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Italian Edition

Literature

Il Filocolo

Italian BooksWhale Edition by Giovanni Boccaccio

Il giovane Boccaccio riscrive una storia d’amore, viaggio, prove cavalleresche e fedeltà narrativa.

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Book introduction

Il Filocolo

Il Filocolo è tra le prime grandi prove narrative di Boccaccio e sviluppa la vicenda di Florio e Biancifiore in forma ampia e avventurosa. Amore contrastato, conversione, viaggio, riconoscimento e gusto romanzesco anticipano temi centrali della sua opera.

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Giovanni Boccaccio died in 1375, and Il Filocolo is an early work from the fourteenth century. These dates support the public-domain basis for the Italian source text used in this edition.

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Il Filocolo

Preview chapterLIBRO PRIMOPreview

Mancate giá tanto le forze del valoroso popolo anticamente disceso del troiano Enea, che quasi al niente venute erano per lo maraviglioso valore di Giunone, la quale, la morte della pattuita Didone cartaginese non avendo voluto inulta dimenticare, e all’altre offese porre non debita dimenticanza, faccendo degli antichi peccati de’ padri sostenere a’ figliuoli aspra gravezza, possedendo la loro cittá, la cui virtú l’universe nazioni si sottomise, sentí che quasi nell’estreme parti dell’ausonico corno ancora un picciolo ramo dell’ingrata progenie era rimaso, il quale s’ingegnava di rinverdire le giá seccate radici del suo pedale. Commossa adunque la santa dea per le costui opere, propose di riducerlo a niente, abbattendo la infiammata sua superbia, come quella degli antecessori aveva altra volta abbattuta, con degno mezzo. E posti i risplendenti carri agli occhiuti uccelli, e davanti a sé mandata la figliuola di Taumante a significare la sua venuta, discese della somma altezza nel cospetto di colui che per lei teneva il santo uficio, e cosí disse: «O tu, il quale alla somma degnitá se’ indegno pervenuto, qual negligenza t’ha messo in non calere della prosperitá dei nostri avversarii? quale oscuritá t’ha gli occhi, che piú debbono vedere, occupati? lévati su: e perciò che a te è sconvenevole guidare l’arme di Marte, fa che incontanente sia da te chiamato chi con la nostra potenza abbatta le non vere frondi, che sopra l’inutile ramo dimorano, le cui radici giá è gran tempo furono secche, e in maniera che di loro mai piú ricordo non sia. Intra ’l ponente e i regni di Borea sono fruttifere selve, nelle quali io sento nato un valoroso giovane, disceso dell’antico sangue di colui che giá li tuoi antecessori liberò della canina rabbia de’ longobardi, loro rendendo vinti con piú altri nemici alla nostra potenza. Chiama costui, perciò che noi gli abbiamo quasi l’ultima parte delle nostre vittorie serbata, e sopra noi gli prometti valorose forze. Io farò li fauni e’ satiri e le ninfe graziose ne’ suoi affanni; Nettunno ed Eolo disiderano di servirmi; e Marte a’ miei prieghi vigorosamente l’aiuterá. E ’l nostro Giove è di tutte queste cose contento, perciò che ha preso isdegno, veggendo a gente portare per insegna quello uccello, nella cui forma giá molte volte si mostrò a’ mondani, che piú a’ sacrificii di Priapo intendono che a governare la figliuola di Astreo, loro debita sposa. Io ancora ti prometto di commuovere con le infernali furie un’altra volta gli abominevoli regni in suo servigio, come giá feci quando ne’ paesi italici entrò il santo uccello, la cui ruina non permisi allora, volendogli prestare tempo nel quale potendosi pentere meritasse perdono, e ancora perciò che sentiva che di lui dovea discendere l’edificatore di questo luogo pontificale. Adunque sollecita queste cose; e se ciò non farai, senza piú porgerti le mie forze io ti lascerò nelle sue mani». E detto questo, si partí, discendendo a’ tenebrosi regni di Plutone; e con lamentevole voce chiamata Aletto, disse: «A te conviene la seconda volta rivolgere le fedeli menti che discesero da colui, il quale tu non potesti altra volta per tua forza sí del tutto sturbare che negl’italici regni smisurate forze non prendesse: e ciò fu nel principio delle prosperitá; ma questo fia nell’ultima parte dell’avversitá, la quale ultima parte la loro fama spegnerá nel mondo». E questo detto, voltato il suo carro, tornò al cielo. Gli oscuri regni a cotale novella si dolsero, veggendo apertamente per quella la loro preda mancare: ma al volere della santa dea non si poteva resistere. Però Aletto, lasciati quelli, tornò agli altri, i quali ella giá a crudeli battaglie aveva commossi, e quivi gli animi de’ piú possenti impregnò di volontá iniqua contra al principale signore, mostrando loro come venereamente i loro matrimoniali letti avea violati; e quelli, pregni d’iniquo volere e d’ira mormorando, lasciò focosi, ritornando donde partita s’era. Il vicario di Giunone senza indugio chiamò il giovane dalla santa bocca eletto a’ suoi servigi, il quale allora signoreggiava la terra la quale siede allato alla mescolata acqua del Rodano e di Sorga, e a lui mostrò i larghi partiti promessigli dalla santa dea, se in tale servigio con le sue forze si mettesse, e ultimamente gli promise d’adornare la sua fronte di reale corona del fruttifero paese, se la maledetta pianta del tutto n’estirpasse.

