
Italian Edition
Literature
Fermo e Lucia
Italian BooksWhale Edition by Alessandro Manzoni
Fermo e Lucia è un classico di pubblico dominio su prima redazione manzoniana, storia lombarda e giustizia.
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Book introduction
Fermo e Lucia
Fermo e Lucia di Alessandro Manzoni è un’opera italiana originale legata a prima redazione manzoniana, storia lombarda e giustizia. Questa edizione BooksWhale privilegia un testo classico, ricercabile e selezionato con un criterio conservativo di pubblico dominio globale.
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L’autore è morto nel 1873 e l’opera originale fu pubblicata nel 1823; selezionata con un controllo conservativo di pubblico dominio globale: morte non oltre il 1925 e prima pubblicazione non oltre il 1930.
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Fermo e Lucia
Alessandro Manzoni
«La Storia si può veramente chiamare una guerra illustre contro la Morte: poiché richiamando dal sepolcro gli anni già incadaveriti, gli passa di nuovo in rassegna, e li ordina di nuovo in battaglia: onde i perspicaci ingegni che in questo arringo raccolgono palme conservano al loro nome quella immortalità che agli altri conferiscono. Ma questi nobili campioni della memoria non fanno all’obblio se non furti splendidi e rapiscono soltanto le spoglie le più ricche e brillanti, imbalsamando coi loro inchiostri i fatti dei prencipi e potentati, e personaggi, tessendo come in feral tela le battaglie, e trapuntando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta che formano un perpetuo ricamo di azioni gloriose. Però non essendo alla debolezza del mio ingegno concesse queste vittorie, ed avendo io osservato nel lungo giro dei miei anni molte e straordinarie vicende le quali mi sono sembrate degne di memoria, ma di memoria defraudate saranno e per essere avvenute in gran parte a persone meccaniche e di bassa condizione e non avere portata mutatione nelle ruote degli stati: ho stimato di lasciarne una ricordanza ai posteri o almeno ai miei discendenti, collo scolpirle in queste carte, parendomi che le cose private di questi tempi sieno meritevoli di quella osservazione che i dotti danno alle cose mostruose, perché in picciolo teatro vi si veggono luttuose tragedie di calamità, e scene di malvagità grandiosa. Onde si vede esser vero quel detto che il mondo invecchiando peggiora, ma non credo che sarà vero d’ora in poi, perché avendo il male ormai passato i termini della comparazione, ha toccato l’apice del superlativo, e il pessimo non è di peggioramento capace. Si vedrà anche come l’umana malizia ha saputo superare tutti i ritegni, e spezzare tutti i freni più ben temprati, avendo potuto moltiplicare ogni sorta di sevizie, perfidie ed atti tirannici a dispetto delle leggi divine ed humane. E considerando che questi stati sieno soggetti alla Maestà del re Cattolico che è quel sole che mai non tramonta, e che sovra di essi con riflesso lume qual luna risplenda chi ne fa le veci, e gli amplissimi senatori quali stelle fisse vi scintillino, e gli altri magistrati come erranti pianeti portino la luce in ogni parte, venendo così a formare un nobilissimo cielo, si vedrà che gli atti tenebrosi che a malgrado di tante provvidenze si sono moltiplicati essere altro non possono che arte e fattura diabolica, poiché l’humana potenza del male bastare a tanto non dovrebbe. Narrando adunque come fedele spettatore li accidenti singolari da me osservati, tacerò per degni rispetti molti nomi di personaggi e di luoghi che potrebbero servire come di indizio e di guida a trovare i personaggi nel covile oscuro della dimenticanza: né per ciò si dirà che questa sia imperfezione alla suddetta mia storia; a meno che non fosse letta da persone ignare della filosofia, e gli uomini dotti ben vedranno che nulla manca alla sostanza; perché essendo fuori di ogni dubitazione che il nome altro non è che purissimo accidente...».
Aveva trascritta fino a questo punto una curiosa storia del secolo decimosettimo, colla intenzione di pubblicarla, quando per degni rispetti anch’io stimai che fosse meglio conservare i fatti e rifarla di pianta. Senza fare una lunga enumerazione dei giusti motivi che mi vi determinarono, accennerò soltanto il vero e principale. L’autore di questa storia è andato frammischiando alla narrazione ogni sorta di riflessioni sue proprie; a me rileggendo il manoscritto ne venivano altre e diverse; paragonando imparzialmente le sue e le mie, io veniva sempre a trovare queste ultime molto più sensate, e per amore del vero ho preferito lo scrivere le mie a copiare le altrui; stimando anche che chi ha una occasione per dire il suo parere sopra che che sia non debba lasciarsela sfuggire.
