
Italian Edition
Literature
Le due tigri
Italian BooksWhale Edition by Emilio Salgari
Sandokan, Yanez e Tremal-Naik inseguono i rapitori di Darma in un’avventura tra sette segrete e l’insurrezione indiana.
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Book introduction
Le due tigri
Il rapimento di Darma riporta Sandokan e i suoi compagni nei territori dominati dalla setta dei Thugs. Tra fiumi, giungle, prigionie e inseguimenti, la ricerca della giovane si intreccia con gli sconvolgimenti dell’India del 1857. Emilio Salgari costruisce un racconto di amicizia e audacia, dove la rivalità con Suyodhana spinge gli eroi verso scontri sempre più rischiosi. Sono presenti i trentatré capitoli e la conclusione.
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Testo originale italiano di Emilio Salgari, morto nel 1911. La fonte è la trascrizione dell’opera di pubblico dominio presso Liber Liber; apparati editoriali moderni e immagini sono esclusi.
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Preview chapterCapitolo I LA «MARIANNA»Read preview
La mattina del 20 aprile del 1857, il guardiano del semaforo di Diamond-Harbour, segnalava la presenza d’un piccolo legno che doveva essere entrato nell’Hugly durante la notte, senza aver fatto richiesta di alcun pilota.
Sembrava un veliero malese, dalle dimensioni straordinarie delle sue vele, la cui superficie era immensa, però lo scafo non era precisamente simile a quello dei prahos, non essendo provvisto di bilancieri per appoggiarsi meglio sulle onde quando le raffiche aumentano di violenza, né avendo al centro quella tettoia che chiamasi attap. Anzi era costruito, a quanto pareva, con lamine di ferro anziché di legno, non aveva la poppa bassa, la tolda era sgombra e poi stazzava tre volte di piú dei prahos ordinari, i quali di rado hanno una portata di cinquanta tonnellate.
Comunque fosse, era un bellissimo veliero, lungo, affilato, che a vento largo, o, meglio ancora, con vento di poppa doveva filare meglio di tutte le navi a vapore che allora possedeva il governo anglo-indiano. Era insomma una vera nave da corsa che rammentava, salvo la velatura, i famosi legni dei violatori di blocco della guerra fra il sud e il nord degli Stati Uniti d’America.
Ma quello che piú doveva stupire il guardiano del semaforo, era l’equipaggio di quel veliero, troppo numeroso per una nave cosí piccola ed anche assai singolare.
Pareva che tutte le razze piú bellicose della Malesia vi avessero uno o piú rappresentanti. Vi erano malesi dalla tinta fosca e gli sguardi cupi; bughisi, macassaresi, battiassi, dayachi, i famosi e terribili tagliatori di teste delle foreste bornesi; si vedevano perfino dei negriti del Mindanao e qualche papuaso dall’immensa capigliatura raggruppata intorno a un pettine non meno gigantesco.
Nessuno però indossava il costume nazionale: tutti portavano il sarong, quel pezzo di stoffa bianca che scende fino alle ginocchia ed il kabay, specie di giacca assai larga, a tinte svariate, che non impedisce alcun movimento.
Solamente due, che forse erano i comandanti del veliero, indossavano costumi differenti e d’una ricchezza inaudita.
L’uno, che nel momento in cui il legno passava dinanzi a Diamond-Harbour stava seduto su un largo cuscino di seta rossa, collocato presso la ribolla del timone era uno splendido tipo d’orientale.
Era un uomo di statura alta, stupendamente sviluppato, con una testa bellissima quantunque la pelle fosse assai abbronzata, con una capigliatura folta, ricciuta, nera come l’ala d’un corvo, che cadevagli sulle spalle e due occhi che pareva avessero dentro il fuoco.
Vestiva all’orientale, con casacca di seta azzurra a ricami d’oro, ampie maniche e bottoni di rubini, calzoni larghi e lunghi stivali di pelle gialla a punta rialzata.
In testa portava un turbantino di seta bianca, con pennacchio fermato da un diamante grosso quasi quanto una noce e certo d’un valore inestimabile.
