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L’ombra del passato cover

Italian Edition

Literature

L’ombra del passato

Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda

Adone e Caterina affrontano legami, sospetti e memorie che impediscono al passato di restare separato dalle scelte presenti.

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Book introduction

L’ombra del passato

Grazia Deledda segue Adone e Caterina in una vicenda dove i rapporti familiari e sentimentali sono attraversati da colpa, memoria e pressione sociale. Le feste, le case e i gesti quotidiani del paese fanno emergere ciò che i personaggi vorrebbero tacere. Il testo italiano conserva entrambe le parti del romanzo, articolate rispettivamente in dieci e sette capitoli.

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Grazia Deledda morì nel 1936; l’opera fu pubblicata nel 1907. Il testo originale italiano proviene da Liber Liber, senza apparati editoriali moderni, illustrazioni o annotazioni.

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Preview chapterPARTE PRIMA — I.Read preview

Il cordaio fu il primo ad attaccare le sue più belle corde, dal portone al palo che indicava il limite fra la sua aja e quella di Giovanni La Pioppa.

Era la mattina del Corpusdomini. La processione, per eseguire la giravolta, doveva entrare nell'aja del cordaio, attraversare quella di Giovanni, uscire per il portone del zolfanellajo, la cui umile casetta era l'ultima del paese.

Le tre famiglie si tenevano molto onorate di questa preferenza, e ogni anno formavano, con lenzuola attaccate a due fila di corde, una specie di viottolo semicircolare che cominciava dal portone di Sison il cordaio e finiva nel portone del zolfanellajo. Un palo di qua, uno di là, segnavano appena il limite delle tre aje unite: quella di Giovanni De Marchi, detto La Pioppa, era la più grande. Egli era un uomo ricco: anche la sua casa grigia, con le persiane verdi al primo piano, superba fra le due casette di Sison e del zolfanellajo, sembrava la padrona fra due serve.

Il cordaio, che tira di qua, annoda di là, aveva già tracciato la viottola attraverso la sua aja, guardava la porta di Giovanni e imprecava:

– Corpu d'un Diu, nessuno si vede! Per una volta all'anno che passa il Signore!

Ma ecco apparire il zolfanellajo con una cordicella intorno al braccio.

– Ohè! – gridò il cordaio.

– Ohè! – rispose il zolfanellajo.

– Che si fa, palandroni? Che si aspetta? Corpo d'un Dio, ma che si fa?

Il zolfanellajo non rispose. Si fece il segno della croce e attaccò la corda al chiodo del suo portone.

L'altro allora s'arrabbiò. Chiamò la moglie, la figlia, coprendole d'insulti, chiamò la moglie di Giovanni, urlò contro un gruppo di bambini accorsi ad offrirgli aiuto. Pareva un uomo violento, coi piccoli occhi azzurri incassati sotto una larga fronte rossa, con le gambe nude nerborute e i grossi piedi terrosi che sembravano le radici di quel corpo secco e alto come un tronco secolare.

Ma i bambini si ridevano di lui: segno evidente che le apparenze ingannano. Nessuno compariva alla porta spalancata della casa di Giovanni.

Il zolfanellajo s'avvicinava al palo, tirando la cordicella, e pareva che pregasse. Piccolo, lento, melanconico, vestito a festa, con una giacca signorile troppo larga per lui, egli sembrava un ometto di legno. Il viso raso anche nelle sopracciglia, d'un pallore verdognolo, dava l'idea che l'ometto si fosse lavato con lo zolfo: e a questo pallore accresceva risalto il fazzoletto rosso che egli teneva intorno al collo.

Intorno a lui ed al cordaio aumentava il chiasso dei bambini. Le rondini, che uscivano liberamente dalle case, dove avevano i loro nidi, e volteggiavano sulle aje in cerca d'insetti, non erano più allegre di quei bambini scalzi, dai capelli colore della polenta, e la coda della camicia dritta fuori della spaccatura dei calzoncini.

