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Italian Edition

Literature

Le novelle della Pescara

Italian BooksWhale Edition by Gabriele D’Annunzio

Racconti abruzzesi di violenza, superstizione, desiderio, paese, natura e destino popolare.

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Book introduction

Le novelle della Pescara

Le novelle della Pescara raccoglie racconti ambientati nell’Abruzzo dannunziano, dove passioni violente, religiosità, miseria, paesaggio e sensualità modellano vite popolari spesso crudeli. Il volume è utile per leggere il primo D’Annunzio narratore e il suo rapporto con naturalismo e mito locale.

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Gabriele D’Annunzio morì nel 1938, e Le novelle della Pescara fu pubblicato nel 1902. Queste date sostengono la base di dominio pubblico del testo italiano originale.

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Le novelle della Pescara

Gabriele D’Annunzio

Preview chapterI.Preview

Il viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le

strade era la primizia della neve, su tutte le case la neve. Ma in alto

grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano

sul palazzo di Brina lentamente, s'illuminavano verso la Bandiera. E

nell'aria bianca, sul paese bianco appariva ora subitamente il miracolo

del sole.

Il viatico s'incamminava alla casa di Orsola dell'Arca. La gente si

fermava a veder passare il prete incedente a capo nudo, con la stola

violacea, sotto l'ampio ombrello scarlatto, tra le lanterne portate dai

clerici accese. La campanella squillava limpidamente accompagnando i

salmi susurrati dal prete. I cani vagabondi si scansavano nei vicoli

al passaggio. Mazzanti cessò di ammucchiare la neve all'angolo della

piazza e si scoprì la zucca inchinandosi. Si spandeva in quel punto dal

forno di Flaiano nell'aria l'odore caldo e sano del pane recente.

Nella casa dell'inferma gli astanti udirono gli squilli, e udirono su

per le scale il salire dei vegnenti. La vergine Orsola era sul letto,

supina, tenuta dallo stupore della febbre, da una sonnolenza inerte,

con la respirazione frequente rotta da i rantoli. Posava sul guanciale

la testa quasi nuda di capelli, la faccia d'un colore quasi ceruleo

ove le palpebre erano semichiuse sopra gli occhi vischiosi e le narici

parevano annerite dal fumo. Ella faceva con le mani scarne piccoli

gesti incerti, vaghi conati di prendere qualche cosa nel vuoto, strani

segni improvvisi che davano quasi un senso di terrore a chi stava

da presso; e nelle braccia pallide le passavano le contrazioni dei

fasci muscolari, i sussulti dei tendini; e a volte un balbettamento

inintelligibile le usciva dalle labbra, come se le parole le si

impigliassero nella fuliggine della lingua, nel muco tenace delle

gengive.

Nella stanza si faceva quel silenzio tragico che suole precedere gli

avvenimenti supremi, un silenzio dove il respiro dell'inferma e i

gesticolamenti incerti e le irruzioni rauche della tosse aggravavano

l'attesa della morte. Dalle finestre aperte entrava l'aria pura ed

uscivano le esalazioni della malattia. Un vivo baglior bianco si

rifrangeva dalla neve coprente i cornicioni e i capitelli corintii

dell'arco di Portanova: il fiore cristallino dei ghiaccioli scintillava

d'iridi all'altezza della stanza. Nell'interno, su le pareti, pendevano

grandi medaglie sacre d'ottone, imagini di santi. Sotto un vetro una

Madonna di Loreto tutta nera il volto il seno le braccia, come un

idolo barbarico, luceva nella sua veste adorna di mezze lune d'oro.

In un angolo, un piccolo altare candido portava un vecchio crocifisso

di madreperla, tra due boccali turchini di Castelli pieni d'erbe

aromatiche.

