
Italian Edition
Literature
L’incendio nell’oliveto
Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda
Una famiglia sarda affronta tensioni tra generazioni, desideri di cambiamento e vincoli della proprietà sotto l’autorità dell’anziana nonna Agostina.
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Book introduction
L’incendio nell’oliveto
La casa dei Marini è dominata dalla presenza di nonna Agostina, mentre i più giovani cercano spazio per i propri desideri. Rapporti familiari, lavoro e aspirazioni sociali si scontrano in un paesaggio di olivi e campagna. Nei quattordici capitoli, Grazia Deledda intreccia le tensioni domestiche alla forza delle passioni e alle possibilità del mutamento.
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Grazia Deledda morì nel 1936. Si usa il testo italiano originale, pubblicato dal 1917, nella trascrizione di Liber Liber, escludendo note, immagini e aggiunte editoriali moderne.
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L’incendio nell’oliveto
Grazia Deledda
Preview chapterI.Preview
Dalla scranna antica che il lungo uso aveva sfondato e sbiadito, era ancora lei, la nonna Agostina Marini, quasi ottantenne e impotente a muoversi, che dominava sulla casa e sulla famiglia come una vecchia regina dal trono. Non le mancava neppure lo scettro: una canna pulita che il nipotino più piccolo aveva cura di rinnovare ogni tanto; buona per dare sulle gambe ai ragazzi impertinenti e per scacciare i cani e le galline che penetravano dal cortile; ma sopratutto buona per frugare nel camino, davanti al quale la nonna sedeva in permanenza d'estate e d'inverno, e specialmente per frugarvi quando era sdegnata con qualcuno, cosa che le accadeva spesso.
Perché la canna non si accendesse il figlio Juanniccu le aveva applicato all'estremità un puntale di latta; e quel pomeriggio d'inverno la vecchia signora frugava nella cenere pensando appunto a questo suo figlio Juanniccu.
Era già quasi vecchio anche lui, ma viveva, come aveva sempre vissuto, ancora a carico della famiglia. Non per vizio, ma per indolenza, per abitudine. Le pareva di vederlo seduto accanto a lei, come un bambino incosciente, con gli abiti trasandati, i capelli lunghi sulla nuca fin sul bavero unto della giacca, la barba grigia non rasa da più giorni sulle guancie grasse e molli scavate da solchi di sofferenza indifferente: e lo rimbrottava, al solito, pur sapendo di fare cosa inutile, mentr'egli la fissava con gli occhi distratti, timidi e castanei come quelli di un cervo.
"Eccoti lì, con le mani in tasca e i piedi parati al fuoco, con le scarpe fangose come quelle dei pezzenti vagabondi. E dove sei stato? Sono tre giorni che non ti vedo. Del resto è meglio, che non ti veda. Mi sembri l'immagine vivente dei miei peccati. E chi ti può vedere? Nessuno. Ti si sopporta perché si è cristiani; e basta. Tutti gli altri, della mia famiglia, hanno fatto buona riuscita: tu solo sei come l'ultimo pane andato a male, che nessuno vuole. Hai cinquant'anni e sei lì come un bambino che ne ha tre. Colpa mia, del resto. Eri l'ultimo, quello che non si vuol vedere crescere perché resti un bambino nella casa: e così sei rimasto. La pigrizia ti ha roso le ossa. E non eri stupido: hai anche studiato, ma adesso ti sei dimenticato persino di leggere. Fossi stato almeno vizioso; ti fossi almeno divertito! Neppure a questo sei stato buono. E morta io che farai? Nuora mia e i miei nipoti ti cacceranno via di casa come un vecchio cane." "Via, via!", disse a voce alta agitando la canna come per scacciare davvero un cane.
Ma la sua stessa voce la svegliò dal cattivo sogno.
Sentì che esagerava. Il piccolo patrimonio del quale la famiglia viveva era suo. E la nuora non possedeva un centesimo. Era una parente povera accolta adolescente in casa per badare ai bambini del figlio maggiore vedovo, del quale, poi, per convenienza era diventata la seconda moglie.
Morto anche questo figlio maggiore, la vedova e i tre orfani, di cui l'ultimo nato dal secondo matrimonio, s'erano stretti intorno alla nonna come ad una madre comune, e le obbedivano ciecamente, uniti e nutriti tutti da un senso religioso della famiglia; e sopportavano, se non amavano, lo zio, perché convinti che ogni casa deve avere la sua croce.
Del resto egli non dava molestia: passava le giornate fuori, girando di qua e di là per le case dei parenti, e rientrava solo alla notte contentandosi di mangiare in cucina quello che gli lasciavano; poi andava a letto al buio in una stanza sotto il tetto.
Di giorno non lo si vedeva mai. La vecchia madre credette quindi di continuare a sognare nel vederlo in quel momento entrare dalla porta del cortile, guardandosi attorno timido e diffidente, e dirigersi rapido a lei. Al solito aveva le mani in tasca e il collo della giacca tirato su per il freddo; ma il viso esprimeva un'insolita animazione.