Il suo compagno invece, che stava appoggiato, spiegazzando nervosamente una lettera, era invece un europeo di statura pure alta, dai lineamenti fini, aristocratici, con occhi azzurri e dolci e i baffi neri che cominciavano a brizzolarsi, quantunque sembrasse piú giovane dell’altro.
Vestiva con molta eleganza, ma non all’orientale: giacca di velluto marrone, con bottoni d’oro, stretta ai fianchi da un’alta fascia di seta rossa, calzoni di broccatello e uose di pelle gialla con fibbie d’oro. Sul capo, invece del turbante, portava un ampio cappello di paglia di Manilla, con alcune nappine di seta rossa appese al nastro.
Già il veliero stava per passare dinanzi alla casetta bianca e all’albero dei segnali, presso cui stavano i due guardiani del faro e due piloti, in attesa di una richiesta, quando l’europeo che fino ad allora pareva che non si fosse accorto della vicinanza della stazione, si volse verso il compagno che sembrava immerso in profondi pensieri.
— Sandokan, — gli chiese: — Siamo entro il fiume e quella è la stazione dei piloti. Ne prenderemo uno?
— Non amo alcun curioso a bordo del mio legno, Yanez, — rispose l’interrogato, alzandosi e volgendo uno sguardo distratto verso la stazione. — Sapremo trovar noi Calcutta anche senza piloti.
Preview chapterCapitolo II IL RAPIMENTO DI DARMAPreview
Se quel praho si presentava splendido al di fuori, nel quadro di poppa lo era ancora di piú e si capiva subito che il suo proprietario non aveva certo lesinate le spese nella costruzione e negli addobbi.
La saletta entro cui i tre uomini erano entrati, occupava buona parte del quadro. Le sue pareti erano tappezzate di seta rossa cinese con fiori trapunti in filo d’oro e ornate di gruppi d’armi disposte artisticamente: kriss malesi dalla lama serpeggiante e colla punta probabilmente avvelenata col terribile succo dell’upas; kampilang e parang dayachi, dalla lama larga e pesante soprattutto verso la punta; pistole e pistoloni con le canne arabescate ed i calci d’ebano con intarsi di madreperla; carabine indiane con incrostazioni meravigliose e non mancavano nemmeno i vecchi tromboni dalla bocca larghissima usati un tempo dalle bellicose tribú dei bughisi e dei mindanesi.
Tutto all’intorno correvano dei divani bassi, di seta bianca a fiorami: nel mezzo una tavola di ebano con intarsi di madreperla, in alto una gran lampada di Venezia, con un globo color rosa e già accesa, spandeva una luce dolcissima.
Yanez prese da una mensola una bottiglia e tre bicchieri, che riempí d’un liquore color del topazio, poi disse al maharatto, che si era seduto presso Sandokan:
— Ora puoi parlare, senza timore che alcuno oda i nostri discorsi. I Thugs non sono già pesci per sorgere dal fondo del fiume.
— Se non sono pesci sono diavoli di certo, — rispose il maharatto, con un sospiro.
— Bevi e sciogli la lingua, mio bravo Kammamuri, — disse Sandokan — la Tigre della Malesia ha lasciato Mompracem per dichiarare la guerra alla Tigre dell’India, ma prima desidero conoscere tutti i particolari del rapimento.
— Sono ventiquattro giorni signore, che la piccola Darma è stata rapita da emissari mandati da Suyodhana e sono ventiquattro giorni che il mio padrone la piange senza un momento di tregua.
«Se non fosse giunto il vostro dispaccio che annunciava la vostra partenza da Mompracem, a quest’ora sarebbe certamente impazzito.»
— Temeva che noi non giungessimo in suo aiuto? — chiese Yanez.
— Sí, per un momento lo ha creduto, supponendovi impegnati in qualche impresa.
— I pirati della Malesia da qualche tempo dormono e non vi è piú nulla da fare ormai laggiú. I tempi sono mutati e i bei giorni di Labuan e di Sarawak sono ormai lontani.
— Narra, Kammamuri, — disse Sandokan. — Come fu rapita la piccola Darma?
— Con un colpo di mano veramente diabolico, che dimostra quale genio infernale abbia Suyodhana.