Le mezze confidenze del narratore e le ommissioni frequenti dei cognomi dei personaggi, e dei nomi dei luoghi, non fanno a dir vero oscurità: veggio nullameno per esperienza che sono fastidiose a chi legge, e avrei desiderato trovare altrove ciò che è solamente indicato nel manoscritto, ma non mi venne fatto: in qualche luogo però le indicazioni di luogo sono così chiare e moltiplici che il nome si è potuto trovare certamente e facilmente, ed allora l’ho scritto.
Preview chapterCapitolo II - FermoPreview
La consulta fu tempestosa e durò tutta la notte. L’egoismo, la debolezza, e la paura vi si trovavano come in casa loro, l’astuzia doveva quindi essere invitata, e ricevere L’incarico di proporre il partito, e così fu. Senza annojare il lettore colla relazione di tutte le fluttuazioni, dei ripieghi accettati e rigettati, basterà il dire che il partito di fare quello che si doveva senza darsi per inteso della minaccia non fu nemmeno discusso, che si pensò a quello di assentarsi, tanto da aspettare qualche beneficio dal tempo, ma questo anche fu rigettato perché non v’era spazio per eseguirlo. La celebrazione del matrimonio era stabilita pel giorno vegnente, e una partenza di buon mattino, senza lasciare nessuna disposizione avrebbe avuto tutto il colore d’una fuga, ed esponeva a molti impicci, e rendiconti. Fu però riservato questo ripiego per l’ultimo, cercando intanto di guadagnar tempo e di agire sulla parte più debole. Don Abbondio si preparò a questo esperimento; passò in rassegna tutti i mezzi di superiorità e d’influenza che l’autorità, la scienza, (in paragone di Fermo), e la pratica gli davano sopra quel povero giovane, e pensò al modo di farli giuocare. Questi bei trovati di Don Abbondio appariranno più chiaramente nel discorso ch’egli ebbe con Fermo. Fermo non si fece aspettare, e appena appena gli parve ora da potersi presentare al Curato senza indiscrezione, vi andò colla lieta impazienza di un giovane che in quel giorno deve sposare quella ch’egli ama. Era Fermo un tessitore di seta, sorta d’industria che da una grande attività era allora in decadenza, ma non però al segno che l’operajo abile non potesse onestamente vivere del suo lavoro. L’emigrazione di molti lavoranti suppliva per così dire alla diminuzione del lavoro lasciandone a sufficienza a quelli che rimanevano. In progresso di tempo crescendo a dismisura le cause che avevano diminuita quella industria, essa fu ridotta quasi a niente. Oltre la sua professione aveva Fermo un pezzo di terra che faceva lavorare, e che lavorava egli stesso nel tempo in cui era disoccupato dal filatojo, dimodoché non aveva a contrastare col bisogno. Era in quel giorno vestito dalla festa con piume di vario colore al cappello, col suo coltello dal bel manico, e mostrando in tutto l’abito e nel portamento un’aria di festa e nello stesso tempo di braveria, comune a quei tempi anche agli uomini i più quieti, come infatti era Fermo. L’accoglimento serio, freddo, misterioso di Don Abbondio fece un contrapposto singolare coi modi gioviali e risoluti di Fermo. Ecco una parte del dialogo curioso che ebbe luogo fra quei due: «Son venuto, signor Curato», disse il giovane, «per sapere a che ora le convenga che noi veniamo alla Chiesa».
«Di che giorno intendete?»
«Oggi, Signor curato; non siamo intesi così?»
«Oggi?» replicò il curato come se ne sentisse parlare per la prima volta. «Oggi, non posso».
«Come non può? che cosa è accaduto?»
«Prima di tutto non mi sento bene, vedete».
«Ma grazie al cielo il suo incomodo non è serio, e quello ch’ella ha da fare è cosa di sì poco tempo, e di sì poca fatica...»
«E poi, e poi, e poi...»
«E poi che cosa, Signor curato?»
«E poi ci sono degl’imbrogli».
«Degl’imbrogli? che imbrogli ci ponno essere?»
«Avete buon tempo voi altri, che non vi pigliate briga di niente, e vi fate servire, e non avete conti da rendere. Ma io sono troppo dolce di cuore, procuro di togliere gli ostacoli, di facilitare tutto, di fare quello che gli altri vogliono, e trascuro il mio dovere, e poi mi toccano dei rimproveri, e peggio».
«Ma per carità, non mi tenga così sulla corda; mi dica che cosa c’è».
«Sapete voi quante e quante formalità sono necessarie per fare un matrimonio che non levi il sonno a chi lo ha fatto?»
«Ma queste formalità non si sono già fatte?»
