come? se non la vedi quasi mai? — Quando penso a lei mi par d’impazzire; — ed era vero; che le prestava tutte le amplificazioni della sua fantasia, ma allorchè le stava accanto, una volta all’anno, rimaneva ingrullito vicino a quell’amante che gli proponeva di giocare a volano. A 20 anni egli uscì dal collegio più bambino di quando c’era entrato; vuol dire con nessuna nozione esatta della vita, con molte fisime pel capo, e certi giudizî strampalati e preconcetti, nei quali si ostinava con cocciutaggine di uomo che pretenda conoscere il mondo dai libri.
Il direttore del collegio fece trapelare tutte codeste brutte verità da una bella lettera che scrisse al signor Bartolomeo Forlani, il babbo dell’Adele, zio materno di Alberto, aggiungendo che il nipote non era riuscito a superare gli esami dell’ultimo anno, malgrado il suo bell’ingegno. Lo zio, che era tutore per soprammercato, e tornava giusto dal fare i conti col fattore del nipote, rispose ringraziando come meglio sapeva e poteva il signor direttore per l’ottima riuscita del giovanetto — una lettera che fece montare la mosca al naso al buon direttore; come se lo si volesse minchionare, e non era davvero! — Scrisse anche al nipote, invitandolo a venire a Belmonte, nome della sua villa sulla montagna pistoiese, e andò tutto festante a prevenire la figliuola del prossimo arrivo del cuginetto, che il signor direttore scriveva essersi fatto un bel giovane, e pieno zeppo di ingegno. La fanciulla, che non giocava più a volano, arrossì; il babbo non se ne avvide; aggiunse che, secondo gli ultimi affitti, i poderi del cugino rendevano trentaduemila lire di netto, e se ne andò fregandosi le mani. A Belmonte si aspettava cotesto bel giovanetto, di cui il signor direttore diceva tanto bene, e che aveva trentaduemila lire di rendita.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02Cap. I
- 03Cap. II
- 04Cap. III
- 05Cap. IV
- 06Cap. V
- 07Cap. VI
- 08Cap. VII
- 09Cap. VIII
- 10Cap. IX
- 11Cap. X
- 12Cap. XI
- 13Cap. XII
- 14Cap. XIII
- 15Cap. XIV
- 16Cap. XV
- 17Cap. XVI
- 18Cap. XVII
- 19Cap. XVIII
- 20Cap. XIX
- 21Cap. XX
- 22Cap. XXI
- 23Cap. XXII
- 24Cap. XXIII
- 25Cap. XXIV
- 26Cap. XXV
- 27Cap. XXVI
- 28Cap. XXVII
- 29Cap. XXVIII
- 30Cap. XXIX
- 31Cap. XXX
- 32Cap. XXXI
- 33Cap. XXXII
- 34Cap. XXXIII
- 35Cap. XXXIV
- 36Cap. XXXV
- 37Cap. XXXVI
- 38Cap. XXXVII
- 39Cap. XXXVIII
- 40Cap. XXXIX
- 41Cap. XL
- 42Cap. XLI
- 43Cap. XLII
- 44Cap. XLIII
- 45Cap. XLIV
- 46Cap. XLV
- 47Cap. XLVI
- 48Cap. XLVII
- 49Cap. XLVIII
- 50Cap. XLIX
- 51Cap. L
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