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Italian Edition

Literature

Il marchese di Roccaverdina

Italian BooksWhale Edition by Luigi Capuana

Romanzo verista di colpa, gelosia, potere rurale siciliano, ossessione morale e lenta dissoluzione psicologica.

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Il marchese di Roccaverdina

Il marchese di Roccaverdina è uno dei romanzi più intensi del verismo italiano. Capuana segue un aristocratico siciliano segnato da possesso, delitto, rimorso e paura del giudizio, intrecciando analisi psicologica, ambiente rurale, religione e potere sociale.

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Luigi Capuana morì nel 1915, e Il marchese di Roccaverdina fu pubblicato nel 1901. Queste date sostengono il pubblico dominio del testo italiano usato in questa edizione.

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Il marchese di Roccaverdina

Luigi Capuana

Capitolo I

Il Marchese di Roccaverdina

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— C’è l’avvocato — annunziò mamma Grazia affacciandosi all’uscio. E siccome il marchese non si voltò nè rispose, la vecchia nutrice, fatti pochi passi nella stanza, esclamò: — Marchese, figlio mio, sei contento? Avremo finalmente la pioggia! Infatti lampeggiava e tuonava da far credere che tra poco sarebbe piovuto a dirotto, e già rari goccioloni schizzavano dentro dall’aperta vetrata del terrazzino. Il marchese di Roccaverdina, con le mani dietro la schiena, sembrava assorto nel contemplare lo spettacolo dei fitti lampi che si accendevano nell’oscurità della serata, seguiti dal quasi non interrotto reoboare dei tuoni. — C’è l’avvocato — replicò la vecchia accostandosi. Egli si riscosse, guardò la nutrice e parve percepisse soltanto dopo alcuni istanti il suono della voce di lei e il senso delle parole. — Fàllo entrare — rispose. Poi, all’atto della vecchia che accennava di voler chiudere la vetrata, soggiunse: — Chiudo io. Si udì sùbito lo sbattere di pochi goccioloni su i vetri che tremavano scossi dall’aria agitata dalla ondulazione dei tuoni. La tavola era sparecchiata. Un lume di ottone, a quattro becchi, illuminava scarsamente la stanza. Il marchese non poteva soffrire il petrolio, e continuava a servirsi degli antichi lumi a olio per l’uso d’ogni sera. Soltanto nel salotto, e perchè gli erano stati regalati dalla baronessa di Lagomorto, sua zia paterna, si vedevano due bei lumi di porcellana, a petrolio; ma non venivano accesi quasi mai. Egli preferiva le grosse candele di cera dei candelabri di argento a otto bracci, che ornavano colà le consolli dorate, nelle rarissime circostanze in cui doveva ricevere qualche persona di conto. Con l’avvocato Guzzardi non occorreva. Era di casa, veniva a tutte le ore; entrava fino in camera, se il marchese si trovava ancora a letto. All’infoschirsi del viso, si sarebbe detto che quella visita, a quell’ora, con quel tempaccio, non riuscisse molto gradita al marchese. Rimasto in piedi, accigliato, mordendosi le labbra, affondando le dita tra i folti capelli neri, egli si era voltato verso l’uscio, attendendo. L’avvocato gl’incuteva una specie di paura da che si era dato agli esperimenti spiritici. Un giorno o l’altro, quei diabolici esperimenti, povero avvocato, lo avrebbero fatto ammattire! Fortunatamente, fin allora, la sua intelligenza si era conservata benissimo, per ciò il marchese continuava ad affidargli tutte le sue liti e tutti i suoi affari. A Ràbbato, dove trovarlo un altro avvocato più esperto e più onesto di don Aquilante Guzzardi? Bisognava prenderlo così com’era, con quelle sue stravaganze, che infine provenivano da troppa dottrina. Latinista, grecista, filosofo, teologo, giureconsulto, egli era tenuto meritatamente in grandissima stima anche nei paesi vicini. — Peccato che sia ammattito per gli Spiriti! — dicevano tutti. Il marchese non era giunto ancora ad esclamare così; ma quelle magherie , come le chiamava, lo impensierivano per l’avvenire. E quantunque egli fosse incerto se si trattasse di operazioni diaboliche o di fantasticaggini e allucinazioni, non poteva difendersi dal senso di paura che in quel momento lo turbava più forte, forse perchè il vento, i lampi e i tuoni imperversanti fuori influivano su i suoi nervi e accrescevano l’effetto della solita e invincibile impressione. Quando l’alta e magra figura dell’avvocato comparve

