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Italian Edition

Literature

La mano tagliata

Italian BooksWhale Edition by Matilde Serao

Una mano misteriosa mette in moto un intreccio di indagini, identità nascoste e passioni tra Roma e Londra.

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Book introduction

La mano tagliata

In La mano tagliata, Matilde Serao intreccia il romanzo d’amore con il mistero e l’avventura. Una scoperta inquietante spinge i personaggi a ricostruire rapporti familiari, segreti e vicende lontane, mentre l’azione si muove fra ambienti sociali diversi. Le due parti del romanzo accompagnano la ricerca di una spiegazione e mostrano come desiderio, paura e memoria possano trasformare il significato degli indizi.

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Matilde Serao morì nel 1927; l’opera fu pubblicata nel None. Si utilizza il testo italiano originale di pubblico dominio, escludendo note e aggiunte editoriali successive.

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Preview chapterPARTE PRIMA — I. — LA MANO INGEMMATA.Read preview

Tutto chiuso nella preziosa pelliccia di lontra, fumando una fine e odorosa sigaretta russa, Roberto Alimena guardava distrattamente il facchino dalla blusa azzurra che, ritto nel compartimento di prima classe, collocava pazientemente sulla reticella i bagagli eleganti e ricchi del giovane viaggiatore, le valigie, i sacchi da viaggio, i portamantelli, le borsette di cuoio dalle cifre di argento: R. A. Il giovane signore era solo, sotto la tettoia della ferrovia; nessuno era venuto ad accompagnarlo alla stazione: il conduttore dell'omnibus del Grand Hôtel, cavatogli il berretto gallonato, lo aveva lasciato nel grande atrio dove si prendono i biglietti, dopo aver consegnato i bagagli al facchino. Non una donna, non un amico aveva avuto l'idea di salutare Roberto Alimena, alla stazione: ed egli compiva o lasciava compiere tutte le operazioni della partenza, silenzioso e tranquillo, guardandosi attorno, senza curiosità e senza impazienza.

La giornata di gennaio era molto bella, molto limpida, ma freddissima: una delle tre o quattro giornate di freddo, dell'inverno napoletano. Gli impiegati erano avvolti nei cappotti pesanti e andavano e venivano, presto presto, per riscaldarsi. Un braciere ardeva, nella stanza della Pubblica Sicurezza, dove regnava il popolare ispettore Rotondo: ma nell'ampia camera si gelava egualmente. Una schiera di viaggiatori arrivava, per partire con quel diretto di Roma, delle due e cinquanta, che, mentre vi permette di far colazione a Napoli, vi dà agio di pranzare comodamente a Roma, dove arriva verso le otto. Per lo più, erano stranieri, quelli che viaggiavano: inglesi, americani, russi che avevano già passato una settimana, due, tre a Napoli e che risalivano a Roma, a Firenze, a Venezia, a Nizza, sopra tutto a Nizza, i più ricchi e i più mondani.

Anche Roberto Alimena, che aveva cercato invano la Pulmann, lo sleeping-car, una carrozza, infine, dove si avesse meno freddo che in un vagone di prima classe, era diretto a Nizza. Voleva restare una settimana a Roma, desiderando, così, vagamente di assistere al ballo del Quirinale e al primo ricevimento dell'ambasciata inglese: poi, avrebbe ripreso il treno per Genova e Ventimiglia. Nulla era certo però: giacchè nulla era mai certo nello spirito e nel desiderio di Roberto Alimena. Il nobile e dovizioso signore era restato un mese a Napoli, facendo la gran vita, giuocando, avendo donne, frequentando circoli, teatri e passeggiate, bene accolto dovunque, perchè era simpatico, perchè era di una grande famiglia lombarda, perchè era ricco. Pareva che non volesse, non dovesse mai più andar via, tanto si era legato con la società napoletana, coi giovani eleganti e anche con qualche donnetta: pareva che una incipiente passione per donna Chiara Mastricola dovesse scoppiare veemente. A un tratto, senza dirlo a nessuno, si era determinato a partire. Il freddo improvviso lo aveva sgomentato: non poteva vivere, dove avesse freddo. Andava sempre verso i paesi caldi, per istinto. Aveva piantato tutti i convegni e tutte le poste, aveva lasciato la donnetta e la signora senza un saluto e da una sera a una mattina, pagato il conto al Grand Hôtel, lasciato il suo indirizzo di Nizza, lasciava Napoli.

