
Italian Edition
Literature
Fior di Sardegna
Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda
Un primo romanzo di Deledda, ricco di paesaggi sardi, passioni familiari e tensioni morali.
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Book introduction
Fior di Sardegna
Fior di Sardegna introduce temi centrali dell’opera di Grazia Deledda: legami familiari, destino, sentimento religioso e forza del paesaggio. Il romanzo offre una Sardegna letteraria intensa e riconoscibile.
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Grazia Deledda morì nel 1936; l’opera fu pubblicata nel 1892. Queste date sostengono la base di pubblico dominio per questa edizione.
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Fior di Sardegna
Grazia Deledda
Fermarsi in un sito sconosciuto e montuoso dell’isola di Sardegna, cogliere fra i lentischi e le roccie una timida rosa montana, nata all’ombra degli elci e fra i profumi delle folte borraccine, — esaminarla foglia per foglia, sino agli intimi più segreti ed olezzanti del suo calice, — descriverne le tinte rosee sfumate in diafani pallori o in porpore di fuoco, i misteriosi profumi miti sotto le perle della rugiada, acri sotto i raggi ardenti del solleone, — ecco il modesto scopo del presente Racconto.
Chiunque da una novella sarda attende le solite storie atroci di sangue, di odi feroci e di amori terribili, non legga questo povero lavoro, chè nulla troverà di tutto ciò. Chi invece ama conoscere un poco i costumi, le passioni, gli usi odierni, la vita e i paesaggi del centro della Sardegna legga con pazienza e bontà queste modeste pagine, che tutto ciò descrivono con fedeltà, secondo le poche forze della giovine autrice, — la quale prega infine i suoi lettori Sardi di non offendersi se per caso trovano qualche fortuita rassomiglianza di nomi, non intendendo alludere a nessuno col narrare casi accaduti soltanto nella sua fantasia — e i colti lettori del Continente di perdonarle gli errori e le imperfezioni, pensando che essa, ancora inesperta nell’arte dello scrivere, ma sempre pronta a perfezionarsi col tempo, non conta ancora venti anni.
Preview chapterI.Preview
Siamo in Sardegna, nella parte montuosa della Sardegna, in una piccola città che ci contenteremo di chiamare solo X***, benchè nella carta sia segnata con un nome assai sonoro e lungo. X*** possiede la sua brava passeggiata, le sue piazze, esenti ancora di fontane di marmo, e di statue, i suoi caffè splendidissimi, il suo «club», e qualche volta anche, a intervalli di due o tre anni, si permette il lusso del teatro: tutto ciò però non impedisce che vi si tragga la vita più noiosa di questo mondo, sicchè la più piccola novità basta per mettere in fermento gli abitanti pacifici e poco interessati nelle gravi questioni d’oltre monti e d’oltre mari. Ai primi dell’anno 1881, la novità più saliente, la novità che più dava di che pensare e di che dire nei crocchi, nei caffè, nelle conversazioni private di X*** era una palazzina misteriosa che da circa due mesi stavasi fabbricando all’estremità nord della città, vicino alla casa di don Salvatore Mannu, ch’era l’ultima di X***, una palazzina bianca, elegante, dai balconi di ferro verniciati a rosso, circondata da uno spazio destinato a giardino.
Gli studenti, che poco più o meno s’intendevano tutti di francese, dicevano che quella casina di uno stile mai più conosciuto in X***, le cui case erano tutte disadorne e ineleganti al di fuori — allora — era uno «chalet», e che probabilmente lo faceva costruire qualche ricco per venirsene in Sardegna nella bella stagione, — qualche inglese, ben sottinteso, molto eccentrico ed originale, dal punto che sceglieva la Sardegna per luogo di villeggiatura... — Ma un negoziante che aveva viaggiato in Spagna e abitato per tre settimane in Granata, un gran sognatore idealista che smentiva la massima: “i commercianti son tutti gente positiva„, asseriva che lo stile della nuova palazzina era moresco, lo conosceva ben lui... e aveva la sua idea fissa: doveva venir abitata, la palazzina s’intende, e non l’idea, da un signore orientale, forse qualche pascià, gelosissimo e innamorato di una bella fanciulla sempre velata, il quale venivasene lì, in fondo al mondo, per nascondere a tutti la sua donna e vivere senza il timore d’essere tradito da lei, ignara delle nostre lingue, ben custodita da eunuchi e da schiavi. Sì, doveva essere così!
