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Italian Edition

Literature

Il vecchio della montagna

Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda

Tra pastori e montagne sarde, affetti, gelosia e solitudine intrecciano il destino di un vecchio cieco e di suo figlio.

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Il vecchio della montagna

Il vecchio Melchiorre vive nel mondo pastorale della Sardegna insieme al figlio Basilio. Attorno a loro, l'amore per Paska e le tensioni della comunità trasformano desideri e legami in una vicenda dolorosa. Grazia Deledda unisce l'attenzione alla vita quotidiana a un paesaggio montano che accompagna la solitudine, la speranza e la violenza dei rapporti umani.

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Grazia Deledda morì nel 1936. L’opera fu pubblicata per la prima volta nel 1900. Questa edizione utilizza il testo originale italiano storico di Wikisource, senza aggiunte editoriali moderne.

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Preview chapterCapitolo IRead preview

Melchiorre Carta saliva la montagna, ritornando al suo ovile.

Era un giovine pastore biondastro, di piccola statura; una ruga gli si disegnava fra le sopracciglia folte e nere, che spiccavano nel fosco giallore del suo volto contornato da una rada barbetta rossiccia. Anche la sopragiacca di cuoio del suo costume era giallognola, e il cavallino che egli montava era rossastro, tozzo, angoloso e pensieroso come il suo padrone.

Melchiorre era un giovine di buoni costumi e d’ottima fama; molto spensierato ed allegro non lo era mai stato, ma da qualche tempo si mostrava più taciturno del solito, e si sentiva quasi malvagio, perchè sua cugina Paska lo aveva abbandonato alla vigilia delle loro nozze. E senza motivo! Così, solo perchè ella si era improvvisamente accorta di essere graziosa e corteggiata anche da giovani signori.

Il cavallino saliva con prudente lentezza, scuotendo la testa tenuta alta dal freno. Dopo le falde sassose, olezzanti di cespugli aromatici, dalle quali si scorgeva Nuoro e un panorama di valli selvaggie e di montagne lontane, il pastore s’inoltrò nei boschi d’elci.

Il mattino d’agosto era purissimo: il giorno prima aveva piovuto, e nel bosco regnava una dolce frescura: le felci, l’erba, i tronchi umidi, le roccie lavate, esalavano un profumo quasi irritante; la brezza dava marezzi argentei alle chiome degli elci; il cielo sorrideva azzurro come un lago negli sfondi sereni. E Melchiorre saliva triste e truce fra tanta dolcezza di cielo e di bosco; sentiva un indistinto vocìo, un riso di donne, che lo precedevano su per il sentiero; gli sembrava di riconoscere il riso fresco e sonoro di sua cugina, e si rodeva d’ira.

— È lei! E ride! — disse a voce alta, fermando il cavallo; e stette ad ascoltare.

Le voci s’allontanarono; il riso si spense con la vibrazione dell’eco. Melchiorre sospirò e spronò il cavallo.

E il cavallo riprese a salire, a salire, con ritmico ondeggiar della groppa, con lento sbatter della coda sui fianchi ossuti: su per le chine rocciose, dalle quali il vento aveva spazzato le foglie e denudato le grandi radici degli elci, rossastre contorte e avviluppate come serpenti, il suo passo risuonava metallico e il suo ferro lucente traeva scintille dal granito.

Dopo le chine s’aprirono silenziose radure, circondate d’alberi che si slanciavano sui limpidi sfondi. Qua e là le roccie accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l’idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le roccie dell’Orthobene, traforandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo.

Dopo le radure, di nuovo il bosco: sentieri umidi, piccoli corsi d’acqua, profumo di giunco, erbe calpestate da greggie ed armenti; e sempre ombra, tremuli rabeschi di sole, qualche grido di gazza, qualche picchio di accetta ripercosso da due, tre, quattro echi. Poi ancora la salita, ma dolce, molle di felci fresche.

Guadagnata anche questa, il pastore incontrò alcune donne e fanciulli che scendevano carichi di sacchi di carbone. Fermò il cavallo per lasciarli passare. In quel tratto il sentiero serpeggiava fra rupi aride, e il sole batteva già caldo sul terreno sassoso e privo d’alberi.

La montagna appariva improvvisamente desolata; era un adeguato sfondo al triste gruppo di quelle donne lacere e scalze, con la testa conficcata nei gravi sacchi neri; di quei fanciulli che scendevano curvi sotto l’enorme carico, con le manine nere penzoloni, la testa tirata indietro dalla corda dei sacchi, e gli occhi e la bocca spalancati per il calore e la fatica. Donne e fanciulli scendevano cauti, silenziosi, coi visi rossi lucenti di sudore, e gli occhi nuotanti in un sogno di dolore malvagio. Vedendo il pastore, tranquillo e seduto a cavallo, lo invidiarono, e glielo dimostrarono gridandogli rudemente di scostarsi, aizzando il cavallo e imprecando.

