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Il segreto dell’uomo solitario cover

Italian Edition

Literature

Il segreto dell’uomo solitario

Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda

La solitudine di Cristiano viene incrinata dall’arrivo di nuovi vicini e da un legame che riapre il conflitto tra isolamento e desiderio.

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Book introduction

Il segreto dell’uomo solitario

In una casa appartata presso il mare, Cristiano cerca una distanza protettiva dagli altri. L’incontro con Sarina e con il marito malato modifica questo equilibrio e fa emergere sentimenti difficili da governare. Grazia Deledda segue la vita interiore dei personaggi attraverso dialoghi, attese e paesaggi, interrogando le ragioni della rinuncia e il prezzo della solitudine.

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Grazia Deledda morì nel 1936. Si usa il testo italiano originale, pubblicato dal 1921, nella trascrizione di Wikisource, escludendo note, immagini e aggiunte editoriali moderne.

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Il segreto dell’uomo solitario

Grazia Deledda

Preview chapterParte 1Preview

L’uomo che abitava la casetta solitaria laggiù fra la spiaggia e la brughiera, di ritorno dal suo solito viaggio al paese dove ogni tanto si provvedeva delle cose più necessarie alla vita, svoltando dalla strada provinciale al sentiero che conduce verso il mare, vide due uomini che misuravano coi loro passi un terreno attiguo al suo giardino.

Subito si fermò, con un senso di curiosità misto a rabbia e ad angoscia; ricordava che Ghiana, la contadina che ogni tanto gli portava il latte e le uova da un cascinale delle colline, gli aveva appunto annunziato la vendita di quel terreno e la probabilità che ci venisse costrutta una casa.

Ecco dunque la minaccia avverarsi: i due uomini che misurano il prato facendo come a chi ha più lungo il passo, seguiti sull’erba dorata dal tramonto dalle loro ombre gigantesche, hanno l'aspetto di operai: quello più alto e tozzo, col viso d’un rosso mattone, è senza dubbio un capo-mastro; e il terreno è il più adatto dei dintorni per fabbricarci una casa: ombreggiato da un gruppo di pini e con un pozzo d’acqua potabile, è una vera oasi in quel deserto di sabbia e di scopeti che scende dalle colline a nord e va a perdersi nel mare. Solo un poco più giù verdeggia un altro mazzo d’alberi, ma bassi, stentati, tormentati dal vento marino.

L’uomo che ritorna dal paese si dirige con passo affrettato verso quel punto.

— Lasciali fare — mormora, a testa bassa, come parlando all’involto che tiene fra le mani. — Pazienza, Cristiano: quando sei a casa tua cosa ti possono fare?

La sua casa, infatti, era nascosta da quel mazzo d’alberi, circondato a sua volta da una siepe nera, alta e fitta come un muro: l’insieme dava l’idea di un grande cesto ricolmo di foglie dalle quali spuntava appena uno spigolo di tetto rossiccio con un comignolo grigio.

L’uomo camminava lungo la siepe quasi sfregandovisi come il cane che ha ritrovato il suo padrone. No, una volta là dentro, nessuno più poteva molestarlo: tuttavia, arrivato al cancelletto di rami tutto foderato di una rete di ferro, si volse diffidente a guardare se dal prato gli uomini lo vedevano.

Non lo vedevano, nè lui li vedeva: allora si guardò attorno rassicurato.

La solitudine e il silenzio erano tali ch’egli sentiva le tarantole e le cavallette muoversi tra le foglie. Il cielo limpido di aprile pareva una grande campana di cristallo sotto la quale la terra conservava una purezza intatta, primordiale. In fondo al sentiero il sole cadeva sopra una striscia di mare luccicante e sottile come un ago.

L’uomo aprì, e gli parve che in fondo al vialetto sabbioso del suo giardino, la porta scolorita della casetta gli sorridesse, aspettandolo; ma sorridesse a lui solo, perchè tanto essa col suo accigliato arco di pietra quanto i muri color d’arancia guasta della facciata si nascondevano, diffidenti come il padrone, sotto le ali rugginose del tetto spiovente.

Gli alberi, quasi tutti da frutto, gettavano la loro ombra su un terreno sabbioso, qua e là coltivato a erbaggi e a viti che parevano selvatiche: tutto aveva l’aspetto stentato dei luoghi dove c’è scarsezza d’acqua e abbondanza di vento; ma in quell’ora la luce del tramonto verniciava le cose; i rami più alti parevano di corallo, i fiori gialli in fondo al giardino brillavano come fiammelle, e il gatto bianco che veniva incontro al padrone sembrava tinto di rosa.

Anche nell’interno della casa, all’aprirsi della porta, tutti gli oggetti scintillarono: il chiarore del tramonto arrossò la parete di fondo e una parte del soffitto di travicelli e di tavole grezze.

