Italian Edition
Literature
L'innocente
Italian BooksWhale Edition by Gabriele D’Annunzio
Gelosia, confessione, adulterio e colpa attraversano uno dei romanzi psicologici di D’Annunzio.
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Book introduction
L'innocente
L'innocente racconta la crisi morale di Tullio Hermil, diviso tra desiderio, vanità, ritorno alla moglie e una gelosia che diventa ossessione distruttiva. D'Annunzio esplora sensualità, confessione, decadentismo, famiglia e colpa in un romanzo di alta tensione psicologica.
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Gabriele D'Annunzio morì nel 1938 e L'innocente fu pubblicato nel 1892. Queste date sostengono il pubblico dominio del testo italiano originale usato in questa edizione.
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L'innocente
Gabriele D'Annunzio
[Copertina]
Gabriele d'Annunzio
L'INNOCENTE
_Nono migliaio._
MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO Via Palermo, 2, e Galleria Vittorio Emanuele, 64 e 66. ROMA: Corso, 383.--NAPOLI; Via Roma (già Toledo), 34. BOLOGNA: presso la Libreria Treves, di L. Beltrami, angolo Via Farini. TRIESTE: presso Giuseppe Schubart. LIPSIA, VIENNA e BERLINO: presso A. F. Brockhaus. PARIGI: presso J. Boyveau et Chevillet, 22, rue de la Banque.
[Occhiello]
[Retro]
_OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO_
=Il Piacere= L. 5-- =L'Innocente= 4 -- =Trionfo della Morte= 5 --
=Il Fuoco= _(di prossima pubblicazione)_. =Il Dittatore= *. =Trionfo della Vita= *.
POESIE:
=Canto novo; Intermezzo= 4 -- =L'Isottéo=; =la Chimera= 4 -- Poema paradisiaco; Odi navali 4 -- * Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi.
MISTERI:
=Persefone= *. =Adone= *. =Orfeo= *.
DRAMI:
=La Città morta= 4 -- I Sogni delle Stagioni Sogno d'un mattino di primavera 2 -- * Sogno d'un meriggio d'estate. Sogno d'un tramonto d'autunno 2 -- * Sogno d'una notte d'inverno.
La Gioconda } } di prossima pubblicazione. La Tragedia della Folla } =Frate Sole= *.
[Frontespizio]
_I ROMANZI DELLA ROSA_
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI 1899.
[Verso]
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti._
Tip. Fratelli Treves.
ALLA CONTESSA MARIA ANGUISSOLA GRAVINA CRUYLLAS DI RAMACCA QUESTO LIBRO È DEDICATO.
_Napoli, 11 marzo 1892._
_Beati immaculati...._
Andare d'avanti al giudice, dirgli: "Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l'avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l'ho uccisa. Ho premeditato l'assassinio, nella mia casa. L'ho compiuto con una perfetta lucidità di conscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è l'anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi." Posso andare d'avanti al giudice, posso parlargli così?
Non posso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi.
E pure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io riveli il mio segreto a qualcuno.
A CHI?
Il primo ricordo è questo.
Era di aprile. Eravamo in provincia, da alcuni giorni, io e Giuliana e le nostre due bambine Maria e Natalia, per le feste di Pasqua, in casa di mia madre, in una grande e vecchia casa di campagna, detta La Badiola. Correva il settimo anno dal matrimonio.
Ed erano già corsi tre anni da un'altra Pasqua che veramente m'era parsa una festa di perdono, di pace e d'amore, in quella villa bianca e solinga come un monasterio, profumata di violacciocche; quando Natalia, la seconda delle mie figliuole tentava i primi passi, uscita allora allora dalle fasce come un fiore dall'invoglio, e Giuliana si mostrava per me piena d'indulgenza, se bene con un sorriso un po' malinconico. Io era tornato a lei, pentito e sommesso, dopo la prima grave infedeltà. Mia madre, inconsapevole, con le sue care mani aveva posto un ramoscello d'olivo a capo del nostro letto e aveva riempita la piccola acquasantiera d'argento che pendeva dalla parete.
