
Italian Edition
Literature
Le Amanti
Italian BooksWhale Edition by Matilde Serao
Quattro racconti esplorano desiderio, gelosia e disillusione attraverso figure femminili e maschili coinvolte in legami amorosi difficili e contraddittori.
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Book introduction
Le Amanti
Matilde Serao riunisce quattro racconti: La grande fiamma, Tramontando il sole, L’amante sciocca e Sogno di una notte d’estate. I legami sentimentali sono osservati nei loro slanci, nelle attese e nelle forme di dipendenza che producono. Il testo italiano conserva tutti e quattro i racconti e le loro sezioni interne, accostando analisi psicologica, dialogo e descrizione degli ambienti.
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Matilde Serao morì nel 1927; l’opera fu pubblicata nel 1894. Il testo originale italiano proviene da Project Gutenberg, senza apparati editoriali moderni, illustrazioni o annotazioni.
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Preview chapterLA GRANDE FIAMMA.Read preview
A Rocco Pagliara.
Preview chapterI.Preview
Nell'ora tarda della sera, partita l'ultima persona amica o indifferente, per la quale essa provava l'orgogliosa e invincibile necessità di mentire, chiuse tutte le porte ermeticamente, piombata la casa nel profondo silenzio notturno, interrogate con lo sguardo sospettoso fin le fantastiche penombre della sua stanza solitaria, dove sola vivente era una pia lampada consumantesi innanzi a una sacra immagine, prosciolto il suo spirito dall'obbligo della bugia e le sue labbra dall'obbligo del sorriso, ella si lasciava abbruciare dalla grande fiamma. Immobile, con le palpebre socchiuse e le mani abbandonate lungo il corpo, ritta come un bianco fantasma nel mezzo della sua stanza, sentiva un flusso di calore salire alle guancie delicatamente brune e smorte, un flusso di calore vivificarle il cervello, un'onda di lacrime calde pungerle i bellissimi grandi occhi bruni. Scorrevano taciturnamente, senza singhiozzi, le lacrime calde sulle guancie e le avvampanti guancie se le ribevevano: dal cuore e dal cervello che ardevano, si diffondeva per tutta la persona l'impetuoso torrente di quel calore ed ella sentiva tutte le sue piccole vene palpitare nella fiamma che le dilatava. Lo scoppio della passione lungamente represso, in quel generoso organismo, assumeva la forma di febbre ad altissima temperatura: ed essa, vacillante, come se avesse smarrito il senso di ogni altra cosa che la sua febbre non fosse, si lasciava cadere sul letto, rigida, con la vestaglia bianca che si stendeva come un sudario sul broccato scuro della coltre. Così, sola, con gli occhi sbarrati ove si disseccavano le estreme lacrime, guardando il soffitto pieno di ombre, col petto sollevato da affannosi sospiri come i febbricitanti, ella abbruciava di passione per l'assente, per il lontano: nè le sue labbra convulse osavano pronunziarne il dolce nome, temendo che le fatali sillabe pronunziate in quel silenzio, in quella solitudine, rivelassero a tutto il mondo il suo segreto. Sopra un fondo di fiamma, nella sua fantasia che vampeggiava, ella vedeva scritte le sillabe divoratrici di quel nome, in lettere nere e vive, talvolta immobili, talvolta confondentisi in una bizzarra danza; ma non osava pronunziare quelle sillabe seduttrici; temeva di struggersi, dicendole; temeva di morire di dolcezza, pronunziandole.
