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Italian Edition

Literature

L’edera

Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda

Nella Sardegna rurale, Annesa affronta un delitto e le sue conseguenze, tra fedeltà familiare, povertà e desiderio d'amore.

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Book introduction

L’edera

Annesa vive nella casa dei Decherchi, una famiglia sarda di antica nobiltà ormai in difficoltà. Il legame con Paulu e il tentativo di salvare la famiglia la conducono a una scelta irreparabile. Grazia Deledda segue il peso della colpa e della dipendenza affettiva in un romanzo dove paesaggio, silenzi domestici e rapporti sociali accompagnano il destino dei personaggi.

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Grazia Deledda morì nel 1936. L’opera fu pubblicata per la prima volta nel 1908. Questa edizione utilizza il testo originale italiano storico di Wikisource, senza aggiunte editoriali moderne.

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Preview chapterCapitolo IRead preview

Era un sabato sera, la vigilia della festa di San Basilio, patrono del paese di Barunèi. In lontananza risuonavano confusi rumori; qualche scoppio di razzo, un rullo di tamburo, grida di fanciulli; ma nella straducola in pendio, selciata di grossi ciottoli, ancora illuminata dal crepuscolo roseo, s’udiva soltanto la voce nasale di don Simone Decherchi.

— Intanto il fanciullo è scomparso, - diceva il vecchio nobile, che stava seduto davanti alla porta della sua casa e discuteva con un altro vecchio, ziu Cosimu Damianu, suocero d’un nipote di don Simone. — Chi l’ha veduto? Dov’è andato? Nessuno lo sa. La gente dubita che l’abbia ucciso il padre... E tutto questo perchè non c’è più timor di Dio, più onestà... Ai miei tempi la gente non osava neppure figurarsi che un padre potesse uccidere il figlio...

— Timor di Dio, certo, la gente non ne ha più, - ribattè ziu Cosimu, la cui voce rassomigliava a quella di don Simone, - ma questo non vuol dire. La Storia Sacra, persino, ha esempi di calunnie terribili contro poveri innocenti. Il ragazzo scomparso, poi, il figlio di Santus il pastore, era un vero diavoletto. A tredici anni rubava come un vecchio ladro, e Santus non ne poteva più. Lo ha bastonato, ed egli è scomparso, se ne è andato in giro per il mondo. Prima di partire, dicono, si rivolse al vecchio pastore compagno di suo padre e gli disse: andrò come la piuma va per l’aria, e non mi rivedrete più.

Don Simone scuoteva la testa, incredulo, e guardava lontano, verso lo sfondo della strada. Una figurina nera si avanzava, rasentando i muri delle basse casette grigie e nere.

Un’altra figurina di fanciulla paesana si delineava sullo sfondo giallognolo d’una porticina illuminata, e pareva intenta alle chiacchiere dei due vecchi.

Attraverso la porta spalancata della casa di don Simone si vedeva un andito e in fondo all’andito un’altra porta con uno sfondo di bosco.

La casa Decherchi era antica, forse medioevale; la porta grande e nera, a sesto acuto, il cornicione, i due balconcini di ferro che minacciavano di cadere, la rendevano ben diversa dalle altre casette meschine del villaggio. Pareva una casa lacerata, malata, ma che conservasse una certa aria di grandezza ed anche di prepotenza. Quei muri scrostati che lasciavano scorgere le pietre corrose, quella porta nera tarlata, ricoverata sotto il suo arco come un nobile decaduto sotto il suo titolo, quel cornicione sul quale cresceva l’euforbia, quella coperta da letto, logora e lucida, di antico damasco verdognolo, che pendeva melanconicamente da un balconcino del piano superiore, avevano qualche cosa di triste e di fiero, ed anche di misterioso, e richiamavano l’ammirazione dei paesani abituati a considerare la famiglia Decherchi come la più antica e nobile del paese.

Don Simone rassomigliava alla sua casa: vestiva in borghese, ma conservava la berretta sarda, e i bottoni d’oro al collo della camicia; anch’egli cadente e fiero, alto e curvo, sdentato e con gli occhi neri scintillanti. I capelli folti, candidissimi, la barba corta e bianca, davano al suo viso olivastro, dal naso grande e i pomelli sporgenti, un risalto caratteristico.

E ziu Cosimu Damianu, che conviveva coi Decherchi, rassomigliava a don Simone. La stessa statura, gli stessi capelli bianchi, gli stessi lineamenti, la stessa voce; ma un non so che di rozzo, di primitivo, e il costume paesano, rivelavano in lui il vecchio plebeo, il lavoratore umile e paziente, sul quale la lunga convivenza con un uomo superiore come don Simone aveva operato una specie di suggestione fisica e morale.

