Italian Edition
Literature
Il trionfo della morte
Italian BooksWhale Edition by Gabriele D’Annunzio
Un romanzo psicologico di passione distruttiva, estetismo, nevrosi, Abruzzo e attrazione della morte.
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Book introduction
Il trionfo della morte
Il trionfo della morte segue Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio in una relazione dominata da desiderio, ossessione, inquietudine familiare e fascinazione per l’annientamento. Il romanzo unisce decadentismo, paesaggio abruzzese, introspezione psicologica e tensione tragica.
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Gabriele D’Annunzio morì nel 1938 e Il trionfo della morte fu pubblicato nel 1894. Queste date sostengono la base di pubblico dominio del testo italiano usato in questa edizione.
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Il trionfo della morte
Pongo il tuo nome anche in fronte a questo libro che sopra tutti singolarmente tu prediligi, o Cenobiarca: in fronte a questo libro che io ti ho scritto con curiosa lentezza nella sede dell'Arte Severa e del Silenzio.
Poi che l'ultima pagina fu compiuta, tu avesti comune con me quella sùbita ingannevole gioia su cui più tardi il crepuscolo primaverile diffuse un così puro velo di malinconia. E avesti comune con me il rammarico per le già lontane sere quando tu salivi alla mia cella remota e quivi, nella gran quiete conventuale, mentre fumigava entro le tazze la bevanda favorita e parevami si spandesse nell'aria il calore delle nostre intelligenze, io ti leggeva ad alta voce la mia scrittura recente. Era dolce per me quella tregua, e molto aspettata, dopo l'acerba lotta diurna. Il soprano gaudio cui possa oggi aspirare un artefice altero non sta forse nel rivelar l'opera ancor vergine e segreta a colui che è il suo pari, a colui che comprende tutto?
Avevamo più volte insieme ragionato d'un ideal libro di prosa moderno che - essendo vario di suoni e di ritmi come un poema, riunendo nel suo stile le più diverse virtù della parola scritta - armonizzasse tutte le varietà del conoscimento e tutte le varietà del mistero; alternasse le precisioni della scienza alle seduzioni del sogno; sembrasse non imitare ma continuare la Natura; libero dai vincoli della favola, portasse alfine in sé creata con tutti i mezzi dell'arte letteraria la particolar vita - sensuale sentimentale intellettuale - di un essere umano collocato nel centro della vita universa.
Tu ritroverai il riflesso di quella idea (ahimè, troppo pallido forse!) in questa opera quando vorrai considerarla tutta quanta nella sua interezza.
Qui è una sola unica dramatis persona, ed è rappresentata qui - con tutte le potenze dello strumento d'arte concessomi - la sua particolar visione dell'universo; o meglio: perocché l'uomo sia, secondo il verbo del tuo divino parente Leonardo, «modello dello mondo»: è qui rappresentato il suo universo. Il gioco delle azioni e delle reazioni tra la sua sensibilità singola e le cose esteriori è stabilito su una trama precisa di osservazioni dirette. I suoi sentimenti, le sue idee, i suoi gusti, le sue abitudini non variano secondo le vicende di una qualunque avventura svolta di pagina in pagina con l'aiuto di una logica più o meno severa; ma presentano il principal carattere d'ogni vita organica, consistente in un equilibrio definito tra ciò che è variabile e ciò che è stabile, tra le forme costanti e le forme avventizie fugaci illogiche. Una sensazione, un sentimento e un'idea iniziali, apparsi nelle prime pagine, si vanno sviluppando - secondo le leggi che governano i fenomeni - a traverso una selva innumerevole di segni varii che tutti corrispondono in una stessa anima comprensiva e perspicua. Dalla vana acredine di parole esalata sul sedile del Pincio alla feroce lotta notturna sul margine del precipizio, la persona sente pensa e si commuove in un continuo succedersi di stati della sua conscienza sempre vigile. Non v'è qui, in somma, la continuità di una favola bene composta ma v'è la continuità di una esistenza individua manifestantesi nel suo triplice modo per un limitato periodo di tempo.
V'è sopra tutto - se bene io sembro forse ambire che lo sforzo da me tentato, per rendere la vita interna nella sua copia e nella sua diversità, abbia un valore trascendente quello della pura rappresentazione estetica - v'è, sopra tutto, il proposito di fare opera di bellezza e di poesia, prosa plastica e sinfonica, ricca d'imagini e di musiche.
Concorrere efficacemente a constituire in Italia la prosa narrativa e descrittiva moderna: ecco la mia ambizione più tenace.
La massima parte dei nostri narratori e descrittori non adopera ai suoi bisogni se non poche centinaia di parole comuni, ignorando completamente la più viva e più schietta ricchezza del nostro idioma che qualcuno anche osa accusare di povertà e quasi di goffaggine. Il vocabolario adoperato dai più si compone di vocaboli incerti, inesatti, d'origine impura, trascoloriti, difformati dall'uso volgare che ha loro tolta o mutata la significazion primitiva costringendoli ad esprimere cose diverse e opposte. E questi vocaboli vengono coordinati in periodi quasi sempre eguali, mal connessi fra loro, privi d'ogni ritmo, che non hanno alcuna rispondenza col movimento ideale delle cose di cui vorrebbero dare un'imagine.
Preview chapterLIBRO PRIMOPreview
LIBRO PRIMO
Preview chapterIL PASSATOPreview
Ippolita, quando vide contro il parapetto un gruppo di uomini chini a guardare nella strada sottoposta, esclamò soffermandosi:
- Che sarà accaduto?
