
Italian Edition
Literature
La virtù di Checchina
Italian BooksWhale Edition by Matilde Serao
Un racconto di Serao sulla vita femminile, il desiderio, le convenzioni e la morale borghese.
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Book introduction
La virtù di Checchina
La virtù di Checchina osserva con finezza ironica una donna presa tra desiderio, reputazione, abitudine domestica e controllo sociale. Questa edizione italiana valorizza la prosa limpida e moderna di Matilde Serao.
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Matilde Serao morì nel 1927 e La virtù di Checchina fu pubblicata nel 1884. Queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione italiana originale.
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La virtù di Checchina
Matilde Serao
Preview chapterI.Preview
Venne ad aprire Susanna, la serva. Portava un vestito di lanetta bigia, stinto, rimboccato sui fianchi, lasciando vedere una sottana frusta di cotonina scura; il grembiule di tela grossa era cosparso di macchie untuose; teneva in mano uno strofinaccio puzzolente. Entrando, Isolina fece una smorfia di disgusto.
— C’è Checchina? — chiese.
— C’è — rispose Susanna,
stringendo le sue labbra sottili di beghina.
— E che fa?
— Stiamo ripulendo i mobili, col petrolio.
— Volevo dire che si sentiva questo puzzo! E non ci pigliate una malattia, voi?
— Il puzzo del petrolio non fa male.
— Va’ a dire a Checchina che sono qui, che ho da parlarle, di premura, subito — e cavò dalla tasca un fazzoletto, tutto profumato di Jockeyclub , per tapparsi il naso.
Susanna se ne andò, stringendosi nelle spalle, con un piccolo moto di sprezzo. Isolina si era buttata sul divano di cretonne giallina, a fiori rossi, molto duro, dalla spalliera diritta: guardava distrattamente il salotto. Vi erano quattro poltroncine coperte di stoffa simile a quella del divano, coi quadrati all’uncinetto per ripararne la spalliera contro la pomata delle teste; stavano attorno attorno a una tavola rotonda, dal marmo bianco. Sul marmo, senza tappeto, un sottolume di guttaperca rossastra e un lume di antico modello, a olio, senza paralume. Poi: sei sedie di legno nero, dal colore smorto, che sembravano sempre impolverate — una mensola coperta di marmo bigio, su cui stavano sei tazze di porcellana bianca, la caffettiera e la zuccheriera; due scatole da confetti, vuote, vecchie, una di raso verde pallido, l’altra di paglia, a nappine; un piattino di frutta artificiali, anche queste in marmo, dipinte vivacemente, il fico, il pomo, la pesca, la pera e un grappoletto di ciliegie — un tavolino da giuoco, coperto di panno verde, coi pezzi laterali abbassati — all’unica finestra le tendine di velo ricamato, molto trasparenti, molto strette, colle bende di cretonne . Innanzi al divano un piccolo tappeto. Era tutto. Vi faceva freddo, con quella lamentevole mattinata autunnale, in quel salotto glaciale. Isolina si strinse nel suo paltoncino nero, che le dava un’aria snella. Poi si slanciò, con una grande effusione, al collo di Checchina che le stava davanti, sorridendo tranquillamente.
— Ti si rivede, finalmente, core mio! Non potevo più stare senza te, nina mia: ti giuro che mi pareva mill’anni di rivederti. Quel Frascati! Ti ci sei divertita, almeno?
— Sì — rispose Checchina, senza batter palpebra.
— Infatti, sei più bella, più colorita: peccato che tutto questo si perda, con quello scemo di Toto, che non capisce nulla! E perchè porti la frangetta sulla fronte che nessuno usa più?
— Ma... è più comoda, ci si pettina in un momento: Susanna non sa fare altro.
— Che, che! Si compra un ferro per arricciare i capelli, si mette un carboncino acceso in uno scaldino e si fanno i riccioli, ogni mattina. Ecco, come me. Ma ci vuole anche la reticella di capelli, per tenerli fermi, i riccioli.
