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Italian Edition

Literature

La lanterna di Diogene

Italian BooksWhale Edition by Alfredo Panzini

Un viaggio in bicicletta diventa per Panzini un itinerario di incontri, paesaggi e domande ironiche sulla civiltà moderna.

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Book introduction

La lanterna di Diogene

Alfredo Panzini lascia Milano in bicicletta e segue strade, paesi e incontri che trasformano l’escursione in una riflessione sul vivere. Il cibo, il lavoro, la campagna, i ricordi letterari e le trasformazioni del paesaggio entrano in una prosa mobile, ora ironica, ora malinconica. I diciannove capitoli portano fino a Comacchio e oltre le aspettative del viaggiatore. Il testo italiano conserva l’intreccio fra osservazione quotidiana e interrogazione filosofica.

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Alfredo Panzini morì nel 1939. L’opera fu pubblicata nel 1907. Questa edizione utilizza il testo originale italiano di pubblico dominio.

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Preview chapterI. La cura del moto e del sole.Read preview

L'undici di luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente, dall'alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di Porta Romana.

La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori su l'Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata supponiamo che sia non lungi dall'antico pineto di Cervia e che, per l'aere puro, abbia il nome di Bellaria.

Ora, quel giorno della partenza, il cielo era senza nubi, e per far piacere alla città che mi ospita da tanti anni, dirò che era anche azzurro: certo ne pioveva un'afa così ardente e greve, che in ogni altra città d'Italia gli uomini si sarebbero addormentati; e anche le motrici e le macchine si sarebbero fermate.

Vero è che a Milano non si sciopera per così poco.

Per mio conto tuttavia avrei giurato che in quell'ora ventilavano i più puri zeffiri del mare, e che la cappa del cielo era proprio così bella come assicura il Manzoni nei «Promessi Sposi».

Questo singolare fenomeno illusorio avveniva in me perchè in quell'ora il fresco maestrale della contentezza spirava nel mio cuore.

Ero io contento veramente in quell'ardente pomeriggio dell'undici luglio? Certo ero leggiero, leggiero come uno il quale, dopo essere rimasto tutta la giornata nelle strettoie d'un abito nero per assistere ad una interminabile cerimonia ufficiale, arriva a casa, si strappa il colletto e manda in aria il palamidone.

Precisamente: io ero stanco e greve e, ben ripensando, più che del lavoro giornaliero, io ero stanco della cerimonia ufficiale della vita, tanto stanco che in questo senso di tedio mi parve di essere meravigliosamente solo fra gli uomini, e ne ebbi paura come di un prodromo di malattia insanabile dell'anima.

Lo sforzo continuo di equilibrarmi con gli altri, di portare anch'io sopra il colletto un bel volto mansueto e cerimonioso, mi squilibrava sempre di più. Buttavo all'aria la carta stampata; la letteratura, mi chiamava in mente i fiori secchi nelle scatole dei droghieri; gli scritti di politica, di filosofia mi facevano venire in mente le emulsioni e le più vantate specialità farmaceutiche. Mi pareva di essere stato anch'io sino a quel tempo un droghiere e un farmacista in una botteguccia scura. E intanto la stella di Venere illumina i vertici dei monti, e il mare palpita sotto l'Aurora!

V'erano poi certi libri che mi facevano un effetto diverso da quello che fanno agli altri studiosi. Così, per esempio, dall'«Orlando Furioso» veniva fuori una gran cavalcata; dalla «Gerusalemme» un pianto di belle donne amorose; dall'«Odissea» un profumo di grande mare azzurro su cui si stende il canto di Circe, la maga. Dalla «Divina Commedia» veniva fuori l'alba che vince l'ora mattutina e un gridio di uccelletti su la divina foresta spessa e viva.

Ma il più bello era che questi magici libri non mi dicevano mica: «mettiti lì, a far dei commenti!», ma invece mi dicevano paternamente: «va, cammina, svagati!»

Questi consigli corrispondevano appunto a quelli della mia vecchia bicicletta.

Da mesi e mesi la vecchia bicicletta nel chiuso studiolo mi diceva:

«Ricordi dieci anni fa la gioia dell'alba che raggiò da Colfiorito? l'ascesa a Recanati come ad un santuario? La sosta a San Vitale presso Classe con quei gran gigli simmetrici per l'abside azzurra, e quei mansueti cervi simbolici, assetati di verità, tanto che ti palpitò il cuore, o incredulo, di fede e di amore per il Cristo, giovanetto severo che lì giganteggia seduto, e ti fissa con l'indice levato?»

Questi precedenti spiegano la ragione della mia contentezza quando quel giorno undici luglio, ornate le gambe di un paio di novissime calze, montai in sella.

Incontrai per la città qualche conoscente, molto meravigliato nel vedermi in cotale assetto. Ma io salutai da lungi e dissi nel cuore biblicamente: Nescio vos!