su la soglia dell’uscio, quasi ritagliata sul fondo dell’altra stanza rischiarata dal lume portato a mano da mamma Grazia, il marchese si sentì correre un lieve brivido ghiaccio da capo a piedi. Visto a quel modo, gli parve più alto, più magro, più strano, con la scialba faccia interamente rasa, col lungo collo fasciato dal nero fazzoletto di seta, le cui punte formavano un piccolo nodo davanti, con le falde dell’abito nero che gli scendevano oltre il ginocchio, coi calzoni neri quasi aderenti alle secche e interminabili gambe, con quelle stecchite braccia che si agitavano in ossequioso saluto: — Buona sera, marchese! Anche la voce, che sembrava uscisse dalle profonde cavità dello stomaco, parve più cupa dell’ordinario al marchese, che rispose con un cenno del capo e un gesto della mano invitante a sedere. — Pareva dovessimo avere chi sa che tempesta, eh? E invece!... — esclamò don Aquilante. — Per questo non ho voluto rimettere a domani la buona notizia che posso recarvi. E appena il marchese si era seduto dal lato opposto della tavola, don Aquilante riprendeva: — Finalmente ci siamo! Il marchese spalancò gli occhi, interrogando. — Neli Casaccio sarà arrestato questa notte. — Ma!... — fece quegli. La voce gli moriva improvvisamente nella gola. — La deposizione della moglie di Neli ha finito di convincere il giudice istruttore. Il mandato di arresto è stato firmato quattr’ore fa e consegnato al brigadiere dei carabinieri. Vedete, marchese, se io m’ingannavo nelle mie induzioni! — Che cosa ha detto quella donna? — Ha confermato le testimonianze di Rosa Stanga, di Paolo Giorgi, di Michele Stizza. Neli aveva esclamato più volte: — Se Rocco Criscione non smette gli faccio fare una fiammata! — E quando si convinse che non smetteva d’insidiargli la moglie... Tutto si spiega, tutto è chiaro ora; e possiamo ricostruirci la scena. Egli lo ha atteso su la strada di Margitello, nascosto dietro la siepe di fichi d’India, dove la strada fa gomito. Era passato da Margitello la mattina, fingendo di cacciare da quelle parti. — Salute, compare Neli. — Salute, compare Rocco. — C’è la testimonianza del bovaro. — Se stasera tornate a casa, potrò ripassare da qui; faremo la strada assieme. — Non vi scomodate, compare; tornerò molto tardi. — Abbiamo pure la testimonianza del garzone di Santi Dimaura, che udì queste parole e intervenne nel discorso, dicendo: — La vostra mula sa la strada meglio di voi, e non ha paura dei fanghi di Margitello. — Con la mia mula andrei anche all’inferno! — rispose Rocco. — E dicono che la strada sia peggio. — In paradiso dobbiamo andare, con la grazia di Dio! — Risposto così, Neli Casaccio si allontanò, chiamandosi dietro il cane. Egli stesso ha deposto che il garzone di Santi Dimaura ha detto la verità. Il garzone non ha saputo riferire se l’intonazione di quelle parole sia stata semplice, naturale o con qualche accento d’ironia: ma l’ironia ha dovuto esservi. Rocco, scherzando, parlava della strada dell’inferno, e Neli parlava... del paradiso, per non dire apertamente: — Ti manderò all’inferno io, questa notte! — — Nessuno però ha visto Neli Casaccio. — Capisco: voi, marchese, vorreste la certezza assoluta. In questo caso non ci sarebbe stato bisogno del giudice istruttore, nè di tanti testimoni per raccogliere un indizio qua, un altro là, e aggrupparli, confrontarli, svilupparli. Neli Casaccio è furbo. Cacciatore di mestiere; figuriamoci! Ma è spaccone, ha lingua lunga. — Gli faccio fare una fiammata! — Quando alla minaccia segue il fatto, che cosa si può chiedere di più? Parlando, don Aquilante aggrottava le sopracciglia, storceva le labbra, sgranava gli occhi, agitava le braccia, tenendo combaciati l’indice e il pollice delle due mani e allargando le altre dita con gesto dimostrativo, da uomo che vuole aggiungere evidenza alle sue ragioni. E incupita la voce nel pronunziare queste ultime parole, si era arrestato, fissando in viso il marchese che lo guardava con occhi smarriti, pallidissimo, umettandosi con la lingua le labbra inaridite.

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— C’è l’avvocato — annunziò mamma Grazia affacciandosi all’uscio.

E siccome il marchese non si voltò nè rispose, la vecchia nutrice, fatti pochi passi nella stanza, esclamò:

— Marchese, figlio mio, sei contento? Avremo finalmente la pioggia!

Infatti lampeggiava e tuonava da far credere che tra poco sarebbe piovuto a dirotto, e già rari goccioloni schizzavano dentro dall’aperta vetrata del terrazzino. Il marchese di Roccaverdina, con le mani dietro la schiena, sembrava assorto nel contemplare lo spettacolo dei fitti lampi che si accendevano nell’oscurità della serata, seguiti dal quasi non interrotto reoboare dei tuoni.

— C’è l’avvocato — replicò la vecchia accostandosi.

Egli si riscosse, guardò la nutrice e parve percepisse soltanto dopo alcuni istanti il suono della voce di lei e il senso delle parole.

— Fàllo entrare — rispose.

Poi, all’atto della vecchia che accennava di voler chiudere la vetrata, soggiunse:

— Chiudo io.

Si udì sùbito lo sbattere di pochi goccioloni su i vetri che tremavano scossi dall’aria agitata dalla ondulazione dei tuoni.