Preview chapterLIBRO SECONDOPreview

Adunque cominciarono con dilettevole studio i giovani, ancora ne’ primi anni puerili, ad imprendere gli amorosi versi: nelle quali voci sentendosi la santa dea, madre del volante fanciullo, con tanto affetto nominare, non poco negli alti regni con gli altri iddii se ne gloriava. Ma non sofferse lungamente che invano fossero da’ giovani petti sapute cosí alte cose come i laudevoli versi narrano, ma, involti i candidi membri in una violata porpora, circondata di chiara nuvoletta, discese sopra l’alto monte citereo, la dove ella il suo caro figliuolo trovò temperante nuove saette nelle sante acque, a cui con benigno aspetto cominciò cosi: «O dolce figliuolo, non molto distante agli acuti omeri d’Appennino, nell’antica cittá Marmorina chiamata, secondo che io ho dagli alti nostri regni sentito, sono due giovani, i quali affettuosamente studiano i versi che le tue forze insegnano acquistare, invocando co’ casti cuori il nostro nome, disiderando d’essere del numero de’ nostri soggetti. E certo i loro aspetti, pieni della nostra piacevolezza, molto piú s’apprestano a’ nostri servigi che a coltivare i freddi fuochi di Diana. Lascia dunque la presente opera, e intendi a maggiori cose, e solo nel rimanente di questo giorno in mio servigio ti spoglia le leggieri ale. E sí come giá nella non compiuta Cartagine prendesti forma del giovane Ascanio, cosí ora ti vesti del senile aspetto del vecchio re, padre di Florio; e quando se’ la dove essi sono, come egli quando va a loro li abbraccia e bacia costretto da pura benevolenza, cosí tu, abbracciandoli e baciandoli, metti in loro il tuo segreto foco, e infiamma sí l’un dell’altro, che mai il tuo nome de’ loro cuori per alcuno accidente non si spenga. E io in alcun atto occuperò sí lo re, che la tua mentita forma per sua venuta non si manifesterá.

Mossesi Amore a’ prieghi della santa madre, poi che spogliati s’ebbe le lievi penne; e pervenuto al dimandato luogo, vestitosi la falsa forma, entrò sotto i reali tetti, passando con lento passo nella secreta camera, ove egli Florio e Biancofiore trovò soletti puerilmente giocare insieme. Essi si levarono verso lui sí come far solevano, ed egli primieramente preso Florio, il si recò nel santo seno, e porgendogli amorosi baci, segretamente gli accese nel cuore un nuovo disio: il quale Florio poi, riguardando ne’ lucenti occhi di Biancofiore con diletto, il vi fermò. Ma poi Cupido, presa Biancofiore, e ispirandole nel viso con piccolo fiato, l’accese non meno che Florio avesse davanti acceso. E dimorato alquanto con loro, rivolti i passi indietro, li lasciò stare; e rivestendosi le lasciate penne, tornò al lasciato lavoro. E i giovani, lasciati pieni di nuovo disio, riguardandosi, cominciarono a maravigliarsi stando muti. E da quell’ora inanzi la maggior parte del loro studio era solamente in riguardar l’un l’altro con timorosi atti; né mai, per alcuno accidente che avvenisse, partir si voleano, tanto il segreto veleno adoperò in loro subitamente.