Ma ora, in tre anni, quante cose mutate! Tra me e Giuliana era avvenuto un distacco definitivo, irreparabile. I miei torti verso di lei s'erano andati accumulando. Io l'aveva offesa nei modi più crudeli, senza riguardo, senza ritegno, trascinato dalla mia avidità di piacere, dalla rapidità delle mie passioni, dalla curiosità del mio spirito corrotto. Ero stato l'amante di due tra le sue amiche intime. Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffo, imprudentemente. Avevo avuto col falso conte Raffo un duello in cui il mio disgraziato avversario s'era coperto di ridicolo, per talune circostanze bizzarre. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a Giuliana. Ed ella aveva sofferto, ma con molta fierezza, quasi in silenzio.
C'erano stati pochissimi dialoghi tra noi, e brevi, in proposito; nei quali io non avevo mai mentito, credendo con la mia sincerità diminuire la mia colpa agli occhi di quella dolce e nobile donna che io sapevo intellettuale.
Anche sapevo che ella riconosceva la superiorità della mia intelligenza e che scusava in parte i disordini della mia vita con le teorie speciose da me esposte più d'una volta in presenza di lei a danno delle dottrine morali professate apparentemente dalla maggioranza degli uomini. La certezza di non essere giudicato da lei come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il peso dei miei errori. "Anch'ella dunque--io pensavo--comprende che, essendo io diverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, posso giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi, posso giustamente disprezzare l'opinione altrui e vivere nella assoluta sincerità della mia natura eletta."
Preview chapterI.Preview
Il primo ricordo è questo.
Intendevo, quando ho incominciato il racconto, intendevo: questo è il primo ricordo che si riferisce alla cosa tremenda.
Era di aprile, dunque. Eravamo da alcuni giorni alla Badiola.
--Ah, figliuoli miei,--aveva detto mia madre, con la sua grande ingenuità--come siete sciupati! Ah quella Roma, quella Roma! Bisogna che restiate qui con me, in campagna, molto tempo, per rimettervi.... molto tempo....
--Sì--aveva detto Giuliana, sorridendo--sì, mamma, resteremo quanto vorrai.
Quel sorriso ridivenne frequente su le labbra di Giuliana, in presenza di mia madre; e, se bene la malinconia degli occhi rimanesse inalterabile, era così dolce quel sorriso, era così profondamente buono che io stesso mi lasciai illudere. Ed osai mirare la mia speranza.
Nei primi giorni, mia madre non si distaccava mai dalle care ospiti; pareva che volesse saziarle di tenerezza. Due o tre volte io la vidi, palpitando d'una commozione indefinibile, io la vidi accarezzare con la sua mano benedetta i capelli di Giuliana. Una volta la udii che chiedeva:
--Ti vuol sempre lo stesso bene?
--Povero Tullio! Sì--rispose l'altra voce.
--Dunque, non è vero....
--Che?
--Quello che mi hanno riferito.
--Che ti hanno riferito?
--Nulla, nulla.... Credevo che Tullio ti avesse dato qualche dispiacere.
Parlavano nel vano di una finestra, dietro le cortine ondeggianti, mentre di fuori stormivano gli olmi. Io mi feci innanzi, prima che s'accorgessero di me; sollevai una cortina, mostrandomi.
--Ah, Tullio!--esclamò mia madre.
E si scambiarono uno sguardo, un po' confuse.
--Parlavamo di te--soggiunse mia madre.
--Di me! Male?--chiesi con un'aria gaia.
--No, bene--disse Giuliana, subito; e io colsi nella sua voce l'intenzione, ch'ella certo ebbe, di _rassicurarmi_.
Il sole d'aprile batteva sul davanzale, riluceva nei capelli grigi di mia madre, svegliava qualche tenue bagliore su le tempie di Giuliana. Le cortine candidissime ondeggiavano, si riflettevano nei vetri luminose. I grandi olmi dello spiazzo, coperti di piccole foglie nuove, producevano un susurro, ora leggero ora forte, alla cui misura le ombre or meno or più si agitavano. Dal muro stesso della casa, ammantato di violacciocche innumerevoli, saliva un profumo pasquale, quasi un vapore invisibile di mirra.
--Com'è acuto quest'odore!--mormorò Giuliana, passandosi le dita su i sopraccigli e socchiudendo le palpebre.--Stordisce.
Io stavo tra lei e mia madre, un poco in dietro Una voglia mi venne, di chinarmi sul davanzale cingendo l'una e l'altra con le mie braccia. Avrei voluto mettere in quella semplice familiarità tutta la tenerezza che mi gonfiava il cuore e far intendere a Giuliana una moltitudine di cose inesprimibili e riconquistarla intera con quell'unico atto. Ma ancora mi tratteneva un senso di temenza quasi puerile.