La tavola era sparecchiata. Un lume di ottone, a quattro becchi, illuminava scarsamente la stanza. Il marchese non poteva soffrire il petrolio, e continuava a servirsi degli antichi lumi a olio per l’uso d’ogni sera. Soltanto nel salotto, e perchè gli erano stati regalati dalla baronessa di Lagomorto, sua zia paterna, si vedevano due bei lumi di porcellana, a petrolio; ma non venivano accesi quasi mai. Egli preferiva le grosse candele di cera dei candelabri di argento a otto bracci, che ornavano colà le consolli dorate, nelle rarissime circostanze in cui doveva ricevere qualche persona di conto.

Con l’avvocato Guzzardi non occorreva. Era di casa, veniva a tutte le ore; entrava fino in camera, se il marchese si trovava ancora a letto.

All’infoschirsi del viso, si sarebbe detto che quella visita, a quell’ora, con quel tempaccio, non riuscisse molto gradita al marchese.

Rimasto in piedi, accigliato, mordendosi le labbra, affondando le dita tra i folti capelli neri, egli si era voltato verso l’uscio, attendendo. L’avvocato gl’incuteva una specie di paura da che si era dato agli esperimenti spiritici. Un giorno o l’altro, quei diabolici esperimenti, povero avvocato, lo avrebbero fatto ammattire! Fortunatamente, fin allora, la sua intelligenza si era conservata benissimo, per ciò il marchese continuava ad affidargli tutte le sue liti e tutti i suoi affari.

A Ràbbato, dove trovarlo un altro avvocato più esperto e più onesto di don Aquilante Guzzardi? Bisognava prenderlo così com’era, con quelle sue stravaganze, che infine provenivano da troppa dottrina. Latinista, grecista, filosofo, teologo, giureconsulto, egli era tenuto meritatamente in grandissima stima anche nei paesi vicini. — Peccato che sia ammattito per gli Spiriti! — dicevano tutti. Il marchese non era giunto ancora ad esclamare così; ma quelle magherie, come le chiamava, lo impensierivano per l’avvenire. E quantunque egli fosse incerto se si trattasse di operazioni diaboliche o di fantasticaggini e allucinazioni, non poteva difendersi dal senso di paura che in quel momento lo turbava più forte, forse perchè il vento, i lampi e i tuoni imperversanti fuori influivano su i suoi nervi e accrescevano l’effetto della solita e invincibile impressione.

Quando l’alta e magra figura dell’avvocato comparve su la soglia dell’uscio, quasi ritagliata sul fondo dell’altra stanza rischiarata dal lume portato a mano da mamma Grazia, il marchese si sentì correre un lieve brivido ghiaccio da capo a piedi.

Visto a quel modo, gli parve più alto, più magro, più strano, con la scialba faccia interamente rasa, col lungo collo fasciato dal nero fazzoletto di seta, le cui punte formavano un piccolo nodo davanti, con le falde dell’abito nero che gli scendevano oltre il ginocchio, coi calzoni neri quasi aderenti alle secche e interminabili gambe, con quelle stecchite braccia che si agitavano in ossequioso saluto:

— Buona sera, marchese!

Anche la voce, che sembrava uscisse dalle profonde cavità dello stomaco, parve più cupa dell’ordinario al marchese, che rispose con un cenno del capo e un gesto della mano invitante a sedere.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02I.
  3. 03I.
  4. 04II.
  5. 05II.
  6. 06III.
  7. 07III.
  8. 08IV.
  9. 09IV.
  10. 10V.
  11. 11V.
  12. 12VI.
  13. 13VI.
  14. 14VII.
  15. 15VII.
  16. 16VIII.
  17. 17VIII.
  18. 18IX.
  19. 19IX.
  20. 20X.
  21. 21X.
  22. 22XI.
  23. 23XI.
  24. 24XII.
  25. 25XII.
  26. 26XIII.
  27. 27XIII.
  28. 28XIV.
  29. 29XIV.
  30. 30XV.
  31. 31XV.
  32. 32XVI.
  33. 33XVI.
  34. 34XVII.
  35. 35XVII.
  36. 36XVIII.
  37. 37XVIII.
  38. 38XIX.
  39. 39XIX.
  40. 40XX.
  41. 41XX.
  42. 42XXI.
  43. 43XXI.
  44. 44XXII.
  45. 45XXII.
  46. 46XXIII.
  47. 47XXIII.
  48. 48XXIV.
  49. 49XXIV.
  50. 50XXV.
  51. 51XXV.
  52. 52XXVI.
  53. 53XXVI.
  54. 54XXVII.
  55. 55XXVII.
  56. 56XXVIII.
  57. 57XXVIII.
  58. 58XXIX.
  59. 59XXIX.
  60. 60XXX.
  61. 61XXX.
  62. 62XXXI.
  63. 63XXXI.
  64. 64XXXII.
  65. 65XXXII.
  66. 66XXXIII.
  67. 67XXXIII.
  68. 68XXXIV.
  69. 69XXXIV.

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