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Galateo

Italian BooksWhale Edition by Giovanni Della Casa

Un’edizione italiana originale su buone maniere, conversazione, cortesia, pulizia, rispetto, misura e comportamento sociale.

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Book introduction

Galateo

Galateo di Giovanni Della Casa è presentato in un’edizione italiana originale e leggibile. L’opera mette in primo piano buone maniere, conversazione, cortesia, pulizia, rispetto, misura e comportamento sociale. Il testo conserva valore per storia letteraria, pensiero, cultura italiana e ricerca di classici in pubblico dominio.

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How this edition was prepared

This edition is based on a public domain text and has been prepared for digital reading by BooksWhale.

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Giovanni Della Casa morì nel 1556, e Galateo fu pubblicato o composto nel 1558. Queste date sostengono la base di pubblico dominio del testo italiano originale usato in questa edizione.

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Galateo

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Galateo ovvero de' costumi/I

Preview chapterCap. I. Proemio. Si propone la materia di cui dee trattarsi: paragone della buona costumatezza con altre virtù più splendide: utilità della presente dottrina, e facilità di praticarla .Preview

1. Conciossiacosachè tu incominci pur ora quel viaggio del quale io ho la maggior parte, siccome tu vedi, fornito; cioè questa vita mortale; amandoti io assai, come io so, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando un luogo e quando altro, dove io, come colui che gli ho sperimentati, temo che tu, camminando per essa, possi agevolmente o cadere o come che sia errare; acciocchè tu, ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con salute dell’anima tua e con laude e onore della tua orrevole e nobile famiglia; e perciocchè la tua tenera età non sarebbe sufficiente a ricevere più principali e più sottili ammaestramenti, riserbandogli a più convenevole tempo, io incomincierò da quello che per avventura potrebbe a molti parer frivolo; cioè quello che io stimo che si convenga di fare, per potere in comunicando ed in usando colle genti, essere costumato e piacevole e di bella maniera; il che nondimeno è o virtù o cosa molto a virtù somigliante: e comechè l’esser liberale o costante o magnanimo sia per sè senza alcun fallo più laudabil cosa, e maggiore che non è l’essere avvenente e costumato; nondimeno forse che la dolcezza de’ costumi e la convenevolenza de’ modi e delle maniere e delle parole giovano non meno a’ possessori di esse, che la grandezza dell’animo, e la sicurezza altresì a’ loro possessori non fanno. Perciocchè queste si convengono esercitare ogni di molte volte, essendo a ciascuno necessario di usare con gli altri uomini ogni dì, ed ogni dì favellare con esso loro: ma la giustizia, la fortezza e le altre virtù più nobili e maggiori si pongono in opera più di rado; nè il largo e il magnanimo è astretto di operare ad ogni ora magnificamente; anzi non è chi possa ciò fare in alcun modo molto spesso; e gli animosi uomini e sicuri similmente rade volte sono costretti a dimostrare il valore e la virtù loro con opera. Adunque quanto quelle di grandezza, e quasi di peso vincono queste; tanto queste in numero ed in ispessezza avanzano quelle.

2. E potre’ ti, se egli stesse bene di farlo, nominare di molti, i quali essendo per altro di poca stima, sono stati e tuttavia sono apprezzati assai, per cagion della loro piacevole e graziosa maniera solamente; dalla quale aiutati e sollevati, sono pervenuti ad altissimi gradi, lasciandosi lunghissimo spazio addietro coloro che erano dotati di quelle più nobili e più chiare virtù, che io ho dette: e come i piacevoli modi e gentili hanno forza di eccitare la benivolenza di coloro coi quali noi viviamo; così per lo contrario i zotichi e rozzi incitano altrui ad odio e a disprezzo di noi.

3. Per la qual cosa, quantunque niuna pena abbiano ordinata le leggi alla spiacevolezza ed alla rozzezza de’ costumi, siccome a quel peccato che loro è paruto leggieri (e certo egli non è grave); noi veggiamo nondimeno, che la natura istessa ce ne gastiga con aspra disciplina; privandoci per questa cagione del consorzio e della benivolenza degli uomini.

4. E certo come i peccati gravi più nuocono, così questo leggieri più noia, o noia almeno più spesso: e siccome gli uomini temono le fiere selvatiche, e di alcuni piccioli animali, come le zanzare sono e le mosche, niuno timore hanno; e nondimeno per la continua noia ch’eglino ricevono da loro, più spesso si rammaricano di questi, che di quelle non fanno: così addiviene, che il più delle persone odia altrettanto gli spiacevoli uomini ed i rincrescevoli, quanto i malvagi, o più.

5. Per la qual cosa niuno può dubitare, che a chiunque si dispone di vivere non per le solitudini, o ne’ romitorii, ma nelle città e tra gli uomini, non sia utilissima cosa il sapere essere ne’ suoi costumi e nelle sue maniere grazioso e piacevole.