— Dieci giorni passarono e il ragazzo non tornò, — continuava a raccontare ziu Cosimu. — Allora il padre si mise in viaggio, andò fino ad Ozieri, andò fino alla Gallura. Incontrò un pastore e gli domandò: — Per caso, hai veduto un ragazzo con gli occhi celesti e un neo sulla fronte? — Perdio, sì, l’ho veduto: è servetto in uno stazzo della Gallura, — rispose il pastore. Allora Santus, rassicurato, se ne tornò in paese. Ed ecco che ora la gente stupida va dicendo delle cose orribili, e la giustizia dà retta ai pettegolezzi delle donnicciuole, e il povero padre è perseguitato da tutti. Ora dicono che è ripartito in cerca del figlio. Se v’è cosa più stupida di questa!

Preview chapterCapitolo IIPreview

Anche Annesa era diventata più triste e taciturna del solito.

Dopo cena Gantine invitò l’ospite povero ad uscire con lui.

— Ora condurremo il cavallo da ziu Castigu, dopo faremo un giro per il paese. Lascia il portone socchiuso, — disse ad Annesa.

— No, davvero! — ella rispose vivacemente. Forse tu starai fuori tutta la notte! Io chiuderò il portone, e tu puoi prenderti benissimo la chiave.

— Va bene, addio, — disse Gantine, cingendole la vita con un braccio. — Tornerò presto, non dubitare.

— Fa quello che credi — ella rispose, respingendolo sgarbatamente.

Oltre il cavallo di Paulu i due giovani portarono via anche la giumenta del venditore di briglie, perchè sotto la tettoja non c’era posto che per un cavallo. E condussero le due bestie nella stalla di un pastore che era stato per molti anni servo dei Decherchi: poi andarono in una bettola e finirono di ubbriacarsi.

Anche Paulu uscì col suo amico; donna Rachele e la bimba andarono a letto, i due nonni chiacchierarono un altro po’, Annesa finì di rimettere in ordine la stanza e la cucina, e preparò il suo lettuccio.

Ella dormiva sul canapè, nella stanza da pranzo, per esser pronta alle chiamate del vecchio asmatico: quando Gantine era in paese donna Rachele, per evitare ai due fidanzati l’occasione d’un pericoloso colloquio notturno, pregava Paulu o ziu Cosimu di sostituire Annesa, e questa dormiva in una delle camere interne; ma quella notte l’ospite povero doveva dormire in cucina assieme con Gantine, e il pericolo era evitato.

La donna preparò le due stuoje per il servo e l’ospite, chiuse il portone, chiuse la porticina che dava sull’orto, e portò via la chiave; in ultimo chiuse col catenaccio l’uscio della camera. Se Gantine tornava non poteva penetrare nella casa al di là del cortile e della cucina.

I due nonni si ritirarono, zio Zua si assopì. Allora Annesa spense il lume, accese la lampadina da notte, ma non si coricò. Non aveva sonno, anzi pareva insolitamente eccitata, e i suoi occhi, ora che nessuno la osservava, brillavano d’una cupa fiamma, avidi e cerchiati.

Uscì nell’andito, spalancò la porta che dava sull’orto e sedette sullo scalino di pietra.

La notte era calda e tranquilla, rischiarata appena dal velo biancastro della via lattea e dalle stelle vivissime. Davanti ad Annesa stendevasi l’orto, nero e tacito, dal quale saliva un aspro odore di pomidoro e di erbe aromatiche: il profumo del rosmarino e della ruta ricordava la montagna, le distese selvagge, le valli primordiali, coperte di macchie e di arbusti, che circondavano il paese.

In fondo all’orto cominciava il bosco, dal quale emergeva la montagna, col suo profilo enorme di dorso umano disteso sull’orizzonte stellato. I grandi alberi neri, in fondo all’orto, erano così immobili e gravi che parevano roccie scure.

Ma la pace, il silenzio, l’oscurità della notte, l’immobilità delle cose, pesavano come un mistero sul cuore di Annesa. Ecco, a momenti le pareva di soffocare, di respirare penosamente come il vecchio asmatico.

Anch’ella aveva capito: Paulu tornava da Nuoro senza i denari che da tre mesi egli cercava disperatamente per tutti i paesi del circondario. La rovina era imminente.

— La casa e l’orto, la tanca, il cavallo, i mobili, tutto sarà messo all’asta... — gemeva fra sè la donna, col busto curvo fin quasi sulle ginocchia.

— Ci cacceranno via come cani affamati, e la famiglia Decherchi diventerà la più misera del paese. Bisognerà andarsene via... come i mendicanti che vanno di paese in paese... di festa in festa... Ah!

Sospirò profondamente, ricordando la sua origine.

— Era meglio che mi avessero lasciato proseguire la mia via... Ah, non avrei sofferto così, non avrei veduto quello che ho visto, quello che vedrò. Che cosa avverrà? Che accadrà di noi? Donna Rachele ne morrà di dolore. Egli... egli?... La sua fine... egli lo ha già detto, la sua fine... No, no: meglio...