Ritto in mezzo a loro, come l'albero in mezzo ai fiori, Sison dava gli ordini:

– Puttini, correte! Portate fiori, fronde, foglie di fagiuoli. Badate di non strappare le piante.

I bambini sparirono. Uno solo, il cui viso spariva sotto le falde arrovesciate d'un cappellaccio di paglia, stette a guardare tranquillamente l'opera del cordaio.

– Adone! – gridò l'uomo, furibondo. – Non vai neppure a prendere i fiori? Ma di', siete tutti matti, voi, oggi?

Adone sollevò la testa; si vide il corto visetto roseo, fra due grappoli di ricci neri, si videro due grandi occhi neri dalle larghe palpebre: la piccola bocca ironica restò chiusa.

L'uomo gli andò sopra, minaccioso.

– Dico, siete matti, voi, oggi?

– E lasciatemi stare, – disse finalmente Adone, con fare da grande, muovendo le ditine entro le profonde saccoccie dei calzoncini spaccati. – Lo zio Carlino parte: la zia sta ad arrostire il pollo per lui, e io devo accompagnarlo fino a San Martino.

– E va bene! Benone! – urlò Sison. – Lo zio Carlino parte: il Signore può andare a farsi indorare da Meoli!

Il zolfanellajo fece un gesto d'orrore: da Meoli, a farsi indorare, si mandano le persone seccanti.

Ma Sison era cieco di rabbia. Ricominciò a chiamare la figlia, finchè questa, una biondina in vestito corto color rosa e in pianelle ricamate, non scese e attaccò le lenzuola alle corde.

Preview chapterPARTE PRIMA — II.Preview

Sì, fu durante quella sera indimenticabile che la sua sorte mutò.

Egli era appena tornato a casa, e stava nel cortile assieme con la Tognina, aiutandola a sgranare fagiuoli.

Sopra il tetto dei fienili, dietro le cime degli alberi, il cielo era tutto rosso; la luce rosea ma sempre più smorta della sera illuminava il cortile.

A un tratto la donna e il fanciullo credettero di sognare. Sullo sfondo del portone spalancato vedevano due uomini, il cordaio e Jusfin, che reggevano il corpo esanime di Giovanni.

Seguivano altre persone, fanciulle vestite di chiaro, giovanotti e uomini; bambini che guardavano spauriti quel grosso corpo cascante, quel viso livido reclinato sul petto, quelle mani aspre che parevano addormentate, quei piedi pesanti che non volevano staccarsi dal suolo.

Sulle prime Tognina credette che suo marito fosse ubbriaco; cosa che gli succedeva di rado, ma gli succedeva.

Adone invece ricordò come lo zio quella mattina s'era sentito male, e si mise a piangere, credendolo morto.

Anche la donna allora diede un grido e corse come una pazza incontro al gruppo che s'avanzava. La gente rimase fuori; solo il prevosto, seguìto da un cagnolino nero, entrò correndo nel cortile, prese Tognina per un braccio e le gridò sul viso:

– Calma! calma! È niente: è uno svenimento. Forse ha bevuto troppo.

Poi, siccome qualche persona entrava nel cortile, egli tornò indietro e gridò ferocemente:

– Via! via! E che ci sono le marionette, qui? Via, sacri tabernacoli, via!

Egli stesso chiuse il portone, mentre i due uomini trascinavano verso la casa il gigante svenuto.

Il cagnolino cominciò ad annusare i fagiuoli caduti per terra, poi guardò Adone e abbajò.

Adone gli diede un calcio e fuggì nel portico, dove si mise in un angolo, ascoltando e guardandosi intorno spaurito. E da quel momento cominciò per lui una specie di sogno pauroso.

Egli desiderava ardentemente salire nella camera ove lo zio era stato portato, e gridava piangendo: «Zio mio, zio mio, svegliati!» ma aveva paura di muoversi. La sua angoscia era pari al suo terrore. Era morto, lo zio? Avrebbe riaperto gli occhi, sollevato la testa? sollevato le mani? Egli non sapeva: egli sapeva che se lo zio era morto non era più il suo zio caro: era un morto, ed egli aveva paura dei morti.

