
Italian Edition
Literature
In chiave di baritono
Italian BooksWhale Edition by Antonio Ghislanzoni
Un baritono attraversa incontri, espedienti e avventure teatrali; il volume comprende anche il racconto satirico La corte dei nasi.
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Book introduction
In chiave di baritono
Antonio Ghislanzoni racconta con umorismo le disavventure di un cantante alle prese con teatri, conventi, viaggi e occasioni mancate. I tredici capitoli seguono una voce narrativa pronta a riconoscere gli assurdi della propria situazione. Il volume comprende inoltre La corte dei nasi, una storia satirica in sei sezioni che sposta l’attenzione verso il linguaggio del potere e i comportamenti di corte.
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Antonio Ghislanzoni morì nel 1893. Questa edizione utilizza il testo originale italiano di pubblico dominio di Project Gutenberg, senza note editoriali e illustrazioni.
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Preview chapterCAPITOLO I. — Dove si vede in quali condizioni difficili versasse il primo baritono del teatro di Chieti, nel maggio 1849.Read preview
—Vergogna!—pensava io—se qualcuno mi incontrasse!... se qualcuno sapesse!... E non c'è da illudersi che il fatto debba rimanere celato... I giornali parleranno, e quali commenti da parte degli amici!
Essi combattono in Roma, gli amici... Essi difendono l'ultimo baluardo della libertà italiana... essi spendono il sangue e muojono per la patria... Mentre io—italiano—attraverso gli Appennini tirato da due magre rozze, imbaccucato il capo e la gola in una gran ciarpa color scarlatto, i piedi raccolti in una pelliccia, per andarmene a Chieti—in terreno nemico—a terrorizzare con un elmo ed una spada di cartone un esercito di coristi.
Mentre nel mio cervello si svolgeva l'umiliante soliloquio, la vettura del Cicoria entrava fragorosamente in Grottamare, piccolo paese delle Marche, a poca distanza dal confine napolitano. La carrozza si fermò alla porta di un alberghetto, dove io presi terra, dovendo, prima di proseguire il viaggio, compiere nel paese alcune formalità.
Il mio impresario mi aveva procacciato non so quante lettere commendatizie, fra cui una pel console marchese Laureati residente in Grottamare.—Il marchese doveva porre il visto al mio passaporto.
Appena sceso dalla carrozza, mi recai alla casa del console. Questi mi accolse con garbo—lesse la commendatizia, e gettandomi una occhiata di compassione, disse: mio caro signore, dubito assai che vi si permetta di passare il confine; da due giorni è rigorosamente vietato, a quanti vengono dalla Toscana e dagli Stati romani, di entrare nel regno di Napoli.
Io rimasi com'uom che pensa e guata Quel ch'egli ha fatto e quel che far conviene Poichè gli è stata data una cannata.
Poi, con una voce ed una eloquenza che avrebbe commosso alle lagrime una cariatide, supplicai il marchese perchè volesse adoperarsi in mio favore.
Il marchese, uomo dabbene, indovinando dal calore della mia eloquenza la siccità del mio portamonete, stese immediamente una lettera per raccomandarmi al Commissario preposto alla guardia dei confini.
—Presentatevi con questo foglio al Commissario, e forse, stante la mia raccomandazione e la singolarità del caso, vi si accorderà l'ingresso negli Stati di Sua Maestà umanissima.
All'indomani, il Marcuccio, figlio dell'oste, mi condusse colla sua vettura verso il confine; ma, a cento passi da S. Benedetto, le guardie napoletane, avvicinatesi agli sportelli, m'intimarono d'arrestarmi.
—Vorrei parlare al signor Commissario superiore. Debbo consegnargli una lettera del signor marchese Laureati suo ottimo amico e protettore...
Le guardie mi accompagnarono fino alla stazione del Commissario, a cui mi presentai con quell'aria di sommissione e di rispetto, che noi tutti, figliuoli della natura, sappiamo assumere innanzi agli arbitri dei nostri destini.
—No, non è possibile! disse il Commissario crollando la testa; gli ordini del Re sono precisi: nessuno ha da passare.
