
Italian Edition
Literature
I pescatori di trepang
Italian BooksWhale Edition by Emilio Salgari
Un viaggio nei mari australi diventa un'avventura di naufragi, incontri e pericoli lungo le coste dell'Australia e della Nuova Guinea.
- Preview
- A sample from the prepared text
- Formats
- Online reader, EPUB, PDF
- Access
- Library claim
Book introduction
I pescatori di trepang
Emilio Salgari conduce i suoi personaggi nei mari della pesca del trepang, tra coste australiane, stretto di Torres e Nuova Guinea. Tempeste, naufragi, animali e scontri mettono alla prova l'equipaggio. Ventiquattro capitoli e una conclusione intrecciano il ritmo dell'avventura marittima con le descrizioni geografiche e naturalistiche proprie della narrativa di viaggio dell'autore.
BooksWhale edition
How this edition was prepared
This edition is based on a public domain text and has been prepared for digital reading by BooksWhale.
Public domain basis
Why this edition can be shared
Emilio Salgari morì nel 1911. L’opera fu pubblicata per la prima volta nel 1896. Questa edizione utilizza il testo originale italiano storico di Project Gutenberg, senza aggiunte editoriali moderne.
Read preview
A sample from the prepared text
Preview selected from the prepared reader text.
Preview chapterCAPO I. La costa australianaRead preview
Ai primi d’aprile del 1850, una di quelle bizzarre navi che i chinesi chiamavano giunche o meglio ts’ao ch’wan, di forme rozze e pesanti, colla prua arrotondata e fornita di due grandi cubie che danno a quei velieri l’aspetto di mostri marini, essendo dipinti in modo che quelle aperture sembrano due occhi smisurati, colla poppa larga e molto rialzata e l’alta alberatura fornita di grandi vele, navigava lentamente e con molta precauzione, lungo le coste occidentali della terra di Carpentaria.
Trenta uomini coi crani rasati, ma forniti sulla nuca di una lunga treccia, la pelle del viso giallastra, cogli occhi obliqui, parte semi-nudi ed alcuni coperti da larghe casacche e da larghi calzoni di tela fiorata, stavano allineati lungo i bordi della nave, tenendo in mano i bracci delle manovre e le scotte, per essere pronti ad orientare le vele.
A prua invece, ritto sul castello, un uomo di alta statura coi lineamenti energici, la pelle bruna, vestito all’europea, esaminava attentamente la costa australiana con un cannocchiale. Poteva aver quarant’anni e s’indovinava, anche a prima occhiata, che doveva essere il comandante di quell’equipaggio di chinesi. Dietro di lui due giovanotti, l’uno che non dimostrava più di sedici anni e l’altro venti, e colla pelle ancora bianca, parevano che attendessero, con una certa ansietà, il risultato di quelle minuziose osservazioni.
— Vedi nulla? chiese ad un tratto il più giovane dei due volgendosi verso il comandante.
— No, nipote mio, rispose questi. Non vedo alcun essere vivente.
— E la baia?
— È dinanzi a noi, a due leghe, Hans.
— Sei certo di non ingannarti, zio?
— Un uomo di mare ingannarsi?.... Sono venuto qui l’anno scorso a pescare il trepang e la baia non l’ho scordata.
— Ma perchè osservi così minuziosamente la costa?
— Perchè mi preme la pelle e sopratutto la vostra, nipoti miei.
— Ma cosa temi?
— Siamo in paese selvaggio, Hans. La spiaggia è deserta ora, ma potrebbe, da un istante all’altro, gremirsi di australiani.
— Odiano gli uomini bianchi, forse?
— Non fanno distinzione di razze: bianchi o neri o gialli o rossigni od olivastri, tutti sono buoni per questi mangiatori di carne umana.
— Mangiano gli uomini, questi selvaggi?
— Come noi mangiamo i polli.
— Che canaglie!...
— Hanno fame, Hans. La loro terra non produce, gli animali mancano o sono rari e si rifanno cogli uomini che l’oceano spinge sulle loro sponde.
— Ma noi siamo molti, zio mio.
— Molti!...
— E abbiamo dei fucili e due spingarde.
— Conti sui nostri chinesi, Hans? Bell’equipaggio di conigli!... Ai primi spari si nasconderanno nella stiva.
