
Italian Edition
Literature
La fuga in Egitto
Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda
Un maestro in pensione raggiunge il figlio adottivo e scopre una famiglia attraversata da desideri, inquietudini e responsabilità.
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Book introduction
La fuga in Egitto
Giuseppe De Nicola lascia il paese dove ha insegnato per quarant’anni e raggiunge la nuova casa del figlio adottivo sulla costa adriatica. L’attesa di una serenità familiare si confronta con rapporti complessi, solitudini e richieste di protezione. Grazia Deledda trasforma il viaggio del vecchio maestro in un percorso morale. Il testo italiano è suddiviso in sedici parti di lettura neutrali.
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Grazia Deledda morì nel 1936; l’opera fu pubblicata nel 1925. Il testo originale italiano proviene da Liber Liber, senza apparati editoriali moderni, illustrazioni o annotazioni.
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Preview chapterParte 1Read preview
Dopo quaranta anni d'insegnamento nelle scuole elementari, il maestro Giuseppe De Nicola era andato a riposo e si disponeva a fare un viaggio.
L'antefatto è questo: in gioventù egli aveva adottato un ragazzo orfano, con la speranza di farne il suo successore nella scuola del paesetto natìo. Il ragazzo però preferiva la vita avventurosa: così gli era scappato di casa, e dopo tentati tutti i mestieri, da marinaio a facchino di porto, da cacciatore di camosci a guardia di dogana, aveva finito con l'incontrare e sposare la vedova di un padrone di barche, del quale l'eredità consisteva in una villa con strascico di vigne e poderi in riva all'Adriatico.
Trovato finalmente il posto che gli conveniva, il giovine mandò al padre adottivo un pacco di sigari, avanzo del turbinoso passato, chiamò col nome di lui, Giuseppina Nicola, la sua prima bambina, e infine lo invitò anche a nome della moglie ad andare ad abitare con loro.
E il maestro, laggiù nel paesetto umido sperduto tra valli e montagne, pensava a questa nuova famiglia, in questo sfondo favoloso di paesaggio marino, proponendosi di mettersi in viaggio, per andare a visitarla, come uno dei re Magi verso Betlemme: ma aveva paura della distanza, degli scioperi ferroviari allora frequenti, dei cinque trasbordi necessari per raggiungere quel paese di sogno.
Così passò qualche anno, finchè egli non andò in pensione: rimasto solo, senza più neppure la turbolenta e ingrata famiglia della scuola, si decise al grande viaggio: e partì davvero con gioia religiosa non priva però di un vago terrore.
Era il suo primo viaggio, quello, il suo viaggio di nozze con la vita: neppure il figlio giovinetto sfuggito al recinto delle mura domestiche in cerca di spazio e di fortuna, aveva fatto il transito così di volo fra la realtà e il sogno. La terra gli sfuggiva di sotto i piedi come il pavimento lucido di una sala da ballo, la natura gli danzava intorno spiegando e ripiegando i veli dei suoi paesaggi sempre diversi, e lo trascinava con sè, in alto sui monti fino a toccare le nuvole, e dentro i loro passaggi fumosi e neri come tubi di camino, e fuori nella vertigine azzurra dei torrenti, e giù per le verdi chine dove pare di rotolare nudi sull'erba fredda.
Egli stava aggrappato al finestrino del vagone, coi bambini in viaggio; e quando piombava il nero delle gallerie ritirava la testa per paura che un mostro vagante in quel mistero gliela stroncasse: al primo barlume la rimetteva fuori non curandosi se il vento del treno si divertiva a ballare con violenza fra i suoi capelli grigi e a riempirgli di fuliggine il naso.
Due giovani sposi allacciati accanto all'altro finestrino, guardavano uno negli occhi dell'altro la terra fuggente: egli non li invidiava; poichè tutti assieme andavano verso la stessa mèta.
Una prima delusione lo aspettava all'arrivo, quando nella piccola stazione, dove al fermarsi del treno i grandi pioppi ridenti s'inchinarono di qua e di là salutando i viaggiatori, non trovò nessuno.
Ebbe timore di essersi sbagliato: lui solo era sceso dal treno e questo già proseguiva fischiando, come fischiasse per lui; e la quiete delle vigne, nella improvvisa immobilità della terra, i cespugli che parevano carichi di farfalle addormentate, i fili stessi dell'erba che si piegavano sulle loro ombre lunghe e vive, gli davano uno stordimento di febbre. Fra tutto quel verde non si vede che il tetto rosso della stazione: uscito dalla stazione egli si ferma ad aspettare, dritto fra le sue due valigie come l'asta di una bilancia; ma davanti a lui non vede che un largo viale erboso con in fondo un grande uovo metà azzurro di mare e metà di cielo.