Il linguaggio del Commissario era talmente spiccio e risoluto, che io non trovai parole a rispondergli. Feci un inchino, e tornai alla carrozza coll'animo esacerbato. Nelle mie tasche non rimaneva che un solo francescone... con poca salsa di mezzi paoli e di baiocchi, tanto da vivere un giorno.—Pensa, o lettore, s'io mi trovassi in male acque.—Ma Iddio tempera il vento in favore dell'agnello tosato e del viaggiatore in bolletta.
Perchè tutti comprendano quanto la mia situazione fosse grave, e quanto difficile l'uscirne con decoro, converrà che io rammenti alcune circostanze storiche di quei tempi.
Roma assediata da soldati francesi, napoletani e spagnuoli, faceva disperati sforzi di resistenza. Il popolo fiorentino dopo aver ondeggiato quattro mesi fra le lotte dei vari partiti politici, avea ceduto alle violenze della reazione, richiamando il principe spodestato; Bologna ed Ancona erano invase dagli Austriaci; il partito liberale, dilaniato su tutti i punti d'Italia, concentravasi in Roma a farvi le ultime prove di eroismo. Era imminente la battaglia di Velletri.
Chi non abbia in quell'epoca percorse le Romagne e le Marche, mal potrebbe immaginare il disordine di quelle provincie. L'esercito austriaco muoveva da Toscana verso Ancona per quello stesso stradale che pochi giorni innanzi io aveva percorso. Da Bologna uscivano a stormi i buoni patrioti per accorrere alla capitale; carabinieri, guardie di finanza, giovinotti d'ogni casta e d'ogni condizione, attraversavano tumultuanti le città, le borgate, i villaggi.
Preview chapterCAPITOLO II. — Il Convento.Preview
All'indomani, verso le cinque pomeridiane, scortato dal Birecchi e dal sagrestano, io saliva a Grottamare superiore per recarmi al convento dei padri francescani posto sulla sommità della collina.
—Quei buoni padri, diceva il sagrestano, vi accoglieranno come un fratello. Le sante leggi dell'ospitalità, che il progresso dell'incivilimento ha cancellato dai codici e dai cuori umani, durano tuttavia nei conventi, e vi si praticano religiosamente dai monaci. Essi vi hanno destinato una buona cameretta, ove sarete alloggiato come un.... frate.
Il sole inclinava al tramonto e irradiava d'una luce rossastra le onde tranquille, su cui galleggiavano cento paranze di pescatori che a vele spiegate muovevano verso il lido. L'aria saliva freschissima verso il colle. Quell'incanto di cielo, di colline e di mare mi esaltarono la fantasia.
Giunti alla soglia del convento, il sagrestano scosse la campanella, e poco dopo una voce sonora rispose dall'interno due o tre versi latini; quindi le porte si aprirono cigolando, e un frate dall'aspetto venerabile apparve in sulla soglia. Io chinai riverente la testa; allora il sagrestano volgendosi al monaco, profferì presso a poco le parole che il nostro Manzoni pone sul labbro dell'abate nell'atto che questi presenta Lucia alla Signora di Monza:
—Questi è il giovine forestiere per cui ella si è degnata interessarsi, e per cui mi ha fatto sperare la sua protezione.
—La camera è già pronta; il signore potrà alloggiare al convento finchè gli tornerà grato.
Dopo altre parole, il sagrestano si congedò da me stringendomi cordialmente la mano. Io rimasi in sulla soglia finchè lo vide sparire all'estremità del sacrato, quindi tenni dietro al mio ospite capuccino.
Quando sentii chiudersi le porte, e intesi il rumore de' chiavistelli e delle spranghe, un brivido mi corse per le vene. Qual ragione aveva io da temere? Pure, l'oscurità dei lunghi corridoi pel quali io m'inoltrava, l'eco delle ampie navate, che cupa ripeteva il suono de' miei passi, il lento rintocco, della campana che chiamava i monaci alla chiesa e i canti severi che da quella si partivano produssero in me un invincibile senso di paura.
Ed alla paura, di mano in mano si succedevano nell'animo mio commozioni inaspettate e d'indole più serena; qualche cosa che somigliava al benessere, al desiderio di una eterna solitudine e di un profondo oblìo d'ogni cosa terrena.