--Guarda, Giuliana,--disse mia madre, indicando un punto del colle--la tua Villalilla. La scorgi?
--Sì, sì.
Ella, schermendosi dal sole con la mano aperta, aguzzava la vista; e io, che la osservavo, notai un piccolo tremito nel suo labbro inferiore.
--Distingui il cipresso?--le chiesi, volendo aumentare con la domanda suggestiva il suo turbamento.
E io rivedevo nella mia imaginazione il vecchio cipresso venerabile che aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua cima.
--Sì, sì, lo distinguo.... appena.
Villalilla biancheggiava a mezzo dell'altura, molto lontana, in un pianoro. La catena dei colli si svolgeva d'innanzi a noi con un lineamento nobile e pacato, per ove gli oliveti avevano un'apparenza di straordinaria leggerezza somigliando a un vapore verdegrigio cumulato in forme costanti. Gli alberi in fiore, bianchi e rosei trionfi, interrompevano l'uguaglianza. Il cielo pareva di continuo impallidire, come se nella sua liquidità un latte di continuo si diffondesse e si dileguasse.
--Andremo a Villalilla dopo Pasqua. Sarà tutta fiorita--io dissi, tentando di rimettere in quell'anima il sogno che le avevo strappato brutalmente.
E osai accostarmi, cingere con le mie braccia Giuliana e mia madre, chinarmi sul davanzale tenendo la mia testa tra l'una e l'altra testa; in modo che i capelli dell'una e dell'altra mi sfioravano. La primavera, quella bontà dell'aria, quella nobiltà dei luoghi, quella placida trasfigurazione di tutte le creature per una virtù materna, e quel cielo divino pel suo pallore, più divino come più si faceva pallido, mi davano un senso di vita così nuovo che io pensai tremando dentro di me: "Ma è possibile? Ma è possibile? Ma dunque, dopo tutto quel che è accaduto, dopo tutto quel che ho sofferto, dopo tante colpe, dopo tante vergogne, io posso ancora trovare nella vita questo sapore! Io posso ancora _sperare_, posso ancora avere il presentimento di una felicità! Chi dunque mi ha benedetto?" Pareva che tutto il mio essere si alleggerisse, espandendosi, dilatandosi oltre i suoi confini, con una vibrazione sottile, rapida e incessante. Nulla può dare un'idea di ciò che diveniva in me la sensazione minima prodotta da un capello che mi sfiorava la guancia.
Preview chapterII.Preview
La mia confidenza nell'avvenire aumentava di giorno in giorno. Non mi ricordavo quasi più di nulla. La mia anima troppo affaticata si dimenticava di soffrire. In certe ore di completo abbandono tutto si dileguava, si distendeva, si fondeva, si immergeva nella fluidità originale, diveniva irriconoscibile. Poi, dopo questi strani dissolvimenti ulteriori, mi pareva che un altro principio di vita entrasse in me, che un'altra forza mi possedesse.
Una moltitudine di sensazioni involontarie, spontanee, inconscienti, istintive componeva la mia esistenza reale. Tra l'esterno e l'interno si stabiliva un giuoco di minime azioni e di minime reazioni istantanee che fremevano in infinite ripercussioni; e ciascuna di queste ripercussioni incalcolabili si convertiva in un fenomeno psichico stupendo. Tutto il mio essere veniva alterato da ciò che passava nell'aria, da un soffio, da un'ombra, da un bagliore.
Le grandi malattie dell'anima come quelle del corpo rinnovellano l'uomo; e le convalescenze spirituali non sono meno soavi e meno miracolose di quelle fisiche. D'avanti a un arbusto fiorito, d'avanti a un ramo coperto di minute gemme, d'avanti a un rampollo nato su un vecchio tronco quasi estinto, d'avanti alla più umile fra le grazie della terra, alla più modesta tra le trasfigurazioni della primavera, io mi soffermavo, semplice, candido, attonito!