Un corteo di nozze si agitava fra gaiamente e malinconicamente, intorno a lui: il treno delle due e cinquantacinque è famoso per questa partenza di sposini. Era uno sposalizio borghese, ma ricco: la sposa, malgrado il suo elegantissimo vestito della Ville de Lyon, aveva degli orecchini di brillanti troppo grossi per una signora che viaggia, e lo sposo si sprecava in troppi abbracci e baci ai suoi amici e parenti, chiamando: caro zio. ... caro compare. ... caro Ciccillo. Con un po' di sorriso sulle labbra, Roberto Alimena guardava questo corteo. La cosa che più lo faceva ridere, nel mondo, era il matrimonio. Prego credere che Alimena non era uno scettico. Ma rideva del matrimonio, come tutti gli esseri indipendenti, freddi di cuore, disoccupati e male avvezzi, o troppo bene avvezzi, dal destino. Ne rideva, come di qualche altra cosa!

Questi era il bel giovane dal volto bruno, di un bruno ambrato, dai mustacchi castani a riflessi fulvi che s'incurvavano sovra una bocca aristocratica e sarcastica. Roberto Alimena era indipendente, disoccupato e male avvezzo, perchè era ricco, molto ricco, immensamente ricco e nobile: era freddo di cuore, perchè aveva perduto sua madre e suo padre fra i dieci e i quindici anni, perchè a trent'anni, da nove anni amministrava da sè la sua fortuna e si era avvezzo a vincere tutto col denaro, col nome, col fascino personale. Perchè avrebbe dovuto amare qualche cosa e qualcuno? Chi non ha difficoltà, nella vita, non ne sente il peso e non ne apprezza i sentimenti. Roberto Alimena aveva lievemente amato, qua e là, ma l'amico devoto e a cui si è devoto, egli non lo aveva: ma l'amante passionale e di cui si è appassionato, non l'aveva mai avuta. Giammai egli aveva sognato il focolare domestico, non avendone mai posseduto. E rideva del matrimonio, come di varie altre cose serie dell'esistenza.

Preview chapterII. — IL VICOLO DEL PIANTO.Preview

Annottava: piovigginava. Per la via di Tordinona si facevano rari i viandanti. I fanali a gas, velati dalla umidità serale di Roma, da quella costante nebbia che si eleva dal Tevere che scorre sotto i parapetti di via Tordinona, appena appena fiammeggiavano, in quella luce gialla e triste che opprime.

Quasi tutte le botteghe di quel bizzarro, oscuro budello che è via Tordinona, botteghe piccole, nerastre, in massima parte di ferravecchi, di stracciaroli, di antiquari o di tutte le tre cose insieme, si chiudevano. A quell'ora, chi mai sarebbe venuto a contrattare una lampada antica di ferro battuto, un pezzo di velluto rosso stinto, magari uno di quei cofani di nozze che sono stati il delirio delle signore borghesi, innamorate della roba vecchia? Il forestiere o l'amatore passa di giorno, in via Tordinona: e da che è stato demolito il teatro Apollo, dopo l'Avemmaria, quella strada perde ogni vivacità.

Una botteguccia posta verso la fine di Tordinona, quasi presso il vecchio ponte Sant'Angelo, teneva ancora un fumoso lume a petrolio acceso: e la luce incerta dava le forme più strane a un ciarpame di robivecchi, ad ammassi di cenci sordidi, a cataste di ferri polverosi e irrugginiti, a mobili sconquassati e tarlati, a bocce di cristallo appannate, a bracieri di ottone diventato verde: tanto che, a darvi uno sguardo dal di fuori, non si arrivava a distinguere che ombre singolari in cui si agitavano, ma lentamente, due persone.