Quell'entrata così vibrante di febbre appassionata, nelle prime ore della notte, si ripeteva due o tre volte; pareva che ella si assopisse in un soave abbruciamento di sangue, in un seguirsi di fiammeggianti visioni, dove talvolta, accanto al nome adorato, si veniva a delineare vagamente un fiero profilo maschile, dove uno sguardo superbo e amoroso lampeggiava; ed ella sentiva tutto il suo spirito carezzato, cullato da questa visione; la veglia si tramutava in sopore febbrile e in sogno. Ma, ogni tanto, la visione diventava così vera, così viva, così fremente di amore che ella udiva, sì, udiva, una voce sommessa pronunziare il suo nome: ella trabalzava, ripresa da un soffocante impeto di passione, cercando con le mani, nell'oscurità, quelle calde mani amate; soffocava, bruciava. Si levava come un'anima errante, andava al balcone, sollevando la pesante tenda di broccato, schiudendo le imposte di legno, appoggiando l'acceso volto sul gelido cristallo. Era alta la notte; nella strada non passava alcuno; spesso, il freddo vento notturno agitava le fioche luci dei lampioni, riempiendo la via di bizzarre forme oscure; o qualche viandante in ritardo, ignoto, a capo basso, passava senz'accorgersi di quel balcone quietamente, mitemente, illuminato, dietro il quale stava un'ombra immobile; qualche malinconica carrozza notturna, vuota, dal cocchiere sonnacchioso, dal sonnacchioso cavallo, veniva lentamente dall'alta ombra della via, si perdeva lentamente, lontana, nella bassa ombra della via. Ella guardava questo spettacolo di oscurità e di pace, con gli occhi intenti, sentendo il freddo esteriore penetrare dalla fronte, dalle guancie, dalle labbra che quasi baciavano il cristallo: la sua febbre si calmava; le vene battenti si chetavano; il petto, oppresso, respirava più liberamente; macchinalmente ella si staccava dai cristalli, richiudeva le imposte, lasciava ricadere le molli, strascicanti tende di broccato, faceva un paio di giri nella sua stanza, guardando talvolta nell'alta e stretta specchiera la sua figura bianca e i suoi occhi che bruciavano sempre. Come tutti quelli che soffrono d'insonnia, per una forte causa morbosa o per una forte causa morale, ricoricandosi, ella sentiva come un grande refrigerio, dolcissimamente parea che si dovesse addormentare nel ricordo, nella speranza del suo amore. La passione consumatrice nell'ora che fuggiva, si faceva tutta tenerezza letificante, diventava un fresco soffio che le alitava sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra, sulle mani, come a vincerne il bruciore, ed ella si assopiva, nuovamente, con le labbra che si muovevano a una benedizione. Ma, ad un tratto, un incubo mostruoso, senza nome, qualche cosa come un'orribile paura, la scuoteva, la faceva balzare sul letto, come cercando soccorso, non sapendo, non conoscendo, non pensando più nulla, vinta da uno spavento folle. Era allora che, levatasi, nella penombra, in preda a un delirante bisogno di soccorso, ella andava a buttarsi innanzi alla sacra immagine, prostrandosi sul gradino dell'inginocchiatoio, abbassando il capo sul duro legno di quercia, dicendo rapidamente le preghiere, per non pensare, per non sentire, pregando, pregando, pregando, con un fervore di anima disperata, restando lì, attaccata a quel legno, come se fosse quello della sua salvazione. Ma sia che l'alba la sorprendesse dietro i cristalli del suo balcone, o distesa sul letto con gli occhi spalancati, o sonnecchiante malamente, o immersa in preghiere con le labbra frementi sui grani di legno del suo rosario, certo che, a quell'ora gelida, la sua febbre era domata, era caduta: ella tremava di freddo, pallida, con le labbra violacee, con la bocca amara, con le ossa rotte, quasi uscisse dal terribile abbraccio della terzana; il viso le si era allungato e come pietrificato in un'espressione di sofferenza; i capelli le ricadevano sul collo, disciolti, prendendo certi profili tragici, che solo le chiome delle donne appassionate hanno. Invano cercava di riscaldarsi, buttando sul letto una pelliccia, facendo un gran fuoco nel caminetto, accendendo tutti i lumi della sua stanza: fra quel grande calore esteriore ella batteva i denti, si addormentava rabbrividendo, rabbrividendo, livida, con la fiamma del caminetto che crepitava, con le candele la cui fiammella strideva nel calore, col sole mattinale che entrava, scintillando, fra i velluti, i broccati e le pelliccie, non giungendo a riscaldare quel gelido corpo di donna dormiente, dalle palpebre scure e fredde come il granito, dalle labbra assottigliate e tremanti ancora di freddo. Come la mattinata scorreva, entrava la cameriera, trovando le candele che si consumavano, le legna arse che si coprivano di cenere, il sole che invadeva tutta la stanza gaiamente, e quel cadavere dormiente, che riaprendo gli occhi, rabbrividiva ancora, come se ritornasse dal gelo di un sepolcro. Ogni mattina, sopra un piatto di argento, la cameriera porgeva una lettera. Ma già la maschera umana aveva velato la sembianza della povera febbricitante: ed ella stendeva la mano, con indifferenza, a prendere quella lettera, aspettava che la cameriera avesse spento i lumi, riacceso il caminetto, spalancato le imposte al sole, aspettava, intorpidita e immobile.