Molto più fortunata di me, la bicicletta aveva trovato un meccanico che fermò qualche vite, rinnovò i pneumatici, e lubrificò i congegni. Per noi, creature di Dio, non esistono pezzi di ricambio. I pneumatici una volta invecchiati, tali rimangono, nè il mercante vende olio per lubrificare le ossa indurite. Noi, sventuratamente, abbiamo l'età dei nostri pneumatici, cioè delle nostre arterie, e non c'è laboratorio Dunlop che le rinnovi.

Preview chapterII. Effetti del Lambrusco.Preview

A dispetto della notte agitata, quando al mattino lasciai Piacenza, ancora immersa nel sonno, in me squillavano alcune allegre diane di forza e di speranza.

In che? e perchè?

In nulla e per nulla.

Sono effetti bizzarri che il sole sorgente produce sull'organismo quando i polmoni si dilatano all'aria mattutina.

Sino a Fiorenzuola d'Arda mi accompagnai con un ciclista tardigrado, che andava bene con me. Era un impiegato piacentino che si recava regolarmente ogni domenica mattina a trovare la moglie in cura a Salsomaggiore. Il suo pedale andava placido come la sua voce, la quale si compiaceva nello stendersi della gòrgia natia alla fine di ogni parola.

Egli mi parlò anzi tutto della sua signora e dei gran benefici che ella ritraeva da quei bagni salso-iodici; quindi intraprese la storia circostanziata dei conti decaduti di Piacenza. Giunti a Fiorenzuola, ne aveva passati in rassegna cinque, ma pareva che avesse materia per più lungo viaggio. Fortunatamente a Fiorenzuola egli sentì il bisogno di fare un primo spuntino; con la qual cosa non soltanto soddisfaceva ad una richiesta dello stomaco, ma — siccome era in anticipo — desiderava di perdere quel tanto di tempo che era necessario per arrivare a Salso all'ora precisa del pranzo. Doveva essere un uomo prudente costui, giacchè l'arrivare in anticipo non fu mai consigliabile ai mariti che sono buoni tutori della felicità coniugale.

Il ciclista invece che mi si accompagnò fino a San Donnino, apparteneva all'ordine dei treni direttissimi: era un giovanetto, commesso di negozio, il quale era partito il mattino stesso alla punta del giorno da Milano, e andava anche lui a Salsomaggiore.

— Non faccia complimenti, vada pure avanti, perchè il mio passo, come vede, non è da mettere col suo, — gli dissi.

— Ma no, — rispose, — andiamo insieme: io rallenterò un poco la corsa, tanto più che non ho fretta.

— E allora perchè si è presa questa scalmana di venir da Milano come un treno lampo? — domandai.

(Oh, stupida domanda la mia! Ma per i giovani l'andare in fretta è cosa naturale come per i vecchi l'andare adagio. Pare impossibile quanto spesso noi facciamo una questione morale di una questione puramente fisiologica!)

La proposta del viaggio insieme non mi sorrise molto: guardai quelle potenti leve delle sue gambe lunghe, quella moltiplica esagerata della sua bicicletta, e sospirai. Eppure, o fosse effetto dell'esempio — come avviene agli asinelli — o beneficio della strada che corre ondulando in lievi e lunghe discese e salite, o miracolo dell'ora e della stagione, il fatto è che percorsi anch'io di volata quei venti chilometri.

Era la dolce terra, erano i verdi colli, le ombrose ville, le borgate, i lontani castelli ammantati a festa come per farmi piacere e persuadermi sempre di più del grande amore della madre natura. (Rettorica! quando avrà bisogno per i suoi affari della tua morte, la proverai la buona madre natura!)

— Ma lei è un routier di prima categoria, — mi disse il giovane commesso, — e per un uomo di quarant'anni non è cosa comune.

— Trentanove, signore! — corressi (oh, vanità!) e augurataci buona fortuna, egli per Salso, ed io seguii per la mia strada.

Or dunque mi congratulai ancora con me stesso e con le umili membra che mi avevano serbata questa cara sorpresa fuori della loro primavera. Le lontananze del paesaggio sfumavano nel vapore dell'aria, già radiosa di sole; la strada sotto quel bagliore abbacinava la vista. Eppure che bell'andare! Presso la strada, qualche villa o castello, profondamente sommerso nel verde opaco del parco, mi faceva l'effetto che un sorbetto produce ad un assetato; e tuttavia non riposai a quelle ombre allettatrici, anzi mi fu piacevole il proseguire, e proseguii tutto solo in uno stato d'ebbrezza, che non proveniva da liquore o da vino, ma dal sole e dalla libertà, i due inebrianti che non fanno male. «Quanti bei nomi — andavo fantasticando — ebbero le antiche età per significare questa ebrezza dell'andare liberi, senza orario e senza legge: i romei, i cavalieri erranti, i clerici vagantes, i trovieri; e Iddio — o pensiero luminoso! — fece il mondo rotondo perchè uno può girar sempre e illudersi di andare avanti, anche se torna sui suoi passi.

Preview chapterIII. Ebbrezza del latte.Preview

A Modena un tabaccaio si offerse ad incollarmi egli stesso i bolli su le cartoline illustrate; un caffettiere mantenne la promessa di offrirmi un caffè senza cicoria.

