Italian Edition
Literature
La figlia di Iorio
Italian BooksWhale Edition by Gabriele D’Annunzio
Una tragedia pastorale abruzzese di desiderio, rito, colpa collettiva e sacrificio.
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Book introduction
La figlia di Iorio
La figlia di Iorio è una tragedia in versi ambientata in un Abruzzo arcaico e rituale, dove Mila di Codra diventa figura di desiderio, paura e sacrificio. D’Annunzio fonde teatro, mito popolare, linguaggio poetico e violenza comunitaria in una delle sue opere sceniche più note.
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Gabriele D’Annunzio morì nel 1938 e La figlia di Iorio fu rappresentata e pubblicata nel 1904. Queste date sostengono la base di pubblico dominio del testo italiano usato in questa edizione.
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La figlia di Iorio
Preview chapterAtto primoPreview
S
i vedrà una stanza di terreno in una casa rustica. La porta grande sarà aperta su l’aia assolata; e vi sarà tesa una banda di lana scarlatta per traverso, a impedimento del passo, e alla banda saranno poggiati un bidente e una conocchia; e presso un degli stipiti penderà una croce di cera, contro i malefizii. Un uscio chiuso, con l’architrave adornato di mortella, sarà nella parete a man dritta; e lungh’essa la parete saranno tre arche di legname. A manca, nella grossezza del muro, sarà un camino con la sua cappa molto prominente; e, poco più in là, un usciuolo; e, quivi presso, un telaio. E vi saranno nella stanza varii utensili e suppellettili, ai loro luoghi, come stipi, scancìe, trespoli, aspi, fusi, matasse di canapa e di lana appese a una cordella tirata fra due chiodi, mortai, boccali, scodelle, alberelli e fiasche fatti di zucche votate e secche. E vi sarà una madia vecchissima che porterà scolpita l’imagine di Nostra Donna; e vi sarà l’orcio dell’acqua, e il
desco. Al soffitto sarà sospesa con funi una lunga tavola carica di caci. Due finestrette inferriate, alte dal terreno quattro o cinque braccia, faranno lume ai lati della porta grande; e ciascuna avrà la sua spiga di meliga rossa, contro i malefizii.
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Splendore, Favetta
e
Ornella
, le tre sorelle, saranno in ginocchio davanti alle tre arche del corredo nuziale, chine a scegliere le vestimenta per la sposa. La loro fresca parlatura sarà quasi gara di canzoni a mattutino.
Splendore.
Che vuoi tu, Vienda nostra?
Favetta.
Che vuoi tu, cognata cara?
Splendore.
Vuoi la veste tua di lana?
o vuoi tu quella di seta
a fioretti rossi e gialli?
Ornella,
cantando
T
utta di verde mi voglio vestire,
tutta di verde per Santo Giovanni,
ché in mezzo al verde mi venne a fedire...
Oilì, oilì, oilà!
Splendore.
Ecco il busto dei belli ricami
con la sua pettorina d’argento,
la gonnella di dodici téli,
la collana di cento coralli
che ti diede la madre tua nova.
Ornella,
cantando
Tutta di verde la camera e i panni.
Oilì, oilì, oilà!
Favetta.
Che vuoi tu, Vienda nostra?
Splendore.
Che vuoi tu, cognata cara?
Ornella.
I pendenti e la collana
e il nastrino chermisì.
Ora suona la campana,
la campana di mezzodì.
Splendore.
Ora viene il parentado
a portarti le canestre,
le canestre di grano trimestre;
e tu, ecco, non sei pronta!
Ornella.
T
onta e pitonta,
la pecora pel monte
il lupo per la piana
va cercando l’avellana,
l’avellana pistacchina:
questa sposa è mattutina,
mattutina come la talpa
che si leva all’alba all’alba,
come il ghiro e il tasso cane.
Senti senti la campana!
Ella dirà la cantilena rapidamente; poi romperà in un gran riso e le altre rideranno con lei.
Le tre sorelle.
Oh Aligi, Aligi, e tu?
Splendore.
Di velluto ti vestirai?
Favetta.
Vuoi dormir settecent’anni
con la bella sonnacchiosa?
Splendore.
Il tuo padre è a mietitura,
fratel caro; e la stella diana
s’è mirata nella falce,
nella falce che non riposa.
Favetta.
E la tua madre ha messo la sapa
nel vino, e l’ànace nell’acqua,
e il garofalo nella carne,
e nel cacio il timo trito.
Splendore.
E una pecora abbiamo uccisa,
una pecora grassa d’un anno
che avea capo pezzato di nero,
per la moglie e pel marito.
Favetta.
E la scapola mancina
per Ustorgio l’abbiamo serbata,
per il vecchio della Fara
che ci fa la profezia.
Ornella.
E
domani è San Giovanni,
fratel caro; è San Giovanni.
Su la Plaia me ne vo’ gire,
per vedere il capo mozzo
dentro il sole, all’apparire,
per veder nel piatto d’oro
tutto il sangue ribollire.
Favetta.
Su, Vienda! Su, capo d’oro!
Guardatura di vinca pervinca!
Or si falcia alla campagna
quella spiga che ti somiglia.
Splendore.
La madre ci disse: Andate.
Tre olive avevo con meco.
Or m’ho anche una susina.
Ho tre figlie ed una figlia.
Ornella.
Su, Vienda, chiara susina!
Che t’indugi? Scrivi al sole
una lettera turchina
perché oggi non si colchi?
Riderà, e le sue sorelle con lei rideranno.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02Atto primo
- 03SCENA PRIMA.
- 04SCENA SECONDA.
- 05SCENA TERZA.
- 06SCENA QUARTA
- 07SCENA QUINTA.
- 08SCENA PRIMA.
- 09SCENA SECONDA.
- 10SCENA TERZA.
- 11SCENA QUARTA
- 12SCENA QUINTA.
- 13Atto secondo
- 14SCENA PRIMA
- 15SCENA SECONDA
- 16SCENA TERZA.
- 17SCENA QUARTA
- 18SCENA QUINTA
- 19SCENA SESTA
- 20SCENA SETTIMA
- 21SCENA OTTAVA
- 22SCENA PRIMA
- 23SCENA SECONDA
- 24SCENA TERZA.
- 25SCENA QUARTA
- 26SCENA QUINTA
- 27SCENA SESTA
- 28SCENA SETTIMA
- 29SCENA OTTAVA
- 30Atto terzo
- 31SCENA PRIMA.
- 32SCENA SECONDA
- 33SCENA TERZA.
- 34SCENA ULTIMA.
- 35SCENA PRIMA.
- 36SCENA SECONDA
- 37SCENA TERZA.
- 38SCENA ULTIMA.
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