— Ma non è facile assalire una nave.
— Ma quando saremo costretti a scendere a terra per collocare le caldaie?
— Le caldaie!....
— Voi non sapete ancora cosa sia la pesca del trepang, è vero. Siete ancora marinai d’acqua dolce.
— Oh zio!... esclamarono i due giovanotti.
— Ma diverrete veri marinai più tardi. Diamine! Non si improvvisano i lupi di mare.
— È vero.
— Ehi, Wan-Horn, governa dritta quella punta!.... La vedi?... gridò il comandante.
Un vecchio marinaio dalla barba bianca, colla pelle abbronzata dai venti del mare e dal sole equatoriale e che stava ritto sul cassero, tenendo in mano la ribolla del timone, disse:
— La vedo, capitano. I miei sessant’anni non mi hanno indebolito la vista.
La giunca, che continuava avanzarsi lentamente lungo quella penisola acuta, che si estende fra il mare del Corallo ed il golfo di Carpentaria, prolungandosi attraverso i bassifondi dello stretto di Torres, mise la prua verso una punta rocciosa che pareva celasse una profonda insenatura.
Quella costa, che il comandante continuava ad esaminare con profonda attenzione, appariva assolutamente deserta. S’alzava verso l’est, con piccole ma profonde insenature, con roccie colossali che parevano posassero su scogliere corallifere celate sott’acqua. Non si scorgeva alcun cespuglio nei pressi di quelle spiaggie, ma più lontano si vedeva qualche gruppo di quegli alberi gemmiferi chiamati eucalipti rostrati, veri giganti, poichè raggiungono sovente un’altezza di cento cinquanta metri, ma che non danno ombra alcuna, poichè le loro foglie oscure si presentano sempre di profilo.
Preview chapterCAPO II. I pescatori di trepangPreview
Non vi è forse un popolo così stravagante come quello chinese, in fatto di cibi. Se apprezza immensamente le pinne di pesce-cane in salsa zuccherata, se è ghiotto dei nidi di rondini marine che danno dei brodi gelatinosi ma insipidi, di lombrichi salati, di ranocchi, di topi salati o di cani, sopratutto è consumatore di trepang.
Si può dire che da secoli, anzi prima ancora che i navigatori europei conoscessero l’esistenza del quinto continente, le loro navi si recavano sulle spiaggie settentrionali dell’Australia o sulle coste della Nuova Guinea a pescare questo bizzarro mollusco.
La quantità che si esporta sui mercati del Celeste Impero è immensa, ma non è bastante, poichè il chinese tutto sacrificherebbe per un piatto di trepang, e crederebbe di non offrire un banchetto completo senza questo manicaretto che può ormai chiamarsi nazionale. Gli Europei, quantunque ultimi venuti, non hanno trascurato questa pesca, e come vi sono i pescatori di balene, di capidogli, di foche e di morse, vi sono così pure i pescatori di trepang, i quali, tutti gli anni, nella stagione propizia, salpano dai porti più lontani per recarsi nelle acque dello stretto di Torres o del mar del Corallo o del golfo di Carpentaria, ricavando dei lauti guadagni.
È bensì vero che parecchie navi non tornano più in patria o ritornano cogli equipaggi decimati, ma gli altri pescatori non si spaventano per ciò. Sanno che i selvaggi australiani o papuasi o dell’arcipelago delle Lusiade li attendono, pronti ad approfittare della prima tempesta per recidere le gomene e le catene e mandare le navi a frantumarsi contro quelle pericolose scogliere; sanno pure che se cadono nelle mani di quegli isolani finiscono la loro esistenza sulla punta d’uno spiedo od in un immenso tegame a bollire colla salsa verde, ma ci tornano, perchè i chinesi pagheranno ben cari quei molluschi.
Vedremo in seguito cosa sono questi trepang che l’equipaggio della Hai-Nam si preparava a pescare, malgrado il grido di raccolta degli australiani, che suonava come una funebre minaccia.
Ancorata solidamente la nave, colla prua volta verso l’uscita della baia per essere pronti, in caso di pericolo, ad abbandonare quei paraggi, il capitano Wan-Stael aveva fatto calare in mare una grande scialuppa armata d’una grossa spingarda, e vi era disceso in compagnia del vecchio Wan-Horn, di Hans e di Cornelio.