Una di esse, avvolta quasi sino ai piedi in una sudicia palandrana nera, con un cappellaccio bisunto sul capo, era un vecchio, vecchio da quanto tutti i rottami che possedeva nella botteguccia, vecchio, pareva, come via Tordinona, come il Tevere e il suo ponte Sant'Angelo. La faccia, tutta tagliata da rughe profonde, in tutti i sensi, era gialla come la cartapecora, e una gran barba bianca si partiva dalle guance, per discendere sul petto. Dei capelli bianchi, lunghi, rigettati indietro, ricadevano sul collo e avevano reso untuoso il colletto della palandrana; le sopracciglia bianche erano molto folte e assai cavi gli occhi. Tutta la fisonomia aveva una espressione di umiltà e di stanchezza: ma negli occhi, ogni tanto, lampeggiava uno sguardo vivacissimo e le labbra violacee erano sfiorate da un sorriso malizioso. Quell'uomo era curvo, molto curvo; ma sembrava che fosse tale più per l'abitudine della servilità e della paura, che per la vecchiaia. Le sue mani erano scarne con certe grosse vene violette e i polsi nodosi: qualche cosa di avido vi era nelle dita adunche.

Il suo compagno era un giovanotto di una ventina d'anni, magro, ossuto, scialbo, di un pallore così malaticcio che faceva pensare a tutte le infermità che ammiseriscono e gelano il sangue. Era miseramente vestito, come il vecchio: un paio di pantaloni troppo leggieri per quella stagione invernale, una giacchetta troppo corta e un goletto di camicia tutto sfilacciato sotto cui si annodava un cencio di cravatta. Era brutto: aveva la bruttezza di chi vive di fame, di chi è sporco, di chi dorme negli stambugi infetti: e, vedete ironia del destino, quel giovanotto si chiamava Giacobbe, il nome del gran patriarca carico di ricchezze e di anni, glorioso nella Mesopotamia!

I due avevano finito la loro giornata. Alla meglio, Giacobbe, cercava di ripulire con una scopa la botteguccia, ottenendo di mettere dei mucchietti di polvere e d'immondizie verso il fondo, niente altro. Il vecchio scriveva lentamente in un suo grosso libro dai fogli ingialliti come il suo volto, con una penna d'oca che strideva, malgrado fosse spesso bagnata nella spugna di un calamaio di terra, da un soldo. Gli occhiali del vecchio erano rilegati in argento, unico lusso della sua persona: occhiali pesanti, che rendevano anche più degno dell'Antico Testamento quel robivecchi. Del resto, era ebreo e si chiamava Mosè Cabib: ebreo, il suo poverissimo commesso, Giacobbe Verona.

Il vecchio seguitava, con mano incerta, a scrivere in quel suo libraccio: e Giacobbe appoggiato alla scopa, aspettava con pazienza. Quello era certo, un libro di cassa: ma gli affari erano stati così scarsi, in quel giorno, che, veramente, non si poteva comprendere che cosa Mosè Cabib registrasse in quel volume. Non aveva venduto che una piccola cornice dorata del secolo scorso per cinque lire e un cofanetto di legno, tutto tarlato e sgangherato, per otto lire, più due o tre bazzecole, da due o tre lire. Il grosso avventore, il grosso colpo era mancato: ma non si sa neppure che cosa avrebbe potuto comperare lì dentro, fra quelle robe vecchie, sconquassate, sporche, quasi ributtanti di sporcizia.

Preview chapterIII. — LA RICERCA NELL'OMBRA.Preview

Nei piccoli avvisi del giornale La Tribuna del giorno ventisette gennaio, fra una casa da affittare e un professore di lingua francese che domandava degli alunni, era apparso questo annunzio:

"Quel signore che ha dimenticato o perduto un oggetto nel treno viaggiante fra Napoli e Roma, il ventiquattro gennaio, in partenza alle due e cinquantacinque, se vuol riavere ciò che ha smarrito si diriga all'Hôtel d'Europe, piazza di Spagna, dove, dando i necessari connotati, gli sarà restituito l'oggetto."