Sí tosto come Amore dalla sua madre fu partito, cosí ella in una lucida nuvoletta fendendo l’aere pervenne a’ medesimi tetti, e, tacitamente preso il vecchio re, il portò ad una camera sopra un ricco letto, dove d’un soave sonno l’occupò. Nel qual sonno il re vide una mirabile visione: cioè che lui pareva esser sopra un alto monte, e quivi avere presa una cerva bianchissima e bella, la quale a lui era diviso che gli fosse molto cara; e quella tenendo nelle sue braccia, gli pareva che dal suo corpo uscisse un lioncello presto e visto, il quale egli insieme con quella cerva senza alcuna rissa nutricava per alcuno spazio. Ma stando alquanto, vedeva scender giú dal cielo uno spirito di graziosa luce risplendente; il quale apriva con le proprie mani il lioncello nel petto; e quindi traeva una cosa ardente, la qual la cerva disiderosamente mangiava. E poi gli pareva che questo spirito facesse alla cerva il simigliante, e che fatto questo si partisse. Appresso a questo, egli temendo non il lioncello volesse mangiar la cerva, lo allontanava da sé: e di ciò pareva che l’uno e l’altro si dolesse. Ma poco stando, apparve sopra la montagna un lupo, il quale con ardente fame correva sopra la cerva per distruggerla, e il re gliela parava davanti; ma il lioncello correndo subitamente tornava alla difesa della cerva, e co’ propri unghioni quivi dilacerò sí fattamente il lupo, che egli il privò di vita, lasciando la paurosa cerva a lui che dolente gliela pareva ripigliare, tornandosi all’usato loco. Ma non dopo molto spazio gli pareva vedere uscir da’ vicini mari due girfalchi, i quali portavano a’ piè sonagli lucentissimi senza suono, i quali egli allettava; e venuti ad esso, levava loro da’ piè i detti sonagli, e dava loro la cerva cacciandogli da sé. E questi, presa la cerva, la legavano con una catena d’oro, e tiravansela dietro su per le salate onde insino in Oriente: e quivi ad un grandissimo veltro cosí legata la lasciavano. Ma poi, sappiendo questo, il lioncello mugghiando la ricercava; e presi alquanti animali, seguitando le pedate della cerva, n’andava la dove ell’era; e quivi gli pareva che il lioncello, occultamente, dal cane guardandosi, si congiungesse con la cerva amorosamente. Ma poi avvedendosi il veltro di questo, l’uno e l’altro parea che divorar volesse co’ propri denti. E subitamente cadutagli la rabbia, loro rimandava lá onde partiti s’erano. Ma inanzi che al monte ritornassero, gli pareva che essi si tuffassero in una chiara fontana, dalla quale il lioncello, uscendone, pareva mutato in figura di uno nobilissimo e bel giovane, e la cerva simigliantemente d’una bella giovine: e poi a lui tornando, lietamente li riceveva; ed era tanta la letizia che egli con loro faceva, che il cuore, da troppa passione occupato, ruppe il soave sonno. E stupefatto delle vedute cose si levò, molto maravigliandosi, e lungamente pensò sovr’esse; ma poi non curandosene, venne alla reale sala del suo palagio, in quell’ora che Amore s’era da’ suoi nuovi suggetti partito.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02LIBRO PRIMO
  3. 03LIBRO SECONDO
  4. 04LIBRO TERZO
  5. 05LIBRO QUARTO
  6. 06LIBRO QUINTO

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