Preview chapterII.Preview
Ella entrò nella sua stanza e vi si chiuse, buttandosi pesantemente sopra una poltrona: si sentiva morire di tristezza, sentiva di essere disamorata, crudele con Ferrante, eppure non trovava ancora uno slancio di tenerezza, un impeto di passione per fargli dimenticare tutte quelle noie, quelle punture, quei disinganni, quelle amarezze. Ma tanta gente era loro intorno, dovunque, alla stazione, in piazza, nell'albergo, gente estranea, è vero, ma curiosa, dall'orecchio teso, dallo sguardo acuto! Ella si era chiusa nella sua stanzetta, stanzetta piccola, linda, ma banale come tutte le stanze di albergo, ma fredda con tutto il lieto sole autunnale che vi entrava; Grazia si era chiusa lì dentro, e un profondo pentimento le veniva in cuore, pel modo come aveva trattato Ferrante; la propria ingiustizia verso quel forte e docile amante che nulla chiedeva, che non si lagnava, che cercava di allontanarsi, di ecclissarsi sempre, onestamente, correttamente, mentre nell'anima gli ardeva la grande fiamma, questa propria ingiustizia, le faceva orrore, le sembrava un egoismo mostruoso, la crudeltà di una donna glaciale che pospone sempre il mondo all'amore. Rivoltata contro sè stessa, si levò per chiamare, per far avvertire Ferrante di venire da lei: voleva buttarglisi alle ginocchia per farsi perdonare, poichè egli solo era buono e giusto. Ma mentre era lì per premere il campanello elettrico, udì parlare sommessamente, nella stanza attigua. Si fermò: non era sola dunque, malgrado che si fosse chiusa a chiave? Aveva dei vicini, a destra e a sinistra, forse da tutte le parti, che, come ella udiva la loro, avrebbero udita la voce di Ferrante e la sua, parlando d'amore? Oh questi alberghi, che realtà, che realtà meschina, sconfortante, nauseante! Tornò alla poltrona, vi si sedette, senza far rumore, aspettando che le voci cessassero; forse i vicini sarebbero usciti, partiti: allora ella avrebbe chiamato Ferrante, per farsi perdonare. Ma le voci dopo qualche intervallo di silenzio, brevissima pausa, si udivano di nuovo: erano quelle di un uomo e di una donna, che discutevano pacatamente; si afferrava ogni tanto una parola, facevano il conto del loro viaggio. Ella fremeva, si agitava sulla poltrona, sperando sempre, a ogni momento di silenzio, che i vicini se ne fossero andati: ma quietamente essi ricominciavano a chiacchierare, con un'intonazione monotona, senza stancarsi. Per un momento Grazia si turò le orecchie quasi piangendo, al colmo di un urto nervoso che le poche ore di cattivo riposo del treno non avevano calmato: malediceva questi vicini che le rubavano quelle altre ore di felicità. Andò ad aprire la finestra della stanzetta, per sottrarsi a quell'incubo: il sole allietava tutto il piazzale della stazione, la giornata era dolce e bella, Grazia, stette guardando come un fanciullo che un nulla distrae, le persone che passavano sulla piazza. Così assorta, non udì che la seconda volta, quando bussarono alla sua porta. Era Ferrante: ma non entrò, rispettosamente.
—Andiamo?—diss'ella sorridendogli.
—Sì—disse lui, sentendo e vedendo la luce di quel sorriso, per la prima volta.