Erano le nove della sera. I monaci dormivano nelle loro cellette. Mi affacciai alla finestra, e poggiati i gomiti sul davanzale, stetti non so ben quante ore assorto in deliziosa contemplazione. La frescura dell'aere, le esalazioni profumate dei cedri e degli aranci, la luna che grassa e rubiconda si specchiava nel mare, tutto mi accarezzava la fantasia di nuove seduzioni.
L'idea di vestire l'abito religioso mi assaliva ad ogni tratto. Attraversando i fertili gioghi della Toscana e della Romagna, dappertutto si erano affacciate al mio sguardo scene atrocissime, alla cui memoria la calma solenne che in quel momento mi circondava, parevami il più desiderabile d'ogni bene terreno. Poi, quale strano passaggio dalla vita dell'istrione alla vita del monaco! Che bella cosa scomparire dal mondo, essere dimenticato da tutti, non aver altro di comune col resto degli uomini che l'aria ed il sole! Svegliarsi prima dell'alba, scendere coi fratelli nella chiesicciuola; quindi uscire in sul sacrato a salutare i crepuscoli, svagarsi nel paesello, entrare aspettato e desiderato nella casuccia del colono, consolare delle sventure e raccogliere dei sorrisi; poi tornando al convento intrattenersi nella fresca biblioteca a sfogliazzare dei grandi volumi.
E la mia fantasia andava più oltre; errava di paese in paese, di città in città, ideando le più strane avventure. Mi pareva d'esser già frate... d'avere una barba lunga fino alla cintura, il cocuzzolo calvo, e una imponente protuberanza di addome. Il padre superiore mi ordina di recarmi a Milano per predicarvi la quaresima.—Giungo—attraverso le contrade—veggo gli amici, le donne a me note—nessuno mi riconosce; la barba ed il ventre mi hanno completamente trasformato.—È la prima domenica di quaresima—il popolo attende nella chiesa di S. Marco il nuovo predicatore—io comparisco sul pulpito e comincio a tuonare.... il mio sermone. All'indomani i penitenti assediano il confessionale, ed io me ne sto accovacciato fiutando tabacco e coscienze. Una donna si presenta alla grata... io la conosco...—la interrogo—essa mi rivela i segreti del suo cuore.—Nell'epoca in cui diceva d'amarmi ella accordava i suoi favori al professore di musica, e intratteneva un carteggio sentimentale col figlio del mio parrucchiere... A tal confessione, io non so reprimermi, minaccio la penitente del fuoco eterno... la fulmino colla scomunica, e attraverso la grata le faccio udire il mio nome accompagnato da uno scroscio di risa sarcastiche...
Preview chapterCAPITOLO III. — Padre Domenico mi sconforta dal farmi Francescano.Preview
Mentre io andava di tal guisa fantasticando, udii picchiare sommessamente alla porta. Era un frate, vecchio, dall'occhio vivace, dal sorriso melanconico e dolce. Padre Domenico (tale era il suo nome di convento) entrò nella mia camera colla timidezza di una fanciulla o piuttosto d'un collegiale che tema essere còlto da' superiori in atto di indisciplina. Si avanzò di alcuni passi, indi chiuse la porta con cautela, dopo aver spiato nel corridojo se qualche importuno lo avesse seguito.
—Ebbene? mi chiese il buon monaco,—come passaste la notte?
—A meraviglia, risposi. Ed ora mi trovo siffattamente commosso dalla pace solenne che spira in questo asilo, che ho risoluto di presentarmi al padre guardiano onde implorare di essere ammesso nell'ordine.
Padre Domenico sorrise, ma quel sorriso aveva una espressione di tristezza e di ironia. Poi, dopo breve silenzio:
—Il convento ha le sue attrattive per le anime sensibili e poetiche. L'amore degli agi, del lusso, dei piaceri, l'ambizione della gloria, della potenza, sono esca ingannatrice negli anni più bollenti della vita; ma per tutti giunge un'epoca di disinganno e talvolta di disperazione, che ci fa rifuggire da quei beni fallaci, a cui giovanetti aspirammo con tanto ardore. L'uomo di cuore, l'uomo che a tempo sa leggere nel libro della verità, o tosto o tardi prova il fastidio, il ribrezzo del mondo, ed un solo bene domanda, un bene modesto e tranquillo: l'isolamento e la pace.
