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Italian Edition

Literature

Il marito di Elena

Italian BooksWhale Edition by Giovanni Verga

Un romanzo realistico italiano su matrimonio, gelosia, ambizione sociale, vita provinciale e pressione psicologica.

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Il marito di Elena

Il marito di Elena mostra Giovanni Verga alle prese con desiderio, reputazione, matrimonio e illusione sociale. Questa edizione italiana originale offre ai lettori un classico del realismo italiano, utile per seguire l’evoluzione narrativa di Verga tra analisi psicologica, famiglia e società borghese.

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Giovanni Verga morì nel 1922, e Il marito di Elena fu pubblicato per la prima volta nel 1882. Queste date sostengono la base di pubblico dominio di questa edizione originale italiana.

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Il marito di Elena

Giovanni Verga

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Camilla picchiò all’uscio, mentre i genitori stavano per andare a letto, e disse:

— Elena è fuggita.

Don Liborio rimase collo stivaletto in mano, sbalordito. Poscia andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto.

La figliuola, colla sua voce calma di ragazza clorotica, ripetè tranquillamente:

— L’ho cercata dappertutto. Non c’è più.

Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto, e cominciò a strillare: — M’hanno rubata mia figlia! m’hanno rubata mia figlia! — Taci! le disse suo marito. Non gridare così, chè i vicini sentono!

Il pover’uomo, tutto sottosopra, ancora mezzo scalzo, colla camicia che gli si gonfiava al pari di una gobba fra la croce degli straccali, andò ad accendere un’altra candela; ma non ci riusciva, tanto gli tremavano le mani. Poi si misero insieme a cercar per la casa, come se l’Elena stesse giuocando a rimpiatterello.

Quando don Liborio rientrò nella camera nuziale era più pallido della sua camicia, e i capelli gli piangevano di qua e di là del cranio nudo. Egli posò il candeliere sul tavolino da notte, e rimase colle braccia ciondoloni, di faccia a sua moglie seduta sul letto come una chioccia.

Donn’Anna ricominciò a guaire: — Perchè non correte? Siete ancora qui? M’hanno rubata mia figlia Elena!

Don Liborio andava raccattando i panni per la stanza, correndo all’impazzata su e giù, urtando nelle seggiole e nel cassettone, brancicando fra le sottane della moglie affagottate sul canapè. Camilla l’aiutava ad insaccarsi nel vestito, gli assettava la camicia sulle spalle, gli correva dietro col cappello e la mazza in mano. Donn’Anna, accosciata sul letto, seguitava ad inveire. — È stato Cesare! Bisogna andare dal Commissario, e dirgli che Cesare ci ha rubata la figliuola, e andrà in galera se non la sposa!

Continuando a gemere e a lamentarsi infilò una gonnella, si buttò uno scialletto sulle spalle, e si diede a frugare per le stanze anche lei, tirandosi dietro la Camilla col lume, mentre suo marito scendeva le scale barcollando. Ella rovistava in tutti i cassetti, buttando in aria ogni cosa, tastando in fondo colle mani i fazzoletti di seta ad uno ad uno, passando in rivista gli astucci degli oggetti d’oro, spalancando gli sportelli degli armadi che mostravano pendenti le spoglie inerti di Elena, gli stivalini messi in fila sotto, quasi volessero dire che i piedi di lei battevano a quell’ora la campagna. Infine, più tranquilla, andò a sedere al solito posto, davanti al tavolino della briscola, e diede sfogo alle lagrime. Camilla impalata sulla seggiola di faccia a lei, colle braccia sotto il seno e il viso dilavato, non apriva bocca. Dopo un pezzetto, vedendo che la mamma stava a sfogarsi da sola, cercò pian pianino il refe e la spoletta nel cestino, e si mise a far la trina cheta cheta, senza alzare gli occhi. In tutto il quartiere di Foria non si udiva che il tic-tac dell’orologio, in un angolo buio della stanza, di là del cerchio luminoso che la ventola spandeva sul lembo della sottana di donn’Anna e sulle mani color di cera della figliuola.

All’improvviso il gatto si mise a miagolare sottovoce, nel vano nero dell’anticamera, guardando il lume insolito cogli occhi luccicanti, e donn’Anna che s’era appisolata, si destò con un sospiro.

— Il babbo tarda molto a venire, disse allora Camilla.

Sua madre sgranò gli occhi del tutto, e rispose colla voce rauca:

— Pover’uomo!

Finalmente si udì tornare il pover’uomo, strascicando i passi nella via. Appena entrato si lasciò andare sul canapè, quasi avesse le gambe rotte, disfatto, col cappello in testa e il bastone fra le mani. E come le donne lo interrogarono ansiose, si mise in collera per darsi animo.

