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Italian Edition

Literature

La freccia nel fianco

Italian BooksWhale Edition by Luciano Zùccoli

L’amore di Brunello per Nicla attraversa la crescita e la memoria, trasformando una passione giovanile in una ferita durevole.

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Book introduction

La freccia nel fianco

Luciano Zùccoli segue Brunello e il sentimento che lo lega a Nicla, dando spazio alla sensibilità dell’infanzia e ai cambiamenti dell’età adulta. Il ricordo dell’amore si intreccia alla formazione personale e artistica, mentre le distanze tra desiderio e realtà diventano più nette. Il romanzo comprende due parti e trenta capitoli, con dialoghi e scene che affidano alla memoria il peso delle occasioni perdute.

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Luciano Zùccoli morì nel 1929; l’opera fu pubblicata nel 1913. Questa edizione riproduce il testo originale italiano di pubblico dominio da Project Gutenberg, senza note o aggiunte editoriali moderne.

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Preview chapterPRIMA PARTE.Read preview

….fiori animati esperti de la gioia e de l'affanno.

Preview chapterI.Preview

S'eran conosciuti, una mattina di vento e di sole, in un piccolo paese sulle rive del lago.

Egli aveva otto anni e si chiamava Brunello. Un giorno doveva essere il conte Bruno Traldi di San Pietro, con un largo stemma, varii titoli d'antichi dominii perduti e quel tanto di patrimonio che Fabiano suo padre, giuocatore, avrebbe potuto lasciargli.

Ella si chiamava semplicemente Nicoletta Dossena, apparteneva a famiglia borghese arricchitasi nell'industria; contava diciotto anni, era dritta nell'anima come nel corpo; alta e formosa.

Il piccolo Bruno aveva già girato il mondo.

Recava dentro di sè una malinconia e una rabbia di ribellione, un germe di scoramento e una volontà d'ostinazione meditata, un gusto di beffardaggine incosciente, che in così tenera anima sbigottivano e parevano straordinarii.

Non aveva mai potuto vivere in pace quei suoi pochi anni di vita.

La madre, Clara Dolores, divisa dal conte Fabiano, voleva il figlio; il padre lo toglieva alla madre: Bruno stava ora con l'una, ora con l'altro; più spesso col padre, più volontieri con la madre; avvenivano liti, lavoravano avvocati, si scambiavano lettere e telegrammi e carta bollata per averlo. E da ultimo era intervenuta anche la famiglia del conte Fabiano, madre e fratelli, per toglierlo ai due coniugi in guerra e metterlo in collegio.

Quand'era con Fabiano, godeva una libertà pericolosa e piena; la madre lo teneva nascosto come un gioiello perchè non glielo portassero via; i parenti non erano riusciti ancora ad averlo, e gli uomini di legge avevan trovato ragione a costruire sulle pretensioni di quella famiglia un edificio di cause e di beghe, il quale non sarebbe finito mai più, ma fruttava molto agli avvocati delle varie parti.

Per tutte queste ragioni degli altri, Bruno aveva corso il mondo, ora con la mamma, ora col papà, e ricordava d'aver visto sfilare sotto gli occhi le città, le campagne, i monti, in treno, in carrozza, in diligenza, a dorso di muletto.

Era riuscito, tra quel tumulto, a imparare a leggere e a scrivere e si dava grandi arie per questo coi piccoli amici che veniva a conoscere qua e là, in un albergo di prim'ordine o in una casupola di contadini.

Suo padre gli insegnava qualche cosa, di tanto in tanto, per capriccio; sua madre lo istruiva meglio, con maggior costanza. Aveva avuto qualche maestro privato, una istitutrice giovane e bruna che stava presso suo padre, e di cui udiva parlar molto male da sua madre.

Egli non ascoltava se non ciò che poteva divertirlo, si faceva una specie di coltura a brani, e un giorno voleva dipingere come Clara Dolores, un altro prender le sue note di viaggio come Fabiano, un terzo vivere non facendo nulla o guidando i cavalli.

Il conte Fabiano aveva venduto, ricomprato, tornato a vendere la sua scuderia; ma dovunque andava, teneva carrozza; sontuosa o no, a seconda dei colpi di fortuna.

Talora egli e il bambino erano ricchi e scialavano; talora veniva una raffica dal tappeto verde, che portava via quasi tutto. Scendevano allora dall'albergo di prim'ordine a qualche albergo pieno di poesia e d'incomodi, in un paesetto qualsiasi; la carrozza spariva; si vedevano intorno a Fabiano certi uomini melliflui e diffidenti che gli procuravan danari.

E allora Fabiano e Brunello ripartivano, riprendevano la vita grande, sin che la mamma sopraggiungeva, faceva una scena a Fabiano e si portava via Brunello.

Con lei, il bambino tornava bambino; andava a letto presto, mangiava regolarmente tre volte al giorno, in ore fisse: studiava un poco, giuocava, non aveva per amici i domestici e i cocchieri, ma altri piccoli ragazzi, che gli parevano molto stupidi; si lasciava cullare da tenerezze continue e si annoiava leggermente. Aveva al suo seguito un cane di Terranova con pochissime pulci, mentre il barbone del papà ne formicolava un giorno e l'indomani, per improvviso ordine del conte, pareva tutto di seta, e puzzava di mille profumi che lo facevano starnutare ad ogni passo.

D'improvviso ricompariva il papà. Egli minacciava di bruciarsi le cervella se non gli restituivano il bambino; la mamma correva dall'avvocato, poi sveniva, e il bambino finiva col riprendere la strada insieme al padre.

