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Italian Edition

Literature

Il turno

Italian BooksWhale Edition by Luigi Pirandello

Una commedia romanzesca di matrimoni calcolati, attese, casualità e ironia pirandelliana.

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Book introduction

Il turno

Il turno mette in moto un piano matrimoniale assurdo: aspettare che un vecchio marito muoia perché il vero pretendente possa subentrare. Pirandello trasforma l’intreccio in una critica ironica del calcolo sociale, della famiglia, del desiderio e dell’imprevedibilità della vita.

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Luigi Pirandello morì nel 1936 e Il turno fu pubblicato nel 1902. Queste date sostengono la base di pubblico dominio del testo italiano usato in questa edizione.

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Il turno

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- Giovane d’oro, sí sí, giovane d’oro, Pepè Alletto! — il Raví si sarebbe guardato bene dal negarlo; ma, quanto a concedergli la mano di Stellina, no via: non voleva se ne parlasse neanche per ischerzo.

— Ragioniamo!

Gli sarebbe piaciuto maritar la figlia col consenso popolare, come diceva; e andava in giro per la città, fermando amici e conoscenti per averne un parere. Tutti però, sentendo il nome del marito che intendeva dare alla figliuola, strabiliavano, strasecolavano:

— Don Diego Alcozèr?

Il Raví frenava a stento un moto di stizza, si provava a sorridere e ripeteva, protendendo le mani:

— Aspettate... Ragioniamo!

Ma che ragionare! Alcuni finanche gli domandavano se lo dicesse proprio sul serio:

— Don Diego Alcozèr?

E sbruffavano una risata.

Da costoro il Raví si allontanava indignato, dicendo:

— Scusate tanto, credevo che foste persone ragionevoli.

Perché lui, veramente, ci ragionava su quel partito, ci ragionava con la piú profonda convinzione che fosse una fortuna per la figliuola.

E s’era intestato di persuaderne anche gli altri, quelli almeno che gli permettevano di sfogare l’esasperazione crescente di giorno in giorno.

— Avete voluto la libertà, santo Dio! il re che regna e non governa, la leva per tutti, un esercito formidabile, ponti e strade, ferrovie, telegrafo, illuminazione: cose belle, bellissime, che piacciono anche a me: ma si pagano, signori miei! E le conseguenze quali sono? Due, nel caso mio. Numero uno: ho lavorato come un

arcibue

, tutta la vita, onestamente per mia disgrazia e non son riuscito a mettere da parte tanto da poter per ora maritare la figlia secondo il suo piacere, che sarebbe anche il mio. Numero due: giovanotti, non ce n’è: intendo dire di quelli che a un padre previdente possano assicurare, sposando, il benessere della figliuola: prima che si facciano una posizione, Dio sa quel che ci vuole; quando se la son fatta, pretendono la dote e fanno bene; senza posizione, in coscienza, quale padre affiderebbe loro la figlia? Dunque? Dunque bisogna sposare un vecchio, vi dico, se il vecchio è ricco. Di giovani poi, volendo, alla morte del vecchio, ce n’è quanti se ne vuole.

Che c’era da ridere? Parlava da senno, lui! Perché:

— Ragioniamo...

Se don Diego Alcozèr avesse avuto cinquanta o sessant’anni, no: dieci, quindici anni di sacrifizio sarebbero stati troppi per la figliuola; ed egli non avrebbe mai accettato quel partito. Ma

ne aveva, a buon conto, settantadue, don Diego! E non c’era dunque da temer pericoli di nessuna sorta. Piú che matrimonio, in fondo, sarebbe quasi una pura e semplice adozione. Stellina entrerebbe come una figliuola nella casa di Don Diego; né piú né meno. Invece di stare in casa del padre, starebbe in quell’altra casa, con piú comodi, da padrona assoluta: casa d’un galantuomo alla fin fine: nessuno osava metterlo in dubbio, questo. Dunque, che sacrifizio? Aspettare qua o là. Con questa differenza, che aspettare qua, in casa del padre, sarebbe tempo perduto, non potendo egli far nulla per la figliuola; mentre, aspettando là, tre, quattr’anni...

— Mi spiego? — domandava a questo punto il Raví, abbagliato lui stesso dalle sue ragioni e sempre piú convinto.

Don Diego Alcozèr aveva già preso quattro mogli? E che per questo? Tanto meglio, anzi! Stellina non sarebbe cosí sciocca da farsi (e squadrava le corna) sotterrare dal vecchio, come le altre quattro: col tempo e con la mano di Dio avrebbe lei, invece, composto in pace il corpo del marito benefattore, e allora, ecco, allora sí il giovanotto! Bella, ricca, allevata come una principessina, sarebbe stata un vero panin di zucchero; e i giovanotti, cosí, a sciame, come le mosche, attorno a lei.

Gli pareva impossibile che la gente non si capacitasse di questo suo ragionamento: era caparbietà, cocciutaggine, arrestarsi a

considerar soltanto il sacrifizio momentaneo di quelle

nozze col vecchio. Come se oltre quello scoglio,

oltre quella secca, non ci fosse il mare libero

e la buona ventura! Lí, lí, bisognava guardare!

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Don Diego Alcozèr già si faceva vedere per

la città in compagnia del futuro suocero.