Preview chapterII.Preview
Zio Juanniccu tornò più presto del solito, quella sera. Con tanto freddo, non aveva che la giacca leggera, tutta abbottonata, col risvolto unto tirato sul collo rientrante fra le spalle. Senza togliersi le mani dalle tasche dei pantaloni batté col piede alla porta chiusa, pensando che se voleva poteva fabbricarsi non una ma cento chiavi, da aprire tutte le porte del mondo; ma non voleva; preferiva picchiare col piede e aspettare che la serva aprisse e magari lo rimbrottasse per essere tornato tardi; così non scontentava quelli di casa che amavano fargli subire queste umiliazioni. Umiliazioni? Non lo erano poiché in fondo non lo toccavano. Fu lui che indugiandosi sulla porta, mentre un'ondata di vento impetuoso gli penetrava fino alle ossa e pareva lo volesse portar via, guardò dall'alto la servetta venuta ad aprire brontolando.
"Ebbene, cosa fa, non entra? Se sta un altro po' la chiudo fuori. Non sa che siamo sole, che il padroncino Agostino è rimasto laggiù?"
Allora fu lui a chiudere bene la porta, scuotendosi d'un tratto da quella specie di sonnolenza che lo avvolgeva di continuo e lo separava dalla realtà. L'idea che l'altro uomo della casa era assente parve ridestargli un senso di responsabilità.
Si sentì, almeno per quella notte, capo di famiglia, protettore delle donne e dei ragazzi. Andò quindi a vedere come stava la madre. Era già a letto, la madre, nella camera in fondo illuminata solo dalla luce della stanza da pranzo: il suo viso immobile, nel cerchio della cuffia nera, pareva dipinto sul guanciale bianco: ma gli occhi erano aperti e vivi.
"Stato sei, dai Mura?", domandò sottovoce.
"Stato sono: la donna se ne va."
"Siamo sole in casa."
"Starò io, qui giù, alzato."
"Allora di' alle ragazze che vadano a letto."
Egli tornò di là ma non osò dir nulla.
Sedette al posto che Annarosa, come faceva sempre, gli cedette. Gavino che s'era impossessato della scranna e della canna della nonna, batteva i tacchi sulla pietra del focolare, parlando con Mikedda di morti e di fantasmi.
"Speriamo che zia Paschedda muoia una notte quando il padroncino Agostino è in casa", disse la serva. "Io ho sentito raccontare una volta, da una zia vecchia, che prima di andarsene i morti passano a far visita ai loro parenti. Sì, questa zia vecchia dice che stava una sera accanto al fuoco, ed ecco viene a trovarla un suo cugino, un pastore che viveva sempre nell'ovile. "Ebbene, che nuove, cugino mio?" "Eh, nuove vecchie, cugina mia: le vacche hanno figliato e si comincia a mungere il latte." E così parlano, a lungo: finché lui se ne va. L'indomani questa zia vecchia viene a sapere che il cugino era morto quella stessa notte."
Gavino sogghignava tra l'incredulo e lo spaurito; d'un tratto si volse guardando verso la cucina buia.
"Eccola che viene, zia Paschedda."
E la serva diede un grido: allora zio Juanniccu credette bene d'intervenire; gli sembrò di poter fare un discorso energico per correggere la superstizione della ragazza e, nello stesso tempo, far intendere a Gavino che non bisogna burlarsi delle cose serie e delle persone semplici; ma volgendosi un poco vide Annarosa seduta accanto alla tavola, preoccupata, col viso sulla mano, e non seppe dire che queste parole:
"Andatevene a letto: sto qui io."
Gavino si ostinava a parlare di cose paurose.
"Mikedda, racconta chi altri, dei morti, è andato a visitare i parenti: chi sa se mio padre è venuto; io ero piccolo, non ricordo; voi ricordate niente, zio Juanniccu?"
Zio Juanniccu s'inteneriva, ogni volta che il ragazzo, povero piccolo orfano, si rivolgeva per qualche cosa a lui: cercò di ricordarsi; per fargli piacere pensò di dirgli che sì, il padre era tornato a visitare i parenti; ma vedeva Annarosa, immobile accanto alla tavola, con gli occhi pieni d'ombra, e ripeté soltanto:
"Andatevene a letto: è ora."
Fu lei la prima a dargli retta: s'alzò e toccò la spalla a Gavino, invitandolo a seguirla; il ragazzo continuava a battere il piede sulla pietra del focolare, finché lo batté così forte che si fece male e cominciò a lamentarsi dicendo che s'era rotto un dito.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02I.
- 03II.
- 04III.
- 05IV.
- 06V.
- 07VI.
- 08VII.
- 09VIII.
- 10IX.
- 11X.
- 12XI.
- 13XII.
- 14XIII.
- 15XIV.
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