«Il mio disgraziato padrone, dacché Ada era morta, dando alla luce la piccola Darma, aveva concentrato sulla bambina tutta l’affezione che nutriva verso la moglie e vegliava rigorosamente onde i Thugs non tentassero qualche cosa contro la debole creatura.»
«Vaghe voci giunte ai nostri orecchi ci avevano messo in guardia sulle mire dei settari di Kalí. Si diceva che i Thugs, dopo essersi per qualche tempo dispersi onde sfuggire alle giuste rappresaglie dei cipayes del capitano Macpherson, erano tornati ad abitare le immense caverne che si estendono sotto l’isola di Rajmangal e che Suyodhana pensava a procurarsi un’altra «Vergine della pagoda».»
«Quelle voci avevano gettato un vivo turbamento nel cuore del mio padrone. Egli temeva che quei miserabili, che già per tanti anni avevano tenuto prigioniera sua moglie, adorandola come la rappresentante della dea Kalí sulla terra, tramassero per rapirgli la figlia.
«I suoi timori, pur troppo, dovevano avere una terribile e dolorosa conferma.
«Conoscendo le astuzie e l’audacia dei Thugs, avevamo prese grandi precauzioni onde non potessero giungere nella stanza della piccina.
«Avevamo fatto mettere delle sbarre di ferro alle sue finestre, corazzare la porta, visitare minutamente le pareti per timore che esistesse qualche passaggio segreto, come ve ne sono tanti negli antichi palazzi indiani.
«Per di piú io dormivo nel corridoio che conduceva alla stanza, assieme alla tigre addomesticata ed a Punthy, il feroce cane nero, animali che come sapete, i Thugs conoscevano.
Preview chapterCapitolo III TREMAL-NAIKPreview
Mezz’ora dopo la baleniera della Marianna scendeva il fiume, montata da Sandokan, Yanez, Kammamuri e da sei robusti malesi dell’equipaggio.
I due comandanti del praho si erano camuffati da servi indiani, annodandosi intorno ai fianchi un largo pezzo di tela, il dootée, e coprendosi le spalle con una specie di mantello di tela grossolana, di color marrone, il dubgah.
Entro la fascia però avevano nascoste un paio di pistole dalla canna lunga e il kriss malese, quel terribile pugnale a lama serpeggiante lungo piú d’un piede, che produce delle ferite orribili che di rado guariscono perfettamente.
La città era ormai immersa nelle tenebre, essendo stati spenti tutti i fanali delle gettate e degli squares; solamente i fanali delle navi rispecchiavano le loro luci bianche, verdi e rosse nelle oscure acque del fiume.
La baleniera filò fra i velieri, le grab, i pariah, le pinasse ed i piroscafi che ingombravano le due rive, poi si diresse verso i bastioni meridionali del forte William, approdando dinanzi alla spianata che in quel momento era buia e deserta.
— Ci siamo, — disse Kammamuri. — La via Durumtolah è a pochi passi.
— Abita un bengalow? — chiese Yanez.
— No, un vecchio palazzo indiano che un tempo era abitato dal defunto capitano Macpherson e che ereditò dopo la morte di Ada.
— Guidaci, — disse Sandokan.
Scese a terra, poi volgendosi verso i malesi, disse:
— Voi rimarrete qui ad aspettarci.
— Sí capitano, — rispose il timoniere, che aveva guidata la baleniera.
Kammamuri si era messo in marcia inoltrandosi attraverso la vasta spianata. Sandokan e Yanez lo avevano seguito tenendo una mano sotto il dubgah per essere piú pronti a estrarre le armi nel caso che fosse stato bisogno di servirsene.
La spianata però era deserta o almeno appariva tale, poiché in quell’oscurità non era facile poter distinguere un uomo.
Dopo pochi minuti imboccarono la via Durumtolah, fermandosi dinanzi ad un vecchio palazzo di stile indiano, di forma quadrata, sormontato da tre piccole cupole e da terrazze.
Kammamuri trasse una chiave e la introdusse nella toppa. Stava per aprire la porta, quando Sandokan, la cui vista era piú acuta di quella dei compagni, scorse un’ombra umana staccarsi da una delle colonne che reggevano una piccola veranda e allontanarsi rapidamente, scomparendo fra le tenebre.