— Susanna non sa fare tutto questo — rispose Checchina, ostinatamente.
— Perchè non la mandi via, Susanna? È antipatica.
— Antipatica?
— Uh! queste serve, queste serve, tutte nemiche pagate. Io, vedi, sarei felice di mandar via Teresa che è ladra, insolente e... non ti dico altro, se ne va per ore intiere dalla casa. Ma, come faccio? Sa tutti i fatti miei, è sveltissima, di una fedeltà che mi costa molto, ma di cui mi posso valere. Capirai, non posso mandarla via: se quella racconta tutto a mio marito? Anche ieri ho dovuto darle quella vestaglia di flanella rossa, che era ancora portabile, quella che piaceva tanto a Rodolfo. Oh! l’amore è un gran tormento!
— È un gran tormento — mormorò macchinalmente Checchina.
— Che ne sai tu? Sei una scema, te l’ho sempre detto. Ti sei innamorata, forse, a Frascati?
— Isolina!
— Non ti offendere: tutto può accadere. Oh! io sono innamorata più che mai.
— Di Rodolfo?
— Ma che Rodolfo, che Rodolfo! Quello era uno stupido, un avvocato, figùrati, come mio marito! Non vi era gusto, capisci: meglio Gigio, poi. Ma questo, questo qui, è ufficiale di cavalleria, lo amo, immensamente, come non ho mai amato nessuno. O Checchina, che passione! Io ne morirò.
Preview chapterII.Preview
Un giorno — di venerdì — il dottore Toto Primicerio, mentre stava per uscire, disse a sua moglie Checchina, che gli spazzolava le spalle del soprabito:
— Sai, ho invitato a pranzo il marchese d’Aragona.
Ella si fermò dallo spazzolare, immediatamente.
— Capisci — continuò il marito, senza voltarsi — è stato così compito, con noi, a Frascati, bisognava
usargli una cortesia, qui, in Roma. Vede tutte le famiglie nobili, dà del tu a tutte le principesse romane: mi sarà utile. Viene domenica, alle sette, l’ora della nostra cena: essi pranzano, a quell’ora. Per un giorno pranzeremo anche noi alle sette.
Quando egli si voltò, vide sua moglie un po’ pallida, tutta seria.
— Questo pranzo ti secca, Checca mia? Ora è fatta e non si può disfare...
— Un marchese... qui da noi... lui che va a pranzo da tutte le principesse...
— Ebbè, qui si contenterà e non morirà mica di fame. Aggiusta tu con Susanna — concluse Toto, con la bella tranquillità romanesca, andandosene all’ospedale di Santo Spirito a rassettare braccia slogate e a medicare piaghe purulente. Andò via, il dottore, ma nella casa stretta rimase la sua traccia, quell’invincibile fetore di acido fenico.