Queste garbatezze non sono molto frequenti ed ebbero la virtù di farmi vedere soltanto il bello di Modena.

(Verum enimvero, considerando che le buone maniere non costano niente, eppure mutano in color roseo l'aspetto delle cose; e considerando, inoltre, che noi non ci possiamo sottrarre alle cattive azioni del nostro prossimo, preghiamolo di operare il male con bel modo. Sono consegnati alla Storia quei carnefici che fecero il loro ufficio con gentilezza.)

Io trovai dunque Modena meritevole di quegli epiteti di «ben costruita» e «felice» che Senofonte nell'«Anabasi» regala a tutte le città dell'Asia Minore; le sue contrade sono armoniche anche senza il geometrico, antipatico rettifilo moderno; decorose senza ostentazione di fasto architettonico; silenziose senza tristezza (e questa ultima qualità non può essere apprezzata al suo giusto valore se non da chi esce da una città come Milano, dove è necessario possedere un sistema nervoso fabbricato appositamente).

Un'amabile classicità ha ravvolto gli edificj in una lieta armonia; e se la torre della Ghirlandina è antica, ridono di giovinezza i visi delle donne fuori dello scialletto nero; e il mercato fa testimonianza della bella e fertile terra.

La vasta piazza Ducale non era in quell'ora popolata che dalla statua di Ciro Menotti. Eppure era molto! Questa statua è di marmo bianco, e il giovane martire della indipendenza d'Italia lì giganteggia, nell'atto di avanzare con fronte alta e pura, col vessillo in pugno e la spada. L'atto è risoluto e calmo; ma il volto imberbe e giovane, il suo vestir cittadino, lo stesso candore dei marmi sembrano simboleggiare la purità dell'eroe e insieme la paziente gentilezza latina che si ribella alfine per il diritto alla vita.

Non così, o buon tedesco, o Rudolf Meyer, sono effigiati gli eroi della tua terra! I recenti eroi della tua terra vestono il tetro abito della guerra, e pure essendo composti nell'aspetto, fanno pensare all'antico furore dei tuoi guerrieri feudali.

La spada che impugna Ciro Menotti è arma caduca nel tempo, necessità del momento: della qual cosa non seppi allora, nè so, se congratularmi o dolermi.

Un vecchio e arzillo signore di Modena, mio compagno di tavola, fu quegli che mi indusse proprio a lasciar la pianura e prendere la via dei monti. — Come? non conosce la via Giardino? ignora Paullo? La Serra? Lama Mocogno? Barigazzo? Pievepelago? L'Abetone? Ma bisogna andarvi! già che è sulla strada. — Così mi disse.

Confesso la mia ignoranza; io non conoscevo molti di questi luoghi nè meno di nome e non trovo modo di confortare questa ignoranza se non pensando che io la condivido con molte persone.

Strana cosa! Questa piccola Italia, se ci mettiamo a studiarla secondo geografia, diventa grande come un continente; e se ci mettiamo a studiarla secondo storia, quest'umile Italia diventa superba come un impero.

La materia è vasta; ed è forse per questo che gli studi della storia e della geografia nazionale sono accuratamente evitati.

Dopo un sommario esame della carta del Touring, osservai al mio interlocutore che La Serra è a 800 metri; Paullo è più in basso, ma Barigazzo sale ancora a 1300; Pievepelago discende sino al fiume; però l'Abetone svaria con la sua selva a 1340, e la Lima si nasconde in fondo alla valle.

— Crede lei che io riuscirò a fare questa specie di montagne russe?

— Caspita, un giovane come lei!

Ciò mi lusingò moltissimo: ma tutto è relativo: per il mio interlocutore, che era vecchio, io apparivo ancora un giovinotto; nel modo stesso che un certo bambino dice sovente: «quando sarò vecchio come il papà», e non crede di offendermi.

Ecco: andare da Modena all'Adriatico pigliando le vie di Paullo e dell'Abetone non è la più diretta, e quelli che mi attendevano nella casetta al mare, certo — pensai — ne avranno dispiacere; tuttavia se tralascio questa occasione, chissà quando la potrò riafferrare, e mi vinse la nostalgia di rivedere i grandi monti e le ginestre selvagge.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01I. La cura del moto e del sole.
  2. 02II. Effetti del Lambrusco.
  3. 03III. Ebbrezza del latte.
  4. 04IV. Casetta mia...! (d'affitto).
  5. 05V. La vecchia e il porcello.
  6. 06VI. Il signor Capitano.
  7. 07VII. La costruzione della tavola.
  8. 08VIII. L'inno dei Lavoratori.
  9. 09IX. La villa dell'uomo felice.
  10. 10X. I martiri dello stomaco.
  11. 11XI. I vagabondi.
  12. 12XII. Il camposanto ove nacquero le “Myricae„.
  13. 13XIII. La quaglia e il Nirvana.
  14. 14XIV. Il vino del prete.
  15. 15XV. “Virgines ardentes„.
  16. 16XVI. A Comacchio.
  17. 17XVII. La morte dei nobili pini.
  18. 18XVIII. Negrito, il feroce.
  19. 19XIX. La fine e il principio del nirvana.

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