Sopra il viale fra due file di pioppi e di robinie che sembravano coppie di sposi, alti e slanciati i pioppi, basse e tondeggianti le robinie cariche di frangie scintillanti, il cielo è alto e chiaro ma di una tristezza indicibile, tanto più che non se ne spiega la ragione: è la tristezza delle grandi solitudini, che non è nell'aria ma nel cuore dell'uomo che guarda.
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Eppure a Ola piaceva di più, e ne aveva più confidenza; perchè era sempre ammessa e ben ricevuta nelle famiglie guarnite di bambini che di solito venivano ad abitarlo.
– Qui poi, c'è un'altra cosa! – disse al nonno spingendolo verso l'uscio del salotto.
Giusto nel salotto la luce non funzionava; ella entrò lo stesso, guidata da quella del corridoio, e si tirò appresso il nonno fino all'angolo accanto alla persiana della terrazza.
– Guarda qui, ma non toccare – disse sempre sottovoce.
Egli si piegò per veder meglio; seduta su di una poltroncina stava una bambola di pezza, vestita di azzurro: gli occhi, i capelli biondi, il naso e la bocca erano dipinti sulla tela, eppure risaltavano come veri; anzi al nonno parve che le labbra tirate un po' in su da un lato si movessero ironicamente, e che tutta la bambola avesse qualche cosa di vivo e di malizioso.
– Ti sei spaventato? – domandò Ola canzonandolo: poi lo rassicurò: – è una bambola come questa.
Abbassò la sua, fra le mani, con cura materna; l'accostò all'altra, costrinse le due misteriose creature a baciarsi; e tutto questo la divertì talmente che il riso da troppo tempo chiuso in bocca le sprizzò dai dentini stretti come un'acqua sorgiva che rompe anche la roccia. Allora il nonno sentì sciogliersi quella specie d'incanto servile che li spingeva a errare come ladri nella casa che infine era di Ola: e gli parve che questa e le due bambole si beffassero allegramente di lui.
– Questa casa è tua, – disse con voce ribelle; – speriamo che quando sarai grande te la godrai.
Poi aprì d'un botto la persiana sulla terrazza, e il mare riempì la stanza con tutto il suo azzurro e i fuochi delle vele rosse all'orizzonte.
Verso sera la donna malarica si sentì sfebbrare. Era come il rinfrescarsi dell'aria nelle notti estive, e il sudore che le inumidiva la pelle arsa le dava l'impressione della rugiada. Anche i capelli che durante la febbre le pareva pesassero neri e ardenti, si alleggerivano, quasi svaporavano come una nuvola che il vento spande e discioglie.
Col senso della realtà le tornava quello della gioia di vivere: i due giorni che la separavano dal nuovo assalto della febbre le parevano due anni; e si disponeva a viverli come il convalescente un lungo periodo di salute. Tutto era rinnovato e lieve; anche la sua bambina, che sapeva per istinto quel momento di felicità e ne profittava per folleggiare intorno alla stanza, le sembrava più bella, più viva.
Ricordandosi che il suocero era venuto ad abitare con loro, sentì gioia anche di questo: finalmente aveva con chi sfogarsi.
– Dov'è il nonno? – domandò alla bambina.
– È di là che fuma la pipa.
– Anche lui! – ella si lamentò, poichè sapeva per esperienza che presso gli uomini vecchi e giovani la pipa è un grande rivale delle donne.
– Ma lui non butta la cenere qua e là anche sui piatti come fa il babbo: la mette in uno scartoccino e dice che è buona per ammazzare le formiche.
– Digli che venga qui, per piacere: e tu bada un po' in cucina che non entri qualcuno finchè non torna Ornella.
La bambina non chiedeva di meglio, perchè quando era sola in cucina impastava qualche piccola focaccia, o metteva a cuocere una patata tra la cenere calda; quel che avveniva avveniva, poi.
Ancora tutto impregnato d'odore di tabacco forte, il nonno entrò solo nella camera della donna, e alle domande di lei se si era annoiato, se la bambina lo aveva fatto inquietare, rispose con enfasi:
– Questo è uno dei più bei giorni della mia vita!
– Se il primo giorno è stato buono, gli altri saranno migliori, – ella disse cordialmente. – Si metta un po' a sedere lì, se non le dà noia. Adesso sto bene: domani non avrò più nulla e baderò io a tutto. Ornella è brava e attenta, ma non è mai come la padrona di casa.
Il maestro sedette accanto al grande letto che con la sua coperta verde, sotto la luce che moriva nella piccola finestra otturata dal fogliame del giardino, dava l'idea di un prato al crepuscolo.