Preview chapterCapitolo IIIPreview

— Annesa, Annesa! — chiamò il vecchio asmatico. La sua voce lontana, accompagnata da un gemito, svegliò Annesa dai suoi sogni: ella si scosse e rientrò nella camera.

Zio Zua, assalito da uno dei suoi frequenti accessi di soffocamento, cercava di sollevarsi e non poteva; le sue mani scarne si agitavano, come lottando penosamente contro un fantasma invisibile.

Annesa gli si avvicinò senza troppa premura, lo sollevò, gli mise un altro cuscino dietro le spalle. A poco a poco egli riprese a respirare meno penosamente e domandò da bere; e appena potè parlare, ricominciò a imprecare e a lamentarsi.

— Tu mi lasci sempre solo, — insisteva con voce ansante, — e le zanzare mi pungono, e il lume si spegne, che ti si spengano gli occhi! Chiamami prete Virdis, almeno: voglio confessarmi, non voglio morire scomunicato, come un moro. Mi date il veleno, voi; tutti mi date il veleno, voi... per farmi morire lentamente, che siate maledetti voi e che sia maledetto il latte delle vostre madri. Ma arriverà presto il momento che desiderate: sì, sì, presto, prestissimo. Mi troverete morto come un cane, e allora sarete contenti...

— Ma state zitto una buona volta, — disse Annesa, minacciosa. — Vergognatevi di dire queste cose, vecchio ingrato, vecchio cattivo...

Egli però continuò a brontolare, anche dopo che ella ebbe spento il lume e si fu coricata. Nel buio ella sentiva quella voce ansante e stridente, e le pareva che una sega le dividesse il cuore. E una parte di quel cuore si conservava buona e pura, e ardeva d’amore, di pietà, di gratitudine, mentre l’altra parte sanguinava e ardeva anch’essa, ma come un tizzo verde, d’una fiamma livida e puzzolente. La dolcezza e la tristezza dei ricordi erano sparite: quella voce di fantasma cattivo richiamava la donna alla realtà opprimente.

Le pareva di soffrire d’asma anche lei; e invece di compatire il vecchio per ciò che egli soffriva, ella ripeteva fra sè le imprecazioni e le male parole di lui.

Finalmente entrambi si calmarono e si assopirono. Una voce dolce e sonora cantò in lontananza una soave battorina d’amore, poi s’avvicinò, risuonò nel silenzio della straducola, accompagnata da un coro melanconico di voci giovanili:

... Sos ojos, sa cara bella, Su pilu brundu dechidu!

Pro me non bi torrat mai Cuddu reposu perdidu...

— È Gantine, povero usignuolo! — pensò Annesa, che nel dormiveglia cominciava già a sognare di Paulu. E, al solito, pensò con tenerezza e con rimorso al suo giovane fidanzato; ma quando la voce tacque, ella si assopì ancora e di nuovo la figura di Paulu le tornò vicina.

⁂

L’indomani mattina donna Rachele andò alla messa bassa e fece la comunione: e le altre donne anziane del villaggio, che assistevano alla messa, la videro piangere e pregare fervorosamente, tutta chiusa nel suo scialle nero come in un manto di dolore.

Annesa invece andò con Rosa alla messa cantata delle nove. Col suo bel costume dalla gonna pieghettata e orlata di verde, il corsetto nero e rosso, il grembiale carico di ricami antichi, una benda gialla intorno al capo, ella rassomigliava ad una piccola madonna primitiva, mentre al suo fianco la bimba deforme, goffamente vestita di un abituccio borghese di cotonina rossa, pareva la caricatura d’una civiltà degenerata.

Dopo aver percorso la straducola in pendio, uscirono nella strada comunale, polverosa e sporca, che attraversava tutto il paese, e proseguirono verso la chiesa.

Altre donne, vestite come Annesa, sbucavano da tutte le straducole; gruppi di bimbi laceri ma robusti e belli, dai luminosi occhi neri, giocavano qua e là, sotto gli archi delle porticine, sulle scalette esterne, nei piccoli cortili insolitamente spazzati e inaffiati.

La chiesa di San Basilio, sebbene questo fosse il santo protettore del paese, restava fuori dell’abitato, un centinajo di metri distante dall’ultima casupola nella quale abitava una parente dei Decherchi.

Una specie di cortile vastissimo, roccioso, coperto di fieno e di stoppie calpestate, circondava la chiesetta, addossate alla quale sorgevano alcune stanze e una tettoja dove si riunivano le persone incaricate del buon andamento della festa.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Capitolo I
  2. 02Capitolo II
  3. 03Capitolo III
  4. 04Capitolo IV
  5. 05Capitolo V
  6. 06Capitolo VI
  7. 07Capitolo VII
  8. 08Capitolo VIII
  9. 09Capitolo IX
  10. 10Capitolo X
  11. 11Capitolo XI

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