Preview chapterCapitolo IIPreview

Un po’ giù dalla radura, sotto le roccie dalle quali scaturiva un filo d’acqua, Melchiorre aveva pazientemente formato un piccolo orto e una rozza vasca di pietre. Piante di fagiuoli dai fiorellini scarlatti s’attortigliavano a lunghe pertiche, e i grappoli dei pomidoro cominciavano, nella frescura del luogo, a imporporarsi.

Come usava tutti i giorni, egli si arrampicò sulle roccie, e là ritto fischiò e battè le mani per radunar le capre onde s’abbeverassero senza saltar la siepe dell’orticello.

Zio Pietro scese il sentiero, fermandosi ogni tanto, tastando il terreno col bastone. Trovato il suo posto favorito, una pietra scavata in forma di sedia a bracciuoli, accanto alla vasca, sedette. Sentì l’odor fresco dell’orto, del musco bagnato; sentì le capre che saltellavano, scendevano dalle alture, salivano le chine, urtandosi, spingendosi, con un tremulo tintinnìo di campanelle. Nell’accostarsi all'acqua si facevano tranquille, e bevevano pacatamente una dopo l’altra. Stendendo la mano, zio Pietro poteva toccarle: gli passavano davanti con leziosa andatura di gatte.

Melchiorre intanto le contava, distinguendole una per una coi suoi occhi di falco; e continuava a fischiare e a battere le mani, mentre la voce, i belati e i fischi di Basilio spingevano quelle che erano rimaste indietro. Egli le chiamava con nomi bizzarri; ultimo a salire fu Zio Frate, un vecchio caprone nero dalla barba bianca, che aspettò si abbeverassero tutte le sue compagne, poi s’avvicinò alla vasca, cozzandole un po’, benevolmente, e spingendole alla discesa. Qualche capretta s’indugiava, rizzandosi sulla siepe, ma un feroce hoc! di Melchiorre e la fronda di Basilio l’allontanavano.

Zio Pietro ascoltava, e quando il suono dei campanacci si sparse nuovamente per le chine, sentì Melchiorre scendere il sentiero e passar oltre.

Dove andava? Zio Pietro provava sempre una vaga inquietudine, quando il figlio s’allontanava. In quei giorni, poi, Paska non era lontana.... Dove andava adesso Melchiorre? Forse in cerca della ragazza e di uno scandalo?

In alto, al di là delle roccie, il vecchio sentiva il bosco stormire, percosso da un brivido di brezza: e questa voce lamentosa e monotona gli echeggiava dentro, nel buio dell’anima inquieta, dandogli un senso disperato di tristezza e di abbandono. Per lui la luce era la presenza del figliuolo. Ma da qualche tempo sentiva che Melchiorre, incalzato dalla sua passione, lo abbandonava anche lui, e talvolta provava un terrore simile a quello d’un bimbo smarrito in luoghi deserti.

S’alzò, e stette in penoso ascolto. Solo il bosco continuava a mormorare. E di qua e di là, i cristallini tintinnii delle capre. Ma quando tornò alla capanna i soliti rumori, il ruminar del cavallo, il guaire del cane, il rosicchiar della lepre, lo rassicurarono. Sentì la bestiuola raspargli le ghette, la prese fra le mani e la carezzò.

— Malignaccia, malignaccia, — mormorò, sentendole batter forte il cuoricino. — Anche tu hai paura. — Poi cominciò a preparare il pranzo, cercando a tastoni i pochi utensili domestici che erano nella capanna. Si curvò sul focolare, avvicinò la mano alla cenere, e sentendo calore scoprì una grossa brage con la punta del bastone forato che serviva anche da soffietto: mise una manata di fuscelli secchi e soffiò; la cenere si sparse intorno al focolare, il gatto scappò scuotendo le zampe, e la fiamma brillò.

Al suo ritorno, Melchiorre trovò i maccheroni conditi entro la casseruola, la stuoia spiegata, il pane preparato nel canestro.

Era passato mezzogiorno: l’elce descriveva appena un cerchio d’ombra intorno al suo tronco, e il sole penetrava per tutte le fessure della capanna. Dentro e fuori faceva caldo; l’azzurro del cielo vaporava chiaro all’orizzonte; sotto la luce fiammante del sole allo zenit le roccie parevano fatte di cenere ardente.

Ma intorno i boschi fremevano con un sonoro susurro. Di nuovo i pastori sedettero per terra, e pranzarono, tornando ai soliti discorsi: le capre, i pascoli, i pastori amici o vicini. E Basilio rideva sempre. Melchiorre raccolse su un pezzo di sughero le sementi dell’anguria, mentre con la buccia il mandriano intagliava statuette piatte che parevano idoletti fenici e componeva una dentiera dai feroci denti verdi, che s’applicò sotto le labbra ridendo grottescamente.