Uscivo spesso con mio fratello, al mattino. In quell'ora tutto era fresco, facile, libero. La compagnia di Federico mi purificava e mi fortificava come la buona brezza selvaggia. Aveva allora ventisette anni Federico; aveva vissuto quasi sempre nella campagna, d'una vita sobria e laboriosa; pareva portare in sè raccolta la mite sincerità terrestre. Egli possedeva la Regola. Leone Tolstoi, baciandolo su la bella fronte serena, lo avrebbe chiamato suo figliuolo.
Andavamo per i campi senza meta, di rado ragionando. Egli lodava la fertilità dei nostri dominii, mi spiegava le innovazioni introdotte nelle culture, mi mostrava i miglioramenti. Le case dei nostri contadini erano larghe, ariose, linde. Le nostre stalle erano piene di un bestiame sano e ben pasciuto. Le nostre cascine erano in un ordine perfetto. Spesso, nel cammino, egli s'arrestava per osservare una pianta. Le sue mani virili erano di una delicatezza estrema quando toccavano le piccole foglie verdi in cima ai rametti novelli. Talvolta passavamo attraverso un frutteto. I peschi, i peri, i meli, i ciliegi, i prugni, gli albicocchi portavano su le loro braccia milioni di fiori; giù per la trasparenza dei petali rosei ed argentei, la luce si cangiava quasi direi in una umidità divina, in una cosa indescrivibilmente vaga e benigna; tra i minimi intervalli delle ghirlande leggere, il cielo aveva la vivente dolcezza di uno sguardo.
Egli diceva, imaginando il pensile tesoro futuro, mentre io lodavo i fiori:
--Vedrai, vedrai i frutti.
"Io li vedrò" ripetevo dentro di me. "Vedrò cadere i fiori, nascere le foglie, crescere i frutti, colorirsi, maturarsi, distaccarsi." Questa assicurazione, già passata per la bocca di mio fratello, aveva per me un'importanza grave, come se si riferisse a non so quale felicità promessa e attesa, la quale a punto dovesse svolgersi in quel periodo del parto arboreo, nel tempo che corre tra il fiore e il frutto. "Prima che io abbia manifestato il mio proposito, a mio fratello par già naturale che io rimanga omai qui, nella campagna, con lui, con nostra madre; poiché egli dice che io vedrò i frutti dei suoi alberi. Egli è _sicuro_ che io li vedrò! Dunque è proprio vero che è ricominciata una vita nuova per me, e che questo sentimento ch'io ho dentro di me non m'inganna. In fatti, tutto ora si compie con una facilità strana, insolita, con un'abbondanza d'amore. Come amo Federico! Non l'ho mai amato così." Tali erano i miei soliloquii interiori, un po' slegati, incoerenti, qualche volta puerili per una singolare disposizione d'animo che mi portava a vedere in qualunque fatto insignificante un segno favorevole, un pronostico benigno.
Il gaudio mio più intenso era nel sapermi lontano dalle cose passate, lontano da certi luoghi, da certe persone, inaccessibile. Assaporavo talvolta la pace della campagna primaverile raffigurandomi lo spazio che mi divideva dal mondo oscuro dove io avevo tanto sofferto e di dolori tanto cattivi. Una paura indefinita mi stringeva ancora, talvolta, e mi faceva cercare con sollecitudine intorno a me le prove della sicurtà presente, mi spingeva a mettere il braccio sotto il braccio di mio fratello, a leggere negli occhi di lui l'affetto indubitabile e tutelare.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02I.
- 03II.
- 04III.
- 05IV.
- 06V.
- 07VI.
- 08VII.
- 09VIII.
- 10IX.
- 11X.
- 12XI.
- 13XII.
- 14XIII.
- 15XIV.
- 16XV
- 17XVI.
- 18XVII.
- 19XVIII.
- 20XIX
- 21XX.
- 22XXI.
- 23XXII.
- 24XXIII.
- 25XXIV.
- 26XXV.
- 27XXVI.
- 28XXVII.
- 29XXVIII.
- 30XXIX.
- 31XXX.
- 32XXXI.
- 33XXXII.
- 34XXXIII.
- 35XXXIV.
- 36XXXV.
- 37XXXVI.
- 38XXXVII.
- 39XXXVIII.
- 40XXXIX.
- 41XL.
- 42XLI.
- 43XLII.
- 44XLIII.
- 45XLIV.
- 46XLV.
- 47XLVI.
- 48XLVII.
- 49XLVIII.
- 50XLIX.
- 51L.
- 52LI.
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