Camilla, la sorella, l'unica parente, presso al letto, pallidissima,

tergeva le labbra nerastre e i denti incrostati dell'inferma con

un lino umido di aceto. Don Vincenzo Bucci, il medico, seduto,

guardava il pomo d'argento della bella mazza, le belle corniole

incise ch'egli aveva negli anelli delle dita, aspettando. Teodora La

Jece, una tessitrice vicina, stava ritta, in silenzio, tutta intenta

nell'atteggiare a dolore la faccia bianca e lentigginosa, gli occhi

d'acciaio, la bocca crudele.

— _Pax huic domui_ — disse il prete entrando. Apparve all'uscio Don

Gennaro Tierno, lunghissimo e smilzo su piedi enormi, con i movimenti

di un bruco che si snodi. Veniva dietro di lui Rosa Catena, una femmina

che avea fatto pubblica professione d'impudicizia al suo tempo verde e

che ora si salvava l'anima assistendo i moribondi, lavando i cadaveri,

vestendoli e accomodandoli nella bara, senza prender mercede.

Nella stanza di Orsola tutti erano in ginocchio, chini la faccia.

L'inferma non udiva; una stupefazione intensa le teneva ancora i sensi.

E l'aspersorio si levò su di lei, lucido nell'aria, aspergendo il

letto.

— _Asperges me, Domine, hyssopo, et mundabor..._ Ma Orsola non sentì

l'onda purificatrice che la rendeva più bianca della neve innanzi al

suo Signore.

Ella stirava davanti a sè con le dita fragili le coperte, aveva un moto

tremulo nelle labbra, nella gola il gorgoglio della parola che ella non

poteva profferire.

Preview chapterII.Preview

I segni del male declinavano lentamente in favore: succedeva ora

il quarto settenario, succedeva ora al sopore stupido la quiete

naturale del sonno, una quiete durevole in cui a poco a poco tutte le

perturbazioni della conscienza si sedavano e le facoltà del senso si

facevano meno torbide e la frequenza della respirazione diminuiva. Ma

una tosse aspra scoppiava a tratti nel petto dell'inferma, facendo

sussultare le vertebre; una distruzione dolorosa della pelle e dei

tessuti molli si compiva ai gomiti, alle ginocchia, all'estremità

della schiena, di giorno in giorno. Quando Camilla si chinava sul

letto chiamando: — Orsola! — la sorella tentava d'aprire gli occhi,

di volgersi verso la voce. Ma la debolezza la opprimeva; lo stupore

torpido le occupava di nuovo il senso.

Ella aveva fame, aveva fame. Una bramosìa bestiale di cibo le

torturava le viscere vuote, le dava alla bocca quel movimento vago

delle mandibole chiedenti qualche cosa da masticare, le dava talvolta

alle povere ossa delle mani quelle contrazioni prensili che hanno

le dita delle scimmie golose alla vista del pomo. Era la fame canina

nella convalescenza del tifo, quella terribile avidità di nutrimento

vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore.

Una scarsa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti; nel

cervello debolmente irrigato ogni attività ristagnava come in una

macchina a cui la forza motrice del liquido difetti. Soltanto, in

quella materia disordinatamente ora si producevano certe vibrazioni

determinanti certi atti che nella vita anteriore erano abituali; nè di

quel lavorìo meccanico aveva la convalescente conscienza. Ella per lo

più diceva ad alta voce le letanie; divideva in sillabe parole senza

nesso; minacciava punizioni a discepoli; cantava le strofe quinarie

di un inno a Gesù. Aveva per lo più nell'indice della mano sinistra

un moto di indicazione scorrente su l'orlo del lenzuolo, come se

ella con quel segno guidasse l'occhio dei discepoli su le righe del

libro. Poi, talvolta, la sua voce si sollevava, prendeva una solennità

quasi minacciosa, pronunciando le ammonizioni delle _sette trombe_,

ricordando confusamente le parole di fra Bartolomeo da Saluzzo ai

peccatori, avendo forse negli occhi stupefatti la visione di quelle

vecchie stampe impresse dal legno piene di deformi angeli tubanti e

di demonii debellati. Ma negli occhi non mai aveva uno sguardo. Le

palpebre pesanti coprivano l'iride a metà, quell'iride senza colore

spersa nella sclerotica che pareva come velata da un muco giallastro.