—Voi dunque approvate la mia risoluzione?
Il frate levossi in piedi e aperse l'uscio di nuovo per spiare se nessuno ci ascoltasse; poi abbassando la voce, mi parlò di tal guisa:
—I conventi, figliuol mio, furono istituiti da uomini che al pari di voi desideravano la quiete dell'anima e la meditazione. I fondatori degli ordini religiosi appartennero alla categoria dei disingannati; gente dai nobili e generosi istinti, dal cuore delicato e sensibile, cui la società, in compenso di opere benefiche, gittò in volto il vituperio e l'oltraggio. Ingenui che seminarono il benefizio e raccolsero l'ingratitudine; che elevarono la mente a studii di pubblico interesse, insegnarono dottrine umanitarie, combatterono il vizio potente, smascherarono l'impostura; e la massa ribelle degli stolti tentò schiacciarli colla persecuzione. Taluni ancora chiesero affetti alla donna, si affidarono ai sorrisi od alle carezze, e più tardi s'accorsero di essersi addormentati sovra un letamajo e d'aver adorata una carogna inghirlandata di rose. Il disinganno, fors'anco il disprezzo del mondo trasse i primi martiri della umanità a fabbricarsi un asilo su qualche alpestre dirupo. Si istituirono leggi severe di abnegazione, di lavoro perpetuo; si tentò colla disciplina, col digiuno e meglio ancora colla dimenticanza di ogni affetto terreno, di indurare l'anima e il corpo a tutti i mali inerenti alla nostra fragile argilla. E nella solitudine del romitorio molti meditarono efficaci provvedimenti a redimere la società; raccolsero e studiarono i codici della civiltà antica, per diffonderla poscia a benefizio delle generazioni future; e moltissimi tramarono contro i tiranni, facendosi scudo del pregiudizio che rendeva il loro asilo inviolabile per seminare i primi germi di quelle idee di emancipazione, che oggidì mandano frutti copiosi. Ma ora, le cose mutarono aspetto—lo studio, la dottrina, le generose idee appartengono alla umanità tutta intera—nei conventi entrò la pazza ignoranza e l'odio del bene.—Mentre il secolo si illumina e si ringagliardisce, qui le tenebre si fanno più dense. Figliuol mio, non vi lusinghi la pace apparente. Ove alberga l'odio, non può essere pace vera. Questi monaci, che voi vedete sì manierosi, sì fervidi nella preghiera, sì umili e rassegnati, sono altrettanti cospiratori, pronti, ove il potessero, ad immolare metà del genere umano per ridurre al servaggio e all'abbrutimento l'altra metà.
Le parole di padre Domenico, il tono della sua voce e il fuoco del suo sguardo mi destarono un fremito nell'anima. Una idea terribile mi balenò alla mente. Dio sa quanto avrà sofferto e quanto soffre ancora questo povero monaco nel dover convivere con gente di tal fatta!
Table of contents
Inside this edition
- 01CAPITOLO I. — Dove si vede in quali condizioni difficili versasse il primo baritono del teatro di Chieti, nel maggio 1849.
- 02CAPITOLO II. — Il Convento.
- 03CAPITOLO III. — Padre Domenico mi sconforta dal farmi Francescano.
- 04CAPITOLO IV. — Miracoli della donna.
- 05CAPITOLO V. — Risoluzioni ed espedienti.
- 06CAPITOLO VI. — Un concerto sconcertato.
- 07CAPITOLO VII. — Colle Fiorito.
- 08CAPITOLO VIII. — Spoleto.
- 09CAPITOLO IX. — L'organista di Camerino e il sensale Bertoni di Milano.
- 10CAPITOLO X. — La tomba di Nerone.
- 11CAPITOLO XI. — Un pranzo a Monte Mario.
- 12CAPITOLO XII. — Fra due repubbliche.
- 13CAPITOLO XIII. — I buoni pranzi finiscono.
- 14LA CORTE DEI NASI
- 15I.
- 16II.
- 17III.
- 18IV.
- 19V.
- 20VI.
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