Infatti, al pian terreno della palazzina, le finestre venivano munite da grosse per quanto eleganti e ricurve inferriate rosse, i balconi eran tutti velati da persiane, e uno dei muratori, interrogato a proposito dal negoziante sognatore, aveva detto che il giardino doveva venir circondato da un muro di tre metri e chiuso da una porta foderata a lamine di ferro.
Checchè fosse, nessuno riusciva a dire precisamente chi faceva costruire la palazzina: gli operai lavoravano sotto la sorveglianza di un capo mastro che aveva lui stesso, senza bisogno d’ingegneri, disegnato il tutto; venivano pagati da lui, non sapevano oltre, nè chiedevano oltre...
Dunque, il gran segreto lo possedeva lui, il severo capo mastro piemontese, che non parlava mai, fuori dello stretto necessario per farsi capire, che non aveva amici a X*** e che faceva solo ciò che dovrebbero far tutti perchè il mondo vada bene: i fatti suoi. — Fu interrogato il capo mastro, ma lui rispose di saperne quanto gli altri; e quando, vista la assurdità della sua risposta, i curiosi l’incalzarono vieppiù di domande, il brav’uomo li mandò a farsi friggere, spiegando loro la santa sua massima di far ciascuno i suoi affari. — In realtà neppur lui sapeva di chi era la palazzina. — Chi ne doveva saper qualche cosa, era don Salvatore Mannu, chè appunto lui aveva comandato al capomastro di innalzare la palazzina e somministravagli i fondi, pregandolo però del più profondo segreto; ma nessuno pensava di interrogare don Salvatore, che, ridendosela sotto i baffi, si mostrava curioso al pari degli altri e si divertiva assai delle chiacchiere e della curiosità che la palazzina destava. Agli ultimi di aprile fu completata: era qualcosa di meraviglioso, coperta tutta da un terrazzo circondato di balaustrate di ferro, gli ampi balconi dalle persiane verdi, il muro del giardino tutto a merli e torricelle come la cinta di una città fortificata, le quattro facciate bianche, filettate da eleganti striscie di smalto azzurro. E giù giù ai piedi, la vallata verde, ampia, ridente, chiusa dai monti bruni, selvaggi, pittoreschi; su su il cielo azzurro e profondo, su cui essa si disegnava ardita, leggera, aerea, come un brano di paesaggio svizzero o fiammingo.
Preview chapterII.Preview
Il vero nome di Lara era Maura. Rimasta orfana da bambina, Maura, posta in collegio a Sassari dallo zio don Salvatore, tutore e custode del piccolo patrimonio, lasciatole da suo padre, era cresciuta a poco a poco in un ambiente se non del tutto signorile e aristocratico, assai più civile e colto di quello fra cui crescevano le signorine di X***; sicchè, divenuta una bella, elegante, coltissima fanciulla, aveva fatto pazzamente innamorare di sè uno dei più giovani e celebri avvocati del fôro sassarese. E Marco Ferragna, ch’era lui, non ostante l’opposizione della famiglia, una delle più ricche e aristocratiche di Sassari, un bel giorno se ne era venuto a X*** e aveva chiesto a don Salvatore la mano della nipotina Lara, raccontandogli come l’avesse conosciuta nelle campagne di Sassari, ove Lara trovavasi ancora, in villeggiatura, presso una sua amica, come se ne era innamorato e come intendeva sposarsela benchè la sua famiglia fosse contraria al suo matrimonio. Don Salvatore ne fu sulle prime sbalordito. Ah, a X*** non si fanno così i matrimonî, no, Dio buono: un giovine, specialmente se trovasi in buona posizione, prima di decidersi a prender moglie, ci pensa su per due o tre anni... eppoi, dato il caso che vi si decida, ascolta prima il parere non solo della famiglia, ma del paese intero, e si comporta secondo il consiglio dei savî.