La luce mancava: tutto si velava, tutto diventava triste e misterioso.

La gente andava e veniva, e le figure apparivano sempre più nere sullo sfondo ancora un po' chiaro della porta spalancata.

La scaletta che dal portico conduceva al piano superiore risuonava di passi rapidi e pesanti: poi questi passi diventarono lievi, lenti, quasi furtivi, e le figure nere meno numerose: lo sfondo della porta si oscurò, e una voce cantò al di là della siepe, nell'aja del zolfanellajo:

Mi vestirò da monacaPer ingannar gli amanti:Ne ho ingannati tanti,Tanti tanti tanti,Ingannerò anche te.

Adone strinse i pugni, infuriato. Perchè cantavano? Non sapevano che lo zio era malato? Forse morto?

La voce riprese a cantare:

Tanti tanti tanti,

Egli si rimise a piangere, per dispetto.

Nessuno badava a lui. La voce tacque, tutto fu silenzio. La rondine e i rondinotti di tanto in tanto pispigliavano, come in sogno.

D'un tratto il portico si ripopolò di figure nere: qualcuno rise; una campanella squillò nel cortile.

– Ecco il dottore!

– È finita! – pensò Adone. – Il dottore! Mio zio deve morire.

La voce iraconda del cordaio lo trasse dal suo sogno doloroso.

– Si potrebbe accendere un lume! Adone!

Egli si mosse; entrò in cucina, prese un zolfanello e si curvò sul focolare per accendere il lume. Sulla cenere calda stavano alcune fette di polenta che Tognina aveva messo ad abbrustolire: da una padellina usciva il grato odore delle rane in umido. E per istinto egli toccò la polenta, annusò le rane, e si accorse che aveva fame: e si sentì ancora più triste e disperato.

Fu una notte indimenticabile.

Il malato riprese i sensi, ma non parlava e non si moveva. Verso le nove arrivò la mamma di Adone, e benchè il medico avesse ordinato di non lasciar entrar gente nella camera del malato, ella volle salire a tutti i costi. Per un momento Adone stette sulla porticina della scala, guardando la sua mamma che saliva in punta di piedi e appoggiandosi al muro per non far rumore. Egli chiamò sottovoce:

Preview chapterPARTE PRIMA — III.Preview

Tristi giorni cominciarono allora per Adone. Tutti credevano che Giovanni lo avesse nominato suo erede. Ma due settimane circa dopo la morte del gigante, Tognina disse di aver trovato, in mezzo ad altre carte, un testamento olografo, che risaliva a quindici anni prima, e nel quale il morto la nominava sua erede universale.

La gente commentò a lungo il fatto. E una voce maligna si sparse: che Pirloccia, d'accordo con Tognina, avesse fatto sparire l'ultimo, il vero testamento col quale Giovanni instituiva erede il nipotino.

Intanto Adone rimaneva presso la zia. Ella non s'era mai occupata di lui, come del resto non s'era mai occupata di alcuno.

Col marito s'erano poco amati, ma erano vissuti sempre in pace, forse appunto perchè la piccola donna non aveva mai pensato ad altro che alla sua casa, alla cucina, alla biancheria. Inoltre ella era sempre malaticcia; soffriva di reumatismi che la costringevano a stare lunghi mesi a letto; e anche quando stava bene faceva poco chiasso. Era timida e taciturna. Non usciva quasi mai, e neppure amava tener aperte le finestre e la porta. Nessuno riusciva a sapere che cosa ella facesse tutto il giorno, chiusa in tal modo come una monaca.

– Che fa la zia? – domandavano ad Adone le vicine curiose.

– Sta in camera sua a pulire le sedie, – egli rispondeva invariabilmente.