— Che volete adesso? Avete perso la mula, e andate cercando la cavezza? Mi hanno riso in faccia quando hanno sentito che il rapitore è più giovane di mia figlia. Capite, donn’Anna? Al giorno d’oggi non c’è polizia, nè giustizia, nè niente! Capite? Se la serva vi ruba le posate, dovete produrre i testimonii. Se uno vi ruba la figliuola, dovete dichiarare quanti anni ella abbia!

Preview chapterII.Preview

Elena intanto, a braccetto di Cesare, andava bussando di porta in porta, dagli amici e dai parenti, in cerca di asilo. Dopo che sua zia donn’Orsola aveva rifiutato di riceverla, sotto pretesto di non guastarsi con donna Anna, i due amanti si erano persi d’animo.

Si trovarono di nuovo nella strada, a capo chino, incerti sul da fare, sgomenti. Elena aveva suggerito di andare a chiedere ospitalità alla madre di Roberto, un’altra parente lontana di don Liborio. Ma Roberto era corso a casa mezz’ora prima a dar l’allarme, e sua madre perciò aveva avuto il tempo di non esser colta alla sprovvista, e ricevette i profughi nell’anticamera, col candeliere in mano, e le ciglia in arco, fingendo di farsi la croce dalla sorpresa, protestando che non poteva alloggiare una ragazza, in coscienza, col figlio giovane che aveva in casa. Il vicinato avrebbe mormorato. Ella era molto scrupolosa su certe cose delicate. Il suo confessore era il padre Mansueto dei Cappuccini, il quale non era di manica larga. Roberto ascoltava dietro l’uscio. Elena un po’ pallida, col mento leggermente convulso dall’emozione, chinava il capo, e tirava pel braccio Cesare, il quale cercava di insistere balbettando, col cappello in mano, quasi chiedesse l’elemosina, evitando gli occhietti acuti della sua interlocutrice. Costei, quando li udì sgattaiolare tastoni per le scale al buio, mise un sospirone, e disse al figliuolo, che allungava il capo dall’uscio:

— Finalmente! se ne sono andati!

— Ci mancava quest’altra! osservò Roberto. Ho avuto buon naso, ho fatto bene a prevenirvene. Chi sa quando si sarebbe aggiustato il matrimonio. E intanto ci toccava mantenere la ragazza!

Mentre scendevano le scale, annientati, Elena si rammentò che al secondo piano ci stava una vedova, la quale passava per ricca, e andava a far la calza ogni sera dalla mamma di Roberto, dove si erano prese di una grande amicizia con donn’Anna. Cesare non seppe che dire, e tornarono a far le scale. La vedova era presente allorchè Roberto trafelato era giunto a portar la notizia, ed era fuggita, dimenticando persino la borsa coi gomitoli, a chiudersi in casa, raccomandando alla sua donna di non aprire a nessuno, se venivano, e rispondere che la padrona non era in casa. Pareva che il cuore le parlasse, e come udì il campanello esclamò senz’altro:

— Eccoli!

La donna dal buco della serratura rispondeva che la padrona era uscita, e come Cesare, sorpreso dallo incredibile avvenimento, tornava a insistere, supponeva un equivoco, domandava se sarebbe stata molto a tornare, ella suggerì:

— Di’ che sono in letto ammalata. Di’ che ho la terzana!

I due amanti volsero le spalle senza aggiungere altro, e sotto la porta si consultarono sul partito da prendere. Mezzanotte suonava lì vicino. Uno spiraglio di luce penetrava dall’uscio di un panattiere che dava nel cortile, e si udiva l’abburattare del frullone. Un cane chiuso nel magazzino della legna si mise ad abbaiare.

Cesare, senza dir nulla, abbracciò stretta la ragazza. Ella si svincolò dolcemente. Non si vedeva che la sua forma indistinta nell’oscurità, tutta vestita di nero, col velo sul viso. Poi disse: — Usciamo di qua.

— Dove andremo?

— Non lo so.

La strada era deserta e sonora pel primo freddo d’autunno, fiancheggiata a lunghi intervalli da fanali a gas che mettevano una striscia luminosa nelle vie laterali. Nelle facciate oscure delle case si apriva di tratto in tratto qualche finestra illuminata, silenziosa. Da lontano si udiva ancora il rumore delle carrozze nelle vie più frequentate.

Elena taceva; quando passavano sotto un fanale, si vedeva la punta dei suoi stivalini sotto il lembo della veste che teneva raccolta e un po’ sollevata da un lato colla mano destra. Cesare con voce esitante, le chiese:

— Mi ami sempre?

Ella gli strinse il braccio silenziosamente. Due questurini passarono rasente al muro, colle mani nelle tasche del cappotto.

Il giovane scoraggiato, a secco di risorse, balbettò:

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02I.
  3. 03II.
  4. 04III.
  5. 05IV.
  6. 06V.
  7. 07VI.
  8. 08VII.
  9. 09VIII.
  10. 10IX.
  11. 11X.
  12. 12XI.
  13. 13XII.
  14. 14XIII.
  15. 15XIV.
  16. 16XV.
  17. 17XVI.

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