Curvatosi sul bordo, si era messo a osservare l’acqua con viva attenzione, esplorando il fondo della baia che era perfettamente visibile.
— Sette braccia, diss’egli, con aria soddisfatta. — I nostri pescatori non faticheranno troppo.
— Ma dov’è il trepang? chiese Hans.
— Il fondo è tappezzato, rispose il capitano. Non scorgi nulla fra la sabbia e le alghe?
— Mi pare di vedere dei cilindri che si muovono.
— Sono appunto quelle le olutarie, o, se ti garba meglio, i trepang che noi pescheremo.
— E sono dei migliori, capitano, disse Wan-Horn. Ecco là i bankolungan, più in fondo i kikisan, i talipan e laggiù vedo anche i munang.
— Che i chinesi pagheranno molto cari, vecchio mio, disse il capitano. Qui vi è una vera fortuna da pescare.
— Ci spiegherete meglio cosa sono queste olutarie? chiese Hans.
— Certo, ragazzo mio, rispose il capitano. Orsù, Wan-Horn, fa scendere i pescatori.
Dieci chinesi semi-nudi, che tenevano infissi, in una larga cintura, dei lunghi coltelli leggermente ricurvi, armi necessarie in quei paraggi che sono frequentati da mostruosi pesci-cani ghiotti di carne umana non meno degli antropofaghi delle coste settentrionali dell’Australia, ad un comando del vecchio marinaio scesero nella scialuppa, recando nella mano sinistra una specie di rete, capace di contenere parecchie olutarie.
— Giù, e senza perdere tempo, disse il capitano, dopo d’aver osservata l’entrata della baia, per accertarsi dell’assenza dei pesci-cani.
I dieci pescatori, scelti fra i migliori nuotatori dell’equipaggio, balzarono in acqua con mirabile accordo.
I due giovanotti, curvi sui bordi della scialuppa, seguivano con viva curiosità le operazioni di quei valenti pescatori. L’acqua della baia, che era tranquilla e trasparente come un cristallo, permetteva a loro di distinguere nettamente quegli uomini, i quali agivano rapidamente, strappando i molluschi, che tosto cacciavano nella rete.
Preview chapterCAPO III. La pittura di guerra del selvaggioPreview
Un negro orribile, che tramandava un acuto odore d’ammoniaca, era improvvisamente comparso dietro ad una scogliera che si prolungava verso la sponda settentrionale della baia.
Era di statura poco superiore alla media, ma di una magrezza spaventosa, tale che si potevano contare le sue costole; aveva però il ventre sporgente, ma le sue gambe, che erano mancanti dei polpacci, parevano bastoni ricoperti di cuoio.
Il suo viso rassomigliava più a quello d’una scimmia che a quello di un essere umano. La sua testa era schiacciata, la sua fronte depressa, il naso camuso, le mascelle sporgenti, gli orecchi larghi, gli occhi piccoli che scintillavano stranamente e una bocca così grande che gli fendeva più di mezzo viso.
Delle strane pitture a colori svariati coprivano la sua pelle cuprea, e dei tatuaggi assai marcati, rilevati in forma di piccole labbra, ornavano il suo corpo.
Quel selvaggio ributtante si sbarazzò d’una pelle di kanguro che coprivagli le spalle e parte dei suoi lunghi e ruvidi capelli, ed impugnando, con aria comica, una piccola lancia colla punta d’osso e adorna d’un ciuffo di penne variopinte, s’avanzò verso i pescatori, fermandosi a dieci passi dai fornelli.
— Cosa vuole quel brutto antropofago? chiesero Hans e Cornelio, mentre i chinesi operavano una prudente ritirata verso le scialuppe.
— Verrà ad intimarci di partire, disse il capitano. Questi luridi selvaggi pretenderebbero che nessun straniero venisse a pescare presso le loro coste, ma quel campione della razza australiana s’inganna se crede che io me ne vada.
— M’incarico io di mandarlo alla sua tribù con un calcio, disse il vecchio Wan-Horn. Non mi fa paura la sua lancia, capitano Stael.