Dalla mattina alla sera ella infatti non faceva altro che riordinare e pulire i suoi mobili. Pareva che il senso dell'affettività si fosse sviluppato in lei in modo anormale: ella non amava le persone, ma amava le cose. Si curava dei suoi mobili più che dei suoi parenti. Dopo la morte del marito diventò ancora più triste e misantropa. Fece assiepare e dividere la sua aja da quelle dei vicini; mise un saliscendi nuovo al portone, e ordinò al nipotino di chiuderlo ognivolta che entrava od usciva.

Egli obbediva, ma entrava ed usciva poche volte al giorno. Dopo la morte dello zio egli si annoiava a stare in casa e ci stava il meno possibile. Quando non vagava pei campi, dopo la scuola, andava dalla sua mamma a giocare e litigare coi fratellini; tornava a casa solo per frugare in tutti gli angoli, cercando da mangiare; e quando era sazio scappava ancora. Passava molte ore della giornata dal cordaio o dal zolfanellajo, il cui cortile era rimasto così stretto da sembrare un viottolo fra due siepi.

Il cordaio era terribilmente adirato contro la Tognina, per l'affare della siepe, e si sfogava parlandone male con Adone. Del resto egli gridava sempre, e tirava e stendeva le sue corde con violenza, bestemmiando contro la canapa, che quell'anno era cattiva, e contro il suo mestiere, e contro sua moglie, e contro Andromaca. La fanciulla, bionda e rosea, con due grandi occhi castanei socchiusi e languidi, coi piedini nudi, a metà dentro le pianelle ricamate, girava la ruota e taceva. Pareva non udisse neppure la voce irata del padre. Adone le si aggirava sempre attorno, ammirandola e sorridendole.

Il zolfanellajo, al contrario di Sison, parlava poco e quasi sottovoce. Spesso pregava. Il suo mestiere facile e tranquillo gli permetteva di lavorare seduto comodamente all'ombra del portone: però egli era spesso malato; tossiva; grossi foruncoli al collo e alla bocca lo tormentavano.

La moglie, più vecchia di lui, sembrava anche lei una statua di legno: era alta, secca, senza vita, con un vestito color noce, un cappello d'uomo in testa e un fazzolettino frangiato al collo. Era brutta, sdentata, con un gran naso aquilino e gli occhi azzurri un po' divergenti: eppure il zolfanellajo, che l'aveva sposata in seconde nozze, aveva per lei una specie di adorazione filiale. Anche lei parlava poco e forse per questo aveva uno scudmai strano: la chiamavano la Müton.

Ella preparava i fuscellini di legno, li contava, ne faceva dei mazzetti che porgeva al marito. Egli pestava lo zolfo, lo scioglieva entro un pentolino collocato su tre pietre, fra le quali ardeva il fuoco; e immergeva rapidamente le punte dei fuscellini nella materia gialla bollente che pareva oro liquefatto. La vecchia poi riuniva ancora i mazzettini, a venti a venti, formando come delle piccole ruote che collocava una sull'altra. Così i zolfanelli s'elevavano in tante piccole colonne, intorno ai due silenziosi e melanconici operai, che parevano intenti ad un'opera magica.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01PARTE PRIMA — I.
  2. 02PARTE PRIMA — II.
  3. 03PARTE PRIMA — III.
  4. 04PARTE PRIMA — IV.
  5. 05PARTE PRIMA — V.
  6. 06PARTE PRIMA — VI.
  7. 07PARTE PRIMA — VII.
  8. 08PARTE PRIMA — VIII.
  9. 09PARTE PRIMA — IX.
  10. 10PARTE PRIMA — X.
  11. 11PARTE SECONDA — I.
  12. 12PARTE SECONDA — II.
  13. 13PARTE SECONDA — III.
  14. 14PARTE SECONDA — IV.
  15. 15PARTE SECONDA — V.
  16. 16PARTE SECONDA — VI.
  17. 17PARTE SECONDA — VII.

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