Ella stava nel suo letto distesa, con il capo su due guanciali. Quasi

tutti i capelli le erano caduti nella malattia; un pallor terreo,

di quei pallori sotto cui pare non anche possa rimanere la vita, le

occupava la faccia, le cavità della faccia; e il teschio ne traspariva,

e da tutta la restante aridezza della pelle lo scheletro traspariva,

e intorno a tutto quell'ossame nei punti di pressione sul letto i

tessuti aderenti degeneravano. Solo, un'immensa fame animava quella

rovina, torturava gl'intestini ove le ulceri tifose si cicatrizzavano

lentamente.

Fuori, era la novena di Natale, la bella festività de' vecchi e de'

fanciulli. Erano certi vespri chiari e rigidi, sotto cui tutto il

paese di Pescara si popolava di marinari e si empiva dei suoni delle

zampogne. L'odore acuto delle zuppe di pesce si propagava nell'aria

dalle cantine aperte. Lentamente alle finestre, alle porte, nelle vie i

lumi apparivano. Il sole indugiava roseo su i terrazzi di pietra della

casa di Farina, sui comignoli della casa di Memma, sul campanile di San

Giacomo. Le altezze illustri dominavano come fari sul paese occupato

dall'ombra. Poi, d'un tratto, la notte cominciava a constellare i

firmamenti; sopra le case di Sant'Agostino una mezza luna si affacciava

dal bastione tra il fanale rosso e il pino del telegrafo, crescendo.

Alla stanza di Orsola tutta quell'animazione di vita saliva in un

romorìo confuso di alveare che si sveglia.

Le pastorali delle zampogne si avvicinavano, di casa in casa, di porta

in porta. Avevano una religiosa e familiare letizia quei suoni che i

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02I.
  3. 03II.
  4. 04III.
  5. 05IV.
  6. 06V.
  7. 07VI.
  8. 08VII.
  9. 09VIII.
  10. 10IX.
  11. 11X.
  12. 12XI.
  13. 13XII.
  14. 14XIII.
  15. 15XIV.
  16. 16XV.
  17. 17XVI.
  18. 18XVII.
  19. 19XVIII.
  20. 20XIX.
  21. 21XX.
  22. 22LA VERGINE ANNA.
  23. 23I.
  24. 24II.
  25. 25III.
  26. 26IV.
  27. 27V.
  28. 28VI.
  29. 29VII.
  30. 30VIII.
  31. 31IX.
  32. 32X.
  33. 33XI.
  34. 34XII.
  35. 35XIII.
  36. 36XIV.
  37. 37XV.
  38. 38GLI IDOLATRI.
  39. 39I.
  40. 40II.
  41. 41III.
  42. 42IV.
  43. 43V.
  44. 44LA VEGLIA FUNEBRE.
  45. 45I.
  46. 46II.
  47. 47III.
  48. 48IV.
  49. 49V.
  50. 50VI.
  51. 51I.
  52. 52II.
  53. 53III.
  54. 54IV.
  55. 55V.
  56. 56VI.
  57. 57IL TRAGHETTATORE.
  58. 58I.
  59. 59II.
  60. 60III.
  61. 61AGONIA.
  62. 62I.
  63. 63II.
  64. 64LA FINE DI CANDIA.
  65. 65I.
  66. 66II.
  67. 67III.
  68. 68LA FATTURA.
  69. 69I.
  70. 70II.
  71. 71III.
  72. 72IV.
  73. 73I MARENGHI.
  74. 74LA MADIA.
  75. 75MUNGIÀ.
  76. 76LA GUERRA DEL PONTE.
  77. 77FRAMMENTO DI CRONACA PESCARESE.
  78. 78. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
  79. 79. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
  80. 80TURLENDANA RITORNA.
  81. 81TURLENDANA EBRO.
  82. 82IL CERUSICO DI MARE.

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