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Rimasti poi soli, i due uomini parlarono con più libertà, fumando la pipa. E anche le loro pipe dimostravano il loro carattere diverso; corta e tutta di un pezzo quella del maestro, di radica annerita dal tempo, col fornello preistorico; lunga e col bocchino guarnito d'argento quella di Antonio. Fumavano anche in modo diverso, il primo tenace e profondamente voluttuoso come un bambino che succhia la mammella materna, l'altro con violenza, togliendosi ogni momento la pipa di bocca per sputare senza riguardo.
– Se sono proprio contento? Ma proprio contento, sì, – esclamò con enfasi che però sembrava sincera. – Lo sarei di più, certamente, se Marga, mia moglie, non avesse quel malanno. A dirlo in confidenza, anche per il parere del medico, ritengo sia più che altro una cosa nervosa, che spero le passerà col tempo e se lei acconsentirà a cambiar aria. Ma è una donna testarda in quanto a questo: non esce mai di casa e non ama gente estranea.
– Io allora?
– Ah, lei è un'altra cosa. Lo aspettava come il messia. Da tanto tempo lo aspettava; e credo appunto che la sua presenza le farà bene.
– Sì, ho notato anch'io qualche cosa di strano negli occhi e nella voce di tua moglie. Per esempio, parla in modo curioso del marito morto.
Antonio depose la pipa sulla tavola, in modo brusco, e rise: di un riso però falso e teatrale.
– Ci siamo! Questa appunto è la sua fissazione: ricordarsi del suo famoso Adelmo come di un eroe o di un santo. Io credo lo faccia un po' per ingelosirmi. Questo Adelmo io non l'ho conosciuto, ma ne ho sentite! Già era più vecchio di lei, e da una fotografia che lei tiene nascosta come una reliquia, si vede una brutta faccia lunga che non finisce mai, con due occhi incavati di arpìa. Dicono, inoltre, che negli ultimi anni, durante la guerra, egli avesse una grande simpatia per i nemici, coi quali comunicava per mezzo delle sue barche.
– Parli troppo male, figlio mio, – osservò bonariamente l'altro. – E tua moglie pare riesca a ingelosirti davvero.
– No, no, – protestò Antonio, riprendendo la pipa che osservò a lungo come non l'avesse mai veduta. – Sarebbe una cosa contro natura. E io, perbacco, sono sano e allegro; senza scrupoli nè pensieri; tanto è vero che questa pipa, la vede? era del bravo Adelmo che l'aveva comprata in Olanda. Io ci fumo dentro con grande piacere.
Infatti se la rimise in bocca con fare spavaldo. Allora il maestro pensò non essere solo della pipa che Antonio profittava; e non seppe perchè sentì come un sapore di ruggine nella sua saliva.
Le mezze confidenze di Marga gli tornarono tutte in mente.
– Ella mi aspettava, – disse quasi fra sè. – È buona, vero?
– Buona e brava. Attivissima, non vive che per la casa, per me, per la bambina. La vedrà domani. Del resto si va pienamente d'accordo su questo: e se la roba è sua io ci metto il lavoro e tutto il mio sangue per farla fruttare. Oggi, per esempio, sarei dovuto venire incontro a lei; nossignori, ho dovuto correre per tutelare l'interesse della famiglia: ed anzi ho pensato: lui, mio padre, ne sarà contento.
– Hai fatto bene, infatti.
– E la roba frutta perchè io sono così; in mani di un altro tutto sarebbe andato alla malora. Ed io rendo conto a Marga fino dell'ultimo centesimo; e per conto mio, lei stessa lo può dire, vivo come un figlio di famiglia; oh, – riprese alzando la voce e sporgendo il petto: – non è detto che perchè sono scappato di casa e ho fatto del male al mio benefattore, non sia diventato un galantuomo.
Il maestro si sentì punto nei suoi più intimi pensieri; egli però non aveva paura dei suoi giudizi, e se gli altri li indovinavano. Gli piaceva anzi, quando ne valeva la pena, di fare il giudice istruttore, abitudine forse rimastagli dal tempo della scuola quando qualche fanciullo commetteva di nascosto cattive azioni ed egli tentava di strappargli dall'anima la verità e illuminarlo con la stessa rivelazione del male.
Table of contents
Inside this edition
- 01Parte 1
- 02Parte 2
- 03Parte 3
- 04Parte 4
- 05Parte 5
- 06Parte 6
- 07Parte 7
- 08Parte 8
- 09Parte 9
- 10Parte 10
- 11Parte 11
- 12Parte 12
- 13Parte 13
- 14Parte 14
- 15Parte 15
- 16Parte 16
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