Ella ebbe un piccolo moto di timore; e appoggiò involontariamente la mano sul braccio di Giorgio come per trattenerlo.
Giorgio disse, osservando i gesti di quegli uomini:
- Si sarà gettato giù qualcuno.
Soggiunse:
- Vuoi che torniamo indietro?
Ella esitò un poco, tra la curiosità e il raccapriccio. Rispose:
- No; seguitiamo.
Seguitarono pel viale estremo, lungo il parapetto. Involontariamente Ippolita accelerava il suo passo verso il gruppo dei curiosi.
In quel pomeriggio di marzo il Pincio era quasi deserto. Nell'aria grigia e sorda morivano i romori rari.
- È così - disse Giorgio. - Qualcuno s'è ucciso.
Ambedue si soffermarono, in vicinanza del gruppo. Tutti quegli uomini guardavano con occhi intentissimi il lastrico sottostante. Erano plebei oziosi. I loro volti diversi non esprimevano alcuna pietà e alcuna tristezza; l'immobilità dello sguardo metteva ne' loro occhi una specie di stupefazione bestiale.
Un giovinastro sopraggiunse, avido di vedere.
- Non c'è più - gli fece un tale, prima che colui si sporgesse; ed aveva nella voce un indefinibile accento tra di scherno e di giubilo, come rallegrandosi che lo spettacolo non potesse più da altri esser goduto. - Non c'è più. L'hanno già portato via.
- Dove?
- A Santa Maria del Popolo.
- Morto?
- Morto.
Un altro, un uomo scarno e verdiccio che portava intorno al collo una larga sciarpa di lana, si sporse molto; e, togliendosi di bocca la pipa, domandò ad alta voce:
- Che c'è rimasto?
La sua bocca era tòrta da un lato, rappresa come per una bruciatura, convulsa come se assaporasse una saliva amara di continuo rigurgitante; e la sua voce era profonda, come se uscisse da luoghi cavernosi.
- Che c'è rimasto?
Un carrettiere, giù nella strada, si chinava a piè della muraglia. I riguardanti tacquero, immobili, aspettando la risposta. Scorgevano soltanto, su le pietre, una chiazza nerastra.
- Poco sangue - rispose il carrettiere, ancóra curvo, cercando qualche cosa nella chiazza con la punta di una canna.
- E poi? - chiese di nuovo l'uomo della pipa. Il carrettiere si sollevò, tenendo in cima della canna qualche cosa che quei di sopra non vedevano.
- Capelli.
- Di che colore?
- Biondi.
Le voci, nel precipizio chiuso fra le due alte muraglie, avevano un rimbombo singolare.
Oltrepassarono il luogo tragico, in silenzio. In ambedue persisteva il pensiero di quella morte, dolorosamente; e la loro tristezza era visibile.
Egli disse:
- Beati i morti perché non dubitano più.
Ed ella:
- È vero.
Uno scoramento infinito rendeva stanche le loro parole. Ella soggiunse, abbassando il capo, con un misto di amarezza e di compianto:
- Povero amore!
- Quale amore? - le chiese Giorgio, assorto.
- Il nostro.
- Tu lo senti dunque finire?
- Non in me.
- In me forse?
Una irritazione mal repressa inaspriva la voce di lui. Egli ripetè, guardandola:
- In me? Rispondi.
Ella tacque, riabbassando il capo.
- Non rispondi? Ah, tu sai bene che non diresti il vero.
Poi, dopo un intervallo in cui ambedue provarono un'ansietà inesprimibile di leggersi nell'anima, egli seguitò:
- Incomincia così l'agonia. Tu non te ne accorgi ancóra; ma io, da che tu sei tornata, ti guardo continuamente ed ogni giorno sorprendo in te un segno nuovo...
- Che segno?
- Un cattivo segno, Ippolita... Orribile cosa amare ed avere questa lucidità in tutti gli istanti eguale!
La donna scosse il capo, con un atto quasi violento; e si oscurò. Ancóra una volta, come tante altre volte, i due amanti divennero l'uno contro l'altra ostili. Ciascuno dei due si sentiva ferire dall'ingiustizia del sospetto e si ribellava, interiormente, con una collera sorda; ch'erompeva talora in parole crude e irreparabili, in accuse gravi, in recriminazioni enormi. Una invincibile smania li assaliva, di torturarsi a vicenda, di pungersi, di martoriarsi il cuore.
Ippolita si oscurò e si chiuse, corrugando i sopraccigli, serrando la bocca, mentre Giorgio la guardava con un sorriso irritante.
- Incomincia così - egli riprese persistendo in quel sorriso acerbo, in quello sguardo acuto. - Tu provi in fondo all'anima una inquietudine, una specie d'impazienza vaga, che tu non sai soffocare. Standomi vicina, tu senti che qualche cosa in fondo all'anima ti si leva contro di me, quasi una ripugnanza istintiva, che tu non sai soffocare. E divieni taciturna; e devi fare uno sforzo immane per dirmi una parola; e intendi male quel ch'io ti dico; e involontariamente, anche in una risposta insignificante, la tua voce è dura.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02LIBRO PRIMO
- 03IL PASSATO
- 04LIBRO SECONDO
- 05LIBRO TERZO
- 06LIBRO QUARTO
- 07II.
- 08LIBRO QUINTO
- 09LIBRO SESTO
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