Preview chapterCapitolo III - Il causidicoPreview
I tre rimasti a consiglio erano agitati, turbati per la stessa causa ma in diverso modo. Fermo si trovava nello stato di un uomo il quale ad un tratto dalla prosperità e dalla gioja è balzato in una sventura della quale non conosce che una parte; è ansioso di sapere il di più, vuole essere informato di tutto, aspetta, sospira nuove rivelazioni, e non ne può aspettare che non accrescano il suo rammarico, che non peggiorino la sua condizione. Al dolore, al rancore, alla rabbia, si aggiungeva ora il martello della gelosia. Egli aveva sempre avuta piena fede in Lucia, ma un mistero di questo genere, un silenzio in questa materia lo tormentava, egli era come spaventato di conoscere che Lucia aveva una cosa sul cuore, e ch’egli non ne aveva saputo nulla. Agnese, la madre di Lucia era pure stupita, scandalizzata di essere all’oscuro d’una cosa simile: ella che sapeva tante cose che non la toccavano per nulla, ignorare una cosa tanto importante della sua Lucia! Agnese le avrebbe fatto un rabbuffo terribile, se in questo caso il bisogno d’ascoltare non avesse vinto d’assai quello di parlare. Lucia... ma dalle sue parole il lettore intenderà lo stato del suo animo. «Parla! parla! Parlate, parlate!» gridavano in una volta la madre e Fermo. Lucia atterrita, costernata, vergognosa, singhiozzando, arrossando, sclamò: «Santissima Vergine! Chi avrebbe creduto che le cose sarebbero giunte a questo segno! Quel senza timore di Dio di Don Rodrigo veniva spesso alla filanda a vederci trarre la seta. Andava da un fornello all’altro facendo a questa e a quella mille vezzi l’uno peggio dell’altro: a chi ne diceva una trista a chi una peggio: e si pigliava tante libertà: chi fuggiva, chi gridava; e purtroppo v’era chi lasciava fare! Se ci lamentavamo al padrone, egli diceva: "badate a fare il fatto vostro, non gli date ansa, sono scherzi", e borbottava poi: "gli è un cavaliere; gli è un uomo che può fare del male; è un uomo che sa mostrare il viso". Quel tristo veniva talvolta con alcuni suoi amici, gente come lui. Un giorno mi trovò mentre io usciva e mi volle tirar in disparte, e si prese con me più libertà: io gli sfuggii, ed egli mi disse in collera: "ci vedremo": i suoi amici ridevano di lui, ed egli era ancor più arrabbiato. Allora io pensai di non andar più alla filanda, feci un po’ di baruffa colla Marcellina, per avere un pretesto, e vi ricorderete mamma ch’io vi dissi che non ci andrei. Ma la filanda era sul finire per grazia di Dio, e per quei pochi giorni io stetti sempre in mezzo alle altre di modo ch’egli non mi potè cogliere. Ma la persecuzione non finì: colui, mi aspettava quando io andava al mercato, e vi ricorderete mamma ch’io vi dissi che aveva paura d’andar sola e non ci andai più: mi aspettava quand’io andava a lavare, ad ogni passo: io non dissi nulla, forse ho fatto male. Ma pregai tanto Fermo che affrettasse le nozze: pensava che quando sarei sua moglie colui non ardirebbe più tormentarmi; ed ora...» Qui le parole della povera Lucia furono tronche da un violento scoppio di pianto. «Birbone! assassino! dannato!» sclamava Fermo, correndo su e giù per la stanza, e mettendo di tratto in tratto la mano sul manico del suo coltello. «Ma perché non parlarne a tua madre?» disse Agnese: «se io l’avessi saputo prima...» Lucia non rispose perché la risposta che si sentiva in mente non era da dirsi a sua madre: tutto il vicinato ne sarebbe stato informato. I singulti di Lucia la dispensavano dall’obbligo di parlare. «Non ne hai tu fatto parola con nessuno?» ridimandò Agnese. «Sì mamma, l’ho detto al Padre Galdino, in confessione». «Hai fatto bene; ma dovevi dirlo anche a tua madre. E che ti ha detto il Padre Galdino?» «Mi ha detto che cercassi di evitare colui; che non vedendomi non si curerebbe più di me; che affrettassi le nozze; e che se durava la persecuzione egli ci penserebbe». «Oh che imbroglio! che imbroglio!» riprese la madre. Fermo si arrestò tutt’ad un tratto; guardò Lucia con un