
Italian Edition
Literature
La ballerina
Italian BooksWhale Edition by Matilde Serao
Una ballerina di terza fila affronta precarietà, solitudine e delusioni amorose nella Napoli dei teatri e delle pensioni modeste.
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Book introduction
La ballerina
Matilde Serao segue Carmela Minino, ballerina del teatro San Carlo, attraverso le difficoltà economiche e affettive della sua esistenza. Le prove, le attese, le conversazioni e gli spostamenti nella città rivelano il lavoro nascosto dietro lo spettacolo. Il romanzo osserva il bisogno d’amore e di dignità di una donna socialmente marginale, senza separare le sue illusioni dalle condizioni materiali che le alimentano.
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Matilde Serao morì nel 1927; l’opera fu pubblicata nel 1899. Si utilizza il testo italiano originale di pubblico dominio, escludendo note e aggiunte editoriali successive.
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Carmela Minino, in piedi presso il cassettone, macchinalmente, contò ancora una volta il denaro che teneva chiuso nello sdrucito piccolo portafogli: e vi trovò sempre le medesime diciotto lire, tre biglietti da cinque e tre biglietti da una lira che vi erano il giorno prima e la settimana prima. Si cavò di tasca il portamonete che portava addosso, quando usciva e dove riponeva i pochi spiccioli per pagare l’omnibus, per pagare la sedia, alla messa, per bere un bicchier d’acqua: vi pescò sette soldi. E con un atto puerile e triste guardò desolata e ansiosa intorno, quasi che dalle nude pareti della sua stanza, dai poveri mobili strettamente necessarii potesse uscire, fantasticamente, qualche immaginaria somma di denaro che venisse ad aumentare il suo così insufficiente capitaletto.
Ella aveva fatto un gran sogno, quell’anno, di poter portare, sulla tomba della sua madrina e benefattrice, una corona di fiori freschi, una larga corona di bellissimi fiori, con una scritta tutta di fiori, dove si leggessero due o tre belle parole di memore affetto, di memore riconoscenza. A soldo a soldo, nell’estate, privandosi di moltissime cose, era giunta sino a raggranellare quarantadue lire, sognando sempre più vivida, sempre più fragrante la corona di fiori da portare al camposanto, ove dorme Amina Boschetti: anzi, Carmela Minino aveva accettato di andare a ballare a Castellammare, fra agosto e settembre, in quel baraccone dello Stabia Hall, a cielo scoperto, con quell’impresario Ciccillo Patalano che pagava poco e male, che, spesso, non pagava per niente: aveva accettato, Carmela, malgrado i suoi sospetti su Patalano, per non toccare il peculietto della corona, per accrescerlo, se fosse possibile, e aveva ballato nel teatro di legno, all’aria aperta, sudando in quelle sere afose di fine d’agosto in modo da sentirsi incollare la maglia di seta sulla persona e prendendo raffreddore su raffreddore, col fresco che veniva dalla platea, avvolgendosi invano in una mantellina di lana nera, quando rientrava nelle quinte. A che era servito? Settembre era stato piovoso: Castellammare aveva visto partire presto i suoi villeggianti, lo Stabia Hall era deserto e fra le vere bestemmie e le finte lacrime, Ciccillo Patalano non aveva pagato le due quindicine di settembre alle ballerine scritturate. Solo qualcuna che aveva un padre energico e più bestemmiatore di Ciccillo Patalano, o un fratello che campava sulle sue spalle e quindi ne curava gli interessi, o un amante che faceva la voce grossa, solo qualcuna arrivò a strappare qualche soldo al cattivo pagatore: Carmela Minino strillò, pianse, ma era sola, era senza difensori e Patalano non le dette le quarantacinque lire che le doveva, scritturata come era, a una lira e cinquanta la sera. Fu un disastro finanziario per lei: pagare la metà della misera stanza mobiliata dove dormiva insieme con Maria Civita, un’altra ballerina, egualmente sfortunata ma che aveva un amante a Napoli, il quale, per trarla d’imbarazzo, le mandò un vaglia postale di venti lire: pagare il vitto, povera Carmela, sino a fine mese, a un oste di Castellammare e tornarsene a casa, in terza classe, avendo rovinato due paia di scarpini da ballo sul palcoscenico di quella baracca e macchiata di sudore, sotto le ginocchia, la sua migliore maglia. Fra la catastrofe di Castellammare e un penoso mese di ottobre, senza scrittura, gran parte delle economie, dedicate alla corona di fiori freschi, si venne dileguando, mentre Carmela Minino si sentiva stringere il cuore, sempre che cavava una lira dal suo portafogli.
Così, la mattina del primo novembre, ella non possedeva per onorare la tomba della sua madrina se non diciotto lire e trentacinque centesimi, da cui doveva detrarre il denaro per andare e venire dal cimitero di Poggioreale in una giornata in cui tutti vi vanno e le carrozze costano carissimo, e qualche soldo per mangiare un boccone, la sera.