Solo l’uomo rimaneva scuro. Chiuse subito la porta, già pauroso di essere molestato, e di nuovo si guardò attorno come per assicurarsi che nulla mancava. Nulla mancava in quella grande stanza che serviva d’ingresso, da sala da pranzo e da cucina assieme; e nulla nella cameretta attigua: tutto era al solito posto, l’armadio ad angolo, la tavola coperta di un tappeto di tela nera cerata con un bordo giallo e con la scritta in mezzo: «New York City».

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Anche lui un tempo.... Ma no, non voleva rimpiangere nulla. Si alzò e trasalì: gli era parso di vedere come un cinghiale nascosto fra le pietre.

Era un vecchio operaio rimasto a guardia del materiale: stava curvo dentro la baracca ad accendere il fuoco, e ogni tanto sollevava la testa guardando con due piccoli occhi porcini.

Cristiano s’allontanò subito, vergognoso di essere stato veduto a curiosare, e andò a riempire la sua anfora; ma si accorse che il vecchio era venuto fuori e lo seguiva con gli occhi diffidenti.

Allora si propose di non avvicinarsi mai più alla costruzione: solo quando andava ad attingere l’acqua vedeva gli operai muoversi fra gli alberi e i muri crescere di giorno in giorno: si distinguevano già le finestre, e la porta d’ingresso: e questa era proprio in fondo al sentiero del pozzo. Poi fu innalzata l’impalcatura con le scalette: i manovali s’arrampicavano sui pali come scimmie, coi secchi della calce sull’ómero: e le grida e le bestemmie raddoppiarono.

Un giorno Chiana arrivò con un paniere colmo di uova, dicendo che voleva venderle agli operai.

— È stata la vecchia a consigliarmelo.

Ma Cristiano fu preso da un impeto di gelosia che non riuscì a nascondere.

— Tu non ti avanzerai un passo dal sentiero. Ghiana! Altrimenti io non ti prendo più nulla.

Gli occhi felini della donna lo guardarono con riconoscenza; eppure c’era qualche cosa di perfido nel loro splendore.

Egli prese quante più uova potè: non poteva prenderle tutte, che sarebbero andate a male perchè già cominciava a far caldo sebbene si fosse appena alla fine di aprile. Ghiana ripeteva, contandole sulla tavola:

— La vecchia aveva piacere le vendessi tutte.

Allora l’uomo urlò;

— Oh che sei la schiava di quella ruffiana?

E la sua voce risonò così insolita nel silenzio, che le cose intorno ebbero come un’eco di sorpresa: e il gatto s’inarcò, poi si stirò quant’era lungo con uno sbadiglio di soddisfazione.

Ghiana invece riprese la sua aria sorniona, rassegnata: raccolse le uova, salutò in silenzio e se ne andò.

E l’uomo cominciò a irritarsi contro sè stesso, che s’era abbassato a insultare una vecchia, per di più assente: ma quel senso iroso di gelosia non lo abbandonò. Andò a spiare attraverso la siepe, e vide Ghiana che passava dritta nel sentiero guardando davanti a sè: ecco però il vecchio operaio dagli occhi porcini balzar fuori dalla baracca e correre appresso alla contadina gridandole di fermarsi: era ancora svelto e la raggiunse. Ella faceva gesti di diniego; poi si lasciò prendere tutte le uova: e sorrideva, anzi, per qualche cosa che l’operaio le diceva accennando alla casetta della siepe; infine si allontanò dondolando i fianchi con l’aria lieta e lieve di quando riusciva a vender bene la sua roba.

E Cristiano fu vinto da un vero furore: gli sembrava che Ghiana fosse una sua serva e gli avesse disobbedito: poi si vergognò e s’inquietò di questa sua agitazione e decise di non aprire più il cancello alla donna.

Ella tornò egualmente e vendette la sua roba agli operai.

Verso la fine di giugno la villetta sotto i pini era finita: bianca, piccola, a un sol piano sopra il terreno, con sole due finestre per lato, col tetto da una parte e una terrazza dall’altra, pareva, fra gli alberi grandi, una di quelle casette che si ritagliano nella carta per divertire i bambini.

La siepe intorno al terreno fu rimessa com’era, col varco che permetteva di entrare liberamente ad attingere l’acqua dal pozzo.

Gli operai sparvero, la baracca fu abbattuta; solo, per alcuni giorni, si sentì uscire dalle finestre aperte un canto di tenore che risonava nelle stanze vuote: era il pittore che dipingeva le volte, poi anche questo canto cessò.

Intorno alla casetta d’un bianco abbagliante al sole estivo, rimasero solo le traccie della calcina, avanzi di legname e barattoli vuoti. Fino al pozzo si sentiva l’odore della vernice.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02Parte 1
  3. 03Parte 2
  4. 04Parte 3
  5. 05Parte 4
  6. 06Parte 5
  7. 07Parte 6
  8. 08Parte 7
  9. 09Parte 8
  10. 10Parte 9
  11. 11Parte 10
  12. 12Parte 11
  13. 13Parte 12

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