Per un momento ebbe l’idea di precipitarsi sulle tracce del fuggitivo; però si trattenne temendo di cadere in qualche agguato.
— L’avete scorto quell’uomo? — chiese a Kammamuri e a Yanez.
— Chi? — domandarono a una voce il portoghese e il maharatto.
— Un uomo che si teneva celato dietro a una di quelle colonne. Avevi ragione Kammamuri di sospettare che i Thugs sorveglino la casa.
«Ne abbiamo avuto or ora la prova. Poco importa; quello spione non ha potuto vederci in viso con questa oscurità, e poi non mi conosce.
«Cercheremo però di sorprenderlo.»
Kammamuri aprí la porta che poi richiuse senza far rumore e salita una scala di marmo che era ancora illuminata da una specie di lanterna cinese, introdusse i due comandanti del praho in una saletta ammobiliata semplicemente all’inglese, con sedia e tavola di bambú artisticamente lavorate.
Un globo di cristallo azzurro, sospeso al soffitto, proiettava una luce dolcissima, facendo scintillare le pietre lucidissime del pavimento, graziosamente intarsiate in nero, in rosso ed in giallo.
Erano appena entrati, quando una porta s’apri e un uomo si precipitò fra le braccia di Sandokan prima, poi fra quelle di Yanez, esclamando:
— Miei amici! Miei valorosi amici! Quanto vi ringrazio di essere venuti.
«Voi mi renderete la mia Darma, è vero?»
L’uomo che cosí parlava era un bellissimo tipo d’indiano bengalino, di trentacinque o trentasei anni, dalla taglia elegante e flessuosa senz’essere magra, dai lineamenti fini ed energici colla pelle lievemente abbronzata e lucentissima e gli occhi nerissimi e pieni di fuoco.
Vestiva come i ricchi indiani modernizzati della Young-India, i quali hanno ormai lasciato il dootée e il dubgah pel costume anglo-indiano, piú semplice, ma anche piú comodo: giacca di tela con alamari di seta, fascia, ricamata e altissima, calzoni stretti, pure bianchi e turbantino ricamato.
Table of contents
Inside this edition
- 01Capitolo I LA «MARIANNA»
- 02Capitolo II IL RAPIMENTO DI DARMA
- 03Capitolo III TREMAL-NAIK
- 04Capitolo IV IL «MANTI»
- 05Capitolo V LA FESTA DI DARMA-RAGIA
- 06Capitolo VI LA BAJADERA
- 07Capitolo VII UN DRAMMA INDIANO
- 08Capitolo VIII L’ONI-GOMON
- 09Capitolo IX LE CONFESSIONI DEL MANTI
- 10Capitolo X UNA BATTAGLIA TERRIBILE
- 11Capitolo XI NELLE JUNGLE
- 12Capitolo XII L’ASSALTO DEL RINOCERONTE
- 13Capitolo XIII LA MANGIATRICE D’UOMINI
- 14Capitolo XIV LA PRIMA TIGRE
- 15Capitolo XV NELLE SUNDERBUNDS
- 16Capitolo XVI I THUGS
- 17Capitolo XVII SEGNALI MISTERIOSI
- 18Capitolo XVIII IL CICLONE
- 19Capitolo XIX LA SCOMPARSA DELLA BAJADERA
- 20Capitolo XX LA TORRE DI BARREKPORRE
- 21Capitolo XXI IL TRADIMENTO DEI THUGS
- 22Capitolo XXII SIRDAR
- 23Capitolo XXIII L’ISOLA DI RAJMANGAL
- 24Capitolo XXIV LA PAGODA DEI THUGS
- 25Capitolo XXV NEL RIFUGIO DEI THUGS
- 26Capitolo XXVI L’ATTACCO DEI PIRATI
- 27Capitolo XXVII UN’ECATOMBE
- 28Capitolo XXVIII SULLE TRACCE DI SUYODHANA
- 29Capitolo XXIX L’INSURREZIONE INDIANA
- 30Capitolo XXX I TRADITORI
- 31Capitolo XXXI LA CACCIA ALLE TIGRI DI MOMPRACEM
- 32Capitolo XXXII VERSO DELHI
- 33Capitolo XXXIII LE STRAGI DI DELHI
- 34CONCLUSIONE
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