— I fiori costano così caro, in questa stagione! — ella pensò, fra sè, mentre si metteva il cappello, per uscire, e un’amarezza segreta crebbe in lei, sentendo distrutto, ineluttabilmente, quasi tutto il suo sogno.
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Un campanello squillò, fortemente, e continuò a tinnire presso la finestrella della cucina: Carmela venne a sporgersi in quella stretta, oscura, umida tromba del cortiletto, dove si aprivano le finestrelle di tutte le altre cucine e scorse un volto di donna, giù, nel cortile, guardante in su:
— Donna Carmela, è ora? Posso salire? — disse una voce grossa femminile, dal basso.
— Sali, sali, Gaetanella, — rispose, di sopra, la ballerina.
Ella rientrò nella sua camera e riprese il suo lavoro, intorno al quale si erano esercitate lente e pazienti le sue mani, malgrado che fosse domenica. Era la sua buona maglia di seta, la quale già mostrava, qua e là, dei rallentamenti che facean sospirare di tristezza Carmela.
Ella ne possedeva tre, di maglie, e non le avea rinnovate, da molto tempo: una, la più vecchia, era così vecchia, così scolorita, che parea bianca, ai lumi della ribalta, e che ella conservava, cencio inutile, per spirito di economia: una seconda, che aveva serbato il color carnicino, ma consunta, molto rammendata, troppo rammendata, non poteva servire più, a San Carlo, in inverno, ed ella l’adoperava ancora, in estate, a Santa Maria di Capua, a Lecce, a Catanzaro, in quelle così incerte e così perigliose stagioni di ballo, in provincia, dove le povere ballerine vanno solo per avere il pane. Per San Carlo, dove l’impresario, il maestro concertatore del ballo, il direttore del palcoscenico, erano così esigenti, così duri, così brutali, sulla questione del basso vestiario, sulle scarpette di seta, sui coturni di pelle, sulle gonnelle di velo, spese che spettano tutte quante alle ballerine, ella doveva adoperare la sola buona maglia che avesse: e così Carmela ne sorvegliava il tessuto serico, leggiero, con cure quotidiane, tremando di doverne comperare una nuova, appena passabile, per ventotto lire! Sua madre le aveva insegnato il rammendo su maglie di seta, il suo povero mestiere: chi sa mai, per non crepare dalla fame.
Gaetanella, la pettinatrice, entrò senza bussare e avendo salutata la sua cliente, svolse d’attorno la sua cintura, dove era ravvolto un grembiule bianco. Carmela Minino si era seduta innanzi allo specchio piccolo e appannato di un’antica toilette di legno:
Gaetanella, dopo aver fatto un giro di ricerche, nella stanza, le aveva gittato sulle spalle un asciugamano, perché i capelli disciolti non le ungessero il vestito.
— Anche oggi, si balla, donna Carmela...
— Due volte, anzi, giorno e sera, Gaetanella mia.
— Come, anche quest’ultima domenica di Carnevale?
— Si sa, noi balliamo due volte al giorno, tutte le ultime quattro domeniche di carnevale. Per noi, non ci sono feste... — sospirò la ballerina.
— Domani pure? Pure dopodimani? — chiese la pettinatrice, mentre passava il pettine nei lunghi capelli disciolti.
— Sono i due ultimi giorni di carnevale. Doppio spettacolo — mormorò l’altra. — Certi giorni, moriamo di fatica.
Tacquero un istante. La pettinatrice era una giovane popolana, piccola, tarchiata, con un elmo di capelli oscuri alto sul capo, con uno scialletto di lana azzurro incrociato sul petto, con una veste di lana color granato e un paio di stivaletti dai tacchetti alti e rumoreggianti. Ella pettinava Carmela con una rapidità meccanica grandissima: le mani brune, magre, ossute, ornate di anelli grossolani, della pettinatrice avevano, in qualche momento, lo scatto burlesco delle mani scimmiesche.
— E stassera, tardi, a casa? — disse la pettinatrice, legando a metà testa, con un cordoncino, un forte mazzocchio di capelli.
— Verso l’una dopo mezzanotte.
— Sola sola? Non avete paura?
— Sì... qualche volta.
Tutto il costante cruccio di quel ritorno a casa, di notte, sola, ad ora già alta, in un quartiere lontano da San Carlo, per vie poco frequentate, dove potea incontrare ladri, ubbriachi, malintenzionati, le si dipinse sul volto.
— Io mi farei accompagnare da qualche parente, — riprese Gaetanella, che si accorse di quella tristezza.
— Io non ho nessun parente. Forse... qualche amico mi accompagnerebbe... se volessi... ma non voglio.
— Fate bene, — ribatté subito Gaetanella, che comprese. — La Madonna vi mantenga in questa intenzione.
Table of contents
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- 01I.
- 02II.
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