Così la pensava don Salvatore; ma siccome era uomo di senno e abbastanza istruito nella sua qualità di cavaliere e proprietario, pensava pure che secondo i paesi i costumi; e i costumi di Sassari dovevano essere assai diversi da quelli di X***, perchè Marco Ferragna, nel chiedere la mano di Lara, vestito inappuntabilmente in abito da società, e inguantato, aveva gli stivaletti verniciati, il che non si vedeva tutti i giorni in X***.
— Mia nipote si chiama Maura, non Lara — osservò lo zio dopo aver dato il suo solenne «sì» a Marco.
— Lo so, — rispose questi, — ed è da pochi giorni che Maura si fa chiamare Lara, dopo aver letti i versi della contessa Lara , in omaggio della illustre poetessa. Li ha letti lei, don Salvatore, o piuttosto zio Salvatore?... Non meritano che una gentile e bella signorina come Maura cambi per loro il suo nome?... — Don Salvatore sorrise e scosse la testa: in realtà lui conosceva molti versi, da quelli del Dore a quelli dell’illustre Paolo Mossa, ma questa contessa Lara non sapeva chi fosse.
— Che vuole? — si scusò. Io non ho tempo di leggere i bei libri e non conosco nulla... nulla. Sono sempre occupato in campagna ed ho appena qualche volta il tempo di leggere l'«Unità Cattolica» in casa di prete Giovanni...
Questa dichiarazione troncò sul labbro di Marco la storia dei sette infanti di Lara che stava per raccontare a don Salvatore... Gli parlò invece di agricoltura e fu più compreso; e quando si divisero, Marco, che aveva alfine convinto il futuro zio a dargli del tu si portò seco il cuore dell’onesto possidente dopo due sole ore di conoscenza, come dopo una serenata sotto le finestre della villa delle verdi campagne di Sassari avevasi conquistato il cuore di Lara.
Don Salvatore fece subito ritornare a X*** la nipote: Marco rimase anch’egli nella piccola città finchè tutto fu pronto per gli sponsali. Si sposarono nel più profondo segreto, per espressa volontà di Lara che non amava le pompe e le chiacchiere, e partirono per il viaggio di nozze in continente ed anche all’estero: al ritorno si sarebbero stabiliti a Sassari, ove Marco teneva il suo splendido e ricercato studio. — Tutto ciò fu un avvenimento così meraviglioso, che i bravi cittadini di X*** credettero di sognare. Ma figuratevi dunque! Prima di allora nessun giovine straniero, come Ferragna veniva considerato, si era mai sognato di sposare una signorina di X***, tanto più se povera e sconosciuta come Maura Mannu; — mai, prima d’allora, si erano compiute senza feste e senza pettegolezzi nozze così cospicue; — mai, prima d’allora, sposi per quanto ricchi e aristocratici erano partiti da X*** per fare il viaggio di nozze, e tutt’al più s’erano spinti a Cagliari per la festa di sant’Efisio.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02I.
- 03II.
- 04III.
- 05IV.
- 06V.
- 07VI.
- 08VII.
- 09VIII.
- 10IX.
- 11X.
- 12XI.
- 13XII.
- 14XIII.
- 15XIV.
- 16XV.
- 17XVI.
- 18XVII.
- 19XVIII.
- 20XIX.
- 21XX.
- 22XXI.
- 23XXII.
- 24XXIII.
- 25XXIV.
- 26XXV.
- 27XXVI.
- 28XXVII.
- 29XXVIII.
- 30XXIX.
- 31XXX.
- 32XXXI.
- 33XXXII.
- 34XXXIII.
- 35XXXIV.
- 36XXXV.
- 37XXXVI.
- 38XXXVII.
- 39XXXVIII.
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