Questo avviso fu portato anche dal Popolo Romano e dalla Italie, in francese: per quattro o cinque giorni esso fu ripetuto in tutti i giornali. Ma non dette, apparentemente, nessun risultato. Nelle ore in cui Roberto Alimena era in albergo, non uscendo egli prima delle undici della mattina e nel pomeriggio, dalle cinque alle sette, quando non aveva meglio da fare, nessuno sconosciuto si presentò a chiedere di lui. Veniva qualche amico, qualche conoscenza, qualche fornitore, ma niuno che potesse rassomigliare al gobbo dagli occhi verdi. Ogni volta che rientrava, il giovane gentiluomo s'informava minutamente, se fosse giunto uno straniero, un essere qualunque, che parlasse di un oggetto perduto. Niente.

Naturalmente, non aveva messo il suo nome, nel giornale, giacchè egli era molto conosciuto e non voleva avere domande da soddisfare, curiosità da appagare. Neanche al portiere dell'albergo aveva spiegato di che si trattasse. Gli aveva detto, così, che possedeva un oggetto non suo, ritrovato nel treno e che prima di depositarlo in questura, avrebbe voluto consegnarlo direttamente al proprietario. Quando costui si fosse presentato, bisognava condurglielo in camera: o se egli era assente per poco, pregarlo di aspettare: o se per molto non fosse rientrato, cercar lui, Roberto Alimena, dove si trovava e per questo lasciava sempre il suo itinerario. Infine, voleva assolutamente non lasciarsi sfuggire il padrone della scatola.

Assolutamente! Da quella notte in cui, in preda a una allucinazione di curiosità, spinto da un ardente desiderio che non giungeva a vincere, suggestionato dalle parole di Héliane Love, attratto invincibilmente da quel mistero, egli aveva forzato il cofanetto di cuoio nero e aveva visto la mano tagliata, egli era in preda a una febbre morale persistente e a un continuo urto nervoso. L'uomo tranquillo e indifferente, che non amava e non odiava nessuno, che aveva vissuto, viaggiato, goduto senza mai turbarsi gravemente, per nulla, Roberto Alimena, il gentiluomo scettico, aveva trovato una potente ragione d'interesse, nella vita.

La mano di quella donna, quella mano così bella, così fine, così adorna di gemme e così apparentemente viva, aveva preso la sua fantasia e forse il suo cuore, come nessuna altra cosa, mai, da che aveva senso di ragione. Quella prima notte non aveva più dormito e aveva passato il resto della notte, innanzi a quella scatola aperta, contemplando lo strano oggetto che vi era depositato sul velluto, osservando, ancora, sempre, meglio, tutto ciò che potesse dargli una nozione più chiara. Pian piano, egli aveva dominato la impressione d'orrore che naturalmente produceva su lui e avrebbe prodotto su chiunque quel braccio troncato, tolto al corpo di una donna giovane e certamente bella. Alla morte, a quel pezzo di cadavere, egli non ci aveva pensato più. La più volgare versione, che quell'uomo fosse un medico, un chirurgo e che avesse troncato quel braccio e quella mano a una morta e l'avesse adorno così, per una lugubre fantasia, non gli veniva neppure in mente.

La sua immaginazione e forse il suo cuore vedevano quella mano tagliata come viva, come appartenente a una creatura viva, poco lontana, appartenente ad essa come un oggetto di vestiario che avrebbe potuto riprendere a volontà. Nulla della morte, della sezione, dell'anatomia: nulla del lezzo cadaverico, del taglio sanguinolento, del coltello terribile. Ciò spariva. La mano era così bella, morbida, con un colore così vivace, con una levigatezza di pelle così umana, con le unghie così rosate e lucide, che tutta la tristezza della morte era ben lontana, da essa. Fredda, certo: ma anche sottilmente profumata!

Table of contents

Inside this edition

  1. 01PARTE PRIMA — I. — LA MANO INGEMMATA.
  2. 02II. — IL VICOLO DEL PIANTO.
  3. 03III. — LA RICERCA NELL'OMBRA.
  4. 04IV. — IL CORSO DEI FIORI.
  5. 05PARTE SECONDA — I. — SUL TAMIGI.
  6. 06II. — FRA LE SEPOLTE VIVE.
  7. 07III. — L'ODISSEA DI ROBERTO.
  8. 08IV. — SULLA TRACCIA DEL MOSTRO.
  9. 09V. — SOTTO IL CIELO AZZURRO.
  10. 10VI. — IL SEGRETO DI MARCUS HENNER.

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