— Vediamo un po’, signor selvaggio, disse il capitano avanzandosi verso di lui, quali sono le vostre pretese.
L’australiano che se ne stava immobile impugnando la sua lancia, vedendolo avanzarsi si battè con la mano sinistra il ventre, che risuonò come un tamburo.
— Reclama la colazione, disse Wan-Stael. Noi non siamo albergatori, signor selvaggio, ma se siete a digiuno potete rosicchiare questa olutaria.
Prese un zapatos che era stato già preparato e lo gettò all’australiano, il quale lo prese di volo, portandolo avidamente alle labbra.
— Che appetito! esclamò Hans.
— Non è da meravigliarsi, nipote mio. Questi selvaggi del continente australiano sono in lotta colla fame tutto il tempo della loro vita e soffrono dei digiuni straordinari.
— Forse che non produce alcuna pianta fruttifera l’Australia?
— Solamente alberi gommiferi; però, coltivate, tutte le piante fruttifere d’Europa danno dei raccolti favolosi; ma questi selvaggi disprezzano l’agricoltura, e non vivono che di caccia.
— E non abbonda la selvaggina?
— Tutt’altro, è scarsa assai. Qui non si trovano che pochi kanguri, radi casoari, che sono specie di struzzi, ma più piccoli di quelli africani, e delle bande di cani selvaggi chiamati dingo, assai difficili ad uccidersi. È bensì vero che l’indigeno australiano non è schizzinoso, nutrendosi persino di vermi, di bruchi, di lucertole, di serpenti, ma anche questi non bastano per tutti. Aggiungi inoltre che sono imprevidenti e che non pensano mai al domani. Uccidono un kanguro od un casoaro?.. S’affrettano ad arrostirli e li divorano finchè non rimangono che le ossa, dovessero scoppiare.
— Sono adunque grandi mangiatori?
— Eccone un esempio, disse il capitano. L’olutaria è già sparita in sei bocconi, in quel ventre che pare non abbia fondo.
Infatti il selvaggio aveva già divorato la zapatos, ma non pareva soddisfatto; vedendo l’ammasso di molluschi, forse incoraggiato da quel primo regalo, vi si gettò sopra abbracciando più olutarie che potè, ma Wan-Horn, che non lo perdeva di vista, afferratolo per una gamba lo tirò indietro, dicendogli:
— Adagio, mariuolo; giù le zampe, brutta scimmia!
L’australiano, che contava di fare una scorpacciata, balzò rapidamente in piedi e raccolta la lancia l’alzò minacciosamente.
— Quanto sei buffo!... esclamò il marinaio.
— Guardati, Wan-Horn, disse il capitano. Questi selvaggi sono traditori.
— Gli romperò la lancia sul dorso, signor Wan-Stael.
Table of contents
Inside this edition
- 01CAPO I. La costa australiana
- 02CAPO II. I pescatori di trepang
- 03CAPO III. La pittura di guerra del selvaggio
- 04CAPO IV. Gli Australiani
- 05CAPO V. L’assalto notturno
- 06CAPO VI. L’orgia dell’equipaggio
- 07CAPO VII. I mangiatori di carne umana
- 08CAPO VIII. Il golfo di Carpentaria
- 09CAPO IX. Il naufragio durante l’uragano
- 10CAPO X. L’uragano
- 11CAPO XI. L’isola di Corallo
- 12CAPO XII. Lo stretto di Torres
- 13CAPO XIII. I Pirati della Papuasia
- 14CAPO XIV. La Nuova Guinea
- 15CAPO XV. L’assalto dei coccodrilli
- 16CAPO XVI. La capanna aerea
- 17CAPO XVII. Fra le freccie ed il fuoco
- 18CAPO XVIII. Caccia alle testuggini
- 19CAPO XIX. Gli alberi sagu
- 20CAPO XX. I boschi della Papuasia
- 21CAPO XXI. Il Babirussa
- 22CAPO XXII. Le vendette dei Papuasi
- 23CAPO XXIII. I Prigionieri
- 24CAPO XXIV. Il capo Uri-Utanate
- 25CONCLUSIONE
Language availability
Other languages
Additional language editions are not published yet. This section will link to other BooksWhale editions when they become available.
Request another language