6. Senza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi, i quali mancando, esse nulla o poco adoperano: dove questa, senza altro patrimonio, è ricca e possente, siccome quella che consiste in parole e in atti solamente.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02Galateo ovvero de' costumi/I
  3. 03Cap. I. Proemio. Si propone la materia di cui dee trattarsi: paragone della buona costumatezza con altre virtù più splendide: utilità della presente dottrina, e facilità di praticarla .
  4. 04Cap. II. In che consista l’essere scostumato: quali atti sieno spiacevoli a que’ co’ quali si usa. Si dividono questi secondo il numero delle potenze dell’anima, alle quali si può render noia .
  5. 05Cap. III. Si principia a trattare di ciò che rende noia a’ sensi, e per mezzo loro alla immaginazione, ed alcuna cosa anche all’appetito .
  6. 06Cap. IV. Per far conoscere, quanto non sieno da trascurarsi le minute cose, delle quali ha parlato, racconta l’autore ciò, che fece M. Galateo col conte Riccardo per comando del Vescovo di Verona .
  7. 07Cap. V. Ritornasi a trattare delle male costumanze che spiacciono a’ sensi .
  8. 08Cap. VI. Per passare l’autore a parlare di ciò, che spiace all’appetito, spiega prima cosa appetiscano gli uomini nel comunicare insieme. Quali cose deggiano schivarsi, perchè dinotano poca stima della conversazione .
  9. 09Cap. VII. Come debba ognuno vestire per non mostrare dispregio degli altri .
  10. 10Cap. VIII. Di quelli che sconciano ogni compagnia, e dei ritrosi e strani. Quanto sia odiosa la superbia, e come si debba schivare ogni cosa, che a superbia possa attribuirsi .
  11. 11Cap. IX. Quanto la ritrosia alieni l’animo altrui: che bisogna mostrare di portare amore agli altri e di curare l’amor loro .
  12. 12Cap. X. Delle cose che si oppongono all’appetito del piacere, e sollazzo che cercano gli uomini nel conversare, e primieramente de’ teneri e vezzosi .
  13. 13Cap. XI. Di quali materie dobbiamo astenerci di favellare per non recar noia .
  14. 14Cap. XII. Si riprova distintamente l’uso di raccontare i sogni nelle conversazioni .
  15. 15Cap. XIII. Delle bugie, delle millanterie, e della umiltà affettata. Quanto spiacciano; e perciò debbon fuggirsi .
  16. 16Cap. XIV. Delle cirimonie: perchè così si dicano, cosa sieno e come debban praticarsi .
  17. 17Cap. XV. Si dividono tre generi di cirimonie. Quelle, che si fanno per proprio utile sono affatto indegne dell’uomo costumato .
  18. 18Cap. XVI. Le cirimonie, che si fanno per debito, non deggiono mai lasciarsi. Autorità, e forza dell’uso. Cautele da osservarsi nel praticarle. L’eccedere è adulazione indegna del gentiluomo. Questa fa la terza specie di cirimonie, che sono per vanilà. Quanto l’adulazione sia noiosa e spiacevole .
  19. 19Cap. XVII. L’altre cirimonie vane, e superflue: essere questo indicio di poco talento, o di natura villana .
  20. 20Cap. XVIII. Della maldicenza, del contraddire agli altri, del dare consigli, del riprendere, e correggere gli altrui difetti. Ognuna di tali cose essere noiosa .
  21. 21Cap. XIX. Non doversi in conto niuno adoperare scherni: in che gli scherni sieno differenti dalle beffe: da questi ancora generalmente doversi ognuno guardare; quando si adoperino, con che cautele debbano usarsi: di due sorte di motti: niuno dover mai usare molti che mordano .
  22. 22Cap. XX. Si tratta distintamente de’ motti: deggiono essere leggiadri e sottili: son proprii degli ingegni acuti: non s’usino da chi non ha disposizione di natura ad usarli: come ognuno possa conoscere, s’egli abbia o no abilità a motteggiare con piacevolezza .
  23. 23Cap. XXI. Del favellare disteso e continuato. Si danno regole per far un racconto con leggiadria, e piacere degli uditori .
  24. 24Cap. XXII. In ogni discorso le parole dover esser chiare: propie di ciò, che si vuole significare: far meglio ognuno a parlare nel propio, che nell’altrui linguaggio: doversi schifare i vocaboli men che onesti: in oltre le parole vili: doversi ciascuno avvezzare al parlare modesto e dolce, guardandosi dalle maniere aspre e ruvide .
  25. 25Cap. XXIII. Altre osservazioni circa il favellare. Non si parli prima che si sia ben concepito il soggetto del discorso. Come si debba regolare la voce. Le parole sieno ben ordinate. Non si usin forme di dire pompose: non basse, e plebee: la maniera di pronunziare sia con dolcezza convenevole .
  26. 26Cap. XXV. .
  27. 27Cap. XXVI. Volendo sporre, quali cose abbiano a sfuggirsi, perchè spiacevoli all’intelletto, dice prima, che l’uomo è vago della bellezza, e della proporzione: descrive cosa sia la bellezza, e come questa si trovi non solo ne’ corpi, ma in ogni favellare ed operare .
  28. 28Cap. XXVII. Che le cose, che spiacciono a’ sensi ed all’appetito, spiacciono ancora all’intellelto: per qual cagione non ostante si sia di quelle separatamente parlato di sopra.
  29. 29Cap. XXVIII. Che in tutte le azioni dee il ben costumato cercare la leggiadria e la convenevolezza: cose sconce essere in prima tutti i vizi; e perciò da fuggirsi. Si divisano in particolare molte cose che deggiono farsi con modi acconci, e distintamente si parla delle vesti.
  30. 30Cap. XXIX. D’alcune particolari sconvenevolezze, che si potrebbero usare a tavola. Presa occasione si dicono alcune cose contra l’intemperanza nel bere .
  31. 31Cap. XXX. Si riferiscono altre molte azioni, e molte maniere sconce e difformi, che debbono schivarsi, e con ciò si pone fine al Trattato .

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