Preview chapterCapitolo IIIPreview

Melchiorre attraversò a passi rapidi ed agili la radura, fermandosi nel sentiero accanto alla chiesa, dietro un tronco d’elce biforcuto che gli permetteva di assistere, non veduto, come da un finestrino, alla scena che gli si svolgeva davanti.

Un gran fuoco rischiarava il bosco: quasi tutti i novenanti stavano là attorno aggruppati e ridevano. Un cagnolino nero, il cui collare di ottone scintillava al riflesso del fuoco, abbaiò dietro Melchiorre, facendo atto di slanciarglisi contro, senza osarlo. Egli si volse; disse piano piano, con disprezzo:

— Aspetta, marrano! — e accennò a corrergli appresso. La bestiola scappò: una voce nasale gridò:

— Te’, Leone!

— Leone! Te’, — disse fra sè Melchiorre; e raschiò e sputò al di là del tronco; ma la sua sfida sprezzante più che al cagnolino pauroso era rivolta a tutta quell’allegra gente.

Dall’ombra egli vedeva un quadro fantastico. Il gran fuoco di tronchi e di rami crepitanti, le cui fronde si cangiavano in brage, mandava in alto lunghe fiamme rosse, illuminando a sprazzi la parte inferiore degli alberi e gli scorci di figure aggruppate qua e là, per terra, sulle pietre, a ridosso dei tronchi.

Il bosco pareva una fantastica e mostruosa costruzione sorretta da nodose colonne e i cui intercolunni, le vôlte e gli sfondi si perdevano in un vuoto oscuro. Nel circolo rosso descritto dalla luce della fiamma passavano correndo e traendosi dietro le loro lunghe ombre ragazzi che attizzavano il fuoco con bastoni e rami: altri stavano appollaiati sugli alberi, con le gambe ignude penzoloni.

Melchiorre riconobbe il fanciullo delle cavallette, che emetteva stridi acuti trascinando un ramo le cui fronde lasciavano intorno al fuoco una traccia di terreno spazzato. Risate allegre, cantilene, voci, grida, si univano al crepitar della fiamma.

Sulle prime Melchiorre attratto dal bizzarro spettacolo provò un gusto quasi fanciullesco a contemplarlo. Il leggero vento che passava stormendo fra gli alberi gli batteva alle spalle, mentre al viso gli giungeva il calore del fuoco.

Un gruppo di signore, col capo avvolto da fazzoletti di seta e da scialletti di lana, sedeva sopra un tronco rovesciato: alcune ridevano, coi denti scintillanti: una, con le gambe accavalcate e le mani strette intorno al ginocchio, sonnecchiava abbassando e rialzando la testa; un’altra pareva sognasse, col viso sollevato e la gola illuminata dal fuoco. Sedevano per terra, e su pietre, e addossate ai tronchi, paesane con bimbi in grembo; e alcuni uomini stavano sdraiati a pancia a terra, col volto eretto e il mento appoggiato alle mani intrecciate. Ritto, accanto al fuoco, un giovanotto accordava un flauto la cui canna sembrava di corallo e mandava il suo riflesso sulle mascelle gonfie e sulle mani del suonatore.

Dopo aver fissato il bimbo delle cavallette e il ramo che spazzava il terreno intorno al falò, Melchiorre mise attenzione agli striduli accordi del flauto, seguendo con gli occhi i movimenti delle mani rosse del suonatore. E provava un impulso d’ira e di sdegno ricordando la melodia lontana udita al meriggio, e l’impressione di gelosia che ne aveva provato. Era costui che allora suonava? Questo giovanotto basso e scarno, dai capelli così rasi che lasciavano scorger la cute del cranio, dalle orecchie enormi e dalla scarsa barbetta rossa irta sul mento? E costui, col ridicolo gonfiar delle scarne guancie, era stato capace di attoscargli il cuore per tutta la sera?

— Dov’è Paska? — ruggì il suo cuore. E i suoi occhi s’accesero, e lo sguardo vagò dall’una all’altra delle paesane sedute per terra e sulle pietre, e più su sulle panchine addossate al muro della chiesa.

Paska non c’era: ed egli ne provò sollievo, ma non si mosse dal suo posto d’osservazione.

— Efisio, — gridò la voce nasale che aveva chiamato il cagnolino, — finiscila con quel ramo, e buttalo sul fuoco.

Ma il bambino continuò a correre, e per giunta il cagnolino andò dietro al ramo abbaiando.

— Che polvere! — si lamentò una signorina.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Capitolo I
  2. 02Capitolo II
  3. 03Capitolo III
  4. 04Capitolo IV
  5. 05Capitolo V
  6. 06Capitolo VI
  7. 07Capitolo VII
  8. 08Capitolo VIII
  9. 09Capitolo IX
  10. 10Capitolo X
  11. 11Capitolo XI

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