Checchina non aggiustava nulla con Susanna. La serva era in cucina e schiumava il brodo, borbottando contro l’empietà del padrone che mangiava carne di venerdì, mentre lei, Susanna, si contentava di un pezzo di baccalà fritto. Checchina stava in camera, seduta accanto al largo, alto letto maritale, con le mani in grembo, tutt’assorta nei suoi pensieri, non accorgendosi di essere ancora in pianelle e col fazzoletto di tela al collo. Un marchese che va dalle principesse e le abbraccia e dà loro del tu, a pranzo da loro! Ma perchè dunque Toto lo aveva invitato? Come gli era venuto in mente di far questo? A Frascati, il marchese di Aragona villeggiava dai principi di Altavilla: egli scarrozzava ogni giorno con la principessa, l’accompagnava alla messa, uscivano a cavallo insieme, ella tutta chiusa nell’amazzone nera, col velo nero attorcigliato al cappello da uomo e una rosa thea all’occhiello, egli in costume di velluto verde oliva, cravatta di raso nero, speroni di acciaio e frustino nero. Essa, Checchina, li aveva visti a passare, due o tre volte, come un’apparizione. Era un bel giovane, il marchese d’Aragona, alto, con una testa ricciuta e gli occhi malinconicamente espressivi. Un giorno, scendendo da cavallo, si era un po’ storto un piede e Toto Primicerio era stato chiamato ad Altavilla per curare quest’inezia. Ma d’allora, ogni volta che il marchese d’Aragona incontrava Checchina Primicerio, le faceva una scappellata profonda, quel gran saluto aristocratico che lusinga le donne borghesi. Tre volte l’aveva salutata così: una domenica, sulla piazza, dove suonava la banda municipale fra la chiesa e il caffè, mentre le belle frascatane passeggiavano, la testa e le spalle nascoste nello scialle di lana bianca; un mercoledì, nel pomeriggio, ella cuciva dietro i vetri del suo balcone, rimettendo i polsini a una camicia vecchia di suo marito, e il marchese di Aragona, passando nella via, salutò; un lunedì, di mattina, ella era con Susanna, in un vicolo recondito di Frascati, a contrattare la compra di certe ceste di pomidoro da un contadino, per farne conserva, per l’inverno, e il marchese d’Aragona, passando, salutò: questa volta ella aveva arrossito, lo ricordava bene, ma non sapeva perchè, forse perchè Susanna litigava forte col contadino, sul prezzo. Ora questo marchese veniva a pranzo — ed ella non sapeva che dargli da mangiare a questo nobile, avvezzo alle fantasie culinarie dei grandi cuochi. Avevano un servizio di piatti solo per sei persone, comprato a una vendita, da Stella, e mancava la salsiera e l’insalatiera: sarebbe bastato? E l’insalata, poichè ci vuole, l’insalata, in un pranzo, dove l’avrebbe messa? Ecco, gli si potevano dare li gnocchi col sugo di carne: li gnocchi li avrebbe fatti lei, Checchina, e il sugo, Susanna, che, a questo, era brava. Poi sarebbe venuta la carne col contorno di patate, cotte nel sugo: poi un piatto di pesce fritto. Ma come fare se Susanna si lamentava, sempre, che la padella era alta in mezzo e l’olio cadeva ai lati e nel mezzo il pesce diventava nero, abbruciacchiandosi? Ci voleva una padella nuova o bisognava rinunziare al fritto. Le posate d’argento erano sei, ma una forchetta aveva due rebbi storti: presto presto, in cucina, Susanna avrebbe dovuto lavarle, come i piatti, se non bastavano. E l’arrosto, l’arrosto ci voleva! Non usa il pollo, nelle case aristocratiche? Come lo avrebbe arrostito, se i fornelli erano due, in cucina, e mancava il girarrosto? Questo pranzo sarebbe costato una quantità di quattrini; come dirlo a Toto, quante cose ci mancavano nella casa! Un marchese, con un’aria così seria da gran signore, che portava al dito un anello con un brillante, uno zaffiro e un rubino, ella lo aveva visto benissimo; un marchese che sicuramente varie principesse dovevano amare — bisognava dargli anche il piatto dolce. Che cosa sapeva fare, ella, di dolce, da quando era giovanetta? La torta con la conserva di amarena? Quante uova metteva, allora, con un chilo di fior di farina, mezzo chilo di zucchero finissimo e mezza libbra di burro? E il forno per cuocerla, la torta? Veramente avrebbe potuto mandarla giù, dalla portinaia, che aveva il forno: bisognava pregarla di questo favore, quella dispettosa Maddalena che litigava sempre con Susanna, sul proposito della confessione, chè Maddalena era proprio una eretica — poi, il giorno seguente, se ce ne avanzava di torta, glie ne avrebbe mandato un pezzetto, per fargliela assaggiare e ringraziare della cortesia.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02I.
- 03II.
- 04III.
- 05IV.
- 06V.
- 07R
- 08VI.
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