Marcantonio Raví, bonaccione, grasso e grosso,

col volto sanguigno tutto raso e un palmo

di giogaja sotto il mento, con le gambe che

parevan tozze sotto il pancione e che nel camminare

andavano in qua e in là faticosamente,

sembrava fatto apposta per compensar don Diego

fino fino, piccoletto, che gli arrancava accanto

con lesti brevi passetti da pernice, tenendo

il cappello in mano o sul pomo del bastoncino,

come se si compiacesse di mostrar quell’unica

e sola ciocca di capelli, ben cresciuta e

bagnata in un’acqua d’incerta tinta (quasi color

di rosa), la quale, rigirata, distribuita chi

sa con quanto studio, gli nascondeva il cranio

alla meglio.

Niente baffi, don Diego, e neppur ciglia: nessun

pelo; gli occhietti calvi scialbi acquosi. Gli

abiti suoi piú recenti contavano per lo meno

vent’anni; non per avarizia del padrone, ma

perché, ben guardati sempre dalle grinze e dalla

polvere, non si sciupavano mai, parevano anzi

incignati allora allora.

Cosí, ahimé, s’era ridotto uno dei piú irresistibili

conquistatori di dame in crinolino del

tempo di Ferdinando II re delle Due Sicilie:

cavaliere compitissimo, spadaccino, ballerino.

Né i suoi meriti si restringevano solo qui, nel

campo, com’egli diceva, di Venere e di Marte:

don Diego parlava il latino speditamente, sapeva

a memoria

Catullo

e la maggior parte

delle odi di

Orazio

:

Ah, Orazio; da lui, suo prediletto poeta, don

Diego aveva desunto le norme epicuree. Aveva

goduto tutta la vita e voleva fino all’ultimo

godere; odiava perciò la solitudine, nella quale

si sentiva spesso turbato da paurosi fantasmi, e

amava la gioventú, di cui cercava la compagnia,

sopportandone filosoficamente gli scherzi e le

beffe.

Ecco: batteva il pomo d’argento del bastoncino

d’ebano sul tavolinetto innanzi al Caffè del

Falcone

, mentre il Raví si lasciava cader su la

seggiola che scricchiolava, e sbuffando e

tendosi su la nuca il cappellaccio a larghe tese, si asciugava il sudore dalla faccia paonazza.

— A me, al solito, — diceva l’Alcozèr al cameriere — un’orzata.

E accompagnava la ordinazione con una risatina fredda, superflua, accennando di stropicciarsi le manine gracili e tremule: — Eh, eh...

Seduti al Caffè, ripigliavano il discorso del matrimonio, interrotto di tanto in tanto dai saluti che don Marcantonio distribuiva a voce alta e con larghi gesti a gl’innumerevoli suoi conoscenti:

— Baciamo le mani! La grazia vostra! Servo umilissimo!

Don Diego non era ancora potuto entrare in casa della promessa sposa. Stellina minacciava di graffiargli la faccia, di cavargli tutti e due gli occhi, se egli si fosse arrischiato di presentarsi a lei. Il Raví, s’intende, non parlava a don Diego di queste minacce della figliuola; diceva soltanto che bisognava avere un po’ di pazienza, perché le ragazze, oh Dio, si sa...

— Bene bene; quando dici tu, o meglio, quando Stellina permetterà...

intra paucos dies

, spero,

cupio quidem

— rispondeva don Diego, tranquillo e sorridente. — Intanto, guarda, per oggi le porterai questo qui.

E traeva dalla tasca un astuccetto di velluto.

Oggi un braccialetto, jeri un orologino con la catenina d’oro e di perle, e prima un anellino con perle e brillanti, e una spilla di smeraldi o

un pajo di orecchini... L’Alcozèr non spendeva nulla; non per avarizia: aveva tante gioje delle defunte mogli: che doveva farsene? Le mandava alla nuova fidanzata, ripulite dall’orefice, chiuse in astuccetti nuovi.

Marcantonio Raví profondeva lodi, esclamazioni ammirative, ringraziamenti.

— Ma voi cosí, don Diego mio, ci confondete...

— Non ti confondere, asino! Ho esperienza del mondo e so che i regali ci vogliono.

Don Marcantonio si cacciava in tasca il dono e sbuffava dalla stizza per la caparbia ostinazione della figliuola, che, pur di non cedere, si contentava di star chiusa in una camera, assediata, rifiutando anche il cibo.

La madre stava di guardia presso l’uscio di quella camera, come una sentinella. Venivano i parenti, la Mèndola o qualche altra vicina a tentare ancora di metterla su contro il marito, ma ella tornava col solito gesto ad accennare il segno della croce.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02I
  3. 03II
  4. 04III
  5. 05IV
  6. 06IX
  7. 07V
  8. 08VI
  9. 09VII
  10. 10VIII
  11. 11X
  12. 12XI
  13. 13XII
  14. 14XIII
  15. 15XIV
  16. 16XIX
  17. 17XV
  18. 18XVI
  19. 19XVII
  20. 20XVIII
  21. 21XX
  22. 22XXI
  23. 23XXII
  24. 24XXIII
  25. 25XXIV
  26. 26XXIX
  27. 27XXV
  28. 28XXVI
  29. 29XXVII
  30. 30XXVIII
  31. 31XXX

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