Ella mise il suo braccio sotto quello di lui: si appoggiava lievemente. Non potea dirgli nulla: ma vi era nei suoi occhi, nella sottile mano guantata, in ogni movimento della persona tanta femminile tenerezza, una così affettuosa domanda di perdono che egli dovette intenderla, in tutta la sua manifestazione: due volte, per le scale in penombra, si fermò a guardare il volto della sua donna, quasi volesse imprimersi nel cuore quella espressione così viva. Chi li vide passare di nuovo, sulla piazza, per la stazione, andando a mettersi nel vagone, in quella bionda mattinata di autunno, intese, certamente, che passava sul capo di quei due felici una silenziosa ora celestiale. Di quanto intorno ad essi avveniva, quei due più non sapevano: una macchinale coscienza, memore di altri viaggi, di altre partenze li guidava nella loro vita esteriore: una coscienza meccanica che si chetò, anch'essa, quando il treno fu partito da Roma. Erano soli. Una parte delle tendine color di legno erano tirate, contro il sole che si avanzava; solo da due cristalli si vedeva il paesaggio fuggente. Ferrante si era seduto accanto a Grazia: la mano di lei era fra le sue, stretta mollemente: a un certo momento ella la ritirò, ma soltanto per sollevare il suo velo bruno; la picciola mano fedele ritornò subito fra quelle dell'amor suo. Nè dicevano nulla. La delizia di due amanti, soli nel vagone fuggente per la campagna, fuggente innanzi ai villaggi e alle piccole città, ha poche delizie che la eguaglino: tanto è acuto il senso di libertà, di amore inconturbato, di oblìo terreno che dà quella fuga. Non esistono più nè lo spazio, nè il tempo, nè l'uomo, nè la vita: esiste solamente l'amore, nella sua massima condizione d'indipendenza, trasportato lontano, lontano, dove non vi sia che amore. Che dirsi? Ogni tanto ella sentiva che Ferrante la chiamava per nome, ripetendone due o tre volte le sillabe incantatrici: ma forse non la voce di Ferrante, era l'anima che parlava e l'anima di Grazia stava a sentire. Due o tre volte, a un lembo di paesaggio illuminato di sole, a un piccolo paese sospeso lungo i fianchi di una collina, innanzi a una grande pianura maestosa, i due volti si accostavano, dietro allo stesso cristallo, per vedere come era bello il mondo esteriore, non quanto quello che portavano nel cuore. Tacevano. Sentivano che era quella l'ora invocata tante volte, nelle insonnie della notte, nelle vuote mattinate, nelle sere affannose; sentivano che era quella la realtà del loro infinito desiderio, l'amore nella solitudine suprema; e sembrava loro che qualunque parola dovesse turbare questo sacro raccoglimento, questa concentrazione di felicità. Niuno sapeva più nulla di loro: essi non sapevano più nulla, di niente: e poteano dire che il mondo era scomparso, o era stato assorbito nella incommensurabile dolcezza del loro amore. Solo quando il sole cominciò a discendere sulla poetica campagna toscana, un senso di malinconia si mescolò, naturalmente, a tanta dolcezza. Era una mestizia fuor di loro, che veniva dalle cose: il paesaggio verde, i colli così pittoreschi, e le bianche case, e il fiume mormorante sul greto, e i campanili dei villaggi si fecero prima rossi, poi violacei, poi bigi: tutti i veli avvolgenti, misteriosi, malinconici del tramonto salirono dalla terra al cielo. Parve che il treno corresse meno rapidamente, come preso anch'esso da una fiacchezza; le voci delle stazioni erano meno vivaci, meno allegre, alcune sembravano rauche, altre fioche; il fiume, apparendo, riapparendo, assunse un aspetto tragico, di acqua traditrice gorgogliante; la stretta di mano di Ferrante che teneva nella sua quella sottile di Grazia, si allentò, come se lo cogliesse una improvvisa, crescente debolezza e la mano sottile si raffreddò sotto il guanto. Videro un cimitero: un piccolo cimitero di paesello a mezza costa, con quattro o cinque cipressi e poche lapidi bianche.
Table of contents
Inside this edition
- 01LA GRANDE FIAMMA.
- 02I.
- 03II.
- 04III.
- 05TRAMONTANDO IL SOLE.
- 06I.
- 07II.
- 08III.
- 09IV.
- 10V.
- 11L'AMANTE SCIOCCA.
- 12I.
- 13II.
- 14III.
- 15SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE.
- 16I.
- 17II.
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