atto di tenerezza accorata e rabbiosa, e disse: «Questa è l’ultima che fa quel birbante». «Ah no Fermo per amor del cielo!», gridò Lucia, gettandogli quasi le braccia al collo: «No no per amor del cielo, Dio c’è anche pei poveri! Come volete ch’egli ci ajuti se facciamo del male?» «No, no per amor del cielo», ripeteva Agnese. «Fermo!» disse Lucia, «voi avete un mestiere, ed io so lavorare, andiamo lontano tanto che costui non senta più parlare di noi». «Ah! Lucia! e poi? non siamo ancora marito e moglie: il curato vorrà farci la fede di stato libero? Non saremo pigliati come vagabondi? dove andarci a porre?» Lucia ricadde nel pianto. «Sentite!» disse Agnese: «sentitemi che son vecchia». Era questa una confessione che la buona Agnese faceva di rado, in caso di somma necessità, e quando si trattava di dar fede alle sue parole. «Io ho veduto un poco il mondo: non bisogna spaventarsi troppo: il diavolo non è mai brutto come si dipinge; e a noi povera gente le cose pajono talvolta imbrogliate imbrogliate perché non abbiamo la pratica per uscirne. Ma, sapete, c’è della gente che si ride degli imbrogli. Fate a modo mio Fermo. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! che doveva sgozzare io questa mattina pel banchetto: teneteli bene stretti, per le gambe, andate a Lecco: sapete dove abita il dottor Pettola?» «Lo so benissimo». «Bene andate da lui, presentategli i capponi: perché vedete quando si vede che uno può regalare gli si dà retta. Contategli tutto il fatto, e domandategli parere. Eh ne ho visto io della gente che non sapevano dove dar del capo, che andando a consultarsi con lui non trovavano la strada, e dopo d’avergli parlato tornavano a casa vispi come un timollo che saltellando nella barca per disperazione cade nell’acqua, e si trova in casa sua. Fate così Fermo». Nelle situazioni molto imbrogliate il parere che piace più è quello di pigliar tempo per avere un altro parere definitivo: ogni consiglio definitivo e determinato presenta ostacoli, difficoltà, nuovi imbrogli: ma questo di consigliarsi di nuovo e meglio è semplice, non nuoce, e nello stesso tempo dà una lusinga indeterminata che per questo mezzo si troverà una uscita.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02Capitolo II - Fermo
- 03Capitolo III - Il causidico
- 04Capitolo IV - Il Padre Galdino
- 05Capitolo V - Il tentativo
- 06Capitolo VI - Peggio che peggio
- 07Capitolo VII -...
- 08Capitolo VIII - La fuga
- 09Capitolo I - Il curato di...
- 10Capitolo II - Fermo
- 11Capitolo III - Il causidico
- 12Capitolo IV - Il Padre Galdino
- 13Capitolo V - Il tentativo
- 14Capitolo VI - Peggio che peggio
- 15Capitolo VII -...
- 16Capitolo VIII - La fuga
- 17Capitolo I - Digressione: La signora
- 18Capitolo II - La signora, tuttavia
- 19Capitolo III
- 20Capitolo IV
- 21Capitolo V
- 22Capitolo VI
- 23Capitolo VII
- 24Capitolo VIII
- 25Capitolo IX
- 26Capitolo X
- 27Capitolo XI
- 28Capitolo I - Digressione: La signora
- 29Capitolo II - La signora, tuttavia
- 30Capitolo III
- 31Capitolo IV
- 32Capitolo V
- 33Capitolo VI
- 34Capitolo VII
- 35Capitolo VIII
- 36«A...?»
- 37Capitolo IX
- 38Capitolo X
- 39Capitolo XI
- 40Capitolo I - Digressione: La signora
- 41Capitolo II - La signora, tuttavia
- 42Capitolo III
- 43Capitolo IV
- 44Capitolo V
- 45Capitolo VI
- 46Capitolo VII
- 47Capitolo VIII
- 48«A...?»
- 49Capitolo IX
- 50Capitolo X
- 51Capitolo XI
- 52Capitolo I
- 53Capitolo II
- 54Capitolo III
- 55Capitolo IV
- 56Capitolo V
- 57Capitolo VI
- 58Capitolo VII
- 59Capitolo VIII
- 60Capitolo IX
- 61Capitolo I
- 62Capitolo II
- 63Capitolo III
- 64Capitolo IV
- 65Capitolo VI
- 66Capitolo VII
- 67Capitolo VIII
- 68Capitolo IX
- 69Capitolo I
- 70Capitolo II
- 71Capitolo III
- 72Capitolo IV
- 73Capitolo V
- 74Capitolo VI
- 75Capitolo VII
- 76Capitolo VIII
- 77Capitolo IX
- 78Capitolo I
- 79Capitolo II
- 80Capitolo III
- 81Capitolo IV
- 82Capitolo V
- 83Capitolo VI
- 84Capitolo VII
- 85Capitolo VIII
- 86Capitolo IX
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