Preview chapterII.Preview

Il cavaliere Maurizio Dossena chiamò sua figlia Nicoletta, una mattina di giugno, per annunziarle che la villa vicina era stata presa in affitto da quel famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro, del quale anch'ella aveva udito parlar qualche volta a Milano.

Il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro,—Maurizio lo rammentava intanto alla figliuola,—viveva separato dalla moglie, aveva dato scandalo come giuocatore sfrenato, ed era continuamente in lite coi creditori, con la famiglia sua, con la moglie, con la famiglia della moglie.

Ed arrivava da Parigi

—Da Parigi!—ripetè solennemente il cavaliere Maurizio.

Prese un grosso libro di sulla scrivania, lo levò in alto, lo lasciò ricadere, perchè il tonfo sottolineasse con terribilità il nome della città di perdizione.

A Parigi, il conte Fabiano, in un anno o due di soggiorno, aveva dato un forte tracollo al suo patrimonio. Ne tornava per trovar danaro e forse per riprendere le vecchie liti con la famiglia. Viveva nel frattempo in campagna, come vive il lupo nella caverna fin che gli ricresca il pelo; ma non ci sarebbe rimasto molto, fortunatamente; la campagna è noiosa per uomini di tal fatta.

Era bene che Nicoletta sapesse tutto ciò. La villa del conte confinava con la villa Dossena; i due giardini guardavano la strada e avevano in comune il tratto di spiaggia e di lago che si stendeva loro innanzi.

Ora, Nicoletta doveva essere prudente; perchè il cavalier Maurizio e la moglie non desideravano punto di conoscere quel personaggio. Occorreva dunque evitarlo, e quando fosse stato necessario, anche rinunziare alle passeggiate sulla spiaggia.

Nicoletta vestita di bianco, un gran cappello di paglia ornato di papaveri sulla chioma nera a riflessi azzurrini, ascoltò la discorsa di suo padre freddamente.

C'era da tempo, da due anni almeno, un malinteso tra il padre e la figlia.

La fanciulla aveva sognato un giorno, ancor bambina, di darsi all'arte; il palcoscenico l'attraeva; s'era messa a studiare, prima di nascosto, poi palesemente, per essere attrice. Ma quando aveva affacciato quel suo desiderio, era avvenuta una scena in casa.

Il padre non sapeva capacitarsi che Nicoletta bella, pura, intelligente, chiamata alla felicità, poichè un giorno avrebbe potuto disporre di centomila lire di rendita, sognasse un sogno così stravagante. La madre se n'era accorata, scusando la figlia con l'ignoranza del mondo, ma guardandola da quel momento con occhi inquieti, come si guarda una persona dai gesti e dagli atti poco rassicuranti.

Il teatro! La folla! I pericoli del palcoscenico! La intimità con gli uomini! L'arte di rappresentar le passioni più colpevoli!…

—Basti il dire,—osservò il cavalier Maurizio,—che l'Alfieri ha osato scrivere Mirra pel palcoscenico. E sapete chi era Mirra?

Nè la moglie nè la figlia, innanzi alle quali Maurizio esalava il sentimento della sua indignazione, sapevano chi fosse Mirra; ma la moglie Carlotta alzò le mani e gli occhi al cielo, scandalizzata; e Nicoletta alzò le spalle, tranquillamente.

—Mirra!—andava ripetendo il cavaliere Maurizio.—Mia figlia dovrebbe un giorno rappresentare la scellerata donna con tutte le astuzie che assicurano gli applausi. Mirra!

—Ma che Mirra!—esclamò Nicoletta, arrischiando.—Son cose che si scrivono, ma che non si rappresentano.

—Se ne rappresentano di peggio!—incalzò la signora Carlotta, la quale non sapeva che di là dalla passione di Mirra non s'era inventato ancor nulla.

—E insomma,—concluse Maurizio risolutamente—fin che tua madre è viva, fin che tuo padre è vivo, il palcoscenico no!

Levò la mano destra chiusa a pugno, e ripetè la frase che gli pareva sintetica:

—Il palcoscenico no!

Per due anni dai sedici ai diciotto, Nicoletta si provò a lottare; vano sforzo contro volontà strapotenti che la fiaccavano, perchè la fanciulla si sentiva sola di fronte a tutta la famiglia, a tutti i parenti i più lontani, a tutte le conoscenze e le amicizie di casa.

La signora Carlotta portava intorno la passione di sua figlia per il palcoscenico come un mendicante porta in giro il suo moncherino, per ispirar pietà e ribrezzo; e si faceva compiangere largamente e suscitava la simpatia che si riserba alle grandi sventure. Il padre ne parlava come un giuocatore di Borsa parla della guerra imminente che gli farà perdere una fortuna. I parenti non ne menavan rumore, ma ne discorrevano senza posa, sottovoce, come d'un mal di famiglia o d'una piaga nascosta.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01PRIMA PARTE.
  2. 02I.
  3. 03II.
  4. 04III.
  5. 05IV.
  6. 06V.
  7. 07VI.
  8. 08VII.
  9. 09VIII.
  10. 10IX.
  11. 11X.
  12. 12XI.
  13. 13XII.
  14. 14XIII.
  15. 15SECONDA PARTE.
  16. 16XIV.
  17. 17XV.
  18. 18XVI.
  19. 19XVII.
  20. 20XVIII.
  21. 21XIX.
  22. 22XX.
  23. 23XXI.
  24. 24XXII.
  25. 25XXIII.
  26. 26XXIV.
  27. 27XXV.
  28. 28XXVI.
  29. 29XXVII.
  30. 30XXVIII